文献一部抜粋

 1492. Le Landgrave de Hesse . — 1493. Ferdinand, plus tard roi de Naples . – 1497. Philippe d'Autriche , duc de Bourgogne. 1499. Louis XII . — 1501. Alphonse de Ferrare .
 Le lecteur va juger, d'après les documents tirés des Archives pontificales, dans quelle mesure cette nomenclature peut être agrandie.

 Les documents qui servent de base à ma liste ont paru dans mon article sur les Épées d'honneur (Revue de l'Art chrétien , 1890, p. 290-292) . Il m'a donc paru inutile de les reproduire ici à nouveau, Il ne sera pas hors de propos de constater que le type , si caractéristique, du « stocco benedetto » a été imité parfois dans les épées non bénites . Telle est la fameuse épée du duc Eberhard de Wurtemberg ( 1495 ), conservée au Musée des Antiquités de Stuttgart ( voy . Heideloff, Die Kunst des Mittelalters in Schwaben , p. 34, pl. X)

 En 1492 , l'épée est donnée au prince Frédéric d'Aragon ( Burchard , t . II , p . 26) .
 En 1493 , 196 ducats sont versés à Angelinus pour l'épée et 80 pour le chapeau . Cette épée est donnée à Ferdinand , plus tard roi de Naples.
 En 1494, Angelinus et Minichus de Sutri reçoivent 276 florins pour l'épée et « pro clippeo » . Le 6 mars de la même année, Alexandre VI envoie l'épée en question au roi Maximilien par son camerier , le D' Antonius Fabrègues.
 Pour l'année 1495 , Burchard mentionne bien l'envoi de l'épée , mais nous laisse ignorer à qui elle fut donnée ( t . II , p . 259) .
 En 1496, Alexandre VI se borne à donner une épée restaurée . Pour cette année encore, le destinataire de l'épée nous est inconnu .
 Au mois de janvier 1497 , l'épée est donnée à l'archiduc Philippe d'Autriche ( Burchard , t . II , p . 351 ) .
 La même année , au mois de décembre , Bogislas X, duc de Stettin , de Pomeranie, etc. , reçoit l'épée exécutée par Angelino ( Burchard , t . II , p . 423) . Cette épée existe encore : elle figure à Berlin , au Musée des Hohenzollern ( Palais Monbijou ). On en trouvera la gravure dans mon Histoire de l'Art pendant la Renaissance ( t . II , p . 242-243) , ainsi que dans le travail de M. J. Lessing, Die Schwerter des preussischen Krontresors (p . 19-25)
 L'année suivante , en 1498 ( et non en 1499, comme l'affirme Moroni) , le titulaire est Louis XII de France ( Burchard , t . II , p . 502-503) .
 En 1499 , le pape se contente de bénir l'épée et le chapeau et de les faire déposer, sans choisir de destinataire , dans le gardemeuble pontifical (Burchard, t . III , p . 1 , 2) .
 En 1501 , le nouveau mari de Lucrèce Borgia , Alphonse d’Este , reçoit l'épée ( Burchard , t . III , p . 179). L'orfèvre Angelino , de son côté, touche 249 ducats , 30 bolonais, pour fourniture de l'épée , du ceinturon et du béret.
 L'épée de 1500 (ou 1501 ) , ainsi que la rose , sont données à César Borgia ( Burchard, t . III , p . 18 ; lettre du 17 mai 1501 ) . M. Bonnaffé a publié, avec le commentaire que l'on était en droit d'attendre de son érudition , l'inventaire rédigė , le 12 mai 1514 , après la mort de Charlotte d'Albret, la veuve de César.

 Inventaire de la duchesse de Valentinois Charlotte d'Albret ; Paris, 1878, P. 53.

Malheureusement pour nous , on n'y trouve nulle mention de quelque joyau pouvant se ramener avec certitude au pontificat d'Alexandre VI .
 Une autre épée ayant appartenu à César Borgia, à poignée en or émaillé , se trouve aujourd'hui à Rome, en la possession du duc Caetani, tandis que le fourreau, en cuir, merveilleusement travaillé , appartient au Musée de South -Kensington.

 Voy. la monographie de M. Yriarte : Autour des Borgia. Paris , 1891 .

Alcuni ricordi di Michelangelo Caetani, duca di Sermoneta

XI La spada del Duca Valentino

 A proposito di un ricevimento dato nel '56 o nel '57 - Alessandro Ademollo , geniale studioso di cose romane , pubblicò il seguente articolo che credo bene riportare qui , perché ci dà la storia della celebre spada di Cesare Borgia , il maggior tesoro di Casa Caetani .

 « Una sera di ricevimento in Casa Caetani si facevano i quadri plastici , allora di moda nel bel mondo come cosa nuova .
 Ebbe grande incontro fra gli altri un quadro raffigurante la Giustizia con la spada e con le bilancie . In quella figura di donna , che era la signorina di casa , quell'Ersilia Caetani che già si preparava a divenire una delle più colte gentildonne italiane , gli spettatori eruditi avrebbero potuto vedere ben altro che la giustizia , imperocché la spada che la fanciulla teneva nella mano era nientemeno che quella del Duca Valentino . Che dura vendetta faceva il caso delle stragi e delle confische che ai Caetani i Borgia fecero patire sul principio del secolo decimo sesto !
 Da quella sera in poi la spada del figlio di Papa Alessandro , per diverse ragioni curiose , fu nota in Italia e fuori , anche più che se l'avessero esposta in pubblico museo . Molti vollero vederla , alcuni s'invogliarono a scriverne e a rinracciarne la storia , ma alle prime ricerche in proposito , i sopracciò della erudizione romana rispondevano sempre con una notizia da far cascare le braccia . Il dottissimo Cancellieri poi ( affermava , duce agli altri , il Marchese Villarosa ) il dottissimo Cancellieri ha già detto tutto , illustrando la spada con somma erudizione nella sua lettera a Sebastiano Ciampi sulle spade celebri .
 Ansioso di dissetarmi con una buona dose di somma erudizione circa la spada del Valentino , cercai fra gli opuscoli del Cancellieri quello in discorso . Oh delusione ! La somma erudizione del dottissimo abate si restringe alle seguenti parole testuali : “ Il motto Aut Caesar – aut nihil – allusivo alle parole della sua impresa è inciso da ambe le parti della lama della sua spada , tutta arabescata ”.

 Ciò ricorda il famigerato capitolo del Horrebow sui Gufi in Islanda ... In Islanda non vi sono gufi !

 Questo è tutto , e siccome è pochino davvero , mi diedi a cercare qualcosa di più altrove .
 Chi cerca trova . Ed ecco le parole del Padre Agostino Cesaretti , che vide sicuro la spada famosa , e ne discorse nel 1788 in una sua storia del Principato di Piombino :
 La spada è singolare ; dopo il corso di più di tre secoli si vede tutt'ora una lama come se fosse uscita di fresco dalla sua tempra; damascata in oro , e vi è scolpita la strage degli Israeliti col motto : Cum nomine Caesaris – Amen. Nell'armatura leggesi : – Caesar Borgia , Cardinalis Valentinus. – Non contento di questa testimonianza , relativamente antica , ricorro ad uno scrittore d'oggidi , allo storico di Roma Gregorovius . Egli tratta la spada , a dir vero , con poco riguardo , e dal Cesaretti differisce anche in questo che la dice decorata d'incisioni relative a Cesare l'antico , e nel motto invece di Amen , legge Omen .
 Insomma , tre scrittori e tre lezioni diverse circa le figure e le parole incise sulla spada del Valentino . C'era tanto da prendere il cappello e lo presi difatti , ma per andare difilato a vederla cogli occhi miei . Il Gregorovius e il Cesaretti videro la spada ma non bene : il Cancellieri , che si scrocca la fama di averla illustrata con somma erudizione , non la vide mai né bene né male .
 L'unico che l'abbia veduta e seguiti a vederla compiutamente e benissimo è il Duca di Sermoneta , che malgrado la cecità sua , mi descrisse con le più minute indicazioni la spada , e mi aiutò a scoprire in diversi punti ciò che non mi era apparso dapprima .
 Je possède une pièce fort curieuse ; c'est l'épée de César Borgia Duc de Valentinois , qu'il fit travailler exprès avec des emblêmes faisant allusion à sa grandeur future et à son ambition .
 Il est superflu de vous conter comment , par quels détours , cette épée est tombée entre mes mains . – Je voulais en faire un présent lucratif au Pape , et selon mon usage , l'accompagner d'une dissertation erudite pour en illustrer les emblêmes » Così scriveva l'Abate Galiani dal quale ebbero la spada i Caetani , a Mad.me d'Epinay il 2 d'ottobre 1773. Ed è un vero peccato ch'egli non desse neanche principio alla dissertazione erudita ch'ei si proponeva di farne , e non fece , quando salito al pontificato Giovan Angelo Braschi ( Pio VI ) , dal Galiani chiamato in una sua lettera senza complimenti lacché , egli perdé la speranza di offrire a lui il dono , che doveva esser per curiosa antitesi un dono lucroso . Non pare che ne dimettesse mai intieramente il pensiero , imperocché il Ceseretti gli scrive da Padova il 20 ottobre 1787 : Mi sta sul cuore quella spada di Cesare Borgia . Voi fareste pure una bella cosa se voleste dettare a qualcuno le vostre curiose scoperte sulla storia di costui poco nota , quanto sugli emblemi della spada , che possano eccitare la curiosità degli eruditi più di qualche basso rilievo greco o romano . Se dopo questa dettatura vi compiaceste di spedirmela a Padova , mi fareste pure un prezioso regalo . Ma il Galiani morì due mesi dopo e il voto del Cesaretti rimase inesaudito .
 E anche il nostro lettore avrebbe ugual sorte se egli aspettasse di sapere con certezza da noi , d'onde venisse in mano dell'abate la spada del Valentino . Il Cesaretti che fu il primo a scriverne , dopo averne senza dubbio parlato col Galiani stesso , dice che pervenne in sua mano dal Duca di Monte Albano , al quale fu donata in Spagna , Monsignor Onorato Caetani nell'Elogio di Carlo III stampato a Napoli nel 1789 , nomina come possessore della spada nel 1759 il Duca di Montallegro , cioè quel consigliere Spagnuolo venuto a Napoli nel 1734 con Carlo III , del quale fu per lungo tempo primo Ministro .
 Forse il Cesaretti sbaglia nel nome , ed il suo Montalbano non è altro che il Montallegro.
 Il Gregorovius scrive che l'Abate Galiani portò quella spada di Spagna a Roma , ove la comprarono i Caetani .
 Queste tre cose affermando , sbaglia tre volte ; l'Abate non fu mai in Spagna ; quando la spada fu portata a Roma egli era morto da un pezzo , ed i Caetani non la comprarono ma l'ebbero per legato , oneroso , ma legato.

 Questo passo ricorda una citazione favorita del Duca : L'Academie française a défini l'écrevisse « un petit poisson rouge qui marche à reculons » - on demanda a Buffon son opinion de cette définition : – il répond que c'était très bien sauf trois erreurs : - L'ecrevisse n'était pas un poisson , n'était pas rouge , et ne marchait pas à reculons .

 E prima di venire a Roma , è probabile che la spada fosse a Napoli da tre secoli . Ivi difatti deve esser rimasta nel 1504 , quando il Duca Valentino fu preso a tradimento dal Gran Capitano ( 20 maggio ) , che lo tenne in prigione nonostante il salvacondotto del Re Ferdinando e della Regina Isabella , con grande infamia delle loro corone , per usare le parole di Luigi da Porto .
 E così la pensa il Duca di Sermoneta , vero e solo illustratore della spada , la quale è di per sé stessa una riprova della ragionevolezza di quest'opinione . Immaginatevi non già una spada di battaglia , ma uno spadone di cerimonia simile a quelle che portavano sulla spalla gli Svizzeri del Papa per rappresentare i sei Cantoni Cattolici .
 Cesare Borgia , che riconosceva la sua fortuna troppo seco adirata , stimò impossibile , e non cercò ricuperare dalle mani di Consalvo questo spadone di cui egli erasi servito , forse una volta sola da Cardinale , nell'incoronazione di Re Federigo . Anzi , chi sa che lo spadone non fosse fatto apposta per quella circostanza ?
 Ma adagio a ma ' passi ; narriamo e non tiriamo ad indovinare .
 Monsignor Onorato Caetani , fratello di Don Francesco , avo dell'attuale Duca Michelangelo di Sermoneta , era grande amatore di anticaglie . Sùbito che la spada del Duca Valentino , posseduta dall'Abate Galiani , venne , costui morto , in sua mano ; Monsignor Caetani pensò di collocarla nella Rocca di Sermoneta con analoga iscrizione illustrativa composta dal P. Massimiliano Gaetani d'Aragona de ' Duchi di Laurenzana , che scrisse in proposito al Cancellieri : ' Mi son visto in necessità di fare l'iscrizione sopra la spada del Valentino , troppo interessante per voi Caetani , contro de ' quali , come contro gli Orsini e i Colonnesi , quel mal uomo impugnò le armi , assediò Sermoneta , fece morire vari della famiglia . Questo monumento fu già dal signor Consiglier Galiani pattuito a prezzo di ducati 300 con Monsignor Caetani , ed in morte confermato il contratto , né Monsignore volendola per tanto prezzo , si destinava dal detto Galiani alla Sovrana delle Russie . Monsignore , amante delle antichità , risolutamente la vuole . Prego dunque V.S. a degnarsi di dare un'occhiata a questa iscrizione ' .
 L'iscrizione non fu fatta , perché la spada non fu altrimenti portata nella Rocca di Sermoneta , ma a Roma , nel palazzo del Duca Don Enrico Caetani . E fu bene . Così almeno essa , grazie alla cortesia dei possessori , può essere veduta ed esaminata da chi lo desideri , e , prima o poi , verrà qualche artista o qualche erudito che si accingerà a descriverla , a cui riesca di dichiarare gli emblemi e le figure , cose che non posso fare io , né alla meglio né alla peggio . Quel che posso tentare è una descrizione secca , secca ; una vera pagina d'inventario . Eccola :
 1. Nel tratto istoriato della lama lunga 1.25 e larga 0.083 all'elsa e 0.065 all'alto , nel punto ove comincia la damascatura vi sono da ambo le parti quattro scompartimenti con ogni sorta di arabeschi , di cifre , di emblemi , di leggende , di animali e di figure pressoché tutte nude . Nel primo scompartimento pare rappresentata una festa . Nel centro un globo con sopra un grand'uccello , e sotto un cavallo ventre à lerre e testa ritta . Da un lato un uomo che suona uno strumento a corda . Il campo è pieno di figure di donne , nude , s'intende .
 2. Nel centro un tabernacolo con una statua , ai lati le solite figurine , nude sempre più . Leggenda : – Fides prevalet armis .
 3. Un ovale in mezzo ad arabeschi nei quali campeggia da un lato un bove . Nell'ovale , due angiolini che hanno in mezzo una specie di caduceo , un'asta con due serpenti attorcigliativi attorno .
 4. Un trionfo . Nel sodo del carro le lettere :

D
C E S

 Leggenda : Bene merent [i?] .
 Dall'altra parte :
 1.Nel centro una statua sopra una base , nella quale si vedono lettere così disposte :

T Q I
S A
G

da un lato un piedistallo , con lettere :

A
M O
R

 Nel campo figure nude , una delle quali porta un'insegna composta di una tabellina quadra in cima ad un'asta .
 2. Cavalli e gente d'arme che traversavano un fiume . Leggenda : Jacta est alea.
 3. Ovale in campo rabescato . Nell'ovale un Monogramma . Pare una R intrecciata con altre lettere o segni ; ogni cosa chiuso in un gran C.
 4. Nel centro : un bove sopra una gran base nella quale si legge :

DOM
HOSTIA

 Nei lati , le solite figure ; alcune pare alimentino una fiamma , altre danzino . Leggenda : Cum numine Caesaris , omen.
 Da ambe le parti , nel punto ove la lama è ficcata nell'elsa , un rigo di lettere . Le prime dicono : Opus ; le altre son coperte dall'elsa , o indecifrabili , perché consunte o quasi sparite .Il Duca'di Sermoneta assicura averci letto : Herculeum.
 Da una parte dell'elsa , in una tabellina quinquangolare che finisce a punta :

CES. BORG
CAR VA
LE
N

in lettere d'argento, sottilissime, su smalto bleu . Dall'altra parte , nella simile tabellina , uno stemma sparito per metà. La metà che resta ha nel quarto superiore un bove in argento ; nell'inferiore non si vede che lo smalto ; larga striscia di verde che circonda un campo bleu .
 « Da ambe le parti della lama, nel punto dove comincia la damascatura , si vede un piccolissimo marchio, senza dubbio quello della fabbrica . Il Duca di Sermoneta dice che rappresenta un castello , e ne deduce che la lama venne di Spagna e precisamente dalla Castiglia . Quanto alla damascatura , l'opinione del Duca è che sia lavoro italiano, forse fatto a Roma, perché egli scorge nei quadrati la maniera della pittura di quel tempo rappresentata specialmente dal Pinturicchio , che fu il pittore della Corte borgiana.
 « Dire che cosa rappresentino i quadretti, spiegare i simboli e gli emblemi, mi par difficile assai . Credo che lo stesso Galiani ci avrebbe perso il suo tempo ed il suo latino . Il Cesaretti vi vide una strage degli Israeliti , ma stragi non ce ne sono . Le incisioni relative a Cesare l'antico, affermate dal Gregorvius, certamente non mancano, e l'ultima parola del motto recato è omen e non amen. · Dei motti ve ne sono diversi , da una parte e dall'altra, come abbiamo veduto ; ce ne manca uno bensí : quello che il Cancellieri assevera inciso da ambe le parti : Aut Caesar, aut nihil. - E poi fidatevi delle illustrazioni fatte con somma erudizione !
 « Prima di finire , a sgravio di coscienza , bisogna toccare leggermente anche la grave questione circa l'autenticità della spada . - Non mancano alcuni , e fra questi il Gregorovius, crediamo, i quali la stimano lavoro moderno e la giudicano una falsificazione per trappolar questo o quello . « L'Abate , è vero , dètte argomento a ' sospettosi quando scrivendo a Mad.me d'Epinay non disse verbo circa alla provenienza ; ma a dileguare questa accusa dovrebbe bastare , ci sembra, la prova che la spada fu posseduta da altri prima dell'Abate Galiani, prova fornita dal Cesaretti , da Monsignor Onorato Caetani , ed ora qui messa in luce . - La questione si restringe adunque ad un apprezzamento artistico . E chi ha avuto il piacere di sentire illustrare la spada dal Duca di Sermoneta non può non dare ragione a lui quando con giovanile ardore sostiene come , piuttosto che opera moderna, sarebbe facile dimostrare essere la spada anche piú antica del tempo in cui devesi ritenere che fosse stata pel Cardinale Cesare Borgia - Vescovo di Valenza , poi scardinalato Duca Valentino . »

 Un articolo molto interessante fu scritto sulla spada di Cesare Borgia da Yriarte, che mi disse anni dopo ch'essa gli aveva suggerito di fare delle ricerche sulla storia del Borgia .
 La fodera della spada in cuoio lavorato , è bellissima, e si trova fra i tesori del Museo di South Kensington . Mi è stato assicurato che è stata valutata a 4000 sterline, ossia centomila lire italiane .

引用サイト

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Bibliotechina Grassoccia: capricci e curiosità letterarie inedite o rare

編集者
Filippo OrlandoGiuseppe Baccini
発行
1887年
引用サイト
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1583年3月10日 ヴェネツィア

ベリザーリオ・ヴィンタからフランチェスコ1世・デ・メディチ宛書簡

 Serenis. mio sig. et Padrone unico. —— Alli 27 del passato scrissi di Fiorenza a V. A. quanto allora mi accadeva. Non potetti partirmi alli 29, come havevo disegnato, ma mi messi in viaggio il di di calende, et quella sera mi condussi a Firenzuola. L' altro di passai Bologna fuor delle mura su le 24 hore et passai alla prima hosteria fuor della porta sulla strada maestra della posta per Mantova, et di quivi il di seguente mi incamminai, seguitando il cammino ordinario della posta, verso Buonporto, et vi alloggiai. Et l'altro giorno, alli 4, mi condussi a San Benedetto, tenendo questo cammino come il più sicuro, più grato alli Mantovani, dove sarei stato manco osservato per esser frequentato quotidianamente, et per fuggir da Ferrara, conforme al comandamento di VA Et havendo con il Donati resoluto nel suo partire, che questo fusse il viaggio più coperto, trovai al Fo preparata una barca a mia requisitione, et imbarcatomi la mattina de' 5, fui, ma con vento contrario sempre, a Chioggia, alli VI a duo hore di notte, et quivi licentiata la barca del Po, et sodisfattola, sebbene quelli huomini havevano havuto ancho danari dai mantovani, et per il mangiare et per il dormire vi era ogni cosa provvisto, ma io descesi sempre in terra per amor delle donne, presi una chioggiotta con otto remi et me ne venni qui alli VII a 23 hore con fatica grande, essendoci guast il tempo con vento grecale gagliardo per prua, et una pioggia minuta come nevistio, et il mar grosso che ci fu forza buttar via tenda, et non ci bisognava meno che haver quelli VII huomini valenti et pratichi. Et se nelle altre giornate per terra non mi havesse favorito il bel tempo, siccome fece, stentavo qualche giorno d'avvantaggio a condurre queste donne et la lettiga, senza la quale questa fanciulla non ci giugneva viva, non essendo per nove anni o più uscita a pena d' una stanza, et cosi ha patito assai, et ha come perso l'appetito, non so se per troppa allegrezza di questa sua fortuna, o pur per troppo timore et vergogna, perchè in vero si vede che per natura et per educatione ella è costumatissima. Sopra l'acqua ell'ha ben fatto miracoli, perché l'ha tollerata senza fastidio, ma con la sua solita inappetenza sempre. Il Sig. Principe di Mantova era comparso qui la sera de' V et aspettava me alli VI, et perché soprastetti fino alli VII, per non mi esser partito alli 29, come ho detto, stava con sospetto che non mi fusse intervenuto qualche sinistro impedimento, si come era avvenuto alla barca dei servitori del sig. Carlo Gonzaga, che venendo dreto al Principe sola, et assai lontana dalle altre, fu, vicino alla Stellata, luogo del Sig. Duca di Ferrara, a suon d'archibusate fatta fermare et visitata dalli Farinelli , che pensavano che vi fusse l' argenteria, o pur cercavano di qualche loro inimico; et non vi havendo trovato nè l'uno, nè l'altra, lassorno seguitarle il suo viaggio senza farle altro danno. Quanto il viaggio m' è parso felice, tanto è stato infelice l'arrivo, poichè mandando un po' innanzi a veder di M. Guglielmo, et ad avvertirlo con la oircospettione che conveniva, della mia venuta ad alloggiar seco, trovai che boccheggiava, et alli VIII circa le 19 hore fini di spirare con mio dispiacere infinito, et. con gran disconcio et storpio per non haver qui puro uno con chi poter parlare et confidare, et perchè non havevo saputo nulla della sua infirmità, et però mi ero condotto a dirittura al suo alloggiamento. Giudicai per lo migliore if fermarmivi per non far di me maggior mostra et per non havere andare su camere locande, et alla balìa di Mons. Abbioso che governa tutta la casa, et a un suo cugino, per esser ricevuto in casa, et per haver la comodità delli arnesi, chè nel resto mi provveggo di ogni cosa da me, mi è slato forza il discoprire la mia persona con proteste di taciturnità, ma non il segreto, nè il fine della mia venuta. Bene è vero che uno astante di M . Guglielmo, giovane lucchese, come mi vidde, disse che io gli parevo il cav. Vinta, ma si fece San Piero arditamente, et per il cammino anchora, non pstante che io non habbia croce, et che havessi habbia croce, et che havessi mutato habito, non vi è stato postiere, nè hoste, poichè in dicennove volte son passati per quasi tutte queste bande, che non mi habbia conosciuto a mio dispetto, ma hanno creduto che io me ne vada in Alemagna, et la fanciulla la fussi figliuola del sig. Capitano Frearbergher. Subito arrivato mandai una poliza in mano propria al Secretano Donati, essendo la casa del sig. Duca di Mantova sul Canal grande, molto vicina a questo casino di Mons. Abbioso, che immediate se ne venne da me, et rimanemmo, che alle due hore di notte io me ne andassi in camera sua dove verrebbe il Principe ad abboccarsi meco, et così seguì la notte stessa delli VII, et alla sua presenza del Donati solo, doppo l' avergli baciato le mani et fattogli le raccomandationi et le offerte di VA et della Sereniss.a Granduchessa mia signora, gli dissi che due potentissime cagioni havevano mosso le Altezze Vostre a questo; che l'una era le novellate sparse da altri con tanta asseveratione et con tanta particolarità, che ben si conosceva, che havevano havuto per mira di farle credere, et che se ben l'Altezze Vostre si havevano immaginato, e s'immaginano più che mai, che ne fussino non solamente false, ma forse anche maligne, che si ritrovavano però in questa necessità per giustificatione del mondo et per quiete et discarico delle anime loro. Che se fusse piaciuto a Dio et al sig. Duca suo padre, che il primo accasamento che egli havesse concluso, fusse stato con l'A. V., che non saremmo hora in questa difficultà. Che l'altra cagione era l' affetionato et acceso desiderio che le Altezze Vostre havevano maggior che mai, di haver l'Altezza Sua per genero et per figliuolo, et che non restasse impedita una congiuntione cosi bella, anzi che si effettuasse con stabilimento di perpetuo et sincero amore; che sì come per questi respetti le Altezze Vostre ringratiavano l'A. Sua, che si fosse disposta a venir liberatamente a questa pruova, che così anche la pregavano al farla con quella ingenuità che ricercava il caso, et che meritava l'affetione et intentione con la quale loro havevano camminato sempre in tutto questo negotio. Et io anchora, che havevo questo peso su le spalle, humilmente lo supplicavo a far di maniera, con il proceder da quel Principe che egli è, che servendo fedelissimamente le Altezze Vostre, miei Patroni, sicome n'ero tenuto et resoluto, potessi anche servire l'Altezza sua con una diligente relatione d' una nuda ed aperta verità, ricordandole che ogni piccola omhra et sospetto guasterebbe il tutto. Risposemi al complimento di cortesia con parole affettuosissime et reverente verso l'una et l'altra delle Altezze Vostre, et al restante che egli, senza guardare al nulla, si era resoluto di venire a questa pruova per confonder li maligni et bugiardi, et per satisfare le Altezze Vostre et mostrar loro così tanto maggiormente quanto egli apprezzi di diventar loro, con sì gran legame, figliuolo et servitore, et che quanto alle chiarezze io non dubitassi che egli era cavaliero, et che aveva stimato sino ad hora, et voleva stimar sempre, l 'honore più che la vita, et che voleva che io vedessi et toccassi. Et poi si entrò in altri propositi di piacevolezza, et del viaggio, et ritiratosi solo solo alle sue stanze, io fui poi cavato per una scala segreta, et subito saltato in gondola mi ricondussi al mio alloggiamento, parendomi che più qui che in qualsivoglia altro luogo, che 'io habbia visto sino ad hora, siano pronte et accomodate le opportunità da negotiare et trattare nascosamente. La sera delli Vili il Sig. Principe, il sig. Carlo Gonzaga et il Donati vennono al mio alloggiamento, et volse il Principe che io andassi seco fuor di Venetia in gondola coperta; disse per addomesticarsi meco et per vedermi in viso meglio che non haveva fatto la prima volta al lume di candela, et con familiarità et libertà si ragionò di cose allegre, et mi volse poi rimettere in casa, dolendosi molto spesso della mala fama sparsagli contro ingiustamente, et mostrando sempre gran reverenza verso le Altezze Vostre et gran desiderio di restar congiunto con loro a dispetto dei maligni, ché questa parola usava egli; et a due hore della medesima notte delli VIll volse venire alla medesima compagnia a veder la giovane, et ne rimase molto sotisfatto, mostrando gran risentimento di volontà per assaltarla allhora, ma io non volsi, perché appunto alli V le havevano cominciato le sue purghe, et era anchora un po' dibattuta del viaggio. La sera de IX ritornò il Principe accompagnato nel medesimo mod a riveder la giovane, et sempre gli è piaciuta più, et fece forza, ma gentilmente, di haverla , et io non acconsentii respetto al giorno del venerdi, et perchè il paese durava anchora piovoso et lo reputavo nostro disvantaggio. Si è ferma la giornata per questa prossima notte, se il paese sarà rasciutto a bastanza, come si spera. M. Piero Galletti ha avuto una efemera, ma hoggi sta bene et tengo per fermo che non havrà altro, et respetto alla sua età mi sono ingegnato di dargli per viaggio quelli maggiori commodi che è stato possibile, nondimeno ha patito alquanto, ma potrà nel negotio far la parte sua molto bene. Il Principe mi par bello, di statura come la mia et maggiore, pieno di carnagione, di pelame biondo, et porta come mezza zazzera, et spunta hora un po' di lanugine di barba nella parte di sopra alla bocca, et in tutta la persona è tutto proportionato et agile, per quello che ho possuto osservare sino ad hora, et se le parti occulte et la pruova corrisponderanno all' apparenza di fuore, io per me credo che VA ne rimarrà satisfattissima. Dimostra una libera ingenuità di procedere in ogni conto, veste volentieri alla franzese, et dilettandosi infinatemente della caccia, et massime di porci cinghiali, mi ha detto che gli pare ogni hora mille anni di venire alle caccie di Toscana, parlando sempre del parentado come di cosa fatta, et della pruova, come che egli non ci habbia un dubbio al mondo. L'alloggiamento che io ho, per la sicurezza della pruova mi pare al propositissimo, havendo io fatta camera di una saletta che ci è, dove dormo et mangio io, et nella camera che ha detta saletta, et che non vi si può entrare d' altrove, sta la giovane. Attaccato a detta camera è uno andare di legname che serve di terrazzino, et cammina verso il canal grande, donde si potrebbe dalla casa vicina entrar facilmente, ma ci è cosi buona porta nella camera stessa, et con si buon serrame et chiave di drento in camera, che sta sempre appresso di me, che non ci ho timore alcuno. Ha poi detta camera due finestre, che oltre che hanno buon serrarne di drento et confitto, et da aprirsi difficilmente senza strepito che io non sentissi, poiché starò sempre custode nella saletta all'uscio della camera, et la camera è piccola. Farò anche in quelle ore passeggiare a piè di dette finestre il capitano Augustino Digni, servitore di VA et da fidarsene, havendolo io menato meco per ogni buon respetto, et certo lo trovo discreto, accorto et da fatti, et cosi custodirà non solo le finestre, ma per maggiore cautela anchora terrà d'occhio al terrazzino. Mi ha detto il Principe che il Sig. Vittorio è stato da lui, e che haveva voluto , n' propositi che gli haveva tocchi, mostrar di haver notitia di tutta questa pratica, et che fra le altre cose disse, che verrebbe qua presto un huomo di V. A.; ma non gli ha saputo mai nominar chi. Repliai sopra di questo, che dalla parte di Vostre Altezze non si haveva potuto usar secretezza maggiore, et che la serenissiama Granduchessa mia Signora per questo respetto non mi haveva voluto né lettere, né commissioni non solo per il Sig. Vittorio, ma neanche per il Sig. suo Padre, et che spesse volte o si ostina alle cose con l' immaginatione et discorso, o si mostra artifitiosamente d'havere qualche notitia per allettare altrui a palesare il tutto.
 M. Livio Collini il di doppo il mio arrivo venne per visitare M. Guglielmo, ma non penetrò nelle mie stanze, che stavano ben serrate, et mi hanno detto questi di Monsignore che domandò se ci erano arrivati forestieri, et che gli fu risposto, che Monsignore haveva indirizzati al casino alcuni gentilhuomini fiorentini con donne, che andavano a sollazzo, et che non cercò altro, ne mai più poi ci s' è visto raggiratisi. M. Guglielmo è morto santamente, et haveva qui l' amore et la gratia d' ognuno, et si faceva molto pratico et valente, non risparmiando alcuna fatica per servir bene VA Lo sconsolato suo padre, il quale però non mi ha visto, venne in tempo di accompagnarlo alla sepoltura. Riscontrerò quei libri del Militia con lo Inventario e poi farò ammagliare et sigillare le casse et consegnarle al procaccio. Et vederò anche le scritture di M. Guglielmo, et si serreranno et sigilleranno in una cassetta che si lasserà in mano di M. Aurelio Abbioso, cugino di Mons., portando però meco, se vi sarà alcuna cosa di qualche importanza, et questo Sig. Aurelio, in sede vacante, haverà la cura di tutte le lettere, et scriverà quello che potrà, mostrando d'essere uno huomo dabbene et savio, et nel mio ritorno ragguaglierò VA minutamente, et humilissimamente inchinandome le prego sempre felicità. Da Venetia alli X di marzo 1583.
Fedeliss. et Obbl. Servo
Belisario Vinta

Dizionario di Erudizione Storico-Ecclesiastica

発行:1844年
出版社
Tipografia Emiliana
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 Cesare Borgia duca Valentino, partitosi dallo stato di Milano occupato dai francesi, con trecento lancie sotto il comando d' Ivone Allegri o Allegrè, quattro mila svizzeri sotto il bali di Digiuno, ed altre genti componenti un esercito di dieci mila fanti e tre mila cavalli, venne in Romagna, ove per la prima assediò Imola, la quale per le dispari forze presto si rese, e la fortezza rovinata dalle artiglierie si diede, salve le persone e le robe, al Valentino. La caduta di questa piazza trasse seco quella delle altre da essa dipendenti, per cui Caterina che in Firenze avea già posti in sicuro gli altri figli e gli effetti più preziosi, mandò colà anche Ottaviano, ed ella ritiratasi nella rocca, lasciò il conte Alessandro Sforza (suo fratello ed uno de' naturali di Galeazzo Maria Sforza) ad intendersela coi cittadini, ed a scuoprirne l'ultima loro intenzione, capo de' quali era allora Nicolò Tornielli. Questi alla presenza degli anziani e principali della città descrisse i sproporzionati mezzi di difesa della città contro nemico sì poderoso, sebbene si avesse coraggio di tentar l' estremo di loro forze per serbar il dominio in potere de'Riari ; nè fidarsi delle soldatesche, sì perchè composte di molti francesi, sì per aver altri contrastato col popolo per la loro militare licenza, e che faceva d'uopo consultare anche il consiglio de' quaranta. Alessandro riferì tutto a Caterina, che ben comprese non potersi sostener la città, per cui volse l'animo a custodire la sola fortezza di Ravaldino. Intanto i cittadini si decisero per la volontaria dedizione ed inviarono al Valentino il vescovo Asti e Giovanni dalle Selle, e il duca ne fece prendere possesso in suo nome da Ercole Bentivogli, Achille Tiberti da Cesena, e Bernardino di Ghia imolese con alquanti cavalli. Ad annunzio di tal sorta Caterina prese a bersagliare la città non l' artiglierie ; quindi a' 17 decembre 1499 Cesare Borgia preceduto dall' esercito entrò in Forlì per la porta s. Pietro. Era armato e cavalcava generoso destriero, una gran piuma candida gli sormontava la berretta; stringeva nella destra sguainato lo stocco, ed uno il precedeva col vessillo spiegato della Chiesa. L' armata venne ripartita per la città con grave incomodo de' cittadini, ed egli prese alloggio in casa di Luffo Numai.
 Prontamente incominciarono le soverchierie de' soldati, saccheggian do le botteghe intorno alla piazza, e distruggendosi dai francesi attorno alla Crocetta le memorie del trionfo contro di essi riportato verso la fine del secolo XIII. Molti cittadini furono maltrattati, tutti disarmati, e presa la rocca di Schiavonia il Valentino si accinse a battere l' altra, non essendo giovate le lusinge colle quali aveva invitato Caterina a cederla, lusinghe che non meritavano fidanza per la nota mala fede di quel fortunato duca. Piantò sulla chiesa di san Giovanni Battista una batteria di sette cannoni e dieci falconetti contro il Revellino del Paradiso, ma non se ne fece uso, succedendo una sospensione d' armi. Entrato l'anno 1500 il Valentino fece piantare altra batteria contro la cortina del

Römische Quartalschrift für christliche
Altertumskunde und Kirchengeschichte

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Raphael Brandounus Lippus

IV
1500 Septembris 13 Romae.
Manfredo de Manfredis Caesaris Valentini Borgiae narrat flagitia atque ejus saeculi infelicitatem deplorat. — Facunda sane et luculenta.

Manfredo de Manfredis

 Ruimus Manfrede mi, ruimus plane omnes. Non enim modo nobis augendae dignitatis, sed ne salutis quidem retinendae spes ulla est: ita sunt humana divinaque jura omnia ab iis eversa, a quibus erigi potius ac sustineri debuissent. Rapiuntur hic virgines prostituuntur matronae, subripiuntur sacra, diripiuntur aedes, deturbantur passim in Tyberim homines, diu noctuque trucidantur impune. Superiori anno puella genere Portia nocte intempesta a parentum complexu divulsa est; a quibus fortasse inquies ? ab intimis Pontificis familiaribus, qui sibi nìhil non licere arbitrantur. Matronarum infinitus est prostitutarum numerus. Quid de sacris dicam? Paucis ante mensibus ab ipsa divi Petri aede Lateranensique templo non aurei modo calices, sed et pretiosissima altarium ornamenta sublata sunt. In Urbe complures negociatorum merces itemque foris permulta locupletum civium pecora a predatoribus violenter abacta et impune quidem. Paucis ante diebus in puteum quis dejectus noctu; cum primum illuxit, semianimis ad putei fastigium emersit, quod ob exiguam forte putei aquam demergi non potuit. Is postea novisse se dixit eos, a quibus noctu praecipitatus fuerat. Nudius tertius viri duo, verum alter altero illustrior, interdiu interempti sunt; eorum alter Lucas cognomento Dulcius, Dominici Ruvere Cardinalis Sancti Clementis a cubiculo primus, Alfonsus alter Aragonius Federici Neapolitani regis nepos, Pontificis gener, quandoquidem Pontificibus nostra hac tempestate generos deligere fas est. Nunc de Luca, mox de Alfonso, ob quem praecipue inflammatus haec ad te scribo. Equitabat, ut aulicorum mos est, per Urbem Lucas, jamque ab Hadriani Mole recta ad Floram pervenerat, cum non longe ab ea domo, quam Cardinalis Medices habitarat, a personatis duobus, equite uno, pedite altero, districtis ensibus interceptus est atque in fugam actus. Is, ubi cursum eorum superare nequiret, quod tum forte mula vehebatur in pontificia via praeventus atque oppressus extitit, uno tantum ad femur accepto vulnere, quod sane fuit ejusmodi, ut ad praecordia penetrarit intestinaque omnia patefecerit. Sicarios ingens hominum multitudo ad eam usque domum est persecuta, unde Lucam invaserant, at sese illi tuto jam intra domus penetralia abdiderant; possidetur ea nunc ab Joanne Borgia, Montis regalis Cardinale. Vetustissimum Cardinalium privilegium probe nosti, ut qui ad eorum aedes homicidae confugerint, a magistratibus eo ipso casu exempti sint. Ille autem infelix semivivus e mula descendit, suis ipse manibus intestina recondit, Dominici cognomento Maximi civis Romani domum ingreditur ibique moribundus procumbit. Conveniunt amici, qui facinoris atrocitatem audierant; agnoscit omnes, dexteram jungit, vitae spem nullam esse adfirmat, sacerdotem acciri jubet, criminumque lapsus omnes, ut Christianum decet hominem, confitetur, dictaque suppliciter omnium culpa, animam efflat. Non dicam nunc parricidarum quae suspitio sit, alio jamdudum festinat epistola. Ad Alfonsum venio, cujus quidem jactura mihi dolori stuporique omnibus fuit, usque adeo, ut illum neque ego verbis exponere, nec tu animo satis amplecti queas. Acceperat infelix hic adulescens multis ante diebus, cum a visendo Pontifice noctu domum se reciperet, tria gravissima vulnera; ignorabantur tanti facinoris conscii; plaerisque Caesar Valentinus Borgia summa dominandi libidine suspectus erat. Cum Pontifex, ut est hominum omnium versutissimus, sive ad tollendam tanti facinoris suspitionem, sive ad majorem potius benevolentiam genero significandam, saucium ad se deferri jubet, haud procul a cubiculo suo collocat, medicos undique valentissimos acciri mandat, nec eos modo, quibus in Urbe primariis utebatur ipse, sed et qui proxima oppida vicinasque provincias incolebant, si qui prae caeteris excellebant. Misere Columnenses medicum praestantem sane atque eruditum, ut se omnium regulorum erga Pontificem deditissimos declararent. Misit et Federicus Neapolitanorum rex, partim egregia erga nepotem pietate, partim summi doloris attestatione, partim Pontificis ratione adductus medicos duos, physicum alterum, Clementem nomine, ingenio, doctrina, gratia, fortuna caeteris clariorem, chirurgiae peritissimum alterum, Galenum appellatum, cui nil arduum videretur. Sed profecto medicorum omnium peritia nec quicquam prodest, ubi certa maturi fati dies advenit aut exitialis improborum vis ingruit. Medicorum consilio deligata jam vulnera fuerant, erat sine febri, dolore vel nullo vel certo minimo, cum conjuge una cum sorore, cum privatis familiaribus in cubiculo jocabundus Alfonsus, ut debilitatum aegritudine corpus reficeret, cum Michelottus, Caesaris Valentini minister improbissimus idemque ejus praesidii praefectus, cubiculum, in quo Alfonsus cum paucis erat, irrumpit, Alfonsi avunculum atque una regium Oratorem corripit eosque, revinctis arcte post tergum manibus, armatis, qui pro foribus erant, in carcerem conjiciendos tradit. At Lucretia Alfonsi uxor et Sanctia soror, novitatom rei magnitudinemque admiratae, Michelottum muliebriter objurgant: siccine illum tam grave facinus in earum oculis atque Alfonsi aspectu ausum fuisse? Excusat ille se quo potest verborum lenocinio: obtemperandum sibi alienae voluntati, alieno sibi nutu vivendum esse; caeterum illae, si volunt, Pontificem adeant, captivos esse facillime impetraturas. Conveniunt in unum ambae, iracundia ac pietate simul adductae: Pontificem adeunt, captivos deposcunt. Interea Michelottus, sceleratorum improbissimus, improborum sceleratissimus, Alfonsum tale secum facinus evolventem atque indignantem suffocat. Redeunt a Pontifice mulieres, armatos ad cubiculi fores inveniunt, qui eas aditu prohibent et Alfonsum periisse denuntiant. Confinxerat enim neque veram neque verisimilem fallaciam tanti facinoris artifex Michelottus, Alfonsum periculi magnitudine consternatum, quod homines affinitate sibi et benevolentia conjunctissimos, jure ne an injuria, eripi a se conspexisset, exanimatum in terram decidisse atque ex eo vulnere, quod capiti inflictum fuerat, large sanguinem effluxisse sicque illum efflasse animam. Mulieres indignissimo casu perterritae, metu perculsae, dolore consternatae, vociferatione, plangore ac foemineo ululatu domum complent; haec virum clamat, haec fratrem, nec lacrymis finem faciunt. Sepultus est miserrimus adulescens sine ulla exsequiarum pompa nocte intempesta in divi Petri templo intra sacellum Calisto III Pontifici dedicatum. Quaeris fortasse, et quis fuerit parricidii author, et quam maxime ob causam Pontificis gener interemptus sit; facinoris authorem supprimo, suspitionem aperio. Ajunt plerique, ut a captivis postea compertum est, Alfonsum, Neapolitanis quibusdam ascitis, in Pontificis atque ejus fllii necem conjurasse, idque cum antea saepe fuisse molitum, tum vero maxime acceptis paulo ante vulneribus. Verum enimvero quis adulescentem peregrinum sine armis, sine ullo denique praesidio, contra Pontificem atque ejus filium, rerum dominos, multis copiis, maximo comitatu praesidioque circumseptos conjurasse existimet? Nemo, cui pensi quicquam sit, hoc facile credat. Sedenim, sive id ipsum fuerit, quod Borgiadae omnes adfirmant, sive quod Caesar Valentinus eam dirimere necessitudinem voluerit, quae inter Neapolitanum regem atque Pontificem summa erat, tam nefando parricidio, ut Gallorum factionibus, quibus propter affinitatem paulo ante initam maximopere studet, seque suosque omnes adjungeret, sive quod aliqua inter eos simultas ignota caeteris odia nutriebat, sive quod Pontifex una cum filio, novandarum in Italia rerum cupidissimus sit, quaecumque hujusmodi crudelissimae necis causa fuerit, mihi satis comperta non est. Illum certe regulum, Pontificis generum, regis filium, regis fratrem, regis nepotem, potentissimi denique Hispaniarum regis propinquum, Romae in ipsis soceri aedibus, in aula prope Pontificia, non longe a Pontificis oculis, quodque teterrimum est, a ontificis stipatoribus interdiu constat interfectum fuisse. Et quis Romae vivat? Et quis Urbem exoptet? Nemo equidem, sive hic nobilis, sive ignobilis sit. Nobilem ipsa nobilitas cruciat ac nominis amplitudo; ignobilem ipsa tenuitas obscurat ac deprimit. Divesne an pauper Romae degat? Neuter profecto. Illum divitiae pessumdant periculisque objiciunt saepenumero; hunc paupertas torquet assidue atque exanimat. Erimus itaque, Manfrede mi suavissime, nostra hac mediocri sorte contenti eaque laetissime perfruemur; et quando rempublicam prope ruentem sustinere ac tueri qui possit minime vult, qui velit minime potest, incolumitati nostrae, quantum fieri poterit, consulemus. Vale. Romae, XIII Septembris M. D.

Ragguagli sulla vita
e sulle opere di Marin Sanuto

著者
Jacopo Vincenzo Foscarini
初版
1837年
出版社
Alvisopoli
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 Il Sanuto si presenta come lo Scott degli Storici; compiacendosi come Sir Walter delle giostre, delle feste, e delle narrazioni piacevoli, e di dolce pietà. La bravura del romanziere consiste in una imitazione del vero, e una delle prime leggi inculca questa verità, cioè, che i dettagli i più minuti si sanzionano colla bacchetta magica del tempo, ma tali si cercano in vano nelle pagine degli Autori contemporanei, ed i Compilatori che non sono nè storici, né romanzieri non possono trovarne, e non sanno bene inventarne; ma di questi Marin ne abbonda, e come prova, copio qui un passo spettante al rapimento d'una bellissima donna mantovana del principio del secolo decimo sesto, la di cui scomparsa fu attribuita a quello spagnuolo celeberrimo Cesare Borgia; e per ispiegare l'interesse preso dalla Repubblica in questo scandolo osserverò che il marito della Caracciolo era capitianio delle infanterie della Repubblica; ed ella veniva da Urbino per trovare il marito in Gradisca. Vol. 3, f. 1033. " Adi 19 fevrer A. D. 1501, in Colegio.

 Collegio. È il canale per cui s'introducono al Senato tutti gli affari più importanti. In esso convengono i Consiglieri, i capi della Quarantia Criminale, i Savj grandi, i Savj di terra-ferma, e i Savj degli Ordini, i quali tutti formano il pien Collegio. Qui leggonsi lettere pubbliche, si ascoltano Ambasciatori, e si decidono diverse cause di pubblico interesse. I Consiglieri e i Capi di Quaranta con titolo di Serenissima Signoria spediscono altre cause di Delegazioni civili tra particolari". Estratto dalla Cronaca Sacra e Profana.

Di Cervia

 Cervia città della Romagna sotto il potere della Repubblica, ove risiedeva un Podestà Patrizio Veneto. Cessò di appartenere al Veneto Dominio dall'epoca della Lega di Cambray.

dil Podestà di 17, come a aviso quelli feno il delicto quella note (del 14 febraro 1501) cavalchono come dispersi, e trovò uno nostro contadin a piedi, qual li fo la guida; erano cavali 10, ben in hordine, con balestri e zaneti armati e ben a cavallo, et erano do done che molto si battevano e lamenlavono, scapigliate di l'horo capelli e aveva con l'horo cavalli 4, et una mulla senza alcuno suso, et si feno guidar a Galiano, mia do di Cesena, in casa di Nicoluzo di Galiano homo di villa, e li butò zoso la porta e feno schavalcar la dona meza aberata; fe far focho e aparechiò da cena. Lei dimandava dove mi menevi risposeno non zerchate, sete in bone mano, et in migliore anderete, dove con summo desiderio seti aspettata. Lei diceva chi è costui? rispondevano: basti Madona, non cerchate altro, e la se mangiar con pianti e gemiti assai. Lei non voleva manzar, la minazarono, e li foforza tolesse uno ovo, poi so posto a dormir con la compagna sua, e quella dona moglie del contadin; e la dona (la Caracciolo) non so maculata in quella note. La matina fato giorno, montorio a cavalo con cavalli 8, do erano partiti la note; e menò via la mulla dòve lei cavalchava, e andono con una guida nuova, qual fo el vilan, et alozono ala volta di Franpuolo via va a Forlì.

 Fra Cesena e Forlì pare che fosse questo luogo; almeno la Caracciolo fu rapita tra i confini del porlo Cesenatico e Cervia (Ved Marin Sanuto Diari in data del 16 febraro 1501); ma non trovo il luogo citato nelle carte della Romagna; forse coll'andar di tre secoli avrà cambiato di nome, o perduta la esistenza.

Et dice erano tutti Spagnuoli, e dice il villano li disse: sono spagnuoli dil Ducha, e li mostrò uno col dedo, dicendo e grande apresso il Ducha, e stava a Cesena, si che la cossa è marza".
 Poi la accoglienza fatta da Cesare Borgia in Imola al Secretario del Consiglio di Dieci ed all'Ambasciatore francese, spediti tutti due da Venezia per far la reclamazione della bella mantovana, la mostra delle camicie lavorate della sua mano, l'assicurazione del Duca al Manenti, che le belle della Romagna non si erano mostrate tanto crudeli per necessitare tali violenze, la sua posizione alla pergola, sono tutti dettagli che conciliano sede, e ci rendono per quasi dire presenti in Imola al Lever di questo Duca della Romagna.
 "Vol. 3, A. D. 15o 1. f. 1 o39, adi 24 sevrer. In colegio vene l'Orator di Franza ritornato dal Duca Valentimo etc.: za erra venuto questa matina, qual veneno insieme Alvise Manenti secretario nostro. et dito orator; reseri sapientissime quello a facto a Imola, e prima, come scrisse a monsignor di Trans, poi zonto a Ravenna andò a Imola, se scontrò nel Manenti secretario, lo feritornar, trovò monsignor di Alegra capitano, e il Manenti andò dal Ducha, et altamente si dolse dil inzuria fata al Roy e ala Signoria dil rapto della dona dil capitanio dile fanterie, dicendo: non doveva farlo, pregando per il meglio volesse restituir la dona.
 "Esso Ducha si scusò con parole grandissime, zurando nulla sapeva, nè mai l'aria fato, e la gran obligation ala Signoria nostra; bene è vero à saputo il caso seguito, et par, sia stato uno Diego Ramyres hyspano capitano suo di 3oo fanti, qual stete col ducha di Urbin, et era innamorato in ditta dona ch'è mantoama, e li mostrò certe camise lavorate, lei li havia donate, et questo Carlevar erano stati in solazi a Urbin; el qual Diego, e dove sia, nol sa; ma à scrito per tutto, e a Roma, e in le sue tere, si asecuri di star, et lo vuol piar, e far una gram justicia di lui, et quando ben havesse la dona, non la daria senza far taliusticia, scusandosi assai etc. etc."

Memorie istoriche di Rimino e de' suoi signori: ad illustrare la zecca e la moneta riminese

著者
Francesco Gaetano Battaglini
初版
1789年
出版社
Lelio dal Volpe
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 Et sic quod ad ipsos Žannem Guillielmum & Malgaritam fuerit & sit finita ejus tutela, il detto Zanne stato tutore avendo chiesto, secondo lo statuto di Rimino, a Francesco Migliorati di Cremona, giudice delle cause civili del Comune, che fosse destinato un curatore a rivedere l'amministrazione da sè tenuta, ed effendo tutto ciò efeguito, ne riporta fine, e quietanza. Dal qual documento e mi sembra aversene a conchiudere un fallo del correttore del Parti, il qual è di tal forte, che quello stesso Gianni di Malatestino, rinnovato di case nella contrada di San Tommaso nel 1352, é morto e a dire del Clementini, prima del 1358. venga immedesimato con altro Gianni, o Zanne, nato da Malatesta suo figliuolo, e da Agnesina de' Faitani parecchi anni più tardi.
 Ora da queito Gianni, e da Lucrezia di Galeotto de ' Malatesti, discendente da Giovanni il zoppo, nacque Giovanni, quello, che Governatore in Cesena nel 1431, quando da Giovanni di Lamberto fu suscitata la ribellione contro i Signori di Rimino dal popolo sollevato, che fi mostrava zelante pe' suoi legittimi Signori, fu altretto a chiuders in rocca ; e conosciuta poi la fedeltà sua fu dallo stesso Galeotto Roberto Signor di Rimino spedito á Fano per calmare alcro simile sollevamento. Furono in fomma quefti Signori di Sogliano oltre modo cari a ' Signori di Rimino, Gianni il padre fu uno de' primi destinati da Sigismondo Pandolfo a reggere il baldachino nel ricevimento, ch' ei fece in Rimino nel 1433. a Sigismondo Imperatore, il quale da Giovanni, e Malatesta, figliuoli di Gianni, fu accompagnato sino al Cesenatico, e là servito la notte al luogo detto la Boscabella nella lor villa di Villalta. Vivca Gianni ancora nel 1437. addi is. di Luglio, quando, secondo i rogiti di Francesco Paponi, ottenne da Sigismondo Pandolfo, e Malatesta novello, Signori di Rimino, in perpetuo governo per sè, e figliuoli, e nepoti maschi legittimi, e naturali Caftrum Tornani & Serre cum suis jurisdictionibus ac mero & mixto imperio & gladii poteftate G omnibus pertinentiis ; quod caftrum pofitum eft in provincia Montisferetri quibus caftris Tornani 6 Serre latera funt versus Or. curia castri montisfloris, verf. mer. curie caftrorum Malje Manentium & Talamelli, versus feptem. curie castrorum rontugnani 6 Savignani Provincie Montisferetri, versus acc. curie castrorum Talamelli G Perticarie, perchè viceversa Magnificus Zannes promifit fe fuosque filios G nepotes effe bonos & fideles recommendatos ipsorum DD. de Malatestis. Che anzi nel giorno stesso Sigismondo Pandolfo, a nome ancora del fratello, dedit & alignavit in dotem & nomine doris Spectabili viro Jobanni Zannis de Malatestis de Sogliano pro se suisque filiis & nepotibus legiptimis & naturalibus Masculini sexus tantum ex caufa matrimonii contracti inter ipsum Johannem & nob. dňam dňam Imperiam magnifici viri Alberici de Brancaleonibus de castro durante ad regendum & gubernandum Castrum sci Martini in Converseto cum sua curia in provincia Romandiole Vicariatu fci Archangeli cui latera versus Or. curia caftri burgorum, versus m. curia castri S. Jobannis in Gallinea, versus S. curia castri Roncofrigidi, versus Oc. curia castri Sogliani. Item caftrum Pondi cum ejus curia quod nullius existit diecefis in valle Galliade de jure enfiteotico Monasterii S. Illarij de Galliada, cui latera versus Or. curia caftri Spinelli custri Coline, versus m. curia castri Valbone, versus oc. curia castri fce foffie, versusS. curia caftri Planeti, salvo vicariatusemper ipforum DD. de Malatestis. La qual notizia fece forse scrivere al Clementini, che nel 1438. Sigismondo maritò Imperia figliuola di Almerigo Brancaleoni da Castel- Durante Cittadino Riminese a Giovanni di Zanne de Malatesti Conte di Sogliano, a cui diede in dote li castelli di S. Martino in Converseto e di Pondo. Ma li ha a tenere, che quel matrimonio non seguiffe di fatto, e che Giovanni fi prendeffe poi ia moglie Isabella di Luchino de ' Visconti di Milano, e la Brancaleoni s'accasasse con Antonio di Francesco di Candulsino da Urbino. Tanto ne accenna un atto di Sante d'Andrea da Seravalle nel nostro Archivio, per cui nel 1455. addì 12. di Giugno Magnifica venerabilis ó generosa Dña Dña Isabella nata qñ magnifici & spectabilis Militis dñi Luchini de Visecomitibus de Mediolano G qr confors magnifici viri Johannis de Malatestis de Sogliano donavit magnifice & generose Dñe Dñe Jobanne nate qñ magnifici viri Alberici de Brancaleonibus & mihi notario recipienti nomine & vice magnifice generoje Dře Date imperie om diéti Magn. Alberici ac conforlis Mugnifici viri Antonij irincisci Canilulfini de Urbibino omnia jura que hattie polit in pagis retentis per Illinum Dominium Venetorum de decem millibus ducatis exiftentibus in monte o camera imprestitorum difti Illői Dominij sibi relictorum per dictum dňum Lucbinum olim ejus patrem in vita ipsius dñe Isabelle. I non avendo dunque avuto effetto l'alligrazione di que' governi in conto di dote, Sigismondo, e Malateita novello, secondo i rogiti del Paponi, addi 29. di Decembre del 1441. allegnarono nondineno a Gianni il padre, che ancor vivea in conmil governo per lui, e figliuoli, e discendenti maschi legittimi, c naturali quello fietro Castello di San Martino in Converseto, notato tra i medeni confini, & hoc ideo fecerunt quia versa vice in compensationem di&tus magnificus Dñus Zannes Allignavit & confignavit libere & abjulute prefeto Magn. Dảo Dão Sigismundo & fuis beredibus Cuflrum Spinelli cuin ejirs curia ú cum omni juo jure & jurisdictione ac mero bo mixto imperio & gladii potejlute á cum omnibus fuis pertinentiis, quod Custrum cum sua curia poxitum eft in vulle Galiate, cui castro Ġ curie latera funt versus Or. curis Veffe, versus mer. curia Castri Valbone, & Villa Valanfüre, versus occ. curia caftri Pondi, versus sep. curia Petriline.
 Ebbe Gianni, siccome avvertimmo più addietro, oltre a Giovanni un altro figliuolo nomato Malatesta, i quali al par di lui mancarono prima delli 4. di Decemb. del 1452. Perocchè da ' protocolli di Sante d'Andrea haili fotto quel giorno una consegna in folutum ad Isabella de ' Visconti uxori qñ magnifici viri Gianis noinine magnificorum virorum Caroli qm Johannis de Malatestis de Sogliano & Andriti qň Roberti de Malatestis de Sogliano heredum bone memorie magn. Gianis de Malatestis de Sogliano. Fu Roberto, o Ramberto altro figlio di Gianni.
 Si tenne Carlo per qualche tempo in benevolenza di Sigismondo Signor di Rimino, cui fece dono addi 28. di Giugno del 1453; per atto del Paponi, d'una casa, ch' e' tenea in Rimino in contrata see columbe seu fii martini a IIJ. lateribus vie a IIIJ. beredes magistri Serafini Fisici, intitolandosi Magnificus vir Carolus qñ Jobannis Zannis de Malatestis de Sogliano Sogliani et.

Lettere di una gentildonna fiorentina del secolo Quindici al figliuoli esuli

著者
アレッサンドラ・マチンギ
出版
1877年
編者
Cesare Guasti
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LETTERA SESTA - A Filippo degli Strozzi, in Napoli.

 Al nome di Dio. A di 5 di giugno 1450.

 Ricevuta il di 26 di giugno.

 A di 25 passato fu l'utima ti scrissi. Dipoi ho una tua de’16 del passato. Farò per questa risposta.
 D'Antonio degli Strozzi e da me se'avvisato quanto è seguito de’ danari del Monte, di quegli s'è rimessi come ordinasti, e di quegli si sono ritenuti : che per l'accordo ho fatto col Comune mi bisogna de'fiorini novanta, che a questi dì ho fatto levare il debito ch'i'ho da giugno 1449 indrieto ; che sono presso a fiorini 400, che, secondo me, n'arei a pagare da ottanta ; e po'v'è di spesa da otto o dieci fiorini, che sarebbono circa di fiorini ottantotto o novanta . Fra pochi dì credo si pagherà, chè siàno presso al termine ; e ’Antonio Strozzi ho detto che faccia la ragion mia, e così il pagamento, e di tutto ti mandi el conto. El resto de’danari riserbai , fu più per amore di Marco che per altro ; che più volte mi disse che da te aveva avere danari, e vidi no gli seppe bene, di quegli s’avevano a rimettere a te, no gli serbai quegli che diceva avere da te. Risposigli, che s'erano serbati e danari pella casa di Donato ;

 Donato Rucellai. Ved. a pag. 37 e 59.

che ogni volta tu mi scriverrai quello ch'egli ha avere, e ch'io gliele dia, ch'io gliele farò dare ’Antonio . Lessemi un capitolo d'una tua lettera, che dice m'aresti scritto ch'io gliele dessi di questi ; ma dubitavi non fussi contenta. Dissi ch'i'ero contenta di quello ti contentavi tu, chè da te aveva a uscire il pagar lui e ' l comperare la casa ; sicchè io la rimettevo in te, che quello tu mi scriverrai ch' i ' faccia, quello farò. Fa' d'avvisarmene. Ancora s'ha a trarre di questi danari fiorini 12 larghi e grossi otto per la sicurtà si prese sopra' detti danarį,

 Di questa sicurtà, presa sulla dote della Caterina, parlò già nella Lettera IV. Ved, a pag, 59-60.

e braccia otto di panno pagonazzo mandato alla Caterina quando fece il fanciullo ; che così s'usa per tutte : che debbon essere fiorini dieci. E tutti questi ha ’ vere Antonio ; che in tutto debbon essere fiorini 23. Poi si ritenne per certe ispese si fanno, a voler riavere e danari dal Monte ; cioè un danaio per lira, e per la partita che montorono da sei fiorini. Credo d'Antonio ne sia avvisato a punto ; che lui e Marco l'hanno fatte queste spese.
 Da marzo in qua non ho auto lettere da Matteo, che ne sto co maninconia. Ècci stato lettere da Niccolò, che l'ha ’ ute Antonio ; ma di Matteo non dice nulla ; che non mi pare buon segno. I'ho sentito che o corriere o fante si sia, ch'è venuto da Barzalona, dice e' gli trovò a camino presso a Barzalona ; sì che ora vi saranno. Iscriverrogli una lettera , a Matteo , e dirogli quello mi parrà sia di bisogno : ed ho pensiero iscrivere a Niccolò, che se ' l fanciullo non facessi per lui , e che non facessi buona riuscita, come l'uomo istimava, non lo mandi ad altri ca me, e che di fatto lo rimandi in qua. Priego Iddio me ne mandi quelle novelle disidero ; che ’ niuno modo posso alle volte accordarmi a esser contenta averlo levato da me.
 Delle mandorle mi mandasti ne feci quanto mi scrivesti; e ' l lino serbai per me, come per altra t'ho detto .
 Ho caro abbi preso amicizia cogli ’mbasciadori, che sono uomini molto da bene ; e così dell'avere ritrovato il parentado con Giannozzo:

 Giannozzo Pandolfini, non ancora messere , chè appunto in quella occasione d'essere andato ambasciatore con Franco Sacchetti al Re di Napoli n'ebbe il cavalierato, per la pace conclusa . Il parentado di cui parla qui l'Alessandra sta in questo modo, che Agnolo Pandolfini, padre di Giannozzo, avea sposato nel 1393 la Giovanna di Francesco di Giannozzo Strozzi ; e in quest'anno del 50 una figliuola di Giannozzo, per nome Dora, sposava Vanni di Francesco di Benedetto degli Strozzi.

che ha fatto bene. Quando sarà tornato, andrò a vicitarlo , che so mi dirà novelle di te : che Iddio me le mandi buone.
 La morìa ci è cominciata, ed enne morti alcuni che hanno isbigottito la brigata : assai ne muore di questi forestieri che vanno e tornano da Roma. Fassi stima de terrazzani, che sono persone da bene.

 De' forestieri non si facevano caso , ma si de' cittadini ; tanto più ch'erano persone agiate.

Non si potrà quest'anno fuggire pelle ville, chè quasi per tutto il contado fa gran danno , e massimo in questo nostro piano ; che da Peretola insino a Prato non è villa che non ne muoia ; eccetto che a Quaracchi non v'è nulla ancora ; ma a Campi fa gran fracasso . È cinqu’anni affittai il mio podere a un buono lavoratore e ricco, ed erano tra uomini e donne e fanciugli diciassette, che n’è morti dodici : evvi rimaso un uomo, di tanti , e quattro donne. E ancora non ha fine; che ve n'è degli ammalati. È tanto la gente che vi muore , e le case sì sono vote , che de'poderi assai ne rimarranno sodi : che così rimaneva il mio, se non ch’e parenti loro m’hanno detto che faranno la ricolta, e lavorrannolo per quest'altr'anno . Che se non avessino fatto così, non trovavo chi vi volessi andare, tanto è la gente impaurita. E ancora ho avere una brigata di fiorini da loro, che me gli credetti perdere : pure m'hanno promesso darmegli ora alla ricolta . Che Iddio provvegga aʼnostri bisogni.
 I'mi credetti quest'anno poter estare a Firenze; e se la seguita come ha fatto dal primo dì di questo in qua, non ci si starà troppo. Non ho fatto ancora diliberazione d'andare più in un luogo che un altro : quando la farò, ne sarai avvisato. Che Iddio mi dia a pigliar buon partito . Nè altro per questa. Iddio di male ti guardi. Per la tua Allesandra che fu di Matteo Strozzi , in Firenze.
 Ricordoti iscriva ispesso a Lorenzo.

I centenari del 1898 - Toscanelli, Vespucci, Savonarola : Firenze nel secolo XV : feste, giuochi, spettacoli

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LA GIOSTRA DEL MAGNIFICO IN PIAZZA S. CROCE ( 7 Febbraio 1468)

 A Giostra, a differenza del Torneamento, nel quale si lottava a fine di morte, può definirsi: « l'armeggiare con lancia a cavallo di un cavaliere contro un altro, con l'aste broccate, e cercando vittoria solo dallo scavallare. »
 Le Giostre costituiscono un esercizio ed una forma di divertimento molto comuni nel secolo xv, ripetute ad ogni occasione solenne. Infatti si fecero Giostre nell'Ottobre Novembre 1406 per festeggiare la caduta di Pisa; nell'Aprile 1429 per la venuta di D. Pietro figliuolo del Re di Portogallo, nelle quali ebbero l'onore della vittoria Filippo Tornabuoni, Baldassarre del Milanese, e Jacopo Bischeri, e in ogni altra occasione.
 Ma la Giostra più splendida e più suntuosa di tutte fu certamente quella che ebbe luogo in Piazza di S. Croce nel 7 Febbraio 1468 alla quale prese parte lo stesso Lorenzo de' Medici e suo fratello Giuliano. Di questa ci è pervenuta l'esatta narrazione, che trovasi nel Codice Magliabecchiano N.° 1503, CI. VIII, e che venne pubblicata per intero da Pietro Fanfani in un raro libretto nel 1864 con una breve prefazione dalla quale mi piace riportare il seguente brano...... « la leggano specialmente i celebratori delle odierne delizie e quegli più che altri i quali videro mesi sono le giostre di Torino e di Milano; e poi mi sappiano dire che cosa è la miseria e la pidocchieria di queste feste di una gran Nazione, appetto alla nobiltà, alla suntuosità, alla magnificenza, alla eleganza ed alla cortesia di quelle della mia Firenze, quando era Firenze. »

 Lorenzo il Magnifico ne' suoi Ricordi cita anche questo fatto : « Per eseguire e fare come gli altri, giostrai in sulla Piazza di S. Croce...... e benchè d'armi e di colpi non fussi molto strenuo, mi fu giudicato il primo onore, cioè un elmetto fornito d'ariento con un Marte per cimiero. » Ed aggiuge che siffatta festa. gli costò la somma di « diecimila fiorini. »
 I Giostratori erano 13, ciascuno seguito da' suoi, cioè :
 1.° Braccio di Niccola de' Medici - 2.° Piero di Messer Luca Pitti e Piero Antonio di Luigi Pitti sotto uno stendardo - 3.° Piero di Giovanni da Trani e Marco di Guasparri da Vicenza, uomini di Bernardino da Todi - 4. ° Dionigi di Puccio Pucci - 5 . Piero di Giovanni Vespucci - 6. ° Salvestro di Jacopo Benci - 7.° Jacopo di Messer Poggio Bracciolini - 8.º Carlo di Messer Antonio Borromei - 9. ° Giovanni del Forte da Vico, che si presentò senza compagnia e pompa da farne menzione - 10.º Benedetto d'Antonio Salutati - 11 ° Lorenzo di Pietro di Cosimo de' Medici - 12. ° Francesco e Guglielmo di Messer Andrea de' Pazzi sotto uno scudo - 13.° Boniforte, uomo d'arme del Sig. Ruberto coll'elmo in testa, senza pompa e compagnia da farne menzione.
 Sarebbe il caso di riprodurre tutta la narrazione, ma poiché lo spazio manca, basterà riportare la sola parte che riguarda i due Fratelli Medici e la descrizione dei costumi indossati da essi e dai loro seguaci.
 « Undecimo venne in campo Lorenzo di Pietro di Cosimo de' Medici et in sua compagnia due uomini d'arme che lui misse in campo.
 « Giovanni degli Ubaldi, uomo d'arme del Signor Federigo,
 « Carlo da Forma, napoletano, uomo d'arme del Signor Ruberto.
 « Nove Trombetti a cavallo con panziere in dosso, suvi giornee di taffettà a sua divisa, frappate e frangiate, o dipinte a rose secche e fresche ; et in capo avevano celate con mazzocchi e penne suvi, a sua divisa, calze in gamba di detta divisa, e loro pennoni di taffettà, frappati e frangiati intorno di sua divisa.
 « Un Paggio a cavallo vestito d'un gonnellino di velluto bianco e pagonazzo, con una berretta in capo di detto drappo. Portava in mano :
 « Uno Stendardo di taffettà bianco e pagonazzo con uno sole nella sommità, e sottovi un arcobaleno ; e nel mezzo di detto Stendardo v'era una dama ritta sur un prato vestita di drappo alessandrino ricamato a fiori d'oro e di ariento : e muovesi d'in sul campo pagonazzo uno ceppo d'alloro

Le istorie fiorentine

著者
ニッコロ・マキアヴェッリ
発行
1872年
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 XXXVI. --- Ma i Fiorentini, finita la guerra di Serezana, vissero insino al mccccxcii, che Lorenzo dei Medici morì, in una felicità grandissima ; perchè Lorenzo posate l'armi d'Italia, le quali per il senno ed autorità sua s'erano ferme, volse l'animo a far grande sè e la città sua, ed a Piero suo primogenito l'Alfonsina, figliuola del cavaliere Orsino, congiunse ; dipoi Giovanni suo secondo figliuolo alla dignitàdel cardina lato trasse. Il che tanto fu più notabile , quanto fuora d'ogni passato esempio, non avendo ancora quattordici anni, fua tanto grado condotto. Il che fu una scala da poter fare salire la sua casa incielo, comepoi neiseguenti tempi intervenne . A Giuliano, terzo suo figliuolo, per la poca età sua e per il poco tempo che Lorenzovisse,non potette di strasordinaria fortuna provvedere. Delle figliuole, l'una a Iacopo Salviati, l'altra a Francesco Cibo, la terza a Piero Ridolfi congiuse; la quarta, la quale egli, per tenere la sua casa unita, aveva maritata a Giovanni de' Medici, si morì. Nell' altre sue private cose fu quanto alla mercatanzia infelicissimo; perchè per il disordine dei suoi ministri, i quali non come privati, macome principi le sue cose amministravano, in molte parti molto suo mobile fu spento ; in modo che convenne che la sua patria di gran somma di danari lo sovvenisse. Ondechè quello per non tentare più simile fortuna, lasciate da parte le mercantili industrie, alle possessioni, come più stabili e più ferme ricchezze, si volse. E nel Pratese, nel Pisano, ed in Val di Pesa fece possessioni, e per utile e per qualità di edifizj e di magnificenza, non da privato cittadino, ma regio. Volsesi dopo questo a far più bella e maggiore la sua città : e perciò sendo in quella molti spazjsenza abitazioni, in essi nuove strade da empiersi di nuovi edifizj ordinò ; ondechè quella città ne divenne più bella e maggiore. E perchè nel suo stato più quieta e sicura vivesse, e potesse i suoi nimici discosto da sé combattere e sostenere, verso Bologna nel mezzo dell' Alpi il castello di Fiorenzuola affortificò. Verso Siena dette principio adinstaurare il Poggio Imperiale , e farlo fortissimo. Verso Genova , con l'acquisto di Pietrasanta e di Serezana, quella via al nimico chiuse. Dipoi con stipendi e provvisioni manteneva suoi amici i Baglioni in Perugia, i Vitelli in Città di Castello, e di Faenza il governo particolare aveva; le quali tutte cose erano come fermi propugnacoli alla sua città . Tenne ancora in questi tempi pacifici sempre la patria sua in festa ; dove spesso giostre e rappresentazioni di fatti e trionfi antichi si vedevano ; ed il fine suo era tenere la città sua abbondante, unito il popolo, e la nobiltà onorata. Amavamaravigliosamente qualunque era in una arte eccellente; favoriva i litterati; di che

Archivio storico italiano

発行
1889年
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 Alla nascita di Francesco, avvenuta il 26 settembre 1434, va unita la notizia che in quei giorni la città sorse in armi , si suonò la campana a parlamento, e fecesi la Balia e furon confinati molti cittadini. Era il trionfo di Cosimo il Vecchio , erano le sue vendette. Anche Matteo da Panzano, fratello di Luca, « ebbe ciedola da' Singnori per maziere loro », e dovette par tirsi dalla città , confinato per cinque anni al Borgo San Sepolcro : e fu obbligato a sodare, cioè dar mallevadoria, che avrebbe obbedito. Dei cinquecento fiorini , a tale uopo richiesti, Luca ne dette dugento. E la nascita della bambina Mattea , il 17 luglio 1440, è accompagnata dal ricordo che la tenne a battesimo Lionardo Bruni lo storico, legato a Luca d'amicizia, perchè in via dell'Anguillara erano a confine le case loro.

 La casa proprio a confine col Bruni la compró Luca, ai 4 ottobre 1427, da Iacopo Rimbertini, per fiorini 200. E la rivendè poi, per fiorini 240, a ser Giovanni Salvetti.

 E qui mi pare il luogo di notare che il Da Panzano fu amico anche del cronista Goro Dati, e che dopo la morte di questo si prese pensiero di trovar nuovo marito alla di lui vedova, Caterina di Dardano Guicciardini. E vi riusci , e la rimaritò a Schiatta Ridolfi con trecento fiorini di dote nella primavera del 1436. Madonna Caterina avea del Dati un figliuoletto , chiamato Antonio, al quale provvidamente Luca penso. E scrive in proposito :

 « E più fu d'achordo con ( letto Ischiatta e Lorenzo Ispinelli suo gienero, e coll'Antonia figliuola di Schiatta Ridolfi e donna di detto Lorenzo Ispinelli , che uno fanciullo , che ha la Caterina detta, ch'ha nome Antonio, e figliuolo di Goro di Stagio detto, che Schiatta il terrà in casa et alimenterallo del vivere e ricietto de la casa , come gli altri suoi figliuoli, ecietto che del vestire e chalzare l'abbi a vestire e chalzare la detta Caterina. Et in qualunque caso o diferenza venisse, o per essere detto fanciullo non buono, questo rimette in me il detto Ischiatta e la detta Caterina achonciare e dirizare questo caso del fanciullo, come a me pare e piacie . Et a fede della verità io Lucha ho fatto questo richordo, et honne dato una chopia di mia mano ala detta Caterina in foglio doppio ».

記載日

 2011年9月17日

更新日

 2021年12月9日