文献一部抜粋

Bibliotechina Grassoccia: capricci e curiosità letterarie inedite o rare

編集者
Filippo OrlandoGiuseppe Baccini
発行
1887年
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1583年3月10日 ヴェネツィア
ベリザーリオ・ヴィンタからフランチェスコ1世・デ・メディチ宛書簡

 Serenis. mio sig. et Padrone unico. —— Alli 27 del passato scrissi di Fiorenza a V. A. quanto allora mi accadeva. Non potetti partirmi alli 29, come havevo disegnato, ma mi messi in viaggio il di di calende, et quella sera mi condussi a Firenzuola. L' altro di passai Bologna fuor delle mura su le 24 hore et passai alla prima hosteria fuor della porta sulla strada maestra della posta per Mantova, et di quivi il di seguente mi incamminai, seguitando il cammino ordinario della posta, verso Buonporto, et vi alloggiai. Et l'altro giorno, alli 4, mi condussi a San Benedetto, tenendo questo cammino come il più sicuro, più grato alli Mantovani, dove sarei stato manco osservato per esser frequentato quotidianamente, et per fuggir da Ferrara, conforme al comandamento di VA Et havendo con il Donati resoluto nel suo partire, che questo fusse il viaggio più coperto, trovai al Fo preparata una barca a mia requisitione, et imbarcatomi la mattina de' 5, fui, ma con vento contrario sempre, a Chioggia, alli VI a duo hore di notte, et quivi licentiata la barca del Po, et sodisfattola, sebbene quelli huomini havevano havuto ancho danari dai mantovani, et per il mangiare et per il dormire vi era ogni cosa provvisto, ma io descesi sempre in terra per amor delle donne, presi una chioggiotta con otto remi et me ne venni qui alli VII a 23 hore con fatica grande, essendoci guast il tempo con vento grecale gagliardo per prua, et una pioggia minuta come nevistio, et il mar grosso che ci fu forza buttar via tenda, et non ci bisognava meno che haver quelli VII huomini valenti et pratichi. Et se nelle altre giornate per terra non mi havesse favorito il bel tempo, siccome fece, stentavo qualche giorno d'avvantaggio a condurre queste donne et la lettiga, senza la quale questa fanciulla non ci giugneva viva, non essendo per nove anni o più uscita a pena d' una stanza, et cosi ha patito assai, et ha come perso l'appetito, non so se per troppa allegrezza di questa sua fortuna, o pur per troppo timore et vergogna, perchè in vero si vede che per natura et per educatione ella è costumatissima. Sopra l'acqua ell'ha ben fatto miracoli, perché l'ha tollerata senza fastidio, ma con la sua solita inappetenza sempre. Il Sig. Principe di Mantova era comparso qui la sera de' V et aspettava me alli VI, et perché soprastetti fino alli VII, per non mi esser partito alli 29, come ho detto, stava con sospetto che non mi fusse intervenuto qualche sinistro impedimento, si come era avvenuto alla barca dei servitori del sig. Carlo Gonzaga, che venendo dreto al Principe sola, et assai lontana dalle altre, fu, vicino alla Stellata, luogo del Sig. Duca di Ferrara, a suon d'archibusate fatta fermare et visitata dalli Farinelli , che pensavano che vi fusse l' argenteria, o pur cercavano di qualche loro inimico; et non vi havendo trovato nè l'uno, nè l'altra, lassorno seguitarle il suo viaggio senza farle altro danno. Quanto il viaggio m' è parso felice, tanto è stato infelice l'arrivo, poichè mandando un po' innanzi a veder di M. Guglielmo, et ad avvertirlo con la oircospettione che conveniva, della mia venuta ad alloggiar seco, trovai che boccheggiava, et alli VIII circa le 19 hore fini di spirare con mio dispiacere infinito, et. con gran disconcio et storpio per non haver qui puro uno con chi poter parlare et confidare, et perchè non havevo saputo nulla della sua infirmità, et però mi ero condotto a dirittura al suo alloggiamento. Giudicai per lo migliore if fermarmivi per non far di me maggior mostra et per non havere andare su camere locande, et alla balìa di Mons. Abbioso che governa tutta la casa, et a un suo cugino, per esser ricevuto in casa, et per haver la comodità delli arnesi, chè nel resto mi provveggo di ogni cosa da me, mi è slato forza il discoprire la mia persona con proteste di taciturnità, ma non il segreto, nè il fine della mia venuta. Bene è vero che uno astante di M . Guglielmo, giovane lucchese, come mi vidde, disse che io gli parevo il cav. Vinta, ma si fece San Piero arditamente, et per il cammino anchora, non pstante che io non habbia croce, et che havessi habbia croce, et che havessi mutato habito, non vi è stato postiere, nè hoste, poichè in dicennove volte son passati per quasi tutte queste bande, che non mi habbia conosciuto a mio dispetto, ma hanno creduto che io me ne vada in Alemagna, et la fanciulla la fussi figliuola del sig. Capitano Frearbergher. Subito arrivato mandai una poliza in mano propria al Secretano Donati, essendo la casa del sig. Duca di Mantova sul Canal grande, molto vicina a questo casino di Mons. Abbioso, che immediate se ne venne da me, et rimanemmo, che alle due hore di notte io me ne andassi in camera sua dove verrebbe il Principe ad abboccarsi meco, et così seguì la notte stessa delli VII, et alla sua presenza del Donati solo, doppo l' avergli baciato le mani et fattogli le raccomandationi et le offerte di VA et della Sereniss.a Granduchessa mia signora, gli dissi che due potentissime cagioni havevano mosso le Altezze Vostre a questo; che l'una era le novellate sparse da altri con tanta asseveratione et con tanta particolarità, che ben si conosceva, che havevano havuto per mira di farle credere, et che se ben l'Altezze Vostre si havevano immaginato, e s'immaginano più che mai, che ne fussino non solamente false, ma forse anche maligne, che si ritrovavano però in questa necessità per giustificatione del mondo et per quiete et discarico delle anime loro. Che se fusse piaciuto a Dio et al sig. Duca suo padre, che il primo accasamento che egli havesse concluso, fusse stato con l'A. V., che non saremmo hora in questa difficultà. Che l'altra cagione era l' affetionato et acceso desiderio che le Altezze Vostre havevano maggior che mai, di haver l'Altezza Sua per genero et per figliuolo, et che non restasse impedita una congiuntione cosi bella, anzi che si effettuasse con stabilimento di perpetuo et sincero amore; che sì come per questi respetti le Altezze Vostre ringratiavano l'A. Sua, che si fosse disposta a venir liberatamente a questa pruova, che così anche la pregavano al farla con quella ingenuità che ricercava il caso, et che meritava l'affetione et intentione con la quale loro havevano camminato sempre in tutto questo negotio. Et io anchora, che havevo questo peso su le spalle, humilmente lo supplicavo a far di maniera, con il proceder da quel Principe che egli è, che servendo fedelissimamente le Altezze Vostre, miei Patroni, sicome n'ero tenuto et resoluto, potessi anche servire l'Altezza sua con una diligente relatione d' una nuda ed aperta verità, ricordandole che ogni piccola omhra et sospetto guasterebbe il tutto. Risposemi al complimento di cortesia con parole affettuosissime et reverente verso l'una et l'altra delle Altezze Vostre, et al restante che egli, senza guardare al nulla, si era resoluto di venire a questa pruova per confonder li maligni et bugiardi, et per satisfare le Altezze Vostre et mostrar loro così tanto maggiormente quanto egli apprezzi di diventar loro, con sì gran legame, figliuolo et servitore, et che quanto alle chiarezze io non dubitassi che egli era cavaliero, et che aveva stimato sino ad hora, et voleva stimar sempre, l 'honore più che la vita, et che voleva che io vedessi et toccassi. Et poi si entrò in altri propositi di piacevolezza, et del viaggio, et ritiratosi solo solo alle sue stanze, io fui poi cavato per una scala segreta, et subito saltato in gondola mi ricondussi al mio alloggiamento, parendomi che più qui che in qualsivoglia altro luogo, che 'io habbia visto sino ad hora, siano pronte et accomodate le opportunità da negotiare et trattare nascosamente. La sera delli Vili il Sig. Principe, il sig. Carlo Gonzaga et il Donati vennono al mio alloggiamento, et volse il Principe che io andassi seco fuor di Venetia in gondola coperta; disse per addomesticarsi meco et per vedermi in viso meglio che non haveva fatto la prima volta al lume di candela, et con familiarità et libertà si ragionò di cose allegre, et mi volse poi rimettere in casa, dolendosi molto spesso della mala fama sparsagli contro ingiustamente, et mostrando sempre gran reverenza verso le Altezze Vostre et gran desiderio di restar congiunto con loro a dispetto dei maligni, ché questa parola usava egli; et a due hore della medesima notte delli VIll volse venire alla medesima compagnia a veder la giovane, et ne rimase molto sotisfatto, mostrando gran risentimento di volontà per assaltarla allhora, ma io non volsi, perché appunto alli V le havevano cominciato le sue purghe, et era anchora un po' dibattuta del viaggio. La sera de IX ritornò il Principe accompagnato nel medesimo mod a riveder la giovane, et sempre gli è piaciuta più, et fece forza, ma gentilmente, di haverla , et io non acconsentii respetto al giorno del venerdi, et perchè il paese durava anchora piovoso et lo reputavo nostro disvantaggio. Si è ferma la giornata per questa prossima notte, se il paese sarà rasciutto a bastanza, come si spera. M. Piero Galletti ha avuto una efemera, ma hoggi sta bene et tengo per fermo che non havrà altro, et respetto alla sua età mi sono ingegnato di dargli per viaggio quelli maggiori commodi che è stato possibile, nondimeno ha patito alquanto, ma potrà nel negotio far la parte sua molto bene. Il Principe mi par bello, di statura come la mia et maggiore, pieno di carnagione, di pelame biondo, et porta come mezza zazzera, et spunta hora un po' di lanugine di barba nella parte di sopra alla bocca, et in tutta la persona è tutto proportionato et agile, per quello che ho possuto osservare sino ad hora, et se le parti occulte et la pruova corrisponderanno all' apparenza di fuore, io per me credo che VA ne rimarrà satisfattissima. Dimostra una libera ingenuità di procedere in ogni conto, veste volentieri alla franzese, et dilettandosi infinatemente della caccia, et massime di porci cinghiali, mi ha detto che gli pare ogni hora mille anni di venire alle caccie di Toscana, parlando sempre del parentado come di cosa fatta, et della pruova, come che egli non ci habbia un dubbio al mondo. L'alloggiamento che io ho, per la sicurezza della pruova mi pare al propositissimo, havendo io fatta camera di una saletta che ci è, dove dormo et mangio io, et nella camera che ha detta saletta, et che non vi si può entrare d' altrove, sta la giovane. Attaccato a detta camera è uno andare di legname che serve di terrazzino, et cammina verso il canal grande, donde si potrebbe dalla casa vicina entrar facilmente, ma ci è cosi buona porta nella camera stessa, et con si buon serrame et chiave di drento in camera, che sta sempre appresso di me, che non ci ho timore alcuno. Ha poi detta camera due finestre, che oltre che hanno buon serrarne di drento et confitto, et da aprirsi difficilmente senza strepito che io non sentissi, poiché starò sempre custode nella saletta all'uscio della camera, et la camera è piccola. Farò anche in quelle ore passeggiare a piè di dette finestre il capitano Augustino Digni, servitore di VA et da fidarsene, havendolo io menato meco per ogni buon respetto, et certo lo trovo discreto, accorto et da fatti, et cosi custodirà non solo le finestre, ma per maggiore cautela anchora terrà d'occhio al terrazzino. Mi ha detto il Principe che il Sig. Vittorio è stato da lui, e che haveva voluto , n' propositi che gli haveva tocchi, mostrar di haver notitia di tutta questa pratica, et che fra le altre cose disse, che verrebbe qua presto un huomo di V. A.; ma non gli ha saputo mai nominar chi. Repliai sopra di questo, che dalla parte di Vostre Altezze non si haveva potuto usar secretezza maggiore, et che la serenissiama Granduchessa mia Signora per questo respetto non mi haveva voluto né lettere, né commissioni non solo per il Sig. Vittorio, ma neanche per il Sig. suo Padre, et che spesse volte o si ostina alle cose con l' immaginatione et discorso, o si mostra artifitiosamente d'havere qualche notitia per allettare altrui a palesare il tutto.
 M. Livio Collini il di doppo il mio arrivo venne per visitare M. Guglielmo, ma non penetrò nelle mie stanze, che stavano ben serrate, et mi hanno detto questi di Monsignore che domandò se ci erano arrivati forestieri, et che gli fu risposto, che Monsignore haveva indirizzati al casino alcuni gentilhuomini fiorentini con donne, che andavano a sollazzo, et che non cercò altro, ne mai più poi ci s' è visto raggiratisi. M. Guglielmo è morto santamente, et haveva qui l' amore et la gratia d' ognuno, et si faceva molto pratico et valente, non risparmiando alcuna fatica per servir bene VA Lo sconsolato suo padre, il quale però non mi ha visto, venne in tempo di accompagnarlo alla sepoltura. Riscontrerò quei libri del Militia con lo Inventario e poi farò ammagliare et sigillare le casse et consegnarle al procaccio. Et vederò anche le scritture di M. Guglielmo, et si serreranno et sigilleranno in una cassetta che si lasserà in mano di M. Aurelio Abbioso, cugino di Mons., portando però meco, se vi sarà alcuna cosa di qualche importanza, et questo Sig. Aurelio, in sede vacante, haverà la cura di tutte le lettere, et scriverà quello che potrà, mostrando d'essere uno huomo dabbene et savio, et nel mio ritorno ragguaglierò VA minutamente, et humilissimamente inchinandome le prego sempre felicità.

Da Venetia alli X di marzo 1583.
Fedeliss. et Obbl. Servo
Belisario Vinta

Dizionario di Erudizione Storico-Ecclesiastica

発行:1844年
出版社
Tipografia Emiliana
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 Cesare Borgia duca Valentino, partitosi dallo stato di Milano occupato dai francesi, con trecento lancie sotto il comando d' Ivone Allegri o Allegrè, quattro mila svizzeri sotto il bali di Digiuno, ed altre genti componenti un esercito di dieci mila fanti e tre mila cavalli, venne in Romagna, ove per la prima assediò Imola, la quale per le dispari forze presto si rese, e la fortezza rovinata dalle artiglierie si diede, salve le persone e le robe, al Valentino. La caduta di questa piazza trasse seco quella delle altre da essa dipendenti, per cui Caterina che in Firenze avea già posti in sicuro gli altri figli e gli effetti più preziosi, mandò colà anche Ottaviano, ed ella ritiratasi nella rocca, lasciò il conte Alessandro Sforza (suo fratello ed uno de' naturali di Galeazzo Maria Sforza) ad intendersela coi cittadini, ed a scuoprirne l'ultima loro intenzione, capo de' quali era allora Nicolò Tornielli. Questi alla presenza degli anziani e principali della città descrisse i sproporzionati mezzi di difesa della città contro nemico sì poderoso, sebbene si avesse coraggio di tentar l' estremo di loro forze per serbar il dominio in potere de'Riari ; nè fidarsi delle soldatesche, sì perchè composte di molti francesi, sì per aver altri contrastato col popolo per la loro militare licenza, e che faceva d'uopo consultare anche il consiglio de' quaranta. Alessandro riferì tutto a Caterina, che ben comprese non potersi sostener la città, per cui volse l'animo a custodire la sola fortezza di Ravaldino. Intanto i cittadini si decisero per la volontaria dedizione ed inviarono al Valentino il vescovo Asti e Giovanni dalle Selle, e il duca ne fece prendere possesso in suo nome da Ercole Bentivogli, Achille Tiberti da Cesena, e Bernardino di Ghia imolese con alquanti cavalli. Ad annunzio di tal sorta Caterina prese a bersagliare la città non l' artiglierie ; quindi a' 17 decembre 1499 Cesare Borgia preceduto dall' esercito entrò in Forlì per la porta s. Pietro. Era armato e cavalcava generoso destriero, una gran piuma candida gli sormontava la berretta; stringeva nella destra sguainato lo stocco, ed uno il precedeva col vessillo spiegato della Chiesa. L' armata venne ripartita per la città con grave incomodo de' cittadini, ed egli prese alloggio in casa di Luffo Numai.
 Prontamente incominciarono le soverchierie de' soldati, saccheggian do le botteghe intorno alla piazza, e distruggendosi dai francesi attorno alla Crocetta le memorie del trionfo contro di essi riportato verso la fine del secolo XIII. Molti cittadini furono maltrattati, tutti disarmati, e presa la rocca di Schiavonia il Valentino si accinse a battere l' altra, non essendo giovate le lusinge colle quali aveva invitato Caterina a cederla, lusinghe che non meritavano fidanza per la nota mala fede di quel fortunato duca. Piantò sulla chiesa di san Giovanni Battista una batteria di sette cannoni e dieci falconetti contro il Revellino del Paradiso, ma non se ne fece uso, succedendo una sospensione d' armi. Entrato l'anno 1500 il Valentino fece piantare altra batteria contro la cortina del

Römische Quartalschrift für christliche
Altertumskunde und Kirchengeschichte

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Raphael Brandounus Lippus
IV
1500 Septembris 13 Romae.
Manfredo de Manfredis Caesaris Valentini Borgiae narrat flagitia atque ejus saeculi infelicitatem deplorat. — Facunda sane et luculenta.

Manfredo de Manfredis

 Ruimus Manfrede mi, ruimus plane omnes. Non enim modo nobis augendae dignitatis, sed ne salutis quidem retinendae spes ulla est: ita sunt humana divinaque jura omnia ab iis eversa, a quibus erigi potius ac sustineri debuissent. Rapiuntur hic virgines prostituuntur matronae, subripiuntur sacra, diripiuntur aedes, deturbantur passim in Tyberim homines, diu noctuque trucidantur impune. Superiori anno puella genere Portia nocte intempesta a parentum complexu divulsa est; a quibus fortasse inquies ? ab intimis Pontificis familiaribus, qui sibi nìhil non licere arbitrantur. Matronarum infinitus est prostitutarum numerus. Quid de sacris dicam? Paucis ante mensibus ab ipsa divi Petri aede Lateranensique templo non aurei modo calices, sed et pretiosissima altarium ornamenta sublata sunt. In Urbe complures negociatorum merces itemque foris permulta locupletum civium pecora a predatoribus violenter abacta et impune quidem. Paucis ante diebus in puteum quis dejectus noctu; cum primum illuxit, semianimis ad putei fastigium emersit, quod ob exiguam forte putei aquam demergi non potuit. Is postea novisse se dixit eos, a quibus noctu praecipitatus fuerat. Nudius tertius viri duo, verum alter altero illustrior, interdiu interempti sunt; eorum alter Lucas cognomento Dulcius, Dominici Ruvere Cardinalis Sancti Clementis a cubiculo primus, Alfonsus alter Aragonius Federici Neapolitani regis nepos, Pontificis gener, quandoquidem Pontificibus nostra hac tempestate generos deligere fas est. Nunc de Luca, mox de Alfonso, ob quem praecipue inflammatus haec ad te scribo. Equitabat, ut aulicorum mos est, per Urbem Lucas, jamque ab Hadriani Mole recta ad Floram pervenerat, cum non longe ab ea domo, quam Cardinalis Medices habitarat, a personatis duobus, equite uno, pedite altero, districtis ensibus interceptus est atque in fugam actus. Is, ubi cursum eorum superare nequiret, quod tum forte mula vehebatur in pontificia via praeventus atque oppressus extitit, uno tantum ad femur accepto vulnere, quod sane fuit ejusmodi, ut ad praecordia penetrarit intestinaque omnia patefecerit. Sicarios ingens hominum multitudo ad eam usque domum est persecuta, unde Lucam invaserant, at sese illi tuto jam intra domus penetralia abdiderant; possidetur ea nunc ab Joanne Borgia, Montis regalis Cardinale. Vetustissimum Cardinalium privilegium probe nosti, ut qui ad eorum aedes homicidae confugerint, a magistratibus eo ipso casu exempti sint. Ille autem infelix semivivus e mula descendit, suis ipse manibus intestina recondit, Dominici cognomento Maximi civis Romani domum ingreditur ibique moribundus procumbit. Conveniunt amici, qui facinoris atrocitatem audierant; agnoscit omnes, dexteram jungit, vitae spem nullam esse adfirmat, sacerdotem acciri jubet, criminumque lapsus omnes, ut Christianum decet hominem, confitetur, dictaque suppliciter omnium culpa, animam efflat. Non dicam nunc parricidarum quae suspitio sit, alio jamdudum festinat epistola. Ad Alfonsum venio, cujus quidem jactura mihi dolori stuporique omnibus fuit, usque adeo, ut illum neque ego verbis exponere, nec tu animo satis amplecti queas. Acceperat infelix hic adulescens multis ante diebus, cum a visendo Pontifice noctu domum se reciperet, tria gravissima vulnera; ignorabantur tanti facinoris conscii; plaerisque Caesar Valentinus Borgia summa dominandi libidine suspectus erat. Cum Pontifex, ut est hominum omnium versutissimus, sive ad tollendam tanti facinoris suspitionem, sive ad majorem potius benevolentiam genero significandam, saucium ad se deferri jubet, haud procul a cubiculo suo collocat, medicos undique valentissimos acciri mandat, nec eos modo, quibus in Urbe primariis utebatur ipse, sed et qui proxima oppida vicinasque provincias incolebant, si qui prae caeteris excellebant. Misere Columnenses medicum praestantem sane atque eruditum, ut se omnium regulorum erga Pontificem deditissimos declararent. Misit et Federicus Neapolitanorum rex, partim egregia erga nepotem pietate, partim summi doloris attestatione, partim Pontificis ratione adductus medicos duos, physicum alterum, Clementem nomine, ingenio, doctrina, gratia, fortuna caeteris clariorem, chirurgiae peritissimum alterum, Galenum appellatum, cui nil arduum videretur. Sed profecto medicorum omnium peritia nec quicquam prodest, ubi certa maturi fati dies advenit aut exitialis improborum vis ingruit. Medicorum consilio deligata jam vulnera fuerant, erat sine febri, dolore vel nullo vel certo minimo, cum conjuge una cum sorore, cum privatis familiaribus in cubiculo jocabundus Alfonsus, ut debilitatum aegritudine corpus reficeret, cum Michelottus, Caesaris Valentini minister improbissimus idemque ejus praesidii praefectus, cubiculum, in quo Alfonsus cum paucis erat, irrumpit, Alfonsi avunculum atque una regium Oratorem corripit eosque, revinctis arcte post tergum manibus, armatis, qui pro foribus erant, in carcerem conjiciendos tradit. At Lucretia Alfonsi uxor et Sanctia soror, novitatom rei magnitudinemque admiratae, Michelottum muliebriter objurgant: siccine illum tam grave facinus in earum oculis atque Alfonsi aspectu ausum fuisse? Excusat ille se quo potest verborum lenocinio: obtemperandum sibi alienae voluntati, alieno sibi nutu vivendum esse; caeterum illae, si volunt, Pontificem adeant, captivos esse facillime impetraturas. Conveniunt in unum ambae, iracundia ac pietate simul adductae: Pontificem adeunt, captivos deposcunt. Interea Michelottus, sceleratorum improbissimus, improborum sceleratissimus, Alfonsum tale secum facinus evolventem atque indignantem suffocat. Redeunt a Pontifice mulieres, armatos ad cubiculi fores inveniunt, qui eas aditu prohibent et Alfonsum periisse denuntiant. Confinxerat enim neque veram neque verisimilem fallaciam tanti facinoris artifex Michelottus, Alfonsum periculi magnitudine consternatum, quod homines affinitate sibi et benevolentia conjunctissimos, jure ne an injuria, eripi a se conspexisset, exanimatum in terram decidisse atque ex eo vulnere, quod capiti inflictum fuerat, large sanguinem effluxisse sicque illum efflasse animam. Mulieres indignissimo casu perterritae, metu perculsae, dolore consternatae, vociferatione, plangore ac foemineo ululatu domum complent; haec virum clamat, haec fratrem, nec lacrymis finem faciunt. Sepultus est miserrimus adulescens sine ulla exsequiarum pompa nocte intempesta in divi Petri templo intra sacellum Calisto III Pontifici dedicatum. Quaeris fortasse, et quis fuerit parricidii author, et quam maxime ob causam Pontificis gener interemptus sit; facinoris authorem supprimo, suspitionem aperio. Ajunt plerique, ut a captivis postea compertum est, Alfonsum, Neapolitanis quibusdam ascitis, in Pontificis atque ejus fllii necem conjurasse, idque cum antea saepe fuisse molitum, tum vero maxime acceptis paulo ante vulneribus. Verum enimvero quis adulescentem peregrinum sine armis, sine ullo denique praesidio, contra Pontificem atque ejus filium, rerum dominos, multis copiis, maximo comitatu praesidioque circumseptos conjurasse existimet? Nemo, cui pensi quicquam sit, hoc facile credat. Sedenim, sive id ipsum fuerit, quod Borgiadae omnes adfirmant, sive quod Caesar Valentinus eam dirimere necessitudinem voluerit, quae inter Neapolitanum regem atque Pontificem summa erat, tam nefando parricidio, ut Gallorum factionibus, quibus propter affinitatem paulo ante initam maximopere studet, seque suosque omnes adjungeret, sive quod aliqua inter eos simultas ignota caeteris odia nutriebat, sive quod Pontifex una cum filio, novandarum in Italia rerum cupidissimus sit, quaecumque hujusmodi crudelissimae necis causa fuerit, mihi satis comperta non est. Illum certe regulum, Pontificis generum, regis filium, regis fratrem, regis nepotem, potentissimi denique Hispaniarum regis propinquum, Romae in ipsis soceri aedibus, in aula prope Pontificia, non longe a Pontificis oculis, quodque teterrimum est, a ontificis stipatoribus interdiu constat interfectum fuisse. Et quis Romae vivat? Et quis Urbem exoptet? Nemo equidem, sive hic nobilis, sive ignobilis sit. Nobilem ipsa nobilitas cruciat ac nominis amplitudo; ignobilem ipsa tenuitas obscurat ac deprimit. Divesne an pauper Romae degat? Neuter profecto. Illum divitiae pessumdant periculisque objiciunt saepenumero; hunc paupertas torquet assidue atque exanimat. Erimus itaque, Manfrede mi suavissime, nostra hac mediocri sorte contenti eaque laetissime perfruemur; et quando rempublicam prope ruentem sustinere ac tueri qui possit minime vult, qui velit minime potest, incolumitati nostrae, quantum fieri poterit, consulemus. Vale. Romae, XIII Septembris M. D.

Ragguagli sulla vita
e sulle opere di Marin Sanuto

著者
Jacopo Vincenzo Foscarini
初版
1837年
出版社
Alvisopoli
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 Il Sanuto si presenta come lo Scott degli Storici; compiacendosi come Sir Walter delle giostre, delle feste, e delle narrazioni piacevoli, e di dolce pietà. La bravura del romanziere consiste in una imitazione del vero, e una delle prime leggi inculca questa verità, cioè, che i dettagli i più minuti si sanzionano colla bacchetta magica del tempo, ma tali si cercano in vano nelle pagine degli Autori contemporanei, ed i Compilatori che non sono nè storici, né romanzieri non possono trovarne, e non sanno bene inventarne; ma di questi Marin ne abbonda, e come prova, copio qui un passo spettante al rapimento d'una bellissima donna mantovana del principio del secolo decimo sesto, la di cui scomparsa fu attribuita a quello spagnuolo celeberrimo Cesare Borgia; e per ispiegare l'interesse preso dalla Repubblica in questo scandolo osserverò che il marito della Caracciolo era capitianio delle infanterie della Repubblica; ed ella veniva da Urbino per trovare il marito in Gradisca. Vol. 3, f. 1033. " Adi 19 fevrer A. D. 1501, in Colegio.

 Collegio. È il canale per cui s'introducono al Senato tutti gli affari più importanti. In esso convengono i Consiglieri, i capi della Quarantia Criminale, i Savj grandi, i Savj di terra-ferma, e i Savj degli Ordini, i quali tutti formano il pien Collegio. Qui leggonsi lettere pubbliche, si ascoltano Ambasciatori, e si decidono diverse cause di pubblico interesse. I Consiglieri e i Capi di Quaranta con titolo di Serenissima Signoria spediscono altre cause di Delegazioni civili tra particolari".
Estratto dalla Cronaca Sacra e Profana.

Di Cervia

 Cervia città della Romagna sotto il potere della Repubblica, ove risiedeva un Podestà Patrizio Veneto. Cessò di appartenere al Veneto Dominio dall'epoca della Lega di Cambray.

dil Podestà di 17, come a aviso quelli feno il delicto quella note (del 14 febraro 1501) cavalchono come dispersi, e trovò uno nostro contadin a piedi, qual li fo la guida; erano cavali 10, ben in hordine, con balestri e zaneti armati e ben a cavallo, et erano do done che molto si battevano e lamenlavono, scapigliate di l'horo capelli e aveva con l'horo cavalli 4, et una mulla senza alcuno suso, et si feno guidar a Galiano, mia do di Cesena, in casa di Nicoluzo di Galiano homo di villa, e li butò zoso la porta e feno schavalcar la dona meza aberata; fe far focho e aparechiò da cena. Lei dimandava dove mi menevi risposeno non zerchate, sete in bone mano, et in migliore anderete, dove con summo desiderio seti aspettata. Lei diceva chi è costui? rispondevano: basti Madona, non cerchate altro, e la se mangiar con pianti e gemiti assai. Lei non voleva manzar, la minazarono, e li foforza tolesse uno ovo, poi so posto a dormir con la compagna sua, e quella dona moglie del contadin; e la dona (la Caracciolo) non so maculata in quella note. La matina fato giorno, montorio a cavalo con cavalli 8, do erano partiti la note; e menò via la mulla dòve lei cavalchava, e andono con una guida nuova, qual fo el vilan, et alozono ala volta di Franpuolo via va a Forlì.

 Fra Cesena e Forlì pare che fosse questo luogo; almeno la Caracciolo fu rapita tra i confini del porlo Cesenatico e Cervia (Ved Marin Sanuto Diari in data del 16 febraro 1501); ma non trovo il luogo citato nelle carte della Romagna; forse coll'andar di tre secoli avrà cambiato di nome, o perduta la esistenza.

Et dice erano tutti Spagnuoli, e dice il villano li disse: sono spagnuoli dil Ducha, e li mostrò uno col dedo, dicendo e grande apresso il Ducha, e stava a Cesena, si che la cossa è marza".
 Poi la accoglienza fatta da Cesare Borgia in Imola al Secretario del Consiglio di Dieci ed all'Ambasciatore francese, spediti tutti due da Venezia per far la reclamazione della bella mantovana, la mostra delle camicie lavorate della sua mano, l'assicurazione del Duca al Manenti, che le belle della Romagna non si erano mostrate tanto crudeli per necessitare tali violenze, la sua posizione alla pergola, sono tutti dettagli che conciliano sede, e ci rendono per quasi dire presenti in Imola al Lever di questo Duca della Romagna.
 "Vol. 3, A. D. 15o 1. f. 1 o39, adi 24 sevrer. In colegio vene l'Orator di Franza ritornato dal Duca Valentimo etc.: za erra venuto questa matina, qual veneno insieme Alvise Manenti secretario nostro. et dito orator; reseri sapientissime quello a facto a Imola, e prima, come scrisse a monsignor di Trans, poi zonto a Ravenna andò a Imola, se scontrò nel Manenti secretario, lo feritornar, trovò monsignor di Alegra capitano, e il Manenti andò dal Ducha, et altamente si dolse dil inzuria fata al Roy e ala Signoria dil rapto della dona dil capitanio dile fanterie, dicendo: non doveva farlo, pregando per il meglio volesse restituir la dona.
 "Esso Ducha si scusò con parole grandissime, zurando nulla sapeva, nè mai l'aria fato, e la gran obligation ala Signoria nostra; bene è vero à saputo il caso seguito, et par, sia stato uno Diego Ramyres hyspano capitano suo di 3oo fanti, qual stete col ducha di Urbin, et era innamorato in ditta dona ch'è mantoama, e li mostrò certe camise lavorate, lei li havia donate, et questo Carlevar erano stati in solazi a Urbin; el qual Diego, e dove sia, nol sa; ma à scrito per tutto, e a Roma, e in le sue tere, si asecuri di star, et lo vuol piar, e far una gram justicia di lui, et quando ben havesse la dona, non la daria senza far taliusticia, scusandosi assai etc. etc."

Memorie istoriche di Rimino e de' suoi signori: ad illustrare la zecca e la moneta riminese

著者
Francesco Gaetano Battaglini
初版
1789年
出版社
Lelio dal Volpe
引用サイト
Google Books

 Et sic quod ad ipsos Žannem Guillielmum & Malgaritam fuerit & sit finita ejus tutela, il detto Zanne stato tutore avendo chiesto, secondo lo statuto di Rimino, a Francesco Migliorati di Cremona, giudice delle cause civili del Comune, che fosse destinato un curatore a rivedere l'amministrazione da sè tenuta, ed effendo tutto ciò efeguito, ne riporta fine, e quietanza. Dal qual documento e mi sembra aversene a conchiudere un fallo del correttore del Parti, il qual è di tal forte, che quello stesso Gianni di Malatestino, rinnovato di case nella contrada di San Tommaso nel 1352, é morto e a dire del Clementini, prima del 1358. venga immedesimato con altro Gianni, o Zanne, nato da Malatesta suo figliuolo, e da Agnesina de' Faitani parecchi anni più tardi.
 Ora da queito Gianni, e da Lucrezia di Galeotto de ' Malatesti, discendente da Giovanni il zoppo, nacque Giovanni, quello, che Governatore in Cesena nel 1431, quando da Giovanni di Lamberto fu suscitata la ribellione contro i Signori di Rimino dal popolo sollevato, che fi mostrava zelante pe' suoi legittimi Signori, fu altretto a chiuders in rocca ; e conosciuta poi la fedeltà sua fu dallo stesso Galeotto Roberto Signor di Rimino spedito á Fano per calmare alcro simile sollevamento. Furono in fomma quefti Signori di Sogliano oltre modo cari a ' Signori di Rimino, Gianni il padre fu uno de' primi destinati da Sigismondo Pandolfo a reggere il baldachino nel ricevimento, ch' ei fece in Rimino nel 1433. a Sigismondo Imperatore, il quale da Giovanni, e Malatesta, figliuoli di Gianni, fu accompagnato sino al Cesenatico, e là servito la notte al luogo detto la Boscabella nella lor villa di Villalta. Vivca Gianni ancora nel 1437. addi is. di Luglio, quando, secondo i rogiti di Francesco Paponi, ottenne da Sigismondo Pandolfo, e Malatesta novello, Signori di Rimino, in perpetuo governo per sè, e figliuoli, e nepoti maschi legittimi, e naturali Caftrum Tornani & Serre cum suis jurisdictionibus ac mero & mixto imperio & gladii poteftate G omnibus pertinentiis ; quod caftrum pofitum eft in provincia Montisferetri quibus caftris Tornani 6 Serre latera funt versus Or. curia castri montisfloris, verf. mer. curie caftrorum Malje Manentium & Talamelli, versus feptem. curie castrorum rontugnani 6 Savignani Provincie Montisferetri, versus acc. curie castrorum Talamelli G Perticarie, perchè viceversa Magnificus Zannes promifit fe fuosque filios G nepotes effe bonos & fideles recommendatos ipsorum DD. de Malatestis. Che anzi nel giorno stesso Sigismondo Pandolfo, a nome ancora del fratello, dedit & alignavit in dotem & nomine doris Spectabili viro Jobanni Zannis de Malatestis de Sogliano pro se suisque filiis & nepotibus legiptimis & naturalibus Masculini sexus tantum ex caufa matrimonii contracti inter ipsum Johannem & nob. dňam dňam Imperiam magnifici viri Alberici de Brancaleonibus de castro durante ad regendum & gubernandum Castrum sci Martini in Converseto cum sua curia in provincia Romandiole Vicariatu fci Archangeli cui latera versus Or. curia caftri burgorum, versus m. curia castri S. Jobannis in Gallinea, versus S. curia castri Roncofrigidi, versus Oc. curia castri Sogliani. Item caftrum Pondi cum ejus curia quod nullius existit diecefis in valle Galliade de jure enfiteotico Monasterii S. Illarij de Galliada, cui latera versus Or. curia caftri Spinelli custri Coline, versus m. curia castri Valbone, versus oc. curia castri fce foffie, versusS. curia caftri Planeti, salvo vicariatusemper ipforum DD. de Malatestis. La qual notizia fece forse scrivere al Clementini, che nel 1438. Sigismondo maritò Imperia figliuola di Almerigo Brancaleoni da Castel- Durante Cittadino Riminese a Giovanni di Zanne de Malatesti Conte di Sogliano, a cui diede in dote li castelli di S. Martino in Converseto e di Pondo. Ma li ha a tenere, che quel matrimonio non seguiffe di fatto, e che Giovanni fi prendeffe poi ia moglie Isabella di Luchino de ' Visconti di Milano, e la Brancaleoni s'accasasse con Antonio di Francesco di Candulsino da Urbino. Tanto ne accenna un atto di Sante d'Andrea da Seravalle nel nostro Archivio, per cui nel 1455. addì 12. di Giugno Magnifica venerabilis ó generosa Dña Dña Isabella nata qñ magnifici & spectabilis Militis dñi Luchini de Visecomitibus de Mediolano G qr confors magnifici viri Johannis de Malatestis de Sogliano donavit magnifice & generose Dñe Dñe Jobanne nate qñ magnifici viri Alberici de Brancaleonibus & mihi notario recipienti nomine & vice magnifice generoje Dře Date imperie om diéti Magn. Alberici ac conforlis Mugnifici viri Antonij irincisci Canilulfini de Urbibino omnia jura que hattie polit in pagis retentis per Illinum Dominium Venetorum de decem millibus ducatis exiftentibus in monte o camera imprestitorum difti Illői Dominij sibi relictorum per dictum dňum Lucbinum olim ejus patrem in vita ipsius dñe Isabelle. I non avendo dunque avuto effetto l'alligrazione di que' governi in conto di dote, Sigismondo, e Malateita novello, secondo i rogiti del Paponi, addi 29. di Decembre del 1441. allegnarono nondineno a Gianni il padre, che ancor vivea in conmil governo per lui, e figliuoli, e discendenti maschi legittimi, c naturali quello fietro Castello di San Martino in Converseto, notato tra i medeni confini, & hoc ideo fecerunt quia versa vice in compensationem di&tus magnificus Dñus Zannes Allignavit & confignavit libere & abjulute prefeto Magn. Dảo Dão Sigismundo & fuis beredibus Cuflrum Spinelli cuin ejirs curia ú cum omni juo jure & jurisdictione ac mero bo mixto imperio & gladii potejlute á cum omnibus fuis pertinentiis, quod Custrum cum sua curia poxitum eft in vulle Galiate, cui castro Ġ curie latera funt versus Or. curis Veffe, versus mer. curia Castri Valbone, & Villa Valanfüre, versus occ. curia caftri Pondi, versus sep. curia Petriline.
 Ebbe Gianni, siccome avvertimmo più addietro, oltre a Giovanni un altro figliuolo nomato Malatesta, i quali al par di lui mancarono prima delli 4. di Decemb. del 1452. Perocchè da ' protocolli di Sante d'Andrea haili fotto quel giorno una consegna in folutum ad Isabella de ' Visconti uxori qñ magnifici viri Gianis noinine magnificorum virorum Caroli qm Johannis de Malatestis de Sogliano & Andriti qň Roberti de Malatestis de Sogliano heredum bone memorie magn. Gianis de Malatestis de Sogliano. Fu Roberto, o Ramberto altro figlio di Gianni.
 Si tenne Carlo per qualche tempo in benevolenza di Sigismondo Signor di Rimino, cui fece dono addi 28. di Giugno del 1453; per atto del Paponi, d'una casa, ch' e' tenea in Rimino in contrata see columbe seu fii martini a IIJ. lateribus vie a IIIJ. beredes magistri Serafini Fisici, intitolandosi Magnificus vir Carolus qñ Jobannis Zannis de Malatestis de Sogliano Sogliani et.

記載日

 2011年9月17日