Dispacci di Antonio Giustinian – I

著者:アントーニオ・ジュスティニアーニ
発行:1876年

DisPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. Proprieta degli Editor 1. DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN AMBASCIATORE VENETO IN ROMA DAL 1502 AL 1505. PER LA PRIMA VOLTA PUBBLICATI io A PASQUALE VILLARI. VoLUME I. FIRENZE. SUCCESSORI LE MONNIER. 1876. 107772-B ALLA MEMORIA DI AD0LFO BONASI E LUCIANO BAROZZI ALUNNI DELL'ISTITUTO su PERioRE DI FIRENZE. Il lettore mi chiederà certo: Chi sono questi due ignoti? Ed io non posso dare che una sola risposta: Sono due giovani morti lavorando, nel fiore degli anni, degni d'acquistare la fama a cui aspiravano; ma condannati invece dal destino ad un eterno oblìo. Noi, professori e scolari, che li avemmo compagni di lavoro, restammo come at territi al pensiero di non poter mai raccontare nulla di loro, che li rendesse noti appresso ai posteri. Dirò qui brevemente come io li conobbi, li amai e li vidi scomparire dal mondo. Un mattino freddo e piovoso di novembre, dell'anno 1869, picchiava al mio uscio un giovane sconosciuto, che mi veniva incontro come un vec chio amico, dicendo: – Professore, il mio destino è nelle sue mani, e si decide in questo momento. – Come? – Ieri l'altro, a tarda sera, mentre ero in mezzo alla mia povera famiglia, mi per GiustiNiAn. – I. - ta II ALLA MEMORIA venne a Carpi, che è il nostro paese nativo, let tera urgentissima d'un mio professore di Liceo, che diceva: Domani cominciano gli esami di con corso per i sussidii nell'Istituto superiore di Fi renze. Se tu persisti nel divisamento di darti alle lettere, parti nell'istante, e recati dal professore Villari. Quantunque io avessi la febbre, che ancora non mi ha lasciato, pure partii; e, viaggiando la notte ed il giorno, sono arrivato qui da lei. Se ella non mi ammette alle prove del concorso già co minciato ieri, dovrò quest'anno pigliare altra via, e lasciare per sempre le lettere, che la povertà non mi permetterebbe di studiare. – Questo giovane era Adolfo Bonasi. In verità, se io lo ammettevo al concorso, ventiquattro ore dopo il tempo sta bilito, gli altri concorrenti ai sussidii avrebbero forse avuto qualche pretesto di lamento. Ma egli era povero, e i giovani sono generosi. Il Bonasi fu ammesso, ottenne il sussidio, e nessuno fiatò. Si pose allo studio con grandissimo ardore. In sul principio, non esercitato punto allo scrive re, non sapeva di dove rifarsi per cominciare un qualche lavoro. Poi, invece, gli era venuta la febbre dello scrivere, e datosi più special mente agli studi storici, mi chiese un argo mento da servire per la tèsi finale. Io gli proposi una biografia di Caterina Sforza, e subito fu a far ricerche nell'Archivio, nelle biblioteche di Fi renze, preso da un ardore divenuto febbrile. Non DI ADOLFO BONASI E LUCIANO BAROZZI. III s'incontrava mai per via, che non entrasse a par lare del suo lavoro, e pareva che non potesse mai fermarsi dal discorrerne. Andò ad Imola ed a For lì, per visitare quei luoghi e farvi ricerche, e tutto ciò in mezzo alle più dure privazioni, dovendo vivere col solo sussidio di lire sessanta mensi li, che cessavano nei mesi delle vacanze, i quali erano per lui mesi di fame, tanto più dura, in quanto la sua famiglia era di nobile origine, ed egli per indole portato anche ai piaceri della vita. Nondimeno era sempre lieto, sempre ridente, e il suo lavoro suppliva a tutto. Arrivò finalmente il giorno degli esami finali, e letta la prima parte, già compiuta, della biografia, ottenne il diploma che lo abilitava all'insegnamento delle lettere e della storia. Non andò guari che il governo gli offerse il posto di professore in un Liceo. Così fra poco sarebbero cessate per sempre le dure e con tinue privazioni. Quando però doveva accettare il nuovo uffi cio, io lo chiamai e gli dissi: – Bonasi, il vo stro lavoro non è anche finito, ed a me sembra che un altro anno di studii vi sarebbe assai utile. Pensateci bene. Da un lato v'è un impiego ono revole, che farebbe cessare per sempre le vostre privazioni, ma gli studii non sono ancora giunti a maturità; da un altro lato, il mio consiglio vi offre ancora un anno di miseria e lavoro. Attendo risposta fra una settimana. – E la risposta mi fu IV ALLA MEMORIA data sorridendo: – Professore, abbraccio la mise ria. – Ed il povero Bonasi si rimise all'opera con raddoppiato zelo. Era intanto seguìto un fatto a me ignoto. Preso d'amore per una giovanetta, egli aveva dovuto, dopo breve tempo, far forza a se stes so, e metter fine alla sua passione, consigliato a ciò dagli amici, e persuaso non tanto dal biso gno di lavorare senza distrazioni, quanto dal pen siero che la sua povertà lo avrebbe fra poco co stretto ad andare insegnando di paese in paese, con uno stipendio, massime nei primi anni, suf ficiente appena ai bisogni d'un solo. Ed ora tor nato allo studio, corsero subito i medesimi amici ad avvertirlo, che quella giovanetta era mortal mente malata di tifo, che nel delirio lo chiamava, e che i medici di ciò lo volevano avvertito. Egli era allora tormentato molto da una tosse durata più mesi, e divenuta sotto gli esami più insi stente; ma, senza pur ricordarsene, corse, assi stè la moribonda di giorno e di notte, dormendo sulla sedia, accanto al letto, dove gli si attaccò ben presto ed assai più fiero lo stesso male, che dopo poco era divenuto mortale. Quando io en trai nella sua cameretta, gli occhi sembravano uscire dall'orbita, le labbra e la lingua già livide duravano fatica ad articolar le parole, le mani tremanti si spingevano verso di me, come per ab bracciarmi. – E che cosa avete fatto, – diss'io, DI ADOLFO BONASI E LUCIANO BAROZZI. V sforzandomi a sorridere per incoraggiarlo, – di Caterina Sforza? – Eccola, professore, sta lì sul tavolino, poveretta! Ma non dubiti, che appena guarito non la lascerò un momento solo: mi ci getterò a corpo morto. – Dopo pochi giorni noi accompagnavamo silenziosi alla tomba il cadavere di Adolfo Bonasi. L'infelice giovanetta, inconsape vole di quanto era accaduto, ignara d'aver comu nicato la morte al desiderato compagno, restò lun gamente come priva dei sensi. Pure, dopo lungo penare, guarì. Non andò molto, e dovemmo assistere ad un'altra tragedia. Nell'anno 1868 s'era presentato all'Istituto, per fare gli esami di concorso, un gio vanetto che sembrava pieno di vigore e di salute. Alto della persona, aveva occhi vivissimi, capelli folti e disordinati, un sorriso continuo ed ingenuo. Pieno sempre di fiducia e di speranza, ogni volta che qualche cosa gli andava male, diceva a se stesso: Coraggio, torniamo alla prova. Ed accom pagnava le parole ponendo la sua lunga mano nei capelli, e levandola poi in alto con un suo gesto abituale. Compiuti gli studi liceali, a lui era stato forza, per povertà, mettersi a fare in Sassuolo, suo paese nativo, il maestro elementare. Ardeva però del desiderio di percorrere gli studi universitarii, e si presentava quindi all'Istituto. La sorte gli fu allora avversa, e fallì la prova; ma egli, fatto co raggio a se stesso, tornò a fare il maestro ele VI ALLA MEMORIA mentare, s'apparecchiò di nuovo, e presentatosi l'anno seguente vinse il concorso. Questi era Luciano Barozzi. Invasato proprio dalla febbre del lavoro, studiava il giorno e la notte, dava le zioni private, aiutava la propria famiglia, dirigeva gli studi della sorella lontana, perfino leggeva e spiegava il giornale ai popolani che stavano vi cino alla sua casa. Il suo progresso fu mirabile davvero; in poco tempo egli era il primo di tutti nel latino, nel greco e nel sanscrito. Quasi nello stesso tempo, in cui il Bonasi aveva scelto ad argomento della sua tèsi la vita di Caterina Sforza, il Barozzi mi chiese un altro soggetto, ed io gli proposi la vita di Lorenzo Valla. Questo erudito d'ingegno assai originale, questo filologo, critico e filosofo novatore, s'im padronì talmente dell'animo del Barozzi, che per due anni esso non pensava e non sognava che del Valla. Corse tutte le biblioteche di Firenze, scrisse a tutti gli amici per raccoglier notizie e trovar manoscritti, nè era possibile staccarlo mai dal suo lavoro. Quando i compagni, temendo della sua salute indebolita dal troppo studia re, lo sforzavano a qualche gita, egli cedeva solo a patto che gli permettessero di portar seco le Eleganze del Valla, per poterle qualche volta leggere; quando andavano la sera a passeggiare Lung'Arno, egli d'altro non parlava. – Il Barozzi ci fa ingoiar tanta di quella sua Vallitel – sole DI ADOLFO BONASI E LUCIANO BAROZZI. VII vano dire i compagni ridendo. Gli esami finali furono splendidi. Il suo scritto, sebbene richie desse ancora l'ultima lima, era condotto quasi a termine; formava un grosso volume, ed ottenne grandissimo plauso da tutto il Corpo accademico. Per due ore egli discusse con eloquenza, con ar dore quasi febbrile, padrone come era del suo soggetto. Ebbe con voti unanimi la piena lode, e si concepirono di lui grandi speranze, che furono speranze vane. Quel giorno io ero assai lontano dal supporre che le sue forze si fossero già piegate sotto il peso dell'eccessivo lavoro, e lo pregai d'andare in Bi blioteca a prendere per me alcuni appunti. Egli andò senza indugio, ed incontrato un amico, gli dis se: – Mi sento male, male assai. Non so come finirà. – Perchè non vai subito a letto? – È impossibile, debbo andare in Biblioteca: me lo ha chiesto il professore. Se non vado ora, chi sa! – La sera trovai sul mio tavolino gli appunti scritti con mano tremante, e li conservo ancora come una sacra reli quia. Il giorno dopo seppi che il povero Barozzi sof friva di getti di sangue. Quando lo vidi, era già trasformato, e la malattia si mutò subito in una tisi pericolosa e rapida. La sua casa si vedeva piena di gente; tutti lo amavano, tutti lo assistevano, e i popolani del quartiere chiedevano di colui che spie gava loro i giornali, con singolare premura. Il caldo di Firenze era eccessivo, e lo menarono perciò a VIII ALLA MEMORIA Sassuolo sua terra nativa; nell'autunno però biso gnava che fuggisse quell'aria fredda, andasse a Pisa e poi al mare, avesse la compagnia di qualcuno de' suoi. Ma come fare? Chi avrebbe soccorso alla sua povertà, ora che non poteva più lavorare? Fu allora che una mano ignota venne largamente in aiuto, ed a lui non mancò nulla di ciò che occorreva. L'inverno lo passò a Pisa, la state a Viareggio, e la madre era con lui. Ogni due o tre mesi arrivava un vaglia postale di provenienza, in un modo o in un altro, celata, e portava i mezzi pel trimestre venturo. Chi era? Erano i compagni di studio, alcuni dei quali, poveri quanto lui, si leva vano di bocca il pane per aiutare l'infelice amico. E bisognava vedere la gioia con cui erano fatte quelle privazioni, l'entusiasmo ed il mistero con cui si raccoglievano quei danari, la prodigalità con cui si gareggiava di sacrifizii. Io che avrei voluto infon dere nobili sentimenti nei giovani, mi sentivo esal tato dalla loro generosità, ed invece di renderli migliori, venivo dal loro esempio reso migliore io stesso. Anche ora la memoria di quei giorni esalta il mio spirito, e le immagini di quei giovani animati da una insolita e segreta compiacenza, mi parlano un linguaggio che la penna non può tra durre sulla carta. Era la state, ed il Barozzi, ripassando come l'ombra di se stesso per Firenze, sempre col suo lavoro, sempre con la speranza di finirlo e li DI ADOLFO BONASI E LUCIANO BAROZZI. IX marlo, tornava a Sassuolo. Colà il suo male s'ag gravava assai. Una sera, dopo aver dato ancora uno sguardo ai suoi fogli, andò a letto. Si provarono ad aiutarlo, perchè molto più debole del solito; ma non volle. Quando fu adagiato, il suo respiro si sen tiva appena. Il padre s'accostò a lui, e tese l'orec chio; il figlio, guardandolo e levando in alto la scarna mano, fece il solito gesto, e disse: – Co raggio, babbo, coraggio! – E voltatosi dall'altro lato, cessò di respirare per sempre. Ecco chi erano Adolfo Bonasi e Luciano Ba rozzi. I loro nomi sono sacri per sempre alla morte ed all'oblio. Io li pongo in fronte a questi volu mi, con un sentimento che potrebbero capire sola mente coloro che riuscissero a formarsi un'idea dei legami che s'erano stretti allora fra i pro fessori e gli scolari dell'Istituto, in mezzo ad una lotta che continuava da un pezzo, e sembrava che non dovesse mai cessare. - La Sezione di lettere dell'Istituto era fiera mente combattuta da ogni lato. Alcuni la volevano vedere soppressa, perchè credevano inutile o dan nosa la fondazione d'una nuova scuola d'insegna mento superiore in Firenze; altri erano stizziti, perchè il suo statuto la dichiarava superiore alle Università. Di giorno in giorno, alle convinzioni oneste e sincere, s'erano, come suole, unite me schine gelosie, e la guerra procedeva con ardo re. Il Corpo insegnante, che non aveva fonda X ALLA MEMORIA to, ma aveva trovato l'Istituto, voleva mutarlo da una specie di Accademia, in cui si facevano discorsi ad un pubblico avventizio e variabile, in una scuola, nella quale veri e proprii alunni, dopo corsi ed esami regolari, pigliassero gradi accade mici, continuando poi a perfezionarsi. E come que sto era appunto ciò che poteva render certa l'esi stenza della nostra Sezione, così era naturale che la guerra divenisse allora più fiera che mai con tro di essa, e più particolarmente contro di me che ne ero il Presidente, e che avevo proposto la riforma da tutto il Consiglio accademico secon data e sostenuta, dal ministro Coppino approvata. Fermo nel mio divisamento, io non mi lasciai punto scoraggiare, avendo già fatto esperienza di queste medesime idee, nel riordinare la Scuola Normale Superiore di Pisa, che dava ormai assai buoni frutti. - Noi avevamo da qualche anno cominciato in Firenze i nostri corsi regolari, moltiplicate le le zioni, dati gli esami e raccolto un buon numero d'alunni, i quali, eccitati dalla lotta, s'erano stretti intorno ai professori, lavorando con uno zelo, con un ardore eccessivo, che non riusciva possibile frenare. Noi li vedevamo impallidire, piegare sotto il peso della fatica; dovevamo qualche volta aspra mente rimproverarli delle notti vegliate, e spesso lo facevamo invano. Il Barozzi ed il Bonasi ci fa cevano assai temere della loro salute. Eppure sen DI ADOLFO BONASI E LUCIANO BAROZZI. XI tivamo ripetere ancora: – Istituto senza scolari, uditori che vanno a divertirsi! – Quali sentimenti, quali affetti nascessero allora fra noi, non è pos sibile dirlo, non è possibile capirlo a chi non li ha provati. Di tanto in tanto correva di nuovo la voce, che i corsi dell'Istituto sarebbero stati sospesi, gli alunni mandati a casa, e i profes sori chiamati altrove. Rammento che il Barozzi allora mi soleva guardare, e ponendo al solito la lunga mano nei folti capelli, diceva ridendo: – Poveretti! È la rabbia che li fa parlare. La verità trionferà nonostante. Non ce lo hanno i professori insegnato sempre? Quando pubblicheremo i no stri lavori, vedranno se gli scolari ci sono e se studiano. Allora taceranno. – Pur troppo egli non potè pubblicare il suo lavoro! Quei tempi sono ormai passati. Oggi le con dizioni dell'Istituto Superiore sono mutate. La sua esistenza non è più minacciata, non man cano più i mezzi necessarii al lavoro, e nella no stra Sezione è cresciuto assai e crescerà ancora il numero degli scolari, e molti illustri professori vi furono chiamati. Questo si deve alla genero sità e fermezza del Comune e della Provincia di Firenze, sempre fedele alle sue tradizioni di cultura e di civiltà. Ma per noi i giorni più belli resteranno sempre quelli della lotta, del pericolo e delle accuse continue ed ingiuste. Quei giorni di lavoro tanto pertinace e tanto mal compensato, XII ALLA MEMORIA di affetto sempre crescente e d'indomita fede, non torneranno mai più. Quale sarà l'avvenire non può dirsi da alcuno; ma se, come è da sperare, non mancheranno la perseveranza nel lavoro, la costanza e la fede, non è certo impossibile che anche la nostra Sezione dell'Istituto venga un giorno da tutti riconosciuta come una gloria della città di Firenze. Se allora qualcuno anderà a rin tracciarne le origini, troverà che questa scuola potè costituirsi principalmente, perchè vi fu un nucleo di giovani che sentirono altamente la di gnità della scienza e dell'insegnamento, che fe cero onore ai loro maestri, stettero fermi al pro prio dovere, e finirono così col dar forza agli amici, e col conquistare i loro medesimi avver sarii. E si troverà che fra questi fondatori del l'Istituto spetta il posto d'onore al Barozzi ed al Bonasi, morti come soldati sulla breccia, soste nendo l'onore della propria bandiera. Il giorno dei loro pubblici esami fu quello del nostro mag giore trionfo; da quel giorno l'esistenza della no stra scuola non fu più messa in dubbio da alcuno. La storia non ricorderà i loro nomi, che resteranno smarriti nelle tenebre, dove noi solamente li vedia mo splendere d'una luce che consola il nostro spiri to, donde solo a noi arriva la cara voce che ci ripete anche oggi: Coraggio, avanti; non ci occu piamo di chi non ci comprende. Quando le loro immagini sorgono improvvise dinanzi a noi, il be DI ADOLFO BONASI E LUCIANO BAROZZI. XIII nevolo sguardo dilegua ogni basso pensiero, cal ma ogni rancore, leva ogni amarezza dall'animo. La tradizione che essi fondarono, vivrà eterna fra gli alunni dell'Istituto, nel cuore dei quali non morrà mai la memoria di Luciano Barozzi e Adolfo Bonasi. E il cuore dei giovani è un Pan teon più sacro degli altri. PREFAZIONE. Incomincerò dal dire quale fu l'origine di que sta pubblicazione. - Occupato da qualche tempo a fare delle ri cerche intorno alla vita ed ai tempi di Niccolò Machiavelli, mi trovai subito dinanzi la tragica famiglia dei Borgia, e fui, senza quasi avveder mene, trascinato a cercare nuovi documenti e no tizie anche intorno ad essa. Era perciò naturale che non mi sfuggissero i dispacci di Antonio Giu stinian, appunto allora ambasciatore veneto a Roma. Il suo nome trovasi più volte registrato nelle storie del tempo. Ne parla il Guicciardini, ne parlano gli storici veneti, e i Diarii di Marin Sanudo contengono molti sunti di dispacci da lui scritti nelle sue varie ambascerie, fra cui quella di Roma è certo la più importante. Il Gregorovius, nella sua Storia di Roma, citava alcuni brani dei dispacci romani, dai quali era facile argomentare la grandissima importanza che avevano; ma nes XVI PREFAZIONE, sumo pareva che avesse potuto o voluto esami narne la intera collezione. Questa trovavasi riunita ed ordinata a Venezia, nell'Archivio dei Frari, in un Codice del tempo, che l'Austria aveva gelosa mente custodito, poi portato a Vienna ripassando le Alpi nel 1866, e finalmente restituito all'Ita lia. La grande importanza del Codice non poteva sfuggire all'egregio direttore di quell'Archivio, Tommaso Gar, il quale appunto lo aveva ripor tato da Vienna, e sembrava volesse pubblicarlo, come io ne fui avvertito dal mio amico e collega, il professore Adolfo Bartoli. Ma le gravi occupazioni del suo ufficio, la mal ferma salute, e la difficoltà di trovare un editore lo fecero esitare tanto, che la morte venne a troncare per sempre tutti i suoi disegni. Non molto dopo passai per Venezia, e volli finalmente vedere ed esaminare il voluminoso e prezioso Codice. Trattavasi di 1223 lettere, scritte non meno di una, e qualche volta anche due o tre per giorno. Io volevo, come era naturale, sempli cemente sfogliarle, per cavarne le notizie che mi occorrevano. Ma con mia maraviglia arrivai fino quasi alla metà del volume, senza poter saltare una sola linea, trascinato nella lettura da una in consapevole ed insaziabile avidità. A quel punto Alessandro Borgia era morto, continuavano inter rottamente le notizie del Valentino, s'apparec chiava l'elezione di Giulio II; lo scopo delle mie PREFAZIONE, - xVII ricerche non aveva allora più luogo; ma io con tinuai la lettura del Codice sino alla fine. Certo la seconda metà dei dispacci non solletica ugual mente la curiosità del lettore; la loro importanza, però, sia per la storia politica d'Italia come per quella di tutta Europa, nel periodo che precede e prepara la Lega di Cambray, è sempre grandis sima. Così io fui indotto a domandarmi: Non sa rebbe utile agli studiosi la pubblicazione di que sti documenti? Non li leggerebbero essi con la stessa avidità e profitto con cui li ho letti io? La risposta non poteva essere dubbia. Ma l'impresa, a cui dovevo accingermi, non era punto agevole per me. Era prima di tutto necessario trovare un edi tore che volesse pubblicare tre volumi di dispacci diplomatici, scritti in italiano veneziano. E questi non si potevano certo copiare e dare alle stampe senz'altro, ma avevano bisogno d'essere illustrati con note e documenti nuovi; oltre di che, per evitare le inutili ripetizioni, occorreva darne una buona parte semplicemente in sunto. Sebbene già dato ad altri lavori, che non potevo abbandona re, e distratto da occupazioni diverse, io tro vai la cosa di tale e tanta importanza, che mi posi all'opera, sperando nell'aiuto di dotti amici, i quali, come noterò più sotto, mi soccorsero in fatti largamente dei consigli e dell'opera loro. E quanto all'editore, i Successori Le Monnier che, imitando il loro predecessore e socio, hanno dato GIUSTIniAn. – I. b xvIII PREFAZIONE. alla luce tante opere importanti, riconobbero fa cilmente l' utilità di questa, e ne assunsero la spesa. Così ha finalmente avuto luogo una pub blicazione la quale, se io non vado errato, offre materiali nuovi e di grandissima importanza alla storia moderna. Ora dirò qualche breve parola del Giustinian e de suoi dispacci. La famiglia, o più veramente le famiglie Giu stinian, erano fra le più illustri di Venezia, e la loro origine si fa ascendere fino a Giustinia no II, imperatore d'Oriente. Ben presto essi s'an darono moltiplicando a segno che, nella guerra cominciata l'anno 1170 dalla Repubblica contro l'Impero greco, si affermò che combatterono e morirono non meno di cento di essi. Allora, ag giungono le storie, si sarebbe estinta tutta la stirpe gloriosa dei Giustinian, se non ne fosse restato uno solo, Niccolò, monaco benedettino, nel suo convento sul Lido di Venezia. Per co stui fu ottenuta la licenza di prender moglie; ed esso, dopo avere avuto parecchi figli, tornò alla vita monastica, alla quale si dette allora anche la moglie. E di nuovo i Giustinian moltiplicarono per modo, che si contarono più tardi sino a cinquanta famiglie che portavano quel nome, e si pretese che, in un medesimo tempo, arrivassero a sedere nel Gran Consiglio fino a dugento di essi. Certo in tutto questo racconto, che pure è ripetuto da molti storici, s'è andata mescolando qualche leg PREFAZIONE. XIX gendaria amplificazione. Fuori d'ogni dubbio è però l'antica nobiltà della stirpe, che ha illustrato la storia veneta con molti fatti gloriosi nella poli tica e nelle armi. Nè meno sicura è la sua grande fecondità, che la divise e suddivise in un numero sempre maggiore di famiglie, le quali più tardi poi, quasi colpite di sterilità per la decadenza della Repubblica, s'andarono estinguendo. Infatti, verso la fine del secolo XVII, non meno di quaranta di queste famiglie erano scomparse, ed ai giorni no stri si ridussero a quattro solamente. “ Durante gli ultimi anni del secolo XV e i primi del XVI, due furono i Giustinian ambascia tori e politici di molto grido, Sebastiano e Anto nio, che erano però di diverse famiglie, e neppure legati fra loro da stretta parentela. Discendevano ambedue da Marco Giustinian, vissuto nella se conda metà del secolo XIV; ma i due rami della famiglia sin d'allora restarono divisi. Nato da Marino e da una Gradenigo l'an * Tutte queste notizie si trovano, come abbiamo già detto, ac cennate in molti storici; ma esse sono anche riunite nel Preliminary Account of the Giustinian Family, etc., che il sig. Rawdon Brown ha premesso ai dispacci di Sebastiano Giustinian, da lui pubbli cati in due volumi, col titolo: Four Years at the Court of Henry VIII. Selection of despatches written by the Venetian Ambassador Seba stian Giustinian, translated by Rawdon Brown: London, Smith, Elder and Co., 1854. Vedi anche il Litta, Famiglie celebri. Il Ro .manin, nell'accennare a questi fatti, osserva anch'esso che non si può in tutti i particolari credere alla loro storica esattezza. Vedi la sua Storia documentata di Venezia, vol. II, pag. 89. º Litta, Famiglia Giustinian. -XX PREFAZIONE. no 1460, Sebastiano era provveditore e capitano di Rimini l'anno 1492, ambasciatore in Ungheria l'anno 1500. Tornato di là nel 1503, fu successi vamente vicedomino in Ferrara, ambasciatore in Polonia, e poi governatore in Brescia nel 1509, quando per le guerre provocate dalla Lega di Cam bray si trovò esposto a non pochi pericoli. Nel 1511 combatteva vittoriosamente nell'Istria, alla testa della cavalleria albanese contro le forze im periali, che si ritirarono nel 1512. Ed allora andò a domare la ribellione scoppiata nell'Illiria. Dal 1515 al 1519 fu ambasciatore in Inghilterra presso En rico VIII, e scrisse i dispacci tradotti e pubblicati poi da R. Brown. Nel 1526 fu ambasciatore presso Francesco I, e nel 1540 procuratore di San Mar co. Il 13 marzo 1543 finalmente morì in età di 83 anni. “ Questa vita avventurosa e varia era assai co mune fra i patrizii veneti, e non differisce molto da quella del nostro Antonio Giustinian, uomo d'ingegno ed autorità anche maggiore di Seba stiano. Egli era figlio di Polo (Paolo) e di Alba Querini; ma l'anno della sua nascita non è noto con precisione. Dovette tuttavia aver luogo fra il 1461 ed il 1466, giacchè sappiamo che suo padre * Vedi R. Brown, opera e luogo citato. * Un altro esempio può vedersene ancora nell'opera: La vie d'un patricien de Venise au seizième siècle, par Charles Yriarte. Paris, E. Plon et Compagnie, 1874. PREFAZIONE, XXI prendeva moglie appunto nel 1461, e che egli provava nel 1484 d'avere già compiuto i 18 anni, per avere la balla d'oro, che dava diritto d'entrare nel Gran Consiglio prima d'aver toccato l'età le gale.” Nel 1494 provò d'aver compiuto i 25 an ni, e fu eletto auditore vecchio delle sentenze. Se questi ufficii però si ottenevano facilmente e quasi per tradizione dai giovani patrizii, quello che ot tenne nel 1498, lo dovette solo al suo merito per sonale; giacchè, presentatosi al concorso aperto per la cattedra di filosofia e teologia istituita in Venezia, ebbe a competitori Pietro Pasqualigo, Iacopo Michiel, Lorenzo Bragadin, e vinse la prova. ” All'insegnamento egli attese con onore alcuni anni; ma ben presto dovette abbandonarlo, per tornare alla vita politica, a cui era chiamato dalla sua condizione sociale e dal suo carattere. Nomi mato ambasciatore in Spagna, rinunziò al nuovo sti pendio, per non lasciare ancora la cattedra; ed il 24 gennaio 1500/, con un decreto molto lu * Discendenze patrizie, Raccolta Cicogna, tomo VII, n. 515, pag. 284, nel Museo Correr di Venezia. – I libri d'oro, nell'Ar chivio dei Frari, cominciano, per le nascite, il 1506, pei matri moni, il 1526. º Avogaria di Comun, Balla d'oro, vol. III, c. 199. Archivio dei Frari. º Fattosi inscrivere ad probam lecturae philosophiae il 12 ot tobre 1498, restò eletto il dì 6 novembre. Collegio Notatorio, 4489-99, c. 178 t. Archivio dei Frari. Cicogna, Iscrizioni venezia ne, vol. I, pag. 161. XXII PREFAZI0NE. singhiero per lui, * otteneva l'intento che questa gli fosse conservata fino al ritorno, con l'obbligo però di affidare, mella sua assenza, l'insegnamento ad um supplente. Tutto ciò per altro valse solo a dargli diritto di sedere in Senato, dove lo troviamo du rante quell' anno,* senza che per allora partisse. Il giorno 9 febbraio fu, invece, eletto ambasciatore a Roma presso papa Alessandro VI;* il 21 maggio ebbe la commissione, * e il 2 del seguente giu * « MCCCCC]i diexxiiij ianuarii. Designatus fuit superioribus. diebus Orator noster ad Serenissimas et Catholicas Hispaniarum Maiestates, vir nobilis Antonius Justinianus, doctor, publice legens in hac Urbe logicam, philosophiam et theologiam; qui cupiens in hac importanti legatione, nullo habito respectu, libenti animo inservire, personam et facultatem pro charissima patria optulit exponere, modo etiam erga se benigne et clementer provisum sit, in servando scilicet eius loco ad reditum usque legationis prefate. » Unde habita maxima consideratione præstantissimarum partium eiusdem nobilis nostri, et optima dispositione serviendi. Dominio nostro absque aliqua utilitate et premio; » Vadit pars, quod locus predictus lecture logice, philo • sophie et theologie, quem in presenti, maximo cum decoro Reipublice nostre obtinet, eidem nobili nostro servetur et de creto Senatus servari debeat ad reditum ipsius, absque omni peni tus contradictione, obstaculo vel impedimento, cum salario, pre rogativis et conditionibus omnibus cum quibus impresentiarum reperitur. Eius autem loco interim ipse ser Antonius provvidere debeat de uno alio, qui legat lectiones ipsas, laudando et con firmando per Serenissimum Dominum Ducem et Collegium no strum. » — Senato, Terra, Reg. M4, pag. 62. Archivio dei Frari. * Priuli, Genealogie, vol. VI, pag. 5755. Archivio dei Frari. * Senato, Secreti, Reg. 38, pag. 20M. * Le ambascerìe erano affidate sempre ai nobili e non si po tevano ricusare; la elezione veniva fatta assai prima che fosse spedita la missiva, in modo che spesso seguivano nell' intervallo mutamenti, eleggendo per altra ambascerìa colui che ancora non era partito. PREFAZIONE, XXIII gno scrisse la sua prima lettera dalla città eterna. Ivi restò un triennio circa, come solevano gli am basciatori veneti, e scrisse la corrispondenza che noi pubblichiamo in questi volumi, e della quale diremo più basso qualche parola. Dall'ambasceria di Roma egli tornò in patria con una grande riputazione d'uomo di Stato, e da quel momento fu sempre adoperato dalla Repub blica in ufficii gravissimi. Dopo avere il 25 gen naio 1506/, sposato Elisabetta di Alvise (Luigi) da Mula, lo troviamo il 23 aprile dello stesso anno eletto podestà di Bergamo, e molte volte tra i Savi di Terraferma. Ma seguiva allora la Lega di Cambray, e la Repubblica, costretta a sostenere una guerra eroica contro tutta l'Europa collegata ai suoi danni, ebbe bisogno dell'opera e del co raggio di tutti i cittadini. Antonio Giustinian tro vavasi provveditore a Cremona, quando nella ter ribile battaglia d'Agnadello (14 maggio 1509) l'esercito veneziano fu disfatto dai Francesi, e il capitano generale Alviano restò ferito e preso. Nè ciò bastava, chè la Repubblica si trovò nello stesso tempo assalita dal Papa, e minacciata dall'Impera tore. Ridotta a così pessimo partito, non abban donò l'idea di continuare l'eroica difesa; ma per º Avogaria di Comun, Contratti di nozze, lib. I, c. 37 t. Il contratto nomina Orsato e Giacomo, fratelli d'Antonio. º Secretario alle voci, Reg. 7, c. 56 t. Suo successore fu Alvise Garzoni. XXIV - PREFAZIONE. non avere a lottare contro tanti nemici in una volta, s'abbandonò disperata ai piedi dell'Impe ratore, a cui inviò il Giustinian con incarico di chiedergli pace a qualunque patto, offrendo di cedere le provincie di Terraferma recentemente conquistate all'Impero, e di riconoscere da esso le altre, pagando un tributo di 50,000 ducati an mui. “ Altre pratiche si fecero col Re di Francia e con la Spagna. A questo proposito, il Guicciardini riporta un'orazione di Antonio Giustinian all'Imperatore, e dice d'averla fedelmente tradotta dall'originale latino. Da molti scrittori essa è stata giudicata apocrifa, inventata cioè dal Guicciardini per odio contro i Veneziani, i quali di fatto non vollero mai tenerla per autentica. E veramente da un lato il Giustinian non potè aver salvacondotto per arrivare insino all'Imperatore, e quindi non potè parlargli; da un altro lato l'orazione riportata dal Guicciardini è umile quasi fino all'abbiezione, assai poco degna della Repubblica Veneta e di quel l'Ambasciatore che, ne suoi dispacci di Roma, sostenne sempre con fierezza il decoro del go verno che rappresentava. Se non che l'originale latino dell'orazione fu trovato fra le carte di Niccolò Machiavelli da Giuliano de' Ricci suo ni º Romanin, Storia documentata di Venezia, tomo V, libro XIII, cap. 3, pag. 217-19. Guicciardini, Storia d'Italia, ediz. Ro sini, vol. IV, lib. VIII, cap. 2, pag. 44. PREFAZIONE. 3xXV pote, il quale la riporta copiata nel voluminoso Priorista che lasciò manoscritto, e ne conferma l'autenticità contro le accuse fatte dai Veneziani al Guicciardini. Si può invero facilmente supporre che fosse scritta dal Giustinian, quando egli s'ap parecchiava a partire, prima di sapere che non sa rebbe stato ricevuto dall'Imperatore. Ma essa resta sempre una cosa assai povera, lavoro d'un eru dito di secondo ordine ; e non farebbe mai indo vinare l'evidenza, l'acume, la dignità che s'am mirano nei dispacci di Roma, scritti dallo stesso autore, nel solito italiano veneto che usavano i po litici e gli ambasciatori della Repubblica. Di questi meschini esercizii rettorici son del resto frequenti gli esempi nei solenni e pubblici ricevimenti di quel secolo. “ Tutte queste trattative diplomatiche non val sero a nulla, e la guerra continuò fierissima contro Venezia. Il dì 11 luglio 1509 Antonio Giustinian fu nominato vice-luogotenente del Friuli, essendo costituito provveditore generale Gianpaolo Grade nigo. “ Ivi egli dovette resistere agli assalti delle forze imperiali che furono vittoriose, ed il 28 lu glio 1511 fu di nuovo eletto ambasciatore all'Im * Priorista di Giuliano de' Ricci, il volume che tratta delle famiglie del Quartiere di S. Spirito, a c. 263 t. Il Codice è del secolo XVI, e trovasi nella Biblioteca Nazionale di Firenze. Il Ricci raccolse molte notizie biografiche e molti scritti del Machia velli. - º Senato, Secreti, Reg. 42, c. 22 t. XXVI PREFAZIONE, peratore, senza riuscire neppure questa volta a concludere nulla. * Il 19 ottobre 1511 fu nominato ambasciatore in Spagna, ma non vi andò, perchè il 5 febbraio 1511/, ebbe un ufficio, che era allora d' assai maggiore gravità e responsabilità; fu cioè nominato provveditore col carattere di provveditor generale, a Brescia, º nel momento in cui Gastone di Foix lasciava quella città per correre a liberare Bologna assediata dal Papa e da Raimondo di Cardona. I pochi Francesi restati a Brescia si ritirarono nella fortezza; i Veneziani entrarono armati, aspettando ben presto il ritorno dell'esercito nemico, ed An tonio Giustinian assunse il suo ufficio in questi gravissimi momenti. Gastone di Foix, vero ful mine di guerra, tornò col suo esercito vittorioso, assai prima che non era aspettato; e, dopo una eroica e sanguinosa difesa dei Veneziani e del po polo, Brescia fu presa il 20 febbraio, saccheggiata per due giorni, e per altri esposta all'avarizia, º Senato, Secreti, Reg. 44, c. 39 t. Qui trovasi menzionata la elezione; ma il Cappellari (Campidoglio Veneto, 2, D.L., cl. XVI, Biblioteca Marciana) dice che il Giustinian non fu ricevuto dall'Im peratore nè la prima nè la seconda volta. Il Litta conferma che neppure in questa seconda ambasceria si potè concludere nulla, perchè il Giustinian ebbe un salvacondotto di soli otto giorni. Egli suppone che l'orazione riportata dal Guicciardini fosse scritta per questa ambasceria, giacchè nella prima, arrivato a Roveredo, il Giustinian tornò indietro; ma l'ipotesi non ci par confermata dal contenuto della orazione. - º Senato, Secreti, Reg. 44, pag. 69t. º Senato, Secreti, Reg. 44, c. 103-104. - PREFAZIONE. XXVII - libidine e crudeltà dell'esercito conquistatore. La strage fu immensa, essendo morti, secondo il Guicciardini, 8000 uomini, tra popolo, soldati e Veneziani. Molti furono allora i prigionieri d'importan za, fra i quali Andrea Gritti ed il nostro Giusti mian, che sino al 1513 restarono in Francia. Ma Luigi XII volendo, dopo essere stato cacciato dal l'Italia, ripigliare allora la guerra, liberò il Giu stinian, e lo mandò a Venezia come mediatore di un'alleanza colla Repubblica, offerendole la re stituzione del territorio perduto. Iniziate felice mente le trattative, sopraggiunse Andrea Gritti, liberato anch'esso col medesimo fine, e s'arrivò così al trattato di Blois. In quel medesimo anno il Giustinian fu mandato a congratularsi per la nuova elevazione al trono del Sultano Selim I, che vide in Adrianopoli. Dopo alcuni anni, cioè il dì 8 maggio 1517, fu eletto ambasciatore in Fran º Guicciardini, vol. V, pag. 83-4. º Romanin, Storia documentata di Venezia, vol. V, lib. XIII, pag. 277. Il Guicciardini (vol. V, lib. XIII, pag. 203-04) parla solo di Andrea Gritti; ma è certo che questi fu preceduto da A. Giusti nian. Infatti Sebastiano Giustinian scriveva da Londra il dì 14 marzo 1516 (Four Years, etc., vol. I, pag. 193-94), come egli, parlando con Enrico VIII, gli avesse ricordato, che il re Luigi XII « mandò il magnifico Antonio Giustinian, che era allora prigio » niero in Francia, ad offrirci pace con la restituzione di tutto » il nostro territorio; ed egli fu seguito dal nobilissimo Andrea » Gritti, del pari prigioniero di Sua Maestà. » º Senato, Secreti, Reg. 45, pag. 127. XXVIII PREFAZIONE. cia presso Francesco I, il 28 settembre ebbe la commissione, ed ivi restò fino agli ultimi del 1519. In quel tempo era ambasciatore a Londra presso Enrico VIII Sebastiano Giustinian, che più volte scrisse con molta deferenza e stima del suo col lega, e che il 10 ottobre 1519, nel fare in Senato la relazione finale, « lodò il suo collega, il magnifico » messer Antonio Giustinian, toto cordis affectu, » facendo di lui ogni lode, esaltando i suoi molti » meriti, e parlando di lui con ogni possibile affe » zione. » Nei Diari di Marin Sanudo si trovano, come abbiamo già detto, diversi sunti dei dispacci scritti dal nostro Giustinian, ed anche lettere di altri che parlan di lui con stima.” Il 22 agosto 1522 “ fu mandato a Roma con Vincenzo Capello, Alvise Mocenigo, Marco Foscari e Pietro Pesaro, per prestare obbedienza al nuovo papa Adriano VI. “ Dopo di ciò non lo troviamo menzionato in altri ufficii o avvenimenti d'impor tanza. Cessò di vivere nel 1528. " Senato, Secreti, Reg. 47, c. 56-77 t. e 147 t. * R. Brown, Four Years, etc., vol. II, pag. 319. º Un esempio può vedersene nei Documenti tratti dagli ine diti Diarii di Marin Sanudo, opuscolo pubblicato in occasione di nozze. Venezia, G. Cecchini (figlio), 1874, pag. 23. * Il 25 aprile di quell'anno ebbe un figlio, Marco; il 16 gen naio 1507 ne aveva avuto un altro, Francesco. Vedi Litta, Fami glie celebri. * Senato, Secreti, Reg. 49, pag. 116. - " Così dicono il Priuli, loc. cit.; il Cicogna nelle Discendenze patrizie, tomo VII, num. 1515, pag. 284; il I.itta, Famiglie ce lebri. PREFAZIONE, XXIX -, Ed ora veniamo a dir qualche breve parola di questi dispacci, sui quali non occorre distenderci molto, ponendoli noi sotto gli occhi del lettore. Prima di tutto ricordiamo che fino ad ora moltis sime sono le Relazioni di ambasciatori veneti date alla luce, ma assai pochi i Dispacci (qualche volta confusi con le relazioni), quantunque l'importanza di questi sia per la storia assai maggiore. Le re lazioni infatti, secondo un decreto del 1268, che ne rinnovava forse uno più antico, si facevano di nanzi al Senato, in iscritto, e qualche volta a voce, quando l'ambasciatore tornava dalla sua missione, che non poteva durare più di tre anni, quantum que potesse essere rinnovata. Oratores in reditu dent in nota ea quae sunt utilia dominio: questa era la prescrizione della legge. Si trattava di giu dizii retrospettivi, di reminiscenze, di considera zioni generali che avevano valore più o meno gran de, secondo il merito dell'ambasciatore. Ciò che s'era visto e ciò che s'era udito ripetere da altri, veniva mescolato senza che vi fosse opportunità di distinguerlo, e molto meno di determinare la di versa credibilità dei discorsi uditi. I dispacci, in vece, scritti ogni giorno per informare il Senato, ma indirizzati invece al Consiglio dei Dieci ed ai Capi di esso, se confidenziali e segreti, descrivono assai spesso fatti veduti; ripetono i discorsi tenuti * Vedi A. Reumont, Della diplomazia italiana dal secolo XIII al XVI. Firenze, Barbèra, Bianchi e C., 1857, pag. 166. XXX PREFAZIONE. o ascoltati poche ore prima, determinando sempre le persone; e i giudizii vengono formulati sotto la viva impressione del momento. Essi sono perciò una sorgente storica assai più genuina e primitiva, perchè più vicina ai fatti di cui ragionano. E tut tavia scarsissimo è il numero di quelli che vennero pubblicati, mentre delle relazioni venete abbiamo una serie estesa, se non compiuta. Molte son forse le ragioni di ciò, ma princi palissime sono due. La prima è che le relazioni, assai minori di numero, percorrono in poco spa zio un gran periodo di tempo; si possono copiare e dare alla luce con qualche nota solamente. Ma i dispacci si numerano a centinaia, anzi a migliaia; han bisogno d'essere scelti, illustrati, e spesso dati solo in sunti o estratti. A questo s'aggiunge, che la serie ordinata di essi comincia nell'Archivio dei Frari dalla metà circa del secolo XVI, ed è in parte smarrita o perduta. Ma questa seconda difficoltà, che potrebbe sembrare insuperabile, trova pure qualche rimedio nell'uso invalso presso gli amba sciatori veneti, assai più generalmente che non si crederebbe, di tener copia esatta di tutti i dispacci che mandavano. È singolare che ciò fosse permesso da un governo, che era pur tanto severo e geloso; ma il fatto, secondo il signor R. Brown, non si può « It seems to have been a general practice to retain a copy » for the family library or muniment room (the Archivio) of the » ambassador himself. » R. Brown, op. cit., Introduction, pag. XI PREFAZIONE, XXXI v mettere in dubbio. Certo è che molte di queste copie si diffusero sin dal secolo XVI nelle pubbli che e private biblioteche, e così pure alcuni di spacci veneti furono dati alle stampe sin d'allora. Il signor R. Brown potè pubblicare la corrispon denza che Sebastiano Giustinian aveva scritta dal l'Inghilterra, appunto perchè trovò la copia fatta dallo stesso segretario dell'ambasciatore, di tutti i 226 dispacci che questi aveva scritti. E noi pos siamo ora pubblicare i 1223 dispacci che Antonio Giustinian scrisse da Roma, perchè una copia di essi, compiuta e del secolo XVI, trovasi nell'Archi vio dei Frari, mentre dei dispacci originali si rinvenne solo qualcuno di quelli che, essendo di maggiore importanza politica e più gelosi, furono indirizzati ai Capi dei Dieci, fra le cui carte si conservano ancora. È possibile che la copia, di cui ci serviamo, venisse eseguita nella Cancelle ria stessa della Repubblica, trovandosi nell'Archi vio copiati delle medesime mani altri documenti. Come abbiamo già notato più sopra, quan tunque tutti i dispacci che pubblichiamo, abbiano molta importanza storica, pur non v'è dubbio al cuno che quelli i quali parlano dei fatti relativi ad Alessandro Borgia ed al duca Valentino, de stano di gran lunga maggiore curiosità. Ed in vero, se cominciassero qualche anno prima, poco altro ci resterebbe a desiderare intorno ai Bor gia; perchè avremmo notizia esatta dell'uccisione XXXII PREFAZIONE. del duca di Gandia, dell'assassinio del duca di Bisceglie, della vita di Lucrezia Borgia e degli scandali a cui essa dette origine. Pure così come sono, e sebbene il primo di essi porti la data so lamente del 4 maggio 1502, cioè appena un anno e tre mesi prima della morte di Alessandro, noi osiamo affermare che fra tutti i documenti pub blicati intorno ai Borgia, questi sono i più auten tici ed importanti, quelli che finalmente ci per mettono di giudicarli con sicurezza e precisione. Infatti la stessa celebre relazione dell'ambascia tore Paolo Cappello, pubblicata dall'Albèri, narra spesso fatti seguiti quando l'autore non era in Roma; egli scorre rapidamente su molte cose, senza distinguere ciò che veramente ha visto, da ciò che ha udito e da chi. Gli storici poi e i cro misti del tempo troppo spesso raccolsero alla rin fusa le mille cose che allora si ripetevano dei Borgia. Di grande importanza sarebbe stato certamente il Diario del Burcardo, se non si fossero sollevati mille dubbi intorno alla sua autenticità e veracità. Questi dubbi, è vero, vennero recentemente da nuove pubblicazioni ridotti in confini sempre più angusti; ma pur non cessavano del tutto. Nè è uno dei minori pregi dei nostri dispacci il venire a con fermare la perfetta esattezza di molte narrazioni del Burcardo, sino nei più minuti particolari (come abbiamo spesso osservato nelle note), dando così al celebre Diario nuova autorità. PREFAZIONE, XXXIII Antonio Giustinian, come in generale quasi tutti gli ambasciatori veneziani, s'occupa ne'suoi dispacci solo di politica, notando e raccogliendo tutti i fatti, la cui conoscenza poteva riuscire di qualche utilità alla sua Repubblica. Egli non si mostra dominato da alcun odio particolare contro i Borgia, pei quali ha piuttosto un grande di sprezzo, che gli riesce assai difficile nascondere. Si ferma il meno che può su fatti personali e scanda losi, anzi pare accennarli con disgusto, quando, come a sua insaputa, entrano nella narrazione, e sembrano fotografarvisi da se stessi. In ciò, ed anche nel modo con cui ragiona di politica, egli ap parisce assai diverso dagli ambasciatori fiorentini. Questi sono vaghi di aneddoti ed anche di pet tegolezzi scandalosi, descrivono con maravigliosa evidenza, discutono tutto, analizzano i caratteri, vogliono indovinare le intenzioni e fare considera zioni generali, il che dà ai loro scritti un pregio letterario grandissimo. Il nostro Giustinian, inve ce, è tutto dato alla politica, e sembra credere i troppo minuti particolari e gli aneddoti al disotto della sua dignità di veneto ambasciatore; nè si crede lecito fare troppe induzioni o formulare giudizii generali. Suo ufficio, egli lo ripete mille volte, è solo raccogliere con sicuro criterio i fatti, e sottoporli al governo della Repubblica, cui spetta giudicare e decidere. Quando egli ha delle istruzioni precise, allora GIUstiNIAN. – I. C XXXIV PREFAZIONE. discorre largamente, e cerca con mirabile acume di raccogliere le notizie che la Repubblica deside ra; nota le parole, i gesti, l'espressione dei per sonaggi che gli sono davanti. Quando non ha esplicite istruzioni, non si lascia mai trasportare dalla voglia di parlare o d'indagare, nè mai lascia indovinare i suoi pensieri. Il duca Valentino aveva preso Camerino; il Papa, fuori di sè per la gioia, accennava ripetutamente, ma vagamente, alla op portunità di una futura alleanza con Venezia. « In » risposta di quanto è scritto, Principe Serenissi » mo, ambulavi super generalissimis, se il Pontefice » andò super generalibus. » . Quando gli Orsini congiurarono contro il Duca, il Papa, che ne era sbigottito assai, voleva chiedere aiuto a Venezia, ma non osava: « mottiza e non s'esprime fuori. » E continuava: – Nei bisogni si conoscono gli amici. Che ne pensate voi, Ambasciatore? – E questi: – Penso che è una gran fortuna che la Santità Vostra abbia molti danari, perchè così può sempre avere tutte le genti che vuole. – Non una, ma molte volte Alessandro VI propose alleanza con Venezia, per fare, diceva egli, Italia tutta « de uno pezzo» contro gli stranieri, che stanno a bocca aperta per ingo iare quel che resta ancora libero. Questi discorsi, o poco diversi, ripetuti dal Valentino, furono pro babilmente quelli che fecero tanta impressione sul * Disp. del 22 luglio 1502, vol. I, pag. 66. * Disp. del 23 ottobre 1502, vol. I, pag. 467. PREFAZIONE, XXXV l'animo del Machiavelli. Il Papa sembrava abban donarvisi in modo da non sapersi più fermare, e « pareva el pèto se li aprisse, e che dal cor, non » da la boca, li usissero le parole. » . Ma l'Amba sciatore veneto, che non aveva incarico alcuno di trattar questa materia, e che sapeva benissimo come Sua Santità fosse solita sempre aliud dicere et aliud sentire, mutava discorso, e girava largo. Scrivendo, osservava poi al Doge, che in tutto ciò il Papa, già molto vecchio, aveva per unico fine l'assicurare, per mezzo della serenissima Re pubblica, lo stato al Valentino, anche dopo la sua mOrte. Ma se il Giustinian rifugge dal fare discorsi inutili, non è perciò meno evidente nel descrivere; e se poco gli piace il fantasticare, il suo acume nel l'indagare i fatti e notare i più fugaci segni che scuoprono le intenzioni, è maraviglioso. Quando il Machiavelli seguiva, appunto in quei giorni, il Va lentino in Romagna, esso, infino all'ultima ora, non sapeva prevedere quali potessero essere le conseguenze dell' accordo, cui erano venuti gli Orsini dopo la congiura, nè quali fossero le ripo ste intenzioni del Duca. Questi, è vero, celava il suo animo ben altrimenti del Papa, che, sebbene gran simulatore e dissimulatore, pure parlava troppo e si tradiva quando meno voleva. Comun “Disp. ai Dieci, del 15 novembre 1502, vol. I, pag. 219. XXXVI PREFAZIONE, que sia di ciò, è certo che il Giustinian, fin dal principio, avvertiva la Repubblica che il Borgia voleva «mozzarle ali alli Orsini, per restar lui solo » padrone della sinagoga. » “ Sentito l'accordo, scriveva subito che questo era solo un pigliar qualche mese di tempo « alla festa. » . Gli Orsini, egli diceva, possono essere «molto ben certi de » aver tolto el tossego a termene. » * Nè infatti s'ingannava. Andato dal Papa, per tastar terreno, questi parlò delle cose di Romagna, ma « dell'ac » cordo nullum verbum. » E dopo aver riferito il discorso, l'Oratore conclude: « Ho voluto dechia » rir tutto l'ordine et il modo alla Sublimità Vo » stra, e se possibile fosse, voria depenzerli la » cosa inanti li occhi, perchè el modo fa molte » fiate vegnir li uomini in cognizion dell'intrin » seco più che le parole. Dico el modo, perchè » questo è stato da tutti notato e fatto iudicar, » che la cosa (l'accordo) sia fatta più per repu » tazion che per la verità. » 'Queste parole danno una giusta idea della norma che s'era imposta il Giustinian, il quale neppure qui pretende d'indo vinare le intenzioni segrete del Papa; ma solo le nota quando appena si tradiscono, e riferisce la interpetrazione data da tutti alle parole di lui. * Disp. del 6 agosto 1502, vol. I, pag. 83. * Disp. del 24 settembre 1502, vol. I, pag. 123. * Disp. del 6 novembre 1502, vol. I, pag. 198. * Disp. del 4 novembre 1502, vol. I, pag. 193-94. PREFAZIONE. XXXVII F nel ciò fare è sempre così esatto e preciso, che la evidenza del racconto non perde nulla per la sua riserva, e ne guadagna invece moltissimo la fedeltà storica. A seconda che il Valentino procede nella sua sanguinosa impresa di Romagna, il Papa è fuori di sè per la gioia; loda la « grandezza d'animo » del suo Duca, e d'altro non vorrebbe mai parlare. Infatti, radunato il Concistoro per annunziare i pro speri successi degli Ungheresi contro il Turco, parlò invece del suo Duca, e, avvertito dal cardinal di Santa Prassede, che v'erano altre notizie da dare, fece prendere le lettere; ma poi, «pur continuando » la materia che più li agrada, si domenticò di » far lezere le lettere de Ongaria. » “ Quando in vece il Duca, a cui manda 1000 scudi al giorno, non va innanzi con sufficiente rapidità, il Papa è fuori di sè per lo sdegno, e « cum gran collera » et indignazion, ben tre fiate disse forte, che » tutti li adstanti l'alditeno: – Al fio de putta » bastardo! – et altre parole in spagnolo, tutto » stizzoso. » º - Il 31 dicembre 1502 il Valentino entrò in Si nigaglia, dove a tradimento capitarono nelle sue mani Paolo e il duca di Gravina, ambedue degli Orsini, Oliverotto di Fermo e Vitellozzo Vitelli. I due ultimi furono strangolati la notte stessa, gli * Disp. del 29 luglio 1502, vol. I, pag. 76. * Disp. del 23 dicembre 1502, vol. I, pag. 284. XXXVIII PREFAZIONE. altri più tardi. E il dì 1 gennaio, il Papa, dopo la messa, chiamò gli oratori che v'erano, e, pre senti i cardinali, annunziò che il Duca era entrato in Sinigaglia, e che quelli di dentro s'erano ar resi. « E qui disse, la natura del Duca esser di » non perdonar a chi li fa ingiuria, nè lassar ad » altri la vendetta: e menazò ali altri che lo » avevano offeso, et in particolare disse di Oli » verotto, el quale el Duca avea zurato in ogni » modo de apicar con le sue proprie mani, s'el » poteva mai metterli le mani addosso. Ditto che » ebbe nostro Signore questa nova, ognuno, se » gondo el consueto, si allegrava cum lui, e chi a » un modo e chi a un altro li grattavan le orec » chie; di che lui molta dilettazion ne pigliava, » e, dilatando le fimbrie, intrò in un gran cantar » della virtù e magnanimità del Duca. » . Questa descrizione non ci fa conoscere l'animo del Papa, meglio di molte considerazioni? Cominciarono subito gli arresti in Roma, fra cui primo quello del cardinale Orsini, finora ac colto sempre come intimo dal Papa. Questi, sapu tasi ormai da tutti la nuova dello strangolamento di Oliverotto e Vitellozzo, la raccontava aperta mente al Giustinian, dicendo d'una congiura sco perta e confessata, per la quale si faceva ora il processo agli altri che, se colpevoli, sarebbero Disp. del 1 gennaio 1503, vol. I, pag. 298. PREFAZIONE, XXXIX stati puniti del pari. Perciò, volendo anch'esso scoprire il vero della cosa, aveva fatto arrestare il cardinale Orsini. E ne parlò in modo da manife star chiaro, « l'animo suo esser de farlo morir. » Farà forse morir prima l'abate d'Alviano, per dar luogo a qualche deposizione come quella che rac contava contro Vitellozzo e Oliverotto, « la qual » narrandome questa mattina, pareva che lui me » demo dicesse de narrar un fignento; e pur » l'andava colorando come meglio poteva. » º In mezzo a tutto ciò, mentre il Papa con tinuava gli arresti, ed apparecchiava lo stermi mio de' suoi nemici, l'animo suo era lieto, la sa lute eccellente, ed egli s'abbandonava alle feste carnevalesche. Il 29 dicembre aveva passata tutta la notte col cardinale Orsini, cenando e giocan « do, fin appresso zorno nelli consueti solazzi » del Pontefice, intravegnendove dame, senza le » qual in questo palazzo, al tempo presente, non » se ne fa festa che diletti. » * Tutti biasimavano la cecità del cardinale, che sembrava volesse da se stesso « intrapolarse; » ” ma nessuno pensava che non dovessero passar neppure cinque giorni, ed il Papa l'avrebbe arrestato in Vaticano, fa cendo votare il palazzo di lui di tutto ciò che v'era dentro, e la madre « cazzada de casa con * Disp. del 4 gennaio 1503, vol. 1, pag. 305-6. * Disp. del 30 dicembre 1502, vol. I, pag. 295. º Ibidem, XL PREFAZIONE. » quello che l'aveva indosso. ». E dopo ciò il Papa se la passava a guardar maschere dalla finestra; * e quando i Conservatori di Roma si gettarono ai suoi piedi, cercando pietà per la cittadinanza spaventata dal timore che ognuno aveva d'essere arrestato e strangolato o avvelenato, esso « per » trazersi più ioco di loro, li disse che attendes » sero a far feste et altri solazzi in questo car » levar. » . Durante il qual carnevale, egli stette sempre tra le feste, non volendone « lassar niuna » per faccende che occorrano. » . Il 21 febbraio l'Ambasciatore veneziano lo vide assistere ad una commedia recitata in pubblico, tra molti cardi mali, alcuni con l'abito cardinalesco, altri in ma schera, « con quelle compagnie che soleno gra » dar al Pontefice, e qualcuna ne era a piedi del » Santo Padre. » Ed intanto il duca Valentino strangolava in Ro magna, ed il Papa strangolava ed avvelenava in Ro ma. Il cardinale Orsini, Troccio, Iacopo Santacroce ed altri molti scomparivano dal mondo: i danari che i più ricchi fra loro lasciavano, erano subito portati in Vaticano. Nella notte dal 10 all'11 aprile 1503 moriva improvvisamente il cardinale di Sant'Angelo (Michiel), avvelenato al solito, come Disp. del 5 gennaio 1503, vol. I, pag. 309. * Disp. dell'8 gennaio 1503, vol. I, pag. 324. “ Disp. del 7 gennaio 1503, vol. I, pag. 321. “ Disp. del 22 febbraio 1503, vol. I, pag. 06. “ Disp. del 21 febbraio 1503, vol. I, pag. 404. PREFAZIONE. XLI da ognuno si diceva. La casa fu subito svali giata, e tutto portato in Vaticano, pel valore di 150,000 ducati tra danari, argenti e tappez zerie. L'Ambasciatore veneto scriveva l'11 aprile, che, andato al Vaticano, trovò « tutte le porte ser » rate, e Nostro Signor occupato in contar de » nari. » . Il 13 aprile fu chiamato dal Papa, il quale « per darme ad intender, come se io ghel » volesse creder, che non avesse avuto più da » nari dal quondam reverendissimo cardinal Mi » chiel, mi condusse in una camera, dove si » contavano i danari, i quali non furono più di » ducati 23,832, dicendome: – Vardate, Ambas » sador, tutta questa terra è piena che avemo » abudi in contadi da 80 in 100,000 ducati del » cardinal; e tamen non avemo trovati se non » questi. E domandava el testimonio de quelli che » eran lì, quasi ch'el fosse gran cosa, che loro » el dovessero servir de una busia. » * Intanto il Papa aggiungeva che nel Veneto trovavasi un messo del cardinale con molti danari, e pregava la Repubblica, perchè lo pigliasse e glielo conse gnasse.” Il 2 agosto 1503 l'Oratore scriveva, che dopo una malattia di soli due giorni, era morto il cardinale di Monreale, nipote del Papa. « Per la * Disp. dell'11 aprile 1503, vol. I, pag. 175. * Disp. del 13 aprile 1503, vol. I, pag. 478-79, º Ibidem, - XLII PREFAZIONE, » morte del quale el Pontefice ha abuto una bona » zera, benchè li fosse nepote, però che aveva » fama de aver denari et anche zoie per assai » denari, oltre mobilie de casa, del qual l'era ot » timamente in ordine. » Ed andato al Vaticano, non ebbe udienza, « chè Nostro Signore si excusò » esser fastidito per la morte di questo cardi » mal suo nipote, et el fastidio doveva esser in » contar danari e manizarzogie. » “ Il giorno dopo esso aggiunge che si sono trovati, fra danari, gioie e tappezzerie, ducati 100,000. « È pubbli » cato et affirmato che lui etiam sia sta mandato » per la via che sono tutti gli altri, da poi che » sono bene ingrassati, e dassi di questo la colpa » al Duca. » º E così continuano i ragguagli sino alla morte del Papa, seguita appunto nell'agosto di quel l'anno, ed intorno alla quale il Giustinian dà i più autentici e precisi ragguagli, facendo scom parire del tutto l'immaginario racconto di pretesi avvelenamenti. Il 7 agosto il Papa dice all'Oratore che vuole aver cura della sua salute, perchè in Roma s'ammalano tutti. Il 12 dello stesso mese, cenando in un giardino, il Papa e il Duca son presi dalle febbri romane, a cui il primo soccom be, mentre l'altro, più giovane, si salva. E i rag guagli sono continui, di giorno in giorno, quasi Disp. del 2 agosto 1503, vol. II, pag. 92-93. * Disp, del 3 agosto 1503, vol. II, pag. 94. PREFAZIONE» XLIII d'ora in ora, pieni sempre dei più straordinarii e tragici incidenti, fino alle esequie del Santo Padre, « el qual heri a mezzozorno fu portato de » more in chiesa de San Pietro, e mostrato al » popolo; tamen, per esser el più brutto, mo- . » struoso et orrendo corpo di morto che si ve » desse mai, senza alcuna forma nè figura de » omo, da vergogna lo tennero un pezzo coperto, » e poi, avanti el sol a monte, lo sepelite, adstan » tibus duobus cardinalibus di suoi di Palazzo. » Pubblicando noi tutti i dispacci romani del Giustinian, non occorre qui riportarne altri brani, perchè abbiam voluto solamente con alcuni di essi dare al lettore un'idea chiara della loro natura ed importanza, dell'ingegno e dell'indole del no stro Ambasciatore. Chi vuole saperne di più deve leggere questi tre volumi, nei quali troverà per tutto lo stesso uomo, il medesimo ingegno e no tizie sempre importanti. Che se, via via che ci allontaniamo dalla morte di Alessandro VI, l'at trattiva sotto un certo aspetto diminuisce non po co; sotto un altro non può certo negarsi che il carattere ed il papato di Giulio II abbiano una importanza politica anche maggiore. Nella se conda metà di questi dispacci, noi vediamo ma nifestarsi lentamente, ma sempre più chiara, l'in dole impetuosa del nuovo Papa, e la deliberata * Disp. del 19 agosto 1503, vol. II, pag. 124. - XLIV PREFAZIONE. volontà di ricorrere ad ogni più estremo partito, per riavere le terre, secondo lui, ingiustamente tolte alla Chiesa dai Veneziani. Si spiegano e si ren dono evidentissime sotto i nostri occhi le prime origini della Lega di Cambray, e la politica di tutti gli Stati italiani e dei principali potentati d'Europa è sottoposta alla più acuta analisi, illuminata da un gran numero di ragguagli autentici e sempre esattissimi. Noi abbiamo molte e molte volte po tuto riscontrare con documenti originali, come il Giustinian sia non solo fedele narratore delle cose che vede, ma anche cauto raccoglitore di ciò che sente: assai di rado egli pone il piede in fallo. In quei gravi e difficilissimi momenti, egli tutto vede e prevede, e si spinge sino a dar con sigli, che sempre sono d'una prudenza ed accor tezza ammirabile. Per tutte queste ragioni, non dubitiamo punto d'affermare che il lettore troverà qui una larga mèsse di notizie esatte e preziose, principalissimamente per la storia d'Italia, ma più volte anche per la storia dell'Europa. Ed ora non possiamo concludere questa Pre fazione, senza prima adempiere un debito di rico noscenza verso coloro che ci aiutarono a compiere il non agevole lavoro. Ci soccorse principalmente l'opera di due amici, senza i quali a noi sarebbe stato assai difficile condurre a termine l'impresa. Il professore Bartolommeo Cecchetti dell'Archivio dei Frari, noto già per molti lavori storici, ci PREFAZIONE. YLV dette un aiuto prezioso e costante, cosi nel sorve gliare la copia dei documenti, come nei sunti e nei continui riscontri che occorsero. Il professore Cesare Paoli dell'Archivio fiorentino, e nostro col lega nell'Istituto superiore, col suo zelo indefesso e colla sua grande dottrina, ci aiutò moltissimo nella stampa di questi dispacci, cercando ancora tra quelli degli ambasciatori fiorentini, e fra gli Atti della Repubblica, continuo riscontro alle noti zie date dal Giustinian. Noi rendiamo ad essi le grazie che possiamo maggiori. DESCRIZIONE DEL CODICE. Il Cod. è cartaceo, in-fol. picc., di carte 578. Scrittura del se colo XVI, di due mani diverse. Si può considerare come distri buito in tre parti. PARTE I. – Dispacci del Giustinian ai capi dei Dieci, da c. 1 a 30. A c. 1 si legge: Registro di lettere di Antonio Giustiniano dot tore ambassador a Roma. La metà di questa prima faccia è bianca, con questa annotazione: «Manca una sola carta di questo Re gistro delle lettere scritte alli capi del Consiglio dei X. » Conse 'guentemente, il primo dispaccio del Codice (167 della nostra ediz.) è mutilo in principio, e comincia colle parole: « pratiche della terra vostra » (cfr. vol. I, pag. 238, verso penultimo). Sono an che bianche le c. 26-30 e la pagina anteriore della c. 15. I dispacci ai capi dei Dieci vanno dal 15 novembre 1502 al 2 aprile 1505. I primi cinque hanno l'indirizzo: Ea:cellentissimi Do mini; i successivi: Serenissime Princeps et Eaccellentissimi Do mini: differenza puramente di forma, ma della quale si è tenuto conto nei sommarii che abbiamo premesso ai dispacci. – I di spacci vanno per ordine di tempo: se non che, a c. 14 t., dopo un dispaccio del 22 aprile 1504 (832), n'è uno senza data che rimane in tronco alle parole: « Sua Santità disse che in ogni modo voleva revocar el vescovo Tiburtino, poi che non era grato alla Serenità Vostra, et per indurse.... » (cfr. la nota al disp. 777); poi a tergo della c. 15 viene un dispaccio del 4 marzo (777); quindi uno del 3 maggio (844); e seguitano gli altri regolarmente per ordine cronologico. PARTE II. – Dispacci del Giustinian al Doge, da c. 31 a 533. A c. 31 si legge : LICTERME ANTONII IUSTINIANI DocToRis oRA ToRis AD SUMMUM PoNTIFICEM. Sono bianche le carte 281 t”-284 to; quasi tutta la 446 tº, e la 533. XLVIII DESCRIZIONE DEL CODICE, I dispacci al Doge vanno dal 27 maggio 1502 al 26 aprile 1505, e sono disposti per ordine cronologico. Un dispaccio senza data tra il 19 e il 21 febbraio 1504-05 (1154) è mutilo in fine, terminando colle parole: « essendo lei di costante animo... »; e v'è questa nota: « Nel registro autentico manca una carta intiera. » PARTE lII. – Dispacci della Signoria di Venezia al Giustinian, da c. 534 alla fine. A c. 534 si legge: IN NOME DE IDDIo. Lettere scritte dalla Si gnoria di Venetia a ser Antonio Giustiniano ambassador a Roma etc. « Non sono tutte quelle che gli sono state scritte, perchè man cano molte. » Comincia questa serie colla commissione al Giustinian, che abbiamo stampata in testa al primo volume; e comprende let tere spedite in Senato e nel Consiglio dei Dieci (alcune delle quali sono in cifra) e altri documenti allegati, dal 14 giugno 1502 al 24 marzo 1505. Dei documenti di questa terza parte ci siamo valsi nelle note, e alcuni ne abbiamo pubblicati nelle Appendici. A c. 578 è questa nota: « Mancano infinite lettere scritte et dal Consiglio de X et dal Senato per esser stato tenuto poco conto d'esse dalli heredi di mess. Alessandro Capella, che fu se cretario del soprascritto clarissimo Giustiniano; da quali heredi havendo havute quelle poche che gli erano restate, ho poste in questo Registro, parendomi che sia gran acquisto haver queste poche, quando non si possano haver le molte che si desidera riano. » Nella stampa di questi dispacci ci siamo adattati all'incostante ortografia dei due copisti. Abbiamo riprodotto il Codice esatta mente per quanto spetta a lingua, a dialetto, a grammatica; pren dendoci soltanto queste poche libertà, che notiamo: di sopprimere h in principio di parola; di cambiare tia, tie ec. in zia, zie ec.; di cambiare et in e davanti a consonante, notando qui che uno dei due copisti del Codice adotta questo sistema; e di correggere gli errori di copia, troppo manifesti e grossolani, tenendone conto bensì mon rade volte nelle nostre note. DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN, GIUSTINIAN. – I. - f COMMISSIONE DEL SENATO VENETO ALL'ORATORE ANTONIO GIUSTINIAN. commissio viri nobilis Antonii Iustiniano doctoris, proficiscentis Oratoris mostri ad Summum Pontificem. º - 27 mai 1502. Nos Leonardus Lauredanus, Dei gratia, dux Ve netiarum etc. Committimus tibi nobili viro et dilec tissimo civi nostro Antonio Iustiniano doctori, Ora tori nostro ad Summum Pontificem, quod omni possibili celeritate iter tuum per viam Romandiole Romam dirrigas; quo cum perveneris, quando tibi audientia statuetur a Beatitudine Pontificia, ibis una cum precessore tuo” ad conspectum Sue Sanctitatis, cui commendabis nos universumque nostrum Sena Arch. gen. di Venezia, Senato, Secreti, Registro 39 (1502 1503), pag. 9. º Marino Giorgi. Il Gar (Relazioni degli ambasciatori veneti, serie II, vol. III) e il Reumont (Diplomazia italiana, Firenze, Bar bèra, 1857) danno per antecessore al Giustinian Marco Dandolo; ma questi, benchè nominato il 9 agosto 1501 a sostituire il Giorgi, non andò; e in luogo suo ebbe il Giustinian a 9 febbraio 1502 la nomina e ai 27 maggio la commissione. (Senato, Secreti, Reg. 38, a c. 455 e 201; Reg. 39, a c. 9.) Marino Giorgi rimase in Roma fin dopo l'arrivo del suo successore, come comprovano i dispacci 3 e 9 del Giustinian. 4 COMMISSIONE DEL SENATO VENETO tum, cum omnibus illis reverentibus et affectuosis verbis que filiali cultui nostro conveniunt, atque uber rime exprimere habeant veram nostram devotionem et observantiam in Beatitudinem Suam ac sacrosanctam illam Sedem, quam, sequentes maiorum nostrorum vestigia, singulari devotione et reverentia prosequi mur ; in cuius quidem filialis affectus nostri explica tione, quo facundior eris, eo magis intentioni nostre satisfiet, sicuti in tua prudentia atque ingenii tui com moditate ample confidimus. Preterea expones, quod te misimus Oratorem nostrum, apud pedes Sanctitatis Sue moraturum, loco precessoris tui, et acturum in tegerrime que in dies contingent; et in fine facies oblationes solitas et amplas in forma generali et con venienti. Expeditus ab hac audientia, visitabis illustrissi mum dominum Ducem Walentinensem, cui explicabis, abundanti verborum copia, paternum amorem no strum in Excellentiam Suam; atque, de more, reveren dissimos dominos cardinales Rome existentes, erga quos declarare studebis benivolentiam nostram, illos que nobis amicos et benevolos reddere conaberis; utendo erga Reverendissimas Dominationes Suas ver bis uberioribus aut reservatioribus, iuxta affectum uniuscuiusque, prout tua prudentia noverit expedire. In visitatione quam facies reverendissimo domino Sancti Angeli,' Sue Reverendissime Dominationi decla rabis, quam gratum nobis fuerit responsum datum * Giovanni Michiel, veneto. Ebbe anche altri titoli (vedi la nota M, a pag. 259): questo di Sant'Angelo passò dopola sua morte prima nel Cesarini, poi nel Sanseverino, ambedue diaconi cardinali. ALL' ORATORE ANTONIO GIUsTiNIAN. 5 per eam precessori tuo circa contributionem decima rum : quod, sicuti pium et summa commendatione dignum est, ac conforme bonitati, religioni erga Deum, ac amori et caritati Reverendissime Domina tionis Sue ergo carissimam patriam, ita nobis univer soque Senatui nostro, ut diximus, gratissimum et acceptissimum fuit; sicque nostro nomine debitas gratiarum actiones referes. Et cum aliis reverendis simis dominis cardinalibus, habentibus beneficia in ditione nostra, tua dexteritate procurabis huiusmodi contributionem decimarum. Cum omnibus oratoribus in Curia existentibus uteris omni convenienti et amicabili demonstratione amoris et benivolentie, iuxta uniuscuiusque eorum domini qualitatem et gradum, et niteris omnes tenere erga nos optime dispositos et in amore coniunctos. Quoties intelliges Beatitudinem Pontificiam pro moturam esse novos cardinales, nostro nomine sup plicabis Sue Sanctitati, illis accomodatis et efficacibus verbis, que prudentie tue succurrent, et apud illam instabis, dignetur pro honore status nostri aliquem ex prelatis nostris, qui plures sunt singulari doctrina et optimis conditionibus prediti, ad cardinalatum pro movere, in- contemplationem et gratiam Dominii no stri, quum, preter alia que in hac materia merito Sunt consideranda, habenda quoque est ratio honoris et meritorum Status nostri. Scias autem nos imposuisse per alligatas preces sori tuo, ut, factis visitationibus consuetis, sumpta grata venia a Beatitudine Pontificia, reddeat ad presen tiam nostram. 6 COMMISSIONE DEL SENATO VENETO Demum eris diligens toto tempore legationis tue in reddendo nos frequentissime literis tuis certiores de omnibus illic occurrentibus. Tibi notam esse scimus deliberationem, superio ribus hisce diebus in nostro Senatu factam, providendi domino Hieronymo Trecco, filio spectabilis equitis et fidelissimi civis nostri cremonensis domini Iacobi, de beneficiis ecclesiasticis in civitate, agro et diocesi Cre monensi, usque ad summam ducatorum quingentorum. auri in anno, in recompensam prepositure Sancte Agathe dicte civitatis nostre Cremone, date et concesse reverendissimo domino cardinali Mutine' etc. Ideo ela borabis, captata opportunitate, et adhibita ad hoc opera eiusdem reverendissimi domini cardinalis, qui sic se obtulit et pollicitus est, quod Sanctitas Pontificia di gnetur providere et gratis concedere et expediri fa cere validam reservam suprascripto domino Hieronymo Trecco, de benefitio seu benefitiis in dicta civifate, agro et diocesi, usque ad summam predictam, sicuti etiam per alias nostras tibi tuoque precessori scriptas dicimus et iniungimus. - Superest hoc aliud, quod nobis summopere cordi est, per te suscipiendum totis viribus et spiritibus tuis. Venerandus dominius Georgius Buzacharinus, canonicus patavinus, intendens renuntiare canonicatum suum Bo nifacio Buzacharino eius pronepoti, misit in Curiam, iam annus agitur, pro expediendis bullis et reliquis ad huiusmodi renuntiam necessariis et pertinentibus, prout in similibus quotidie servari solet. Videtur quod * Giovambattista Ferrari; vedi nota 2, a pag. 45. ALL' ORATORE ANTONIO GIUSTINIAN. - 7 domiinus Franciscus Candi, secretarius reverendissimi domini cardinalis Sancti Angeli, impetravit dictum ca nonicatum, vivente, prout vivit adhuc, ipso domino Georgio. Quod, sicut est impium, inauditum et penitus insupportabile, ita nobis fuit supra quam dici possit molestissimum et displicentissimum; et nequaquam pati aut tollerare id intendens, cum primum res hec inaudita ad aures nostras pervenit, scripsimus preces sori tuo, ut de hoc verba faceret Pontificie Sanctitati, monereque fecimus ipsum dominum Franciscum, ut desisteret et sese exueret hac opinione, anobis nunquam admissura. Ipse autem, obaudiens et persistens in eius damnabili opinione predicta, licet Verbis se offerat etc., tamen sese opposuit et opponit omni via et medio re nuntie predicte domini Georgii, nec illam transire per misit, nec adhuc permittit: unde devenimus ad seque strationem introytuum omnium suorum beneficiorum, quippe qui intendimus quod subditi nostri, ut par est, sese obedientes exhibeant mandatis nostris. Tunc igitur erit, apud Pontificiam Sanctitatem instare et operam dare quod renuntia predicta transeat et ad mittatur; domino autem Francisco Candi predicto aptissime declarare nostram mentem et intentionem in hac materia; nosque optime scire cunctas difficul tates, que fiunt circa hoc, ab eo nasci et procedi; et qu0d, nisi destiterit, sibi persuadere potest, quod aliis severioribus signis sibi … ostendemus molestiam et displicentiam nostram ex huiusmodi suo temerario ausu, obstinata et damnabili opinione. Prudens es, nostramque intelligis mentem et intentionem im mutabilem et constantissimam illam exequi, et ad 8 * CoMMIssIONE DEL SENATo VENETO, EC. votum deduci curabis, nihil studii et dexteritatis tue ommittendo. Ad tuam autem pleniorem instructionem dari tibi fecimus exempla deliberationis Senatus no stri et omnium scripturarum in hac materia, iuxta que te gubernabis. PER GOLLEGIUM. DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. - 1. Arrivo dell'Oratore a Cagli. Sua conferenza con un auditore del signore di Camerino, che domandava protezione alla Repubblica Veneta contro il Papa. Cagli, 27 maggio 1502. « Serenissime Princeps. “ Da Pesaro, alli XXV del l'istante, scrissi all'E. V., quanto mi occorreva de gno della intelligenza sua. El zorno seguente, la mat tina, zonta la barca delle mie robe, e cargate sopra i muli, subito me partii, e venni alloggiare a Fano. Questa mattina partitone, me ne sono venuto qui a Cai, dove poco avanti de questa ora mi è venuto a ritrovar un messer Iacobo auditor del signor de Ca merino, e portatami presso una lettera de credenza della Sua Signoria (la qual inclusa mando alla Subli mità Vostra), primo me espose che el suo signor grandemente desiderava che io facesse la via de Ca merino, sì per onorarmi, si etiam per conferir con mi el suo desiderio, el qual me è stato per questo suo auditor dechiarito, et è questo: che, vedendose La maggior parte dei dispacci del Giustinian (da c. 31 a 532) sono diretti al Doge, e cominciano con queste parole, che riputiamo superfluo ripetere nei documenti che seguono. Altri pochi (da c. I a 25) sono diretti ai Capi del Consiglio dei Dieci, come a suo luogo verrà indicato nella presente stampa. º Giulio Cesare Varano. 10 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. vegnir una rovina adosso per nome del Pontefice, benchè delli animi dei popoli e della situazion della sua terra el fosse confidentissimo, pur non li par di esser potente a resister a tanta potenza, a un lungo andare, solus; summamente el desiderava el subsidio de Vostra Illustrissima Signoria, e per questo me pregò instantemente che io per il poter mio lo aiu tasse e consegliasse, dovendo mandar uno de' suoi, per impetrar questo subsidio da quella. Li resposi prima in excusazion mia, de non poter far la via de Camerino, assai convenientemente; sicchè mi parve restasse satisfatto. All'altro suo quesito etiam li re sposi, che io per me li potria dar questo aiuto; vero è, che io sapeva che la Sublimità Vostra desiderava el ben e commodo del signor suo, come quello de suo carissimo amico. Circa el mandar del suo omo a Venezia, perchè el me dimandò el parer mio, non mi parve conveniente nè consigliarlo a mandare, nè di sconsigliarlo a non lo mandar: e con questo lo scombiatai, dandoli buone, ma generali et in niuna parte particolar parole. » 2. L'Oratore parte da Cagli per Roma; giunge il 1 di giugno a Castelnuovo, a 14 miglia dalla città, e la mattina del 2 entra in Roma. Descrizione del cerimoniale tenuto e del ricevi mento fattogli. Roma, 2 giugno 1502. « Da Cai scrissi a Vostra Sublimità, a dì 27 del passato, quanto allora mi occorreva circa el conferi mento avuto con lo auditor del signor de Camerin per nome del signor suo, e dechiarai a V. E. la rispo º Scombiatai, accomiatai. DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 11 sta che io li feci: la lettera mandai per Zan de Nicolo corriero, che per strada incontrai che veniva da Roma. Da poi son venuto continuando il mio cammino, quanto più ho potuto, e quanto ha patito l'andar dei cariazzi, i quali mai non ho voluto abbandonar, re spetto alli soldati et altri tristi che me era detto scor rer per questi paesi, rubando e facendo molto male; abenchè io non abbia trovato nè soldati nè altri tanti in compagnia, che me avessero potuto offendere. Heri da mattina zonsi a Castelnuovo, lontano da Roma mi glia xiiij; e mandai subito avisar el magnifico preces sor mio, e pregai mi avisasse quanto aveva da far circa l'intrada mia in Roma. Me remandò il messo, con ordine della Santità Pontificia, che io non dovessi - partir prima che ozi da mattina, perchè el me voleva onorare secondo il solito, e così ho fatto. Questa mattina, levatomi per tempo, me son venuto ad un palazzo fuor de Roma miglio uno, dove el clarissimo precessor mio, per el solito della Sua Magnificenzia, aveva fatto apparecchiarel disnar; e qui poco dopo il zonzer mio venne la Sua Magnificenzia con molti dei nostri prelati, e tutti per umanità loro mi fecero ma ravigliose accoglienze. Disnato insieme, e dimorati alquanto, fin che le famiglie dei signori cardinali in cominciassero uscir di Roma, montassimo a cavallo, e non fummo più presto dilungati un'arcata, che ne sopravvennero molti altri prelati, i quali pur beni gnamente me accolsero. E poco poi avanti cammi nando, incontrai un vescovo con la famiglia di un cardinale, il quale, per nome del patron suo, me fece gratissime offerte e dell'aver e della persona sua nei 12 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. commodi et onori della Sublimità Vostra. Lo rengra ziai più commodamente seppi, et offersili etiam el de siderio e le opere di Vostra Sublimità a onor della Sua Reverendissima Signoria: poi me se messe drieto con tutta la sua compagnia, perchè avanti andavemo in sieme la Magnificenzia del mio precessor et io. E così, avanti che zonzesse alla porta, non lontan una fami glia dall'altra un tratto di mano, me vennero incon tro tutti i più onorati della casa del cardinali, i quali mi fecero le debite accoglienze et offerte, e tutte le famiglie loro, che pur fecero come il primo: et io a tutti risposi, quanto per el tempo me era conceduto, accomodatamente. E non molto lontan dalla porta me incontrò l'ambassador de Ferrara, e con lui etiam feci l' officio. Venne etiam quello del Cristianissimo Re de Franza, che è monsignor...; 'et excusato prima el suo collega, che è monsignor de Agramonte” (che per esser invalido non era venuto con lui ad onorar me, segondo el debito e desiderio suo), deinde mi fece tanta grata accoglienza quanta dir si potria; e quanto più affezionatamente puti', lo rengraziai, de chiarandoli tuttavia che io era contentissimo del l'umanità sua usata verso di me, come persona rap presentante la Serenità Vostra, la qual desiderava Lacuna nel codice. In altri dispacci è detto monsignor di Ren nes. E questi Roberto Guibè, nominato vescovo di Rennes il 21 mag gio 1503, e spedito subito dopo come oratore del Re di Francia in Italia: fu poi fatto cardinale nel 1506 da Giulio II, col titolo di Sant'Anastasia. Evidentemente corrotta è la lezione monsignor Se conven del dispaccio 57; e inesatta l'altra Roberto ep. de Rhodo, di un documento 8 aprile 1503, citato dal Gregorovius, Geschichte der Stadt Rom., vol. VII, pag. 486. * Roger de Gramont. DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 13 sommamente che ognun intendi l'amore singolar af fezione che la Serenità Vostra porta alla sacra Maestà Sua, e quella etiam che dimostra per ogni via la re gia gratitudine, e desiderio grandissimo che la bene volenzia e confederazion tra la Sua Maestà e la Subli mità Vostra sia perfetta et in eternum invariabile: e di ciò lui a me et io a lui facessimo molte generali parole dolci et affezionatissime. Me sobiunse poi, che l'aveva inteso da uno che vegniva de Franza, che la Maestà della Regina d'Ongaria doveva partir per On garia alli 23 del passato, e quel medemo giorno do veva partir il Cristianissimo Re per vegnir a Lion, ma che questo non aveva per lettere. Gionti poi alla porta della terra ragionando insieme, qui attrovai la famiglia del Pontefice, dalla quale fui come da quelle delli cardinali ricevuto et accarezzato: e così da tutti insieme fui accompagnato fin a casa, e per quanto puti iudicar, erano da cavalli 500 insuso. Partiti tutti li altri, rimasi con il clarissimo precessor mio; e con ferito con lui circa l'audienzia mia da Nostro Signor, lui me disse che, per esser doman zorno de Conci storio, el non credeva che Sua Santità me desse do man audienzia, ma che el mandaria a saper el quan do, e me lo faria intender. E quanto dopo ne seguirà, insieme con la Sua Magnificenzia ne daremo partico lar aViso a Vostra Sublimità. » 3. Prima conferenza dell'Oratore col Papa. Roma, 4 giugno 1502. «A di 2 dell'instante scrissi all'E. V. per Bianchin corrier tutto il successo della intrata mia in Roma, 14 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN, e di quanto mi accadeva fin allora deti particolar no tizia a Vostra Sublimità. Tutto heri, che fu 3 del presente, perchè la Santità de Nostro Signor stette occupata con el Duca, non mi fu conceduta l'audien zia. Ozi, perchè cusì mi fu dato l'ordine, tutti do insieme andassimo a Palazzo all'ora statuita, che fo tra le 20 e 21 ora, dove, confabulato per poco spacio con messer Adriano secretario, º fossimo introdotti alla presenzia de Nostro Signor; e fatte de more le debite reverenzie, io Antonio appresentai le lettere credenziali de Vostra Celsitudine: le quallette, inco minciai latino sermone ea ponere quanto per Vostra Illustrissima Signoria mi fo imposto ; e con quelle più efficaci parole mi prestorno le forze dell'ingegno mio, mi afforzai di dechiarar alla Beatitudine Sua la reverenzia e devozion del quel serenissimo Dominio, comitante semper le religiosissime e santissime vesti gie de' suoi antecessori verso de la Sua Santità e della beatissima Sede Apostolica. Me forzai etiam de per suader la Beatitudine Sua, con quelle miglior rason che io seppi immaginar, el perseverar bonum opus, iam per la Beatitudine Sua inceptum, contra el perfido inimico della religione cristiana; e li offersi omnes vires de quell'excellentissimo Dominio, ad ogni com modo onore beneficio della Santa Sede beatissimi Petri, come etiam sempre sono stati, et in futurum saranno sempre più dispostissimi. La Beatitudine Sua ad par tes me rispose, e benigne accettò le offerte fatteli per Adriano Castelli da Corneto, segretario dei brevi, intimo di papa Alessandro, che fu poi da lui fatto cardinale col titolo di San Grisogono nel 1503. DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 15 me in nome della Sublimità Vostra. Poi me toccò che per molti rumori intendeva che la Vostra Illustris sima Signoria aveva occulta pratica, et alcuni assertive lo affermavano, che za era conclusa la pace tra la Vostra Sublimità et il Signor Turco: subiunse però, sorridendo, che non credeva, per esser sacrilegium et nefandum, e che però non voleva la Santità Sua desistere ab incepto, anzi più che mai animata con tinuar. E qui disse tutte le operazioni buone fatte per lui in questa cristianissima expedizione, in esortarli principi cristiani et in contribuir la porzion sua al serenissimo Re d'Ongaria; e molte altre cose, le quali io Marin, per altre mie, più volte ho significato alla Celsitudine Vostra. Io Antonio replicai, e me afforzai prima con ogni conveniente rason removerli la opi mion della pratica e pace, e con ogni debita reverenzia rengraziai Sua Santità de questa sua iustissima e san tissima disposizion; la qual, quanto per me si potrà, mi sforzarò con ogni studio, cura e diligenzia mia di conservar et augumentar etiam, s el sarà possibile, nè mai per me mancarà de usar ogni possibel mezo che la Beatitudine Sua stia ben disposta verso l'E. V. Stando in questo conferimento soprazonse l'ora della signatura, perchè el giorno era deputato a ciò, e tolta la benedizione da Sua Santità si partissemo insieme da quella. E venuti fuori ritrovassemo tre reveren dissimi cardinali, cioè Santa Briseida, Alessandrino e Modena, che tuttavia si erano redutti per la signa º Antonio Pallavicini, genovese, cardinale di Santa Pras sede; Giovanni Antonio Sangiorgio, milanese, vescovo Alessan drino, cardinale dei SS. Nereo ed Achilleo; Giovambattista Fer 16 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. tura; alli quali io Antonio feci le debite riverenze, promettendoli andar poi a casa, per far meglio il de bito et exequir il comandamento di Vostra Sublimità. » 4. Affari di Camerino. Roma, 5 giugno 1502. I due Oratori veneti non potettero vedere il Va lentino « per la difficoltà che lui usa in lassarse visi tar. » Visitarono invece, de more, alquanti cardinali, « e così se continuerà el resto. » « Questi giorni è venuto qui un uomo del signor di Camerino per far occultamente fanti a nome de quel signor. Scoperto, è stato retenuto; et interro gato alla corda delle cose di quel signor, dice che, non essendo lui aiutato da qualche signor forestier, per lui solo impossibile li serà ressister. Domandato come el faceva de vituarie, rispose che de vituarie l'era più accommodato da quelli del signor Duca che dalli suoi proprii. Questi doi articoli sono ora in con siderazione de questi, chi possi esser quel signor dal quale il signor di Camerino possi esser favorito, il secondo per scrutar qual de li suoi li facino queste commodità di Vituarie. » Si affretta intanto l'impresa. È partito Micheletto capitano della fanteria: comincia anche a partire l'artiglieria. Il Papa ha rinnovata la pubblicazione della scomunica, « e privazione del si gnor di Camerino e Colonnesi de li stati loro. » rari, modenese, vescovo di Modena nel 1497, di Capua nel 1501, cardinale di S. Grisogono: creati, il primo da Innocenzo VIII nel 1489, gli altri due da Alessandro VI negli anni 1493 e 1500. DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. -a 17 5. Ancora dell'impresa di Camerino. Notizie politiche varie. Roma, 6 giugno 1520. L'impresa di Camerino si dice un po' ardua. Si argomenta la pace fra Venezia e il Turco, perchè la Repubblica non arma. Si crede prossima la pace tra il Re dei Romani (Massimiliano I) e la Francia. 6. Ribellione d'Arezzo ai Fiorentini. Notizie di Roma. Roma, 6 giugno 1502. « Ozi, da poi scritte le alligate, sono venute let tere de Pandolfo Petrucci da Siena, de'5 del presente, che dicono che avendo el governator de Arezzo, che è uno dei Pazi, retenuto un cittadin del luogo, quelli della terra corsero a romor, presero il governator, e retenuti º tutti li Fiorentini che erano lì, e tolta la terra in sì, senza però che abbino levate insegne d'alcuno.” º Cioè, ebbero ritenuti. - º Riferiamo dall'Ammirato, libro XXVII, il racconto di questa ribellione avvenuta il 4 di giugno: « Era nato alcun dubbio negli animi de Fiorentini della fede degli Aretini accresciuto dall'aver novelle, che il Valentino con un grosso esercito avea già occu pato tutti i confini di Valdichiana; per la qual cosa era stato eletto commessario generale per quelle parti Guglielmo de'Pazzi, il quale, essendo informato che i capi della sedizione in Arezzo erano An tonio da Pantano chiamato Serone e Marcantonio del Pasqua, mentre con metterli in prigione sperava assicurarsi del pericolo (il quale non avea tempo di acchetare con forze maggiori, che an cora non erano preste), assalito dal popolo, non solo convenne rendere i presi, ma affrettò la ribellione, avendo gli Aretini occu pate le porte, chiamato nella città Vitellozzo e l'istesso commessario GIUSTINIAN. – I. 2 18 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. Se dubita sia fatto con alcuna intelligenzia de questi de qui, massime attrovandose Vitellozzo con le zente d'arme a Civita de Castello, benchè 'l Pontefice niega questo esser fatto con intelligenzia de Vitellozzo, el qual è molto distante de li. Quelli che più oltre pe netrarono in questa materia, dicono Fiorenza non es sere sincera, e che il Duca n'abbi dentro qualche manezzo. Le artigliarie, quali questi giorni se diceva andar tutte per la via di Pitigliano alla volta de Orti, parte de esse declina alla volta de Civitavecchia, e così fanno alcuni fanti de quelli partirono de qui per el passato; il che fa suspicare la cosa de Pisa, scritta li superiori zorni alla Celsitudine Vostra. È stato detto che zuoba, de notte, sono stati buttati in Tevere etan negati quelli due signorotti de Faenza, insieme con el e Alessandro Galilei che v'era capitano, e Piero Malegonnelle pode stà, fatto prigioni. » S'arresero pure ai ribelli altre castella del con tado aretino, e dopo quattordici giorni anche la cittadella d'Arezzo, valorosamente fin qui difesa da Cosimo, vescovo aretino, figliuolo del commissario, che vi s'era rifuggito. Qualche accenno di questi fatti è pure in alcune lettere scritte alla Repubblica Fiorentina dai com missari e vicari del dominio, e specialmente in una di Marco Pucci, vicario in Anghiari, scritta lo stesso 4 giugno, a ore 22 (Archivio di Stato in Firenze, Lettere alla Repubblica, an. 1502, pag. 173); ma non aggiungono nulla all'Ammirato ed agli altri storici (Nar di, Buonaccorsi, ec.) che ne parlano. “ Forse, sicura, trovandosi qualche esempio del vocabolo sincero, da cui sincerarsi, in questo speciale significato: se pur non voglia credersi che qui il codice sia errato, e che in luogo di Fiorenza debba leggersi Sua Santità. * Par che si accenni alla sperata dedizione di Pisa al Valen tino: intorno a che vedi i dispacci 10, 11 e 15. º Astorre III, signore di Faenza, e Giovanni Evangelista, suo fratello naturale, figliuoli di Galeotto Manfredi, dei quali parlano molti storici contemporanei. « Astorre, che era minore di 18 anni DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 10 loro mastro di casa. S'è detto ch'el trattato, che questi giorni superiori fu significato alla Celsitudine Vostra di quelle tre nave a Zenoa etc., non esser reusito: che uno Iulianetto Spinola, qual è creato de costoro de qui, era andato a Zenoa, e con tre legni levati per andar a tro var S. Piero ad Vincula, e con buone parole fenzendo de volerlo menar a solazzo, lo volevano condur in ma nibus inimicorum: è stato scoperto il trattato, e quel Iulianetto è tornato a Roma. » 7. Ancora della ribellione d'Arezzo. Notizie del duca Valentino. Roma, 7 giugno 1502. Rispetto ad Arezzo « me è dechiarito questa esser pratica vecchia del Duca, nè era l'intenzion sua che la cosa si scoprisse così presto, o perchè parte della gente inviata apparentemente a Camerino doveva an dar lì. I Fiorentini n'ebbero sentore, e vi mandarono alcuni fanti: la cittadella si tiene a nome de'Fioren tini. Vitellozzo, scarso di gente, non si fidò di star nella terra, e aspetta soccorsi. Oggi il Papa «è stato in qualche difficultà con il Duca, il qual Voria ancora ducati e di forma eccellente, cedendo l'età e l'innocenza alla perfidia e crudeltà del vincitore, fu, sotto specie rimanesse nella sua corte, ritenuto appresso a lui con amorevoli dimostrazioni; ma non molto tempo poi condotto a Roma, saziata prima, secondo si disse, la li bidine di qualcuno, fu occultamente, insieme con un suo fratello naturale, privato della vita. » Guicciardini, libro V. º Giuliano della Rovere da Savona, cardinale di S. Pietro in Vincoli, che fu poi papa Giulio II. Di una nuova insidia di papa Alessandro contro questo cardinale, suo nimicissimo, parla il dispaccio 30: vedi anche la nota al dispaccio 21, in fine. 20 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 20 mila per questa sua levata, nella quale ha fatto gran spese...; e non ostante ch'el Pontefice se renda difficile a dargli questi danari, pur convegnirà assentire alla volontà del Duca in questa, come fa in tutte le altre cose; e trovarà i danari, tochi a chi se vogli. » 8. Dicerie sulla pace probabile tra la Repubblica Veneta e il Turco. Roma, 8 giugno 1502. Visto l'abbandono in cui fu lasciata la Repubblica, tutti credono certa la pace fra essa e il Turco: rim proverano soltanto che non se ne sia parlato al Papa, che così butta via l' armamento di Venti galere. L'Oratore crede che si mormori tanto di quella pace « più perchè la non faria a commodo loro, che per alcun altro respetto. » 9. Colloquio degli oratori francesi col Papa sul fatto della ribel lione d'Arezzo, a favore dei Fiorentini. Apparecchi della spedizione contro Camerino. Licenza dell'oratore veneto Marino Giorgi, predecessore del Giustinian. Roma, 9 giugno 1502. « Li colloquii, che heri scrivessimo alla Serenità Vostra essere stati stretti fra la Santità di N. S. con el reverendissimo Sanseverino” et Ambasciatore fran * Qui e in altri luoghi i puntolini stanno a indicare che si sono soppressi dei brani del testo, di minore importanza. º Federigo Sanseverino, cardinale di San Teodoro, creato da Innocenzo VIII nel 1489. DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 21 cese, per bona via siamo avvisati esser stati nella mate ria d'Arezzo; per la quale ditti se hanno doluto che, essendo Fiorentini in protezione del Cristianissimo Re, la zente del Duca, e Vitellozzo che è suo uomo, dovessero molestarli; e che pertanto li facevano in tendere, facesse addur qualche espediente provisione, perchè la Maestà del Re non patiria che la fede sua fusse in parte alcuna violata. Sua Santità rispose che con molestia aveva inteso che Vitellozzo s' avesse ingerito in questa cosa, la qual era fatta senza niuna saputa di Sua Santità, nè del signor Duca, ma solamente per le private passioni di Vitellozzo contra Fiorentini; e che da mo lui, in verificazion di questo, li faria un editto, che non se impazzasse in questa cosa, e ch'el dovesse remover tutte le gente et offension d'Arezzo, perchè la intenzione de Sua Santità e del Duca era che li raccomandati a Sua Maestà fossero inviolabilmente custoditi, sì come recercavano l'amor e benevolenzia de Sua Santità verso la Cristianissima Maestà e filial osservanzia del Duca. » La Santità di N. S. è tanto intenta all' espe dizion del Duca, che non se pol aver da lui au dienza, salvo quelli che se impazzano in questa ma teria: nè se potrà aver commodità da Sua Santità fino non sia partido il Duca, che si dice sabato pros simo, xj del mese: quanto seguirà, la Serenità Vostra sarà subito avvisata. » Domanio Marin prenderò grata licenzia da N. S., e con buona grazia de Sua Santità vegnirò a piedi della Sublimità Vostra, come già più mesi desidero. Me partirò luni prossimo, chè avanti non posso, per - 22 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. non trovar muli che conduchino le robbe mie; chè tutti sono tolti per i bisogni del signor Duca; e conve gnirò etiam, per necessità, lassar parte delle mie robbe de qui. » 10. Il duca Valentino riceve lettere da Pisa, che gli annunziano avergli questa città offerta la Signoria. Roma, 10 giugno 1502. « Ozi, circa le 20 ore, è venuto un messo al Duca, con lettere della Communità di Pisa, che li significano quella terra aver levato le sue bandiere, e chia matolo per suo signor, pregandolo ch'el vogliaccettar il dominio di quella terra, chè loro li saranno buoni e fedelissimi vassalli. Subito il Duca con queste let tere andò alla Santità Pontificia, e con allegrezza li comunicò questa nuova; et insieme fecero per essa gran demonstrazion di letizia; et al messo hanno fatto buona mano. » 11. Conferma del precedente annunzio della sottomissione di Pisa al Valentino. Notizie del Regno di Napoli. Roma, 10 giugno 1502. È confermata la nuova della sottomissione di Pisa al Valentino; « e per questo se zudega ch'el signor Duca debba accellerar la partita sua; et è di Vulgato per la terra, che omnino per tutto ozi, over * Il codice ha licenziato: la correzione ci è stata suggerita da un passo del dispaccio 15, dove si smentisce la voce corsa « del levar delle bandiere del duca » fatto dai Pisani, DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 23 questa notte, se deba levar de qua. Questa mattina, et etiam da poi manzar, molte delle sue zente sono uscite de Roma; e parte di quelle che noi abbiamo veduto, sono molto ben a cavallo. » Le nuove del Regno sono varie. Da Napoli si ha notizia, Consalvo Ferrante essere entrato con grande uccisione di gente in Atripalda, «luoco che appar. tiene al Re Cristianissimo. » 12. Difficoltà di avere udienza dal Valentino e dal Papa. Roma, 12 giugno 1502. L'udienza che l'Oratore voleva avere dal Valentino per eseguire la commissione, « per la difficile natura sua, non l'ho possuta avere. » Voleva interporre il Papa, ma anch'esso si può veder difficilmente, finchè non sia partito il Valentino. 13. Colloquio dell'Ambasciatore francese col veneto: assicura zioni d'amicizia verso la Repubblica Veneta per parte del Re Cristianissimo, Roma, 13 giugno 1502. Partì il Duca, ma non si sa qual via terrà. L'Amba sciatore francese chiese al Nostro se era mai stato prima d'ora in Roma. Udito che no, soggiunse: « – Ben, am bassador, voi troverete in questa terra un zardin pien di varii fiori di ogni sorte e buoni e tristi, e tra gli altri, molti che con ogni suo inzegno se forzano de seminar male tra il Cristianissimo Re e la illustrissima Signoria vostra. Sapiate che tutti questi sono inimici 24 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. nostri, i quali desiderano veder mal tra quelli doi stati, che non lo potranno però far, però che il Cri stianissimo Re più presto sofrirà perder la corona che mancar di fede ad alcun, ma potissimum a quella illustrissima Signoria, con la qual è conzonto de indissolubil union. Speremo che la illustrissima Si gnoria sia per far quel medemo; e per contrario li cativi remarranno con el suo Veneno, e nui saremo sempre amici. – o 14. Minacce dei Turchi. Promessa del Papa di spedire delle galere in aiuto alla Repubblica Veneta. Roma, 14 giugno 1502. L'Oratore espone al Papa che i Turchi minac ciano Cattaro, e che alla Cristianità può derivarne grave disastro: prega perciò il Papa di spedire le sue galere. Il Papa dice che lo farà fra pochi di, ma si lagna che Spagna e Francia, occupate a combattersi nel Rea me, non facciano nulla. Concede il breve richiesto, confermando l'ordine che le galere sue siano subordi nate al capitano veneziano. 15. Concistoro tenuto dal Papa. Si smentisce la notizia della sottomissione di Pisa al Valentino. Pratiche del Pontefice con Massimiliano re dei Romani e con Francia. Notizie di Arezzo. Roma, 15 giugno 1502. Nel Concistoro il Papa deplorò il fatto di Atripalda (vedi n. 11), lodando i Francesi: «alli quali par che adesso, quanto più pol, lui si aderisca. Quelli che cogno DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 25 sceno la passion del Papa, dicono che di questa novità molto se ne contenta, perchè li pare che sia al proposito di qualche suo dissegno. Escusò poi Sua Santità quanto fu detto questi zorni del levar delle bandiere del Duca da Pisani, e disse non esser vero; e che più fiate i Pisani l'avevano voluto far, tamen nè lui nè il Duca avevano voluto consentir a questo. Io intendo, Prin cipe Serenissimo, per via buona, ch'el Pontefice ha gran fantasia alle cose di Pisa, e quanto può la favo risce a mantegnirse; et ha mandato Micheletto con al cuni fanti e denari per vie di mar, e se ha avuto notizia del zonzer suo lì seguro; per il che il Pontefice ha fatto segno di letizia, perchè dubitava de lui. Va tempore zando queste cose, et aspetta opportunità a disponer la cosa con el serenissimo Re dei Romani, a cui par che più appartengano le cose di Pisa, per esser camera imperiale. Ha mandato in Alemagna un suo fidato uomo, e de qualche autorità, el quale va per stafetta. Non posso scriver alla Serenità Vostra chi sia l'uomo mandato, perchè chi me ha communicato questo se creto, per suo rispetto particolar, non mi ha voluto dir chi l'è; tamen la cosa è vera, e per via d'Alema gna la Celsitudine Vostra averà de ciò qualche notizia. Diman parte etiam Trozo” per Franza; e questo publice º Cioè, fatto dai Pisani. * Il Bonaccorsi e il Guicciardini lo appellano Trocces; e di cono che fu « primo favorito » del Papa, e « suo cameriere confi datissimo. » La sua molta autorità in corte pontificia è pur con fermata da una lettera di ser Francesco del Cappello, mandatario della Repubblica Fiorentina in Roma, scritta lo stesso giorno, 15 giugno 1502, dove raccomanda ai Dieci di Balìa che se per caso Troccio, in questa sua andata in Francia, passasse per Firenze, 26 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. ha ditto questa mattina il Pontefice in Concistorio, non digando però la causa per la qual el manda; pur se iudica per le cose de Toscana, alle qual è molto intento, ma non li par tempo di scoprirse. Va quanto può blandiendo el Re, e lui etiam se mostra molto ossequente alle voglie del Papa, se iudica per servirse etiam lui nelle cose del Regno. » Le cose d'Arezzo vanno male per Firenze: « il Pontefice afferma questo non esser fatto con alcuna sua intelligenza; o giudichi la Repubblica. Non si sa ancora che via terrà il Valen tino: ha 700 uomini d'arme e 6 mila « fanti buoni, pagati. » 16. Breve delle galere. Roma, 16 giugno 1502. L'Oratore annunzia di avere ottenuto dal Papa il richiesto breve della spedizione delle galere contro i Turchi. 17. Notizie varie. Roma, 18 giugno 1502, L'uomo mandato in Germania è Pre” Luca. Trozo non parti ancora, perchè aspetta risposta del Duca. Il Valentino prende la via di Foligno. « V. S. li faccino honore et lo intrattenghino et li parlino de'casi vostri et faccino ogni cosa per disporlo, et che qui col Papa e col Duca, et in Francia col Christianissimo, adiuti et favorisca le cose della vostra città; chè sendo di tanta autorità quanta è apresso al Duca et al Papa, non può se non giovare assai. » Fu poi fatto strangolare per ordine di Alessandro e del Valentino, come si vedrà a suo luogo. * Così chiamavasi generalmente il prete Luca Renaldi, che è ricordato anche dal Machiavelli, nel suo Rapporto delle cose della Magna, come uno dei principali agenti di re Massimiliano. DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 27 18. Colloquio dell'Oratore col Papa: vi si parla delle galere, e della spedizione del Valentino. Roma, 19 giugno 1502. L'Oratore ottiene un'udienza dal Papa, dove si tocca della spedizione delle galere, che si aspettano da Pisa e da Genova. Il Papa poi, entrando a parlare del Valentino, dice che questi «aveva fatte le sue mostre et aveva bellissima zente, et era zonto a Nocera, e se avviava verso Camerino: e disse ch'el credeva che quel signor non lo aspettaria, e che presto se averia nuova dell'acquisto di quel stado. Dissi che io desi derava che così fosse, acciò che N. S. potesse poi, con l'animo più intento, attender alle cose della Cri stianità, le qual sono di molta mazor importanzia; chè chi non le provede, presto presto tutta Italia andrà in preda del perfidissimi nemici del nome cristiano; e consequenter ogni opera del Duca sarà stata vana. Mi respose che N. S. lo faria, per aver molto in cuor questa impresa cristiana; ma non può far più de quello el fa; e con incommodità soa, e de tutto el collegio del cardinali reverendissimi arma queste ga lie. A queste parole era ottima risposta, che non mi parve dirla, perchè saria stata senza frutto. Questa sera sono lettere alla Beatitudine Pontificia che Vitel lozzo aveva avuto la cittadella d'Arezzo: se dice però che Medici era entrato in Arezzo, et il reverendissimo cardinale suo fratello lì appresso ad un castello. » º Piero dei Medici e Giovanni cardinale di S. Maria in Do minica, figliuoli di Lorenzo il Magnifico, cacciati da Firenze, co m'è noto, nel 1494. 28 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 19. Affari d'Arezzo. Tiepidezza del Papa, intento ai suoi particolari interessi, per la spedizione contro i Turchi. Roma, 20 giugno 1502. Par che il Valentino vada a Camerino, avendo il Papa stabilite le poste a Matelica, vicino a Camerino. Il cardinale Sanseverino ha fatto in nome del Re di Francia « un gagliardo protesto » al Pontefice, che per niente non faccia impresa contro i Fiorentini. « Lui pur sta sulla negativa, et afferma, contro il voler suo Vitel lozzo aver fatta quella novità in Arezzo. Se iudica che tandem queste cosse reussiranno in niente. » L'Oratore non può sollecitare il Papa all'impresa contro i Turchi, poichè non può aver da esso udienza. Non crede che ciò sia per poca stima della Repubblica, ma il Papa « è tanto intento alle passion sue particolar. ch'el par che non li sia grata cosa alcuna, salvo che quelle che tendono al fin delli sui desiderii. » 20. Sospetto in Roma d'una prossima pace della Repubblica Veneta coi Turchi. Roma, 21 giugno 1502. Nonostante le premure dell'Oratore, si continua a temere che la Repubblica voglia far pace col Turco, e si argomenta ciò dall'avere essa due ambasciatori in Ungheria, e dalle poche provvisioni che fa l'Ungheria medesima. «Questa cosa preme tanto costoro, che, se la seguisse, i la reputaria per la pezor nuova che potessero aver; e benchè mostrino farlo per el bene DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 29 fizio pubblico della Cristianità, chi ha iudicio, cogno sce che altro è il suo respetto. » Si spargono voci di lega della Repubblica col Re dei Romani e con Spagna contro Francia. 21. Colloquio dell'Oratore col Papa. Affare delle galere. Affari di Camerino e d'Arezzo. Roma, 22 giugno 1502. « Le ultime mie furono alli xxj del presente, per Zan Vessiga corriero, con quanto fin alora se aveva. Ozi son stato con la Beatitudine Pontificia, per sollicitar la espedizion delle galee de Zenova e Pisa, e miafforzai dechiarirli la necessità della prestezza del mandar de queste galie, con quelle più accommodate parole che messer Domene Dio me inspirò. Sua San tità me respose che se maravigliava che fin questo zorno le galie de Zenova non fossero zonte, per el spazzo delle quali lui aveva mandato tutti li danari che erano necessarii; e che non potevano tardar ad esser qui: in luogo de queste de Pisa che non po triano esser in tempo, disse mandaria do altre che se retrovavano qui. Pregai Soa Beatitudine a far con ef fetto quello che prontamente se offeriva; et acciò non se perdesse più tempo, zonte che fossero quelle de Zenova, che in questo mezzo facesse star in pronto queste due che erano qui; e quando anco le mandasse avanti, non saria altro che al proposito. A questo non rispose altro, se non che quelle da Zenoa sariano qui de ora in ora, et andariano insieme tutte. » Me disse poi ch'el Duca era partito da Nocera et 30 DlSPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. andato alla Volta de Camerino, et aveva inteso che quel signor era in animo de defenderse, et aveva chi li dava soccorso. Et interrogando io chi erano quelli, mi rispose: – Li signori suoi vicini; – e non discese a Verun particolare. Poi intrò a iustificar quella im presa di Camerino, accusando molto quello signore, el quale disse non aver niun titolo de signoria, e che solum era governator, ma per lunghezza de qualche tempo se aveva usurpato quel stado che è della Chiesa. Disse preterea molte parole in escusazione e circa le cose de Toscana, dolendose che Fiorentini falsamente lo accusavano e dolevano de lui, perchè quanto aveva operato Vitellozzo era senza niuna sua saputa, el quale aveva in scriptura libertà dal Re de Franza de vendi carse contro Fiorentini della morte del fratello: “ e come aveva avuta la cittadella d'Arezzo con patto dell'aver e delle persone, tamen quelli della terra non li avevano voluto observar; et aveva ritenuto el vescovo che era dentro, per la liberazion del quale la Beatitudine Pontificia ha scritto un breve a Vitel lozzo. Dentro d'Arezzo era Piero de' Medici et il re verendissimo cardinale suo fratello, i quali molto poco speravano. Avevano avuti etiam otto castelli del contado, tra li quali doi ne erano de gran importan zia, e se dovevano aviar verso Cortona. Sopra questa materia molto se dilatò in escusazion sua, non essendo Paolo Vitelli, capitano dei Fiorentini all'assedio di Pisa, decapitato il 1° ottobre 1499, per sospetto di tradimento. Anche il cronista Bonaccorsi dice che il Valentino si giustificò dei fatti d'Arezzo al Re di Francia, colla solita scusa « di Vitellozo che CercaVa vendicare la morte del suo fratello. » DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 31 però accusato, e non poteva far che el parlar suo non dimostrasse qualche segno di letizia. » Ultim0 l0c0 disse, che l'aveva lettere da Ancona de' 16 del mese, chele fuste turchesche, con le insegne della Sublimità Wostra, erano state a quelle aque e fatto damno assai e presi molti navilii con mercanzie de più de 16 mila ducati. Qui io supresi occasione di replicare iterum la provisione, e dissi quanto era necessario al bisogno; tamen de lui nihil aliud, che : — Benfaremo. — E con questo me partii. - » TroZo questa notte se è partito con el cardinale de Libret* a ore tre di notte. » * Amaneo d'Albret, francese, cardinale del titolo di S. Nic colò in Carcere, creato da papa Alessandro nel 1500. II Diario de] Burcardo dice : « Feria tertia, 21 dicti mensis » iunii, in sero, intrarunt barcam in ripa eis paratam (si recte » intellexi) reverendissimus dominus cardinalis de Alibreto et do » minus Franciscus Trochia, secretissimus Papae et ducis Walen » tinensis, et cum eis duo pulchrae curtisanae, italice Thomasina » et Magdalena, ituros per mare ad Regem Francorum se fingen » tes, aliis post paucos dies aliter sentientibus, de quo infra. » Infatti, poco dopo, in data 24 giugno, lo stesso Burcardo scrive: « Subiungebant alii, cardinalem de Alibreto cum Trochia vige » sima prima huius, ad hoc ex Urbe missos, quod cum essent » prope Savonam, ubi reverendissimus cardinalis S. Petri ad » Vincula optime notus, qui eis ad hoc Romae adiunctus fuerit, » descenderet de galea ad terram per schifum, et praefato reve » rendissimo S. Petri ad Vincula adventum cardinalis de Alibreto » et Trochia praedictorum nunciaret, ac ipsum induceret ad ve » niendum in barcha obviam cardinali de Alibreto et Trochiae » eisdem: quod si idem cardinalis S. Petri ad Wincula faceret, » quum esset in galea cum illis, retinerent eum, et velocius quo » possent, ducerent Romam et praesentarent Papae, ne posset » ipse S. Petri ad Vincula duci Urbini affini suo consulere, et ei » pro recuperatione status sui apud Regem Franciae favores im 32 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN, 22. Notizie di Francia. Voci dell'uscita del Papa da Roma. Roma, 23 giugno 1502. Un cardinale disse all'Oratore che si avean noti zie d'accordi tra Francia e Spagna, e che tuttavia il Re di Francia, dicevasi, era per venire in Italia; la quale cosa egli reputava dannosa all'Italia. L'Ambasciatore te mette che questo discorso fosse diretto a cavar notizie, e quindi si tenne sulle generali, in modo da escludere qualunque cattiva interpetrazione, «perchè così biso gna proceder con costoro, che stanno sempre su li archetti. » Si diceva che il Papa uscisse di Roma; il Pontefice nega: « tamen alcuni che cognoscono la natura del Pontefice, che è mostrar sempre di non Voler quello che 'l desidera, iudicano che omnino sia per farlo. » - 23. L'Oratore è chiamato a udienza dal Papa. Si leggono let tere di Cesare Borgia, che danno conto della sua impresa contro Guidubaldo duca d'Urbino. Roma, 24 giugno 1502. « Questa mattina la Beatitudine Pontificia, per uno delli sui palafrenieri, mi mandò a dire che alle 14 ore mi dovessi redura Palazzo, dove andai all'ora deputata; et introdotto nella sala de'Pontefici, trovai Sua Santità » petrare, ac alias designationi Pontificis et filii sui obesse. » Per le citazioni del Diario del Burcardo, ci serviamo del codice magliabechiano, di cui una parte sola (dall'anno 1484 al 94) fu illustrata e pubblicata dal prof. Achille Gennarelli. DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 33 tutta allegra, circondata da molti reverendissimi cardi nali et ambasciatori francese et ispano, che avevano avuto l'ordine avanti che mi. Presentato che fui alla presenza di Sua Beatitudine, me disse: – Domine Ora tor, noi abbiamo mandato per voi, per communicarvi quello che in questa notte abbiamo avuto dal nostro Duca, perchè volemo che tutte le cose nostre siano commune con quella illustrissima Signoria; e perchè questi signori hanno aldito il tutto, ad intelligenzia vostra, iterum faremo legger le lettere. – Et ordinò a messer Adriano che legesse una lettera del Duca, de 21 de questo, data in un certo loco tra Cai et Ur bino, nella quale se contegniva che esso Duca intese, fina essendo a Spoleti, che 'l duca di Urbino faceva union de zente, e za aveva esatti li denari dai sud diti per pagarle, a favor di Camerino. Non volse cre derlo, non se persuadendo che quel duca volesse mancar dalla fede sua data a Sua Santità; se non che, essendo a Foligni, ebbe per la retenzion di un can zeliero del signor de Camerino, che tutta la speranza del suo signor era nel favor del duca di Urbino, dal quale l'aveva zente e vittuarie; il che poi li fu con firmato per un altro canzelier del duca di Urbino retenuto, dal qual ebbe, che 'l duca suo aveva ordine, che, passando le artegliarie da Ugubio (che dovevano andar con poca custodia e senza suspetto, per la fede avuta da lui), dovessero esser retenute. Sdegnato per la intelligenzia del predetto tradimento, esso Duca scrive averse levato da Nocera, relictis impedimentis e tolta solum vittuaria per tre zorni; e redrezate le zente sue da pè et da cavallo verso il stado d' Urbino, GIUSTINIAN. – I. i 3 34 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. con grandissima celerità zonse a Cantiano, terra d'Urbino, poi a Cai; nelli qual lochi per paura li furono aperte le porte, e datoli obedienzia. Essendo poi partito da Cai, per venirsene verso Urbino, non molto lontano s'incontrò nel castellano de Urbin e tre ambasciatori del popolo, che li offersero la terra a suo commando, e li dissero che 'l suo signor con scio dell'error suo, e visto che l'aveva perso la mazor parte del stato, e dubitava del resto e della perso na, la notte avanti alle quattro ore, con doi dei suoi camerieri et altrettanti staffieri e balestrieri a ca vallo, era fuzito dalla terra, e non disse verso che luogo. In calce della lettera fa una breve escusazion, se senza altra intelligenza di Sua Santità aveva fatta questa impresa, perchè il tradimento li è parso tanto enorme, che non lo ha possuto patire. Questa è in summa la continenzia delle lettere, delle qual messer Adriano ha promesso darmene copia, la qual avendo, manderò alla Sublimità Vostra. Udito che ebbi quanto è sopradit to, non mostrando nello aspetto troppo allegrezza, ma stando inter utrumque, dissi che rengraziava la Santità Sua della communicazione a me fatta in nome della Illustrissima Signoria Vostra, la quale io credeva che de questa prosperità di Sua Beatitudine e della Exellenzia del Duca ne averia a piacere, quando la non sia con traria all'onor e fede de quell'eccellentissimo Domi nio, e che la sia a quiete d'Italia e beneficio della republica cristiana, constituita nel pericolo che molte fiate la Sublimità Vostra li avea fatto intender. Que Sta non parve che molto li satisfacesse; e fatto un certo atto, disse: – Domine Orator, voi avete aldito DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 35 la iustificazion del Duca, e potete iudicar quello che el poteva far. – Dissi che ben l'aveva notato, e che del tutto ne daria notizia alla Sublimità Vostra. » 24. Altre notizie d'Urbino. Cenno sull'affare delle galere. Noti zie di Toscana. Andata del vescovo di Volterra, ambascia tore dei Fiorentini, al duca Valentino. Roma, 25 giugno 1502. Non si sa che sian venute altre lettere a proposito di Urbino: ciò farebbe sospettare che le cose non vadano bene; « pur Sua Beatitudine non resta de mostrar letizia grande, e tegnir tutto il stato d'Urbin esser fin questo zorno suo, laudando la generosità dell'animo del suo Duca, del quale quando el parla, non può asconderli affetti e passion dell'animo suo, e tanto si sgonfia per la prospera fortuna ch'el se vede aver, che li par Dio non li possa nuocere, e che ogni altra impresa ormai li sia facile; perchè non Vede alcuno che se li possi opponer, per aver i stati de Franza e Spagna, che l'un e l'altro li obseguisse, per averlo alli commodi sui per le cose del Regno; e lui che è buon maestro de dar pasto a tutti, se sa tegnir con l'uno e con l'altro. Della Sublimità Vostra non dubita, per vederla occupatissima nelle cose tur chesche, e così desidera che la stia sempre; et hinc lacrime; chè tanto el mostra aborir la pace col Turco, parendoli che questa guerra servisse a molti commodi suoi, i quali ghe mancariano, mancando quella; et tamen, el conto che 'l fa de sovegnir la Cristianità in 36 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. tanta necessità, meglio di me la Sublimità Vostra lo cognosse. Quelle benedette galie da Zenova ogni zorno et ora se aspettano, e mai vieneno; nè se puol aver da lui alcuna conclusion, se non de quello che fa al proposito suo; e chi li parla d'altro, li fa noglia e fastidio. » Vitellozzo prospera; ebbe Cortona. « Fio renza è in moto: parte chiama Medici; vero è che non pur consentino nella persona de Pietro. Il vescovo di Volterra è andato dal duca Valentino per nome de' Fiorentini; alcuni dicono, chiamato dal Duca; ta men el Pontefice nega che 'l Duca l'abbi richiesto. » º Francesco Soderini, fiorentino, fratello di Piero, che fu poi gonfaloniere perpetuo di Firenze; più volte adoperato in amba bascerie dal suo Comune, e promosso nel 1503 cardinale da papa Alessandro col titolo di Santa Susanna. Il Soderini fu spedito al Valentino con deliberazione dei Dieci di Balìa de' 22 giugno: il tenore della quale, contrariamente alla smentita del Papa, con ferma ch'e fu richiesto dal Duca. « Magnifici Domini etc. miserunt » reverendum in Christo patrem dominum. F. Soderinum episco » pum Volaterranum ad illustrissimum Ducem Romandiole, ne » que ultra litteras credititias dederunt illi aliqua mandata, quo » niam huius profectionis causa fuit ut audlret prefatum Ducem, » quoniam admodum suis litteris petierat. » (Archivio di Stato in Firenze, Istruzioni ad Ambasciatori dal 1499 al 1512, a c. 88 t.) La dimanda del Duca era che i Fiorentini raffermassero la loro amicizia con lui, dandogliene migliore sicurtà con mutare lo stato; e durò la pratica per quasi un mese, trattenendosi il Soderini in Urbino fino al 20 di luglio; ma non ebbe verun effetto, chè alle lusinghe e alle esigenze del Borgia, la Repubblica e il suo ora tore opposero un fermo e prudente riserbo. Pubblichiamo nel l'Appendice a questo volume, sotto il n. I, alcuni brani delle let tere scritte allora dal Soderini. DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 37 25. Ancora delle cose d'Urbino e di Camerino. Si annunzia la promozione a cardinale del vescovo di Vercelli. Roma, 26 giugno 1502. « Delle cose di Urbino, iudico, la Serenità Vostra per via di Ravenna, con el mezzo del conte di Fo gliano, sia meglio informata di quello che io li possi scriver de qui, dove non si studia in altro che depen zer busie, e non dir se non quel che fa al proposito loro; pur, quanto se intende, per mi fidelmente se scrive alla Celsitudine Vostra; e quella con la sua sapienzia farà quel iudicio li parerà. Qui publicamente si parla dal Pontefice, che tutto il stato de Urbino è convertito alla devozion del duca Valentino, el quale se ritrova in Urbino, e non si lassa però Vedere come è il suo costume. In la terra era per tutto pacifico, senza niun movimento de zente d'arme o fantaria. S'è detto che la rocca stava pur così; non se era ancora data, nè anco eran stati richiesti a darse quelli che erano dentro. Della persona del duca d'Urbino non se intende certo dove el sia: si parla variamente, ma niente con certezza. El Pontefice mostra gran fede d'averlo nelle man, e per tale effetto lui dice ch'el Duca ha fatto e fa ogni diligenza, parendoli che l'averlo a suo com mando, e far de lui quel che l'ha fatto de quel povero garzon del Faenza, sia quello che l'abbi a segurar in quel stado. La impresa de Camerino qui non se estima più niente, parendoli averla za spazzata; al qual luogo solum ha mandato le fanterie per aver poco bisogno de zente d'arme per la condizion del sito. Se è 38 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. divulgato che la zente d'arme se inviava verso To scana per unirse con Vitellozzo: questo non affermo alla Celsitudine Vostra, ma li dico quel che ho, e lei farà el suo sapientissimo iudicio. » Domanin Concistorio se die publicar un cardinal che è quello che alias era vescovo de Vercelli, e per mutò con San Pietro ad Vinculael vescovato de Bologna, per accommodar el Pontefice delli due castelli, ch'el dette al duca de Ferrara per la dote de madonna Lugre zia, come è noto alla Sublimità Vostra, e li ha mandato il cappello per Trozo fin in Franza. Questo nuovo cardi nale è persona molto grata al Re, per quanto se dice, per rispetto del padre; et a tutti questi el Pontefice con ogni suo studio cerca gratificarse; nè resta de far ogni cosa per aver el Re a proposito delle cose sue, tuttavia accarezzando etiam Spagnoli; et a questi doi ambasciatori dà la berta mo all'uno mo all'altro, secondo che li viene al proposito. » 26. Concistoro tenuto dal Papa: vi si parla del Valentino e delle cose urbinati. Considerazioni sul carattere del Papa, e sui suoi procedimenti dannosi alla Chiesa. Roma, 27 giugno 1502. « Ozi in Concistorio è stato publicato il cardinale, che per la mia de heri scrissi alla Sublimità Vostra, et il Pontifice ha detto averli mandato il cappello per Gianstefano Ferreri dei signori di Gallianico, vescovo di Vercelli nel 1500, di Bologna nel 1502: ebbe il titolo di S. Vitale, secondo il Cardella; dei SS. Sergio e Bacco, secondo il Coronelli e il Panvinio. DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 39 Trozo. Questo cardinal è za più mesi eletto, tamen tenuto secreto, et sub paena ea comunicationis aveva proibito a cadaun che non ne facesse parola fin que sto zorno: della qual censura el Pontefice in Conci storio odierno ha absoluto quelli che quotismodo avessero fatto parola de questa elezione. Da poi intrò in la materia de Urbino, e feze lezer lettere del Duca, de XXj del mese, che fu letta etiam l'altro zorno, sicome scrissi alla Sublimità Vostra; della quale io non mi ho curato farne altra instanzia d'averne copia per averla ad sillabam recitata alla Celsitudine Vostra per le mie de 24, per non dar a questi materia de far altro commento alla instanzia che io avesse fatta. In questa materia el Pontefice molto largamente parlò della valorosità del suo Duca, e disse quanto viril mente se aveva diportato; e parlando della persona del duca d'Urbino, della quale non se ha certezza, tra le altre opinion disse esser una, che lui fosse an dato insieme col Prefetto verso Senegaia: e qui ma nazò etiam a lui, s'el sarà vero ch'el li abbi dato re capito. Se andò poi informando con li pratici del paese che erano in Concistorio, quanta distanzia era dal stado de Urbin a quel de Fiorentini, che terre ze erano, e minutamente de passo in passo. Chi conosce la sua natura, iudica che lui non facci queste inter Francesco Maria della Rovere, giovinetto dodicenne, nipote di Guidubaldo, che fu poi da questo adottato per figlio e gli succe dette nel ducato. Il titolo di prefetto di Roma venivagli dal padre Giovanni, il quale aveva ottenuta tale dignità da papa Sisto IV nel 1475, con diritto di trasmetterla per eredità al proprio primo genito. 40 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. rogazion, perchè molto ben el non sapia el tutto, o che non abbi el modo de intenderlo più secretamente che in Concistorio; ma perchè è tanto sensual nelli appettiti proprii ch'el non se puol contegnir de dir qualche parola che indichi l'affetto dell'animo suo. Li buoni de questa corte (chè pur ne è qualcheuno) molto se contristano de questi andamenti, parendoli che le cose della Chiesa siano redutte in malo predi camento, e siano etiam per andare de malo in peius, se Dio non ci pone la mano. Vanno etiam atorno molti rumori et opinion contrarie alla Illustrissima Signoria Vostra, e sono de quelli che rottamente parlano; e quantunque el forzo de queste parole vengano dalle piazze e banchi, delle qual non se die far molta exi stimazione, pur se sente anche sentilla de qualche luogo de autorità. Non è officio mio iudicar le cose, ma scriver quello che aldo alla Illustrissima Signoria Vostra, e lassar che lei con la profonda sapienzia sua iudichi quello che li parerà e provvedi al bisogno. » 27. Notizie del Regno. Affare delle galere. Roma, 28 giugno 1502. Si ha notizia che l'ambasciatore francese ottenne proroga d'un mese al pagamento del censo per Napoli: da che si deduce che non è conclusa pace tra Francia e Spagna. Rispetto alle galere, il Papa afferma che mandò i denari, ma intanto non vengono. DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 41 38. Notizie di Napoli e di Francia. Riavvicinamento del Papa verso la Repubblica Veneta. Roma, 29 giugno 1502. Si è conchiusa in Napoli tregua di quattro mesi tra Francia e Spagna. Il Re di Francia si è sdegnato della condotta di Vitellozzo, e scende in Italia bene armato. Pare che il Papa voglia ristringersi colla Repubblica Veneta. 29. Apprensioni del Papa per la minacciata venuta del Re di Francia in Italia. Notizie di Camerino. Cenni sulle cose di Levante e d'Ungheria. Roma, 30 giugno 1502. « Da poi la nuova delle triegue tra Spagnuoli e Franzesi nel Reame, e la fama della potenzia con la qual vien el Cristianissimo Re in Italia, el Pontefice sta molto sopra di sè, et è in lui fatta gran mutazione de gran letizia per le cose de Urbino, e gran suspen sion d'animo; iudicando che dapoi le triegue abbia seguir conclusion de accordo, e conseguentemente che qualche suo disegno non abbi effetto. Sta in gran pensier della venuta del Re e massime con tanta po tenzia; et essendo con sua Beatitudine ozi, me disse scorlando la testa: – Domine Orator, questa è una gran Zente che questo Re mena in Italia; e non po temo pensar a che fin el vegni con tanto forzo. Quella illustrissima Signoria è savia; doveria considerar que sta C0Sa più di quello lo fa; ma forse che la 'l fa, e 42 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. non se vuol fidar de nui; che non è al proposito delle cose d'Italia. – Io dissi che tutti i pensieri e cogi tazion della Sublimità Vostra sempre con ogni lar ghezza la Excellenzia Vostra li avea fatti intender a Sua Santità, per la filial reverenzia che sempre ha portata e porta a questa santissima Sedia Apostolica; e quelli che ora la premono, non solamente fa inten dere alla Beatitudine Sua, ma sono etiam manifesti a tutto il mondo: che sono, con ogni studio e diligenzia sua, con insopportabil spesa, gravezza e pericolo dello stato suo, opponersi al rabido inimico della fede cri stiana, e resistere quanto la puol, per la defension non tanto del stado suo, quanto de quello d'altri; i quali, se con quella intenzion che dovariano, atten dessero a questo necessario bisogno, la cristiana re pubblica saria più quieta e tranquilla. Della venuta del Re de Franza in Italia non me parse far parola, se non che lui per forza me tirò con frequenti interro gazioni, e li dissi che de questa venuta la Sublimità Vostra non sperava se non bene e commodo, per la mutua benevolenzia et inviolabile confederazione, che è tra la Maestà Sua e la Illustrissima Signoria Vostra. Non mi lassò andar più oltre, e disse: – Dio voglia che così sia. – » Io, Principe Serenissimo, per fuzir de parlar de questa materia entrai a parlar del Duca, chè niun'altra cosa è, della quale Sua Santità parli con più diletto; e Sua Beatitudine me disse ch'el Duca era a Urbino. Aveva aldito e spazzato el vescovo de Volterra per nome de' Fiorentini, alli quali ha fatto intendere ch'el vuol essere suo amigo e defensor delle cose sue, quando DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 43 loro voglino star in la promission che gli hanno fatto l'anno passato della condutta. De Camerino, disse ch'el Duca aveva alquanto differito quell'impresa per le cose de Urbino; ma che omnino voleva continuarla per onor suo e per onor della Chiesa, alla qual quel signor era ribello; e disse ch'el Duca aveva mandato nel paese certe fantarie che avevano dato el guasto ad alcuni luoghi; non erano però appropinquati alla terra de Camerino, perchè non erano a numero suffi ciente: tamen io per altra via intendo che da quelli del paese i fanti del Duca erano sta trattati non troppo bene. » Per conclusion del parlar mio con la Beatitu dine Sua, li arecordai el pericolo della fede de Cristo, pregando Sua Santità, e dovesse con opere fare con parole etiam persuaderli principi cristiani a svegliarse, ormai ch'el tempo ne preme, e non lassar infistolir questa piaga, tanto che, quando poi se vogli, la non se possi curar; e lo sollecitai all'espedizion di quelle galie che restavano al numero de venti, e dissi che quelle del Cristianissimo Re, con le tre nave, erano expedite, e da più di in qua tendevano alla volta de Levante, per unirse con el nostro clarissimo general; e che la Santità Sua non mancasse etiam lei de quel che la die far. Mi respose in consonanzia delle altre fiate, che l'aspettava le galie de Zenova de ora in ora, e non potevano tardar molto a vegnir. Me do mandò poi delle cose de Ongheria quello si faceva: dissi che Sua Beatitudine doveva esser benissimo in formata dal suo reverendissimo legato, ma che io credeva che quel serenissimo Re faria el dover. Me 44 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. disse: – In verità, domine Orator, quel legato me scrive poche volte, e de quelle cose ne intendiamo poco. Scrivete alla Signoria che ne avvisi quello che la intende dalli suoi oratori. – E con questo me partii da Sua Beatitudine, chè l'ora era tarda. » 30. Sunto d'una lettera del residente pontificio in Francia. Pra tiche del Papa presso il Re di Francia a danno degli Orsini e dei Bentivoglio. Roma, 1 luglio 1502. « È officio mio investigar de intender ogni vo: luntà del Pontefice e darne poi notizia alla Sublimità Vostra. Intendo dunque che la intenzion sua è de non trattar meglio questi poveri Orsini di quel che abbi fatto Colonnesi et altri, e per tal effetto, za parecchi giorni, el tentò el reverendissimo Roano per el mezzo del vescovo Flores º per lui residente in Franza. El qual, rispondendo al Pontefice, li scrive una lettera che contiene tre capi principali, i quali me son fatti intender da chi pratica in penetrabilibus Pontificis, e dicemi con buon modo aver veduta la lettera: nella quale narra averse trovato con el reverendissimo Ro º Giorgio dei principi di Amboise, arcivescovo di Rouen (lat. Rothomagensis), creato cardinale nel 1498, ad istanza del re Luigi XII, col titolo di S. Sisto, e legato pontificio in Francia, Ca stiglia e Avignone. Ebbe grande autorità nei consigli del Cristianis simo; e per le concessioni di papa Alessandro, alla cui politica si mostrò sempre favorevole, fu, come argutamente osserva il Mura tori (Annali, an. 1502) quasi « un secondo Papa in Francia. » º Antonio Flores, già auditore della sacra curia, creato da papa Alessandro vescovo Stabiense nel 1496. DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 45 thomagense, el quale li ha fatto de molte carezze, e dittoli ch'el debbi in nome suo ringraziar molto la Santità di N. S. che lo abbi onorato, prolungandoli il tempo della sua legazione, in questo modo videlizet, che di quanto lui starà in Italia, non se intendi cor rerli il tempo della legazion, che lo ha avuto gratis simo. Hinc sumpta occasione, el prenominato Flores, fatte prima le parole generali dell'ottima disposizion del Pontefice verso Sua Signoria Reverendissima, dice aver iterato la materia, de qua alias li aveva parlato: che Sua Signoria Reverendissima, a satisfazion de Sua Santità, vollesse instar e persuader el Cristianissimo Re, ch'el fosse contento ch'el Pontefice potesse castigar quel tristo de Zan Zordano Ursino et il Bentivoglio, e terzo, redimer tutte le terre della Chiesa, che malo modo sono tenute da alcuni etc. In resposta de ciò, dice aver avuto, quanto al terzo, che la Beatitudine del Pontefice poteva e doveva molto bene contentarsi de quello che per il mezzo suo questo passato tempo aveva impetrato dal Cristianissimo Re; e che non era anco ben consigliata la Beatitudine Sua, Voler ad un tratto metter tante legne al foco; e che lui, come quello che amava con ogni reverenzia Sua Santità, li dava questo ottimo consiglio, ita che quanto a questo mostrò totalmente non lo voler sotisfar. Alle due altre petizion del Bentivoglio e 0rsino, non parve che li rispondesse così prontamente, come za per avanti aveva fatto, ma stette sopra di sè e resse respetto. Questa è fideliter la serie della lettera, e fazzo certo la Sublimità Vostra averlo per buona via. Ho pregato chi me ha comunicato questa cosa, usi diligenzia de 46 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. intender che cose sono quelle ch'el Reverendissimo Roano disse, – el Pontefice potrebbe contentarsi aver impetrato per il mezzo suo dal Cristianissimo Re etc.; – e mi ha promesso farlo: e se in questa materia in tenderò alcuna cosa, fideliter la scriverò alla Subli mità Vostra. Questa intenzion del Pontefice non è stata tanto secreta alli Orsini, nè anco a tutta questa corte, che non sia da qualche zorno in qua qualche fumo, ma non così particolarmente: il che non ho voluto scrivere alla Celsitudine Vostra, finchè non sia venuto in qualche essenzial congnizion. Il cardinale Ursino frequenta el Palazzo più che mai, e se mostra molto alieno de prosperi successi del Pontefice: tamen spem vultu simulat, e non molto se ne contenta, perchè da poi quella d'altri li par aspettar la sua destruzion. Ho voluto el tutto significar alla Illustrissima Signoria Vostra, la qual farà quel iudicio che parerà alla somma sua sapienzia. Qui si dicono varie e molte parole dell'animo del Pontefice e Duca, che hanno alle cose della Sublimità Vostra, e della venuta del Re in Italia con tanta zente, avendo accordate le cose del Regno, che par che ogni uno affermi esser a pregiu dizio della Sublimità Vostra; le qual non avendo da via che mi pare fondata, non mi par di scriverle più par ticolarmente, non mi parendo etiam a mi condegno eripere claram de manu Herculis, avendo la Excellenzia Vostra duo sapientissimi e preclarissimi oratori ap presso a quella Maestà, dai quali deve essere informata de ogni verità. Ho per el mezzo de un reverendis º Battista Orsini, cardinale del titolo dei SS. Giovanni e Paolo, Creato da Sisto IV nel 1483. DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 47 simo cardinale, che in questa andata de Trozo in Franza era ordene de redur se el poteva el reve rendissimo ad Vincola alla trapola, sicome za voles sero far alli zorni passati per el mezzo de un Spinola, come per el clarissimo precessor mio et io, ne des simo aviso alla Celsitudine Vostra; ma come allora, così al presente, il pensier non li è reuscito. » 31. Ancora delle pratiche del Papa contro gli Orsini e i Bentivoglio. Roma, 2 luglio 1502. Continua il mal talento del Papa contro gli Orsini e i Bentivoglio; ond'egli rinnuova la domanda al Re di Francia che gli dia il permesso di distruggerli, ma non l'ottiene. 32. Prossima venuta del Re di Francia in Italia. Notizie del Valentino. Roma, 3 luglio 1502. « IIeri il cardinale Ursino fu a Palazzo a impetrar grazia dal Papa de andar ad incontrare el Cristianis simo Re, dice per raccomandarli le cose de' Medici, et è per el rispetto toccato per le altre mie alla Celsi * Vedi la nota in fine del dispaccio 21. Di questo fatto è un cenno anche negli Annales ecclesiastici del Raynald, an. 1502: « Structae etiam fuere insidiae Iuliano cardinali Ostiensi, in Gal liam profugienti, a Trochia, qui erat Alexandro ab arcanis consiliis, et proditione eum intercipere annitebatur; sed eae a divina pro videntia discussae fuere, cum solium pontificale conscensurus esset. » 48 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. tudine Vostra, e non ha possuto ottenir la licenzia; non se l'ha però nè anco negata, ma ha dato buone parole, e che non è ancora tempo fin che non se abbi certezza del zonzer del Re a Milan over a Zenova (dove si dice qui che andarà prima che a Milano), et ha lassato questo cardinale in speranza de darghe licenzia. El duca Valentino è partito da Urbino, et andato a Fa briano; le genti sue sono disperse lì per la Marca; le artigliarie che dovevano avviarsi a Civitacastellana, se drizzano verso Camarin, secondo che ozi me ha detto messer Adriano. Iudico che la volontà che ve dono nel Re alla conservazion de' Fiorentini, li abbi fatto mutar proposito. » L'Oratore accusa ricevimento di lettere ducali del 19 giugno, che approvano la sua condotta rispetto agli affari d'Urbino, e gli danno istruzioni per l'av venire. Ha ricevuto pure commissione dai Capi del Consiglio dei Dieci di pregare il Papa che scriva al Re d'Inghilterra, perchè contribuisca i diecimila du cati dei denari del giubileo e della crociata raccolti in quel Regno e concessi al Re d'Ungheria per la spedizione contro i Turchi; ma non ha ancora ese guita tale commissione, essendo il Papa andato, come di solito ogni festa, « a la vigna. » Le vele turche Sche, segnalate nelle acque di Piombino, erano fuste di Mori. 33. Affare dei danari della crociata raccolti in Inghilterra. Roma, 4 luglio 1502. Circa i denari del giubileo e della crociata, il Papa risponde all'Oratore: « – Nui concedessimo el iubileo DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 49 e cruciata a quel Re, e remanissimo d'accordo che la mità del tratto fusse nostra, per provvedere a questi bisogni della Cristianità, e l'altra mità fusse sua; et avendosi tratta di tal rason da ducati 60 in 70 mila, ne è stato posto difficultà in la nostra mità, per alcuni che dissero che nui non armavamo nè facevamo pro vision alcuna contra Turchi; et è una gran busia, per chè nui facemo quanto potemo: e fu forzio far nuovo accordio con quel Re, zoè ch'el ne desse ducati 15.000, e il resto fusse per conto suo, dei qual ancora fin a questo zorno non ne abbiamo avuto un quattrino. De questi 15.000 noi non volemo scriver che siano dati al Re d'Ongaria, salvo s'el non li vuol tuor in conto delli 40,000 che nui li damo per la forma delli capi toli della lega, perchè nui volemo quelli per l'armar che abbiamo fatto, e per contribuiralla porzion nostra con el Re di Ongaria. Dei ducati 40,000 (dai 15.000 in suso) el Re de Inghilterra ha libertà de darli, e dan doli, nui ne saremo ben contenti, e li scriveremo che li dia per compiacer a la onesta petizion della illustris sima Signoria. – Il Papa aggiunge che la Dalmazia era in pericolo, perchè la Repubblica la teneva sfornita di milizie o fornita di bordaglia. Il Re di Francia per quest'anno non vuole armare, perchè crede che l'ar. mata turchesca non debba uscire: l'Oratore è di contrario avviso. GIUSTINIAN. – I. A 50 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 34. Disposizioni del Papa per la prossima venuta del Re di Francia. Roma, 5 luglio 1502. Il Papa si mostra turbato della calata del Re di Francia: dice che il Valentino è disposto ad andargli a far riverenza. 35. Fatti di Vitellozzo in Toscana. Tumulti della parte medicea in Firenze. Contrarietà del Papa ad un ristabilimento dei Medici. - Roma, 6 luglio 1502. Vitellozzo ha preso Borgo San Sepolcro ed altri castelli: ciò proverebbe che Francia non è, come di cevasi, inclinatissima a Firenze. Questa è in tumulto, e v'è chi vuol rimetter i Medici. Ciò non piace al Papa, perchè i Medici son parenti degli Orsini, che se ne avvantaggerebbero e si farebbero forti. Perciò tenta di metter in sospetto ai Veneziani la calata del Re in Italia. 36. Cose di Toscana: pratiche degli oratori francesi presso il Papa in favore dei Fiorentini. Notizie del Regno di Napoli. Notizie del Valentino. Roma, 7 luglio 1502. « Questa mattina el cardinale de Sanseverino con tutti li oratori francesi sono stati a Palazzo, e molto gagliardamente hanno parlato al Pontefice in favor dei Fiorentini per la nuova che se ha qui del Borgo San Sepulcro; e questo perchè alli proximi zorni el Pon tefice doveva scriver un breve a Vitellozzo in questa DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 51 materia, ch'el soprasedesse: et hallo fatto; perchè nè anco lui se cura che la cosa vadi più oltre, vedendo che la non segue al modo forse che lui aveva desi gnato a particolar commodo suo, a respetto de Orsi ni, per più mie toccato alla Sublimità Vostra. E non avendo questo breve fatto alcun frutto o per non es sere andato in tempo, o perchè Vitellozzo, vedendo che il zuogo li dice buon, non lo ha voluto obedir; questi, che li par esser delusi, se hanno molto scal dato contro el Pontefice, e non si partirono de Pa lazzo, che mandarono per il cancellier fiorentino, e quanto tra loro abbino concluso, non lo ho possuto intendere. In queste cose di Toscana vedo et intendo molte contrarietà, e secondochè variamente se inten dono, così le convengo scriver all'E. V., e lassar che lei sapientissima iudichi quel che più si consoni alla verità. I ministri del Re qui molto se scaldano, e tamen le cose de'Fiorentini ogni zorno vanno de mal in pezo. » Li oratori e li altri suoi qui parlano molto ga gliardi delle cose del Regno, affermando che le tregue non sono per più de Venticinque zorni, che za sono - passati; e che al tutto voleno far fatti. El Spagnolo va più riservato, e affirma la composizion dover se guir omnino, e dice che le tregue non han tempo determinato, essendo conclusa in questa forma (per quanto dice lui) che, finiti li quindici giorni, se tra loro non saranno d'accordo, che l'un e l'altro debbi sopraseder, finch'el venghi dalli Re loro qual º Ser Francesco di Piero del Cappello. 52 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. che determinazion. El tutto deve esser meglio noto alla Serenità Vostra per el mezzo del suo circospetto secretario appresso el gran Capitanio. Per una lettera privata che ho del consolo de Napoli, de 2 del presen te, me segnifica la morte del conte di Capeze; e che se divulgava el principe di Bisignano esser stato avenenato aut fatto preson dal gran Capitanio: io de qui, per via del reverendissimo Erborense, intendo, per lettere de campo in Sua Santità, che è stata ta gliata la testa a detto principe; la E. V. averà la ve rità per altra via. » Le staffette spessegiano dal duca Valentino al Pontefice; el qual, fin al dar delle ultime sue, se re trovava a Castel Durante del stato d'Urbino: le zente sue se dice aviarsi verso Sinigalia. » 37. Andata dei cardinali Orsini e Sanseverino al Re di Francia, per invito di lui. Falsa nuova del ritorno del Valentino in Roma. Roma, 8 luglio 1502. Il cardinale Orsini ottiene con difficoltà licenza dal Papa di recarsi al Re Cristianissimo, che lo aveva invitato a sè; partirà subito dopo a quella volta an che il cardinale Sanseverino. Questi cardinali che Vann0 presso il Re di Francia, danno qualche pensiero al Papa. « Questi zorni qui fu ditto ch'el duca Valentino era per tornar a Roma, e ozi publice si è divulgato * Correttamente, Arborense. È Iacopo Serra, catalano, ve scovo d'Oristano in Sardegna, cardinale del titolo di San Clemen te, creato da papa Alessandro nel 1500. DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 53 che l'era zonto. Et essendo io con el cardinale Cesa rino' (ch'è un de quelli che alle volte pratica con el Duca, per esser zovene), me ne toccò una parola; tamen non lo affirmava. E volendo io pervenir al cen tro di questa cosa, ho ritrovato che la è una zanza, perocchè per via certa ho saputo che la Santità Pon tificia questa notte li ha spazzato un fante, con ordine stretto che le lettere non siano date in mano d'altri che del Duca. Io sono stato vigilantissimo, nè spen derò la cura mia in altro che nell'investigar tutte le cose degne dell'intelligenzia de Vostra Signoria Illustrissima, per dargliene subito avviso come si con viene al debito. » - 38. Caduta da cavallo del Valentino. Roma, 9 luglio 1502. Una staffetta ha portato la nuova che il duca Va lentino è caduto da cavallo in un fosso, e s'è fatto male: il Papa n'è afflitto. 39. Voci sul viaggio del Re di Francia in Italia. Cose di Toscana: ritirata di Vitellozzo da Poppi: manifesto favore del Re di Francia ai Fiorentini. Roma, 10 luglio 1502. Corrono voci circa il viaggio del Re di Francia: anderà ad Asti, Milano, o Pavia, poi a Genova, o forse direttamente a Firenze. Tutte queste notizie danno noia al Papa. Giuliano Cesarini, romano, diacono cardinale, creato nel 1493: ebbe prima il titolo dei SS. Sergio e Bacco, poi di S. Angelo. 5 4 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN, « Di Toscana si ha che, essendo Vitellozzo a campo a Poppi, le 200 lanze francesi venute in soc corso de' Fiorentini, e altre che loro avevano fin al numero de 300, con buon numero de fanti, sono an dati a ritrovarlo; e Vitellozzo, lassata la impresa, si era ritirato ad Arezzo con le sue zente. Se tien qui per certo che, vedendosi manifesta la volontà del Re in favor de' Fiorentini, che presto siano per ricuperar quanto li ha occupato Vitellozzo. » 40. Malattia del cardinale di Modena, con sospetto di veleno. Colloquio dell'Oratore col Papa. Fatti del Regno: favore del Papa a Spagna. Notizia del Valentino. Roma, 11 luglio 1502. Il cardinale di Modena giace malato con poca speranza di guarigione: si dubita di veleno. L'Ora tore ottiene un'udienza dal Papa, nella quale, oltra all'intrattenersi sopra affari di giurisdizione ecclesia stica spettanti a quel cardinale, è parola delle galere di Genova, che sono giunte a Civitavecchia, e che in numero di cinque potrebbero congiungersi alle altre. Il Papa poi, entrando a parlare delle cose del Regno, disse non esser vero ciò che correva in pub blico, che il Re di Spagna avesse imbarcato 15.000 uomini (già smontati in Sicilia), ma soltanto 3000; aggiunse essere gli Spagnuoli « molto potenti e anche ricchi de denari, benchè sia commune opinion in con trario; • e parlò di loro con molto favore, « al con trario di quello faceva pochi giorni prima. » Disse anche, non esser vero che il Re di Francia condu cesse in Italia tanta gente quanta dicevasi. DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 55 « Ultimo loco, me disse el caso del suo Duca, scritto per mie de 9 all'E. V., esser in questa forma: che, correndo sopra un caval zanetto drieto un daino, se ruppero le redini del cavallo, e lui volse saltar di sella, e non puotè non recever lesion; e hasse offeso un cubito e scorticata la faccia da una banda. Sono chi iudica questa esser fizione, per po terlo excusar quando non andasse al Cristianissimo Re, dove par ch'el non se contenti molto ch'el vadi. » 41. Voci intorno a re Federigo di Napoli. Miglioramento di salute del cardinale di Modena. Roma, 12 luglio 1502. Corre voce che la venuta del Re Cristianissimo in Italia sia per restituire re Federico nel Regno. « La verità è che, vedendosi difficili questi de Ischia darsi alla obbedienza del Cristianissimo Re, Federico, per spogliarse de ogni sospetto che potesse aver di lui la Cristianissima Maestà, che questa difficoltà pro cedi da lui, è contento de dar la donna sua in mani bus Regis. » El reverendissimo Modena ozi sta meglio al quanto che heri; pur non è senza gran pericolo, per el iudicio de'medici: el parosismo de questa notte farà far più vero iudicio della salute o morte sua. Se Dio esaudisse i preghi universali di tutta questa terra, non se leveria de letto, ch'el saria portato alla sepol tura. » 56 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 42. Il Papa sconfessa e biasima le imprese di Vitellozzo contro i Fiorentini. - Roma, 13 luglio 1502. È venuto per ambasciatore di Firenze al Papa messer Francesco Pepi. “ I Fiorentini sperano riaver tutto col mezzo di Francia. Il Papa sparla di Vitel lozzo, e dichiara gli Orsini promotori dell'impresa. Dinanzi all'ambasciatore francese disse ch'esso Vitel lozzo « era un zoto, e disse che la Maestà del Re faria ben a castigarlo; la qual cosa ha dato assai che mormorare a molti buoni, pel tanto carico dato a questi che non sono mossi se non suo nutu. » 43. Partenza del cardinale Orsini. Roma, 14 luglio 1502. Il Re di Francia desidera la quiete di Firenze, turbata dal Papa. Il cardinale Orsini è partito ieri per andare incontro al Re. 44. Colloquio dell'oratore fiorentino col Papa: attitudine ferma del Comune di Firenze circa gli affari di Vitellozzo. Ma lattia di Lucrezia Borgia. Roma, 15 luglio 1502. L'ambasciatore di Firenze « non è venuto voca tus dal Pontefice, anzi mandato dalla sua Signoria, per Spedito dai Dieci di Balia il 5 di luglio, giunse in Roma il 42: così dai carteggi dell'Archivio fiorentino. º Zoto, zoppo; e metaforicamente ha significato dispregia tivo. Vedi Boerio, Dizionario del dialetto veneziano. Ma qui sta forse per gioto, che trovasi in altri luoghi di questi dispacci, e che significa propriamente ghiotto, e in senso figurato, sciocco. DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 57 certificarse, se potranno, qual sia la mente di Sua Santità circa le cose sue: il qual assai prudenter et animose ha parlato con el Pontefice circa le cose che Vitellozzo ha occupato del stato de Fiorenza. Ha avuto in risposta, che di quanto ha operato Vitellozzo contro di loro, nè il Duca nè manco Sua Beatitudine erano stati consenzienti; che da mo che ogn' ora che possino riaver le cose loro, el saria molto contento, eccetto la terra del Borgo, la quale era della Chiesa, e altre fiate data in pegno a Fiorentini in tempo della santa memoria de Eugenio, per certa summa de una moneta che montò da circa 14 in 15 mila ducati; co me per publici instrumenti apar, che questi zorni Sua Santità ha fatto ricercare e halli ritrovati; e si offeriva, come era ben conveniente, a restituirli i sui danari, per redimer le terre della Chiesa. L'orator a questo prontamente rispose ch'el non era venuto per far composizion alcuna con Sua Santità, e che se Sua Beatitudine era firmata in questa opinion, lui era per ritornarsene a Fiorenza immediate. E in questa risposta è stato sempre costante; e partito da Sua Santità, immediate spazzò il corriere a Fiorenza. » º La lettera dell'ambasciatore fiorentino, alla quale qui si accenna, è del 13 aprile; e nel suo contenuto si ha una prova del l'esattezza delle informazioni del Giustinian. Ci pare anche op portuno di riferire un passo di un'altra lettera dello stesso amba sciatore, del dì 23, che conferma quanto è detto nel dispaccio 42 dei sentimenti che dichiarava in quei giorni il Papa contro Vitel lozzo. «Parlò bruttamente di Vitellozzo, et il medesimo ne avea facto il dì avanti..., mostrando che non li potea più piacer che vederlo disfacto; e che se il Re vorrà perseguitarlo, lui ne lo adiuterà infino alla morte e totale sua destructione. » (Arch. fior. Lettere alla Bafia, ad annum.) 58 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. Lucrezia sta male; il Papa ha mandato il vescovo di Venosa º alla cura di lei. « El Pontefice è molto di malavoglia, non li pa rendo che le cose sue vadino a modo suo; e per buona via ho inteso che l'ha avuto a dir che la for tuna lo comincia a battere. » 45. Intendimenti del Re di Francia rispetto a Vitellozzo e al Papa. Roma, 16 luglio 1502. Alcuni dicono che il Re di Francia accettò le giu stificazioni del Papa, ma vuol punire Vitellozzo che di suo capo molestò i Fiorentini. Trozo scrive che il Re vuol rimettere in casa quanti ne furon cacciati ingiu stamente: « parole che danno molto che pensar al Pon tefice, perchè confirmano quella opinion, che publice è divulgata in tutta questa corte, che la venuta del Re non è per altro che per far un nuovo Pontefice. » Mo dena ricade, dopo essere migliorato. 46. Notizie relative al Turco. Roma, 17 luglio 1502. Il Papa opina che il Turco quest'anno non farà alcuna spedizione; e inoltre tanto esso che i cardi nali e tutti credono conchiusa la pace fra la Repub blica e il Turco. L'Oratore perciò ritiene che non sia da sperare alcun soccorso da Roma, e reputa inu tile d'instare più a lungo. Berardo Bongiovanni, recanatese, dottore di medicina, creato da papa Alessandro, al quale era carissimo, vescovo di Venosa il 21 giugno 1501. DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 59 47. Notizie come sopra. Roma, 18 luglio 1502. Si ripetono le stesse notizie relative al Turco. 48. Il cardinale di Modena è in fin di vita. Disposizioni del Papa per impadronirsi delle sue ricchezze. Roma, 19 luglio 1502. « Essendo el reverendissimo Modena pervenuto all'estremo ponto della vita, desperato da tutti li medici, con opinione ch'el tondo della luna, che sarà la notte futura, lo abbi a portar via; Nostro Signore l'è stato a visitar, e ha ordinato che le esequie sue siano ono rate con tutte le cerimonie cardinalesche. Non volse però partirse da lui senza ordine che si facesse in ventario de tutte le robbe che erano in casa, e sta molto intento alla utilità che la spera dalla morte di questo cardinale, el qual se iudica abbi buona summa de denari contanti, oltra il mobile che è assai. Questa cupidità di questo guadagno presentaneo li fa tolle rar facilmente el futuro danno della persona di questo cardinale, che è attissimo instrumento a recuperar denari, e tal che è opinione de molti che Sua San tità non sia per ritrovarne più un altro sufficiente a simil esercizio. E questo è stato causa, che io non ho avuto commodo d'aver audienzia da Sua Beati tudine. » 60 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 49. Morte del cardinale di Modena: distribuzione de' suoi bene fizii. L'oratore spagnuolo espone in Concistoro l'accordo fatto tra i suoi Re e il Cristianissimo, e rimette in arbitrio della Santa Sede la composizione delle discordie tra i ca pitani dei due Stati nel Regno. Roma, 20 luglio 1502. « Quanto fin heri accadeva, scrissi alla Sublimità Vostra per Pellalosso corriero, et inter cetera, ch' el reverendissimo Modena stava in extremis, e che per openion de medici, questa notte se ne andaria: i quali de poco se hanno radegato, perochè questa mattina, a ore 12, emisit spiritum, con gran satisfazion de tutta questa corte; e beato colui che ora ne puol dir pezo! Io, per me, me ne doglio, perochè invero, da poi avuto il possesso dei doi beneficii in dominio del l'E. V., molto li era affezionato e commodo alle cose di quella: requiescat in pace. Subito da poi morto, se redusse el Concistorio, e sono stati dispensati tutti i suoi beneficii in questo modo: l'arcivescovato di Ca pua al cardinale da Este; º el vescovato de Modena ad un fratello del ditto cardinale defunto; el resto tra alcuni sui nepoti e resto della famiglia. La miglior parte ha avuto Sebastian Pinzon cremonese, suo se cretario, e colui che era le delizie del cardinal ; et è fama publica che li abbi avuti in premium sanguinis, perochè per molti evidenti segni se tien ch'el car dinale sia morto ea veneno, e che questo Sebastian * Radegato, sbagliato. º Ippolito d'Este, dei duchi di Ferrara, creato diacono car dinale, del titolo di Santa Lucia in Selci, nel 1493; detto altrove il cardinale di Ferrara. DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 61 era stato el manigoldo: ha avuto el canonicato de Padova, e la prepositura de Sant' Agata de Cremona con do altri beneficii, uno qui in Roma e l'altro in Mantoana per la summa de ducati 500: el Papa lo ha recevuto inter familiares. Dei denari ritrovati a que sto cardinale se parla variamente, tutti però per ar bitrio; ma io credo però aver inteso la verità che sono stati ducati 14.000 de contadi, oltra il mobile, che è buona summa; e il tutto è pervenuto in mano del Pontefice. » L'Oratore chiede udienza dal Papa; e ottenutala, si duole che egli non abbia soprasseduto alla colla zione dei due benefizi di spettanza della Repubblica Veneta. « Me rispose: – Domine Orator, abiate pazien zia: ne ha parso per coscienzia de remunerari pa renti e servitori di questo cardinal morto. – » Nel'odierno Concistorio fu intromesso l'Oratore ispano, el quale ha presentato prima lettere de creden za, e a N. S. e al collegio del reverendissimi cardinali espose la causa della composizion dei sui Cattolici Re con el Re Cristianissimo, essendo stata non solum per commodo de stati loro, ma etiam per beneficio uni * Il Vedriani (Vite dei Cardinali modenesi, Modena, 1662, pag. 21) dice che il Pinzone, fatto prendere da Leone X, confessò il delitto, « se ben per l'adietro l'avea pur in altri tormenti ne gato; del che e di altri misfatti pagò la pena. » A questa notizia, assai vaga, ne aggiungiamo una, inedita, tratta da un breve di papa Giulio II del 24 maggio 1512 (R. Arch. di Stato in Firenze, Per gamene Bigazzi); dove apprendiamo che il Pinzone trovavasi fin da quel tempo sostenuto in prigione nella rocca di Gallipoli; e che papa Giulio diede allora ordine a Raimondo da Cardona, vicerè di Napoli, glielo mandasse a Roma sotto buona custodia, e intanto facesse anche ricercare e imprigionare il fratello di lui Niccolò. 62 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. versal de tutta la Cristianità; e che alla conservazion de questa intelligenza i sui Re pongono ogni cura e studio loro; tamen essendo venuta discordia tra i capitani di questi due stati, insciis dominis, che ea nunc i suoi Reali si mettevano in arbitrio della San tità Sua e di quel sacratissimo collegio, i quali aves sero a terminare ogni differenzia che potesse esser nel Regno tra le Cattoliche Maestà e il Cristianissimo Re, de iure tantum; e mostrò el mandato dei suoi Re, dato in Toledo alli 25 di zugno, della libertà che lui ha di far questo arbitrazo. El Pontefice poi, pre sente questo orator, molto se estese nella laude delle Cattoliche Maestà, e presertim di observanzia e fede verso la Sede Apostolica; ma non molto da poi par tito questo ambassador, disse il contrario, e che li Spagnoli, che ora vedono vegnir il Re de Franza in Italia potente, sono fatti umili e condescendono a far quello che per avanti non volevano far per alcun modo: e disse che in questo avril el Cristianissimo Re aveva mandato un in Spagna, azò che quei Re mandasseno un altro loro insieme, i quali compones sero le lor differenzie, e non lo avevano voluto man dar; e laudò i Francesi, come prima aveva laudato Spagnoli, e che erano più Valentuomini. » 50. Notizie di Camerino. Pratiche del Papa coi Fiorentini circa le faccende di Vitellozzo. Roma, 21 luglio 1502. « Oggi sono lettere al Pontefice del vescovo di Crema, governator del campo, de 17 del mese, dato DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 63 nel borgo di Camerin, le quali significano el pren der de detto borgo con molta occision de uomeni; e subzonse che, possendo loro tenir quel borgo, sperano di aver la terra, subito ch'el Duca fosse Zonto lì. » Dapoi queste lettere verso el tardi venne in Roma un'altra staffetta con lettere de 19, che signifi cano, come el signor Annibal figliolo del signor de Ca merino è stato a parlamento con quelli del campo, e che l'una e l'altra parte aveano levate le offese, e si formavano capitoli dell'accordo, el quale se reputava per concluso, et immediate averiano la terra: non se intende ancora la forma dei capitoli. » El reverendissimo Sanseverino, per quanto se dice, doman omnino partirà de qui, o alla più longa sabato mattina. El Pontefice sta suspeso e, quanto può, se iustifica delle ingiurie fatte a Fiorentini, e in questa iustificazion molto se estende; perochè qui è fama publica ch'el Cristianissimo Re continuamente di mostra ogn'ora più la sua displicenzia delli inco modi fatti a quel stado, dicendo esserne stato causa il Pontefice. El qual, quanto più puole, accarezza Fio rentini, e insta de far due cose: l'una, che loro siano rufiani di sè medesimi, iustificando el Ponte fice appresso el Cristianissimo Re, et incargando solo Vitellozzo; l'altra è, ch'el vorria che Fiorentini si contentasseno, che la restituzion dei lochi tolti per Vitellozzo se li facesse per mezzo del duca Valentin, come compositor di questa cosa, per mazor iustifi cazion de Sua Beatitudine e del Duca appresso del Cristianissimo Re. L'orator fiorentino all'una et al 64 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. l'altra di queste petizioni dà buone parole, non li ha promesso però alcuna cosa: aspetta risposta dai suoi Signori, e per quanto lui ore proprio me ha detto, è per partirse presto de qua. » - 51. Acquisto di Camerino. Il Papa ne dà annunzio agli oratori veneto e spagnuolo; e fa al primo grandi proteste d'ami cizia verso la Repubblica, esprimendo il desiderio di en trare in lega colla medesima. Roma, 22 luglio 1502. « Ozi a caso se abbiamo ritrovati insieme a Pa-. lazzo, l'orator di Spagna et io; et insieme introdotti, ritrovassimo il Pontefice tanto allegro quanto ancora mai lo abbi veduto; e chiamatine tutti doi proxime alla Santità Sua, ne communicò la nuova dell'acquisto de Camerin, e si era tanto perduto in questa letizia ch'el non puotè continuar quel che 'l voleva; ma per più espression della cosa si levò in persona de sedia, e si ridusse a una finestra, e qui fece lezer una lettera del suo Duca, data in Urbino a 20 del mese, a ore Xvij, el tenor della qual è, come, a onor di Sua Beatitudine, lui aveva acquistata la terra di Camerin con tutto el suo contado; et usa queste formal parole: – che buon pro facci alla Santità Sua; – e subionse, che tanto più onor è di Sua Beatitudine et anche di lui Duca, quanto che, senza la persona sua, le zente sue l' abbia acquistata. Letta che fu la lettera, disse Sua Santità: – Nui non avemo però lettere dal campo, che non è senza nostra ma raviglia; tuttavia crediamo ch'el Duca ne scrivi la Verità, e che quelli del campo abbino dato prima DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 65 avviso a lui, per darli questo onor che lui sia il primo che ne daghi l'avviso. – L'orator ispan et io se allegrammo de ogni prospero successo di Sua Beatitudine. El Pontefice poi, voltatosi verso di me, disse: – Nui abbiamo inteso che la illustrissima Signoria ha mandato zente d'arme e fantaria a Ra venna, che non è bisogno, perchè el Duca è buon figliuolo di quella illustrissima Signoria, e non desi dera mai altro se non che quella vogli una volta co gnoscer la reverenzia e fede sua verso di lei; et in ogni bisogno di quella Signoria e la persona del Duca e tutte le zente sue sarian provate ad ogni commodo e beneficio suo. E nui non manco desideriamo di aver buona intelligenza con lei, alla qual sempre saremo buon padre, nè vossamo che la facesse queste demonstrazion, le qual dano qualche sinistra machi nazion a quelli che non intendono, che la mente sua non sia buona verso le cose del Duca. – E poi vol tatosi verso lo Ispano, disse: – Non è in questa terra il miglior testimonio dell'ambassador, quanto all'animo nostro verso quella illustrissima Signoria. – E qui lo sconzurò dicendo: – Ambassador, dite la verità, se non ve venghi la iandussa, di quel che più fiate vi abbiamo detto. – E non respose alcuna cosa l'ambassador: che pur seguitando el Pontefice, con metterli la man sotto la golla, et accarezzandolo, disse: – Voi sapete quanto desideriamo aver bona intelligenza con la Signoria di Venezia. – Quanto el Pontefice diceva, tanto con grande asseveranzia com º Iandussa o Ghiandussa, propriamente piccola ghianda, e anche fistolo, peste. Qui la frase vale: Vi venga il malanno! GiUsti NIAN. – I. 5 66 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. probava questo orator, dicendo etiam, che molto più faceva ora per la Excellenzia Vostra ad aver el Duca per buon fiol, che prima ch'el fusse confinante con lei ne' suoi stati. E disse: – Domine Orator, a questo se li voria aver qualche cura. – El Pontefice non espettando altra risposta da noi, essendo tuttavia in piedi come era stato in tutto questo conferimento, dandomi della man sopra la spalla, disse: – Ambas sador, a chi ne portasse nuova, che la illustrissima Signoria volesse astringersi con noi in buona intelli genzia, nui li fassamo bel presente. – E in dimo strar questo esser suo cordial desiderio, parlò lun gamente, e con demonstrazion de grande affezion, replicando più volte esser suo unico desiderio de unirsi con la Celsitudine Vostra, sempre chiamando lo Ispano in testimonio de zo: e quel senza molta difficultà attestava il tutto. E poi insieme me dis sero, che di tutte quelle parole ne dovesse dar notizia alla Sublimità Vostra. Et interloquendum disse il Pon tefice: – Costoro dicono che 'l re de Franza viene in Italia per essere contrario. Nui staremo a vedere: sarà quel che Dio vorrà. El Duca ne scrive che starà ad Urbin, per veder come andaran le cose; e non du bita ponto ch'el Re Cristianissimo venghi in Italia per alcun suo incommodo, perchè li è buon e fedel servitor. In risposta di quanto è soprascritto, Prin cipe Serenissimo, ambulavi super generalissimis, se 'I Pontefice andò super generalibus, nè mi parve conve niente discendere ad alcun particolare, dicendoli che della buona mente di Sua Beatitudine verso la E. V. non bisognava la testimonianza di quel magnifico ora DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 67 tor; e che Sua Beatitudine, con la esperienzia mani festa, aveva fatto chiara la Sublimità Vostra del buon animo suo verso di lei; nè manco averia fatto la Excellenzia del Duca, in signum amoris et reverentie Verso la Celsitudine Vostra: e che io all'incontro li prometteva che dalla Illustrissima Signoria Vostra all'incontro li era ottimamente corrisposto, come per il passato la Santità Sua per esperienzia lo aveva po tuto veder, e così potrà far in futurum; e così la Excellenzia del Duca, el qual era stato accettato dalla Celsitudine Vostra per carissimo fiolo, et in loco de figliolo sempre lo tegnirà, quando lui non mancasse dall'officio suo, come lei per indubitato teniva ch'el non mancheria. E con queste generalità me la passai in questa risposta. Et in fine, iterum, la Santità Sua mi commise che di quanto el mi aveva detto, ne do vesse dar aviso all'Illustrissima Signoria Vostra. E con questo io mi parti, e vi rimase l'orator ispano, el quale da alcuni zorni in qua molto frequenta el Palazzo. » 52. Notizie d'Ungheria e di Levante. Affare delle galere. Roma, 23 luglio 1502. « Questa mattina mi sono soprazonte quattro lettere di Vostra Celsitudine de 12, 15, 17 e 18 del presente, le quali sono state ricevute e lette da mi con la debita reverenzia. In quelle del 17 erano inclusi i summari delle felici nuove di Ongaria, e quanto aveva la E. V. de Levante. Subito lette, per essequir i co mandamenti de Vostra Sublimità, andai a Palazzo; et introdotto a N. S., li espusi la continenzia dei sum 68 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. marii, e poi li fezi lezer, li quali furono gratamente et alacri vultu ascoltati da Sua Santità, e ben notati da quella in ogni sua parte, e dimostrò de averne non mediocre apiacer. Rengraziò molto la Sublimità Vo stra di questa partecipazione, persuadendola etiam a perseverar magnanimamente. Io dissi che la Celsitu dine Vostra non mancava in cosa alcuna, come ben era noto a tutto el mondo, per el beneficio de la cristianissima repubblica: cusì etiam supplicava la Santità Sua, che non li volesse mancar lei di ogni sussidio e favor, come vero e buon capo di questa santa religione, a questa necessaria e laudevolissima espedizion.... » In quelle de 18, la Serenità Vostra mi lauda, per clemenzia sua, della sollecitudine usata fin qua circa la espedizione delle galee, ch'el Pontefice do veva armar a Zenoa et a Pisa; poi mi comanda che debbi desistere di tal sollecitudine; el che za tra me medemo avevo pensato di fare avanti il ricevere di queste, come per le mie de 17 averà inteso la Sublimità Vostra esser za animo mio. Ringrazio im mortalmente messer Domene Dio, che me inspirasse in far quello, che ora esser de mente de la Sublimità Vostra cognosco. » 53. Conferma dell'acquisto di Camerino; e nota dei prigionieri. Grandi allegrezze del Papa, e feste in Roma. Roma, 24 luglio 1502. « Heri sera furono lettere dal campo al Pontefice che li confirman la captività di Camerino, cioè che i popoli si hanno dati a discrizione del Duca, la quale DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 69 è stata molto poca, perchè l'ha ritenuto il signor vecchio con tutti li figliuoli legittimi e bastardi, e sono nominati ad uno ad uno nella lettera del gover nator del campo. El signor Vananzo, si dice nella lettera che era scoso in una cisterna, e lì fu trovato, e lì fatto preson. Con loro sono presi molti cittadini et altri, tra li quali è preso un Pandolfo Malatesta, et un Troian Colonna, e molti fuorusciti di Perusa, e fasse conto da 18 persone de condizion, oltra el signore li fioli; il che ha fatto tanto mazor la alle grezza del Papa, parendoli veramente aver acquistato el stado; avendo i signori nelle mano. Et ha questa sera spazato una bolzetta molto in pressa, in che commanda che siano ottimamente custoditi, e vor ria che sien condutti qui a Roma, per farne la vo lontà sua. De questa nuova il Pontefice ha fatta tanta demonstrazion di allegrezza, che più non si potria dir, con fuoghi, con suon di campane, tante che è una meraviglia. El governator della terra tutta notte è andato attorno con una gran turba, facendo far fuogo e gridando Duca, Duca, e non altramente hanno fatto quelli della guardia del Pontefice, e pre parase far el medemo questa notte ventura e l'al tra ancora, che saranno tre. Fanno insieme la festa della captività de Camerin e di Urbino, che non fu fatto allora niente, perchè invero quella non fu senza nota di tradimento. Quel che facci questa tanta alle grezza è la captura de quei signori, i quali faranno per iudicio d'ogni uno la mala fine. » Venanzio, figliuolo di Giulio Cesare Varano, nato nel 1476. 70 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 54. Colloquio dell'Oratore col cardinale di Napoli: vi si discorre degli affari di Francia. Roma, 25 luglio 1502. « Ozi essendo in visitazion del reverendissimo Na poli (chè, per essere molto affezionato alle cose della Serenità Vostra, volsi andar a comunicarli li summarii delle cose d'Ungheria e de Levante, come ho etiam fatto con li altri reverendissimi che sono delli no stri), primum Sua Signoria Reverendissima mi ringra ziò, mostrandomi di averne singolarissimo apiacer; et intrati poi in altri conferimenti, mi disse della poca contentezza del Pontefice, ch'el Cristianissimo Re venghi in Italia, e disse aver per via certa, che Sua Maestà ha scritto al Papa queste parole: – Che non erat suum cercar, come el faceva, farsi in temporalibus signor de Italia; – et intercetera, descende ad parti cularia del Bentivoglio, el qual non vol per niente ch'el eschi de casa sua; e di lui parla molto honori fice. Al che, dice questo reverendissimo ch'el Ponte fice risponde, non voler alcun mal del Bentivoglio, et usa queste formal parole: – Che di questa esal tazion darà a messer Zuanne la Maestà Sua, Sua Bea titudine ne sarà molto contenta. – In queste medeme lettere Sua Santità fa escusa delle cose fatte contra li Fiorentini; maravigliasi che Sua Maestà li facci ognora tal opposizion, per il che iudica che hoc sit querere causam contra de lui; e quando pur Sua Maestà abbi tal animo, che lui ha tal cosa in pugno, ch'el saperà Oliviero Caraffa, arcivescovo di Napoli, creato cardinale da Paolo II nel 1467 col titolo dei SS. Pietro e Marcellino. DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 71 molto ben prevalersi. Avendomi questo reverendis simo cardinal, uomo dell'autorità che egli è, comu nicatomi queste parole con assicurazion de verità, mi ha parso debito mio significarle alla Celsitudine Vostra, la quale con la summa sapienzia sua ne farà quel iudicio che le parerà. » 55. Affare del duca d'Urbino. Roma, 26 luglio 1502. - Il Papa bada a fabbricare un processo contro il duca d'Urbino « per iustificare le cose sue, o sospet tando specialmente di Francia. 56. Il Papa comunica all'Oratore altre notizie della vittoria com tro i Turchi, in Ungheria; della cattura dei signori di Ca merino; e raccomanda vivamente alla Repubblica il Valen timo, facendone grandi elogi. Roma, 27 luglio 1502. « Ozi sono stato a Palazzo, per intender qualche cosa degna da esser significata per me all'E. V., al che sempre con ogni mio studio intendo; et intro dutto al Pontefice, ritrovai Sua Beatitudine sola, et io ero solo, perchè il secretario mio, da heri in qua, è in letto con qualche alterazion de febre. Sua Santità mi fece un'allegra cera, e mi addimandò se io aveva cosa alcuna de nuovo; e dicendoli io, non aver più di quel che questi zorni avanti aveva communicato a Sua Beatitudine, ma che io aspettava de ora in ora de intender la vittoria contra Turchi in Ongaria, come ancora mazor che fin ora non se aveva inteso, 72 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. perchè i nostri ancora seguitavano li nemici; allora me disse: – Nui avemo aviso dal nostro legato, che sono stati morti più Turchi, che non son quelli che sonnotati nei vostri summarii. – Resposi che quanto più fossero, tanto più se doveva allegrar la Beatitu dine Sua e tutta la republica cristiana, de cuius re agebatur. » Entrò poi Sua Santità a raccontarmi l'acqui sto de Camerino, dicendo, che trattando quel signor accordio con i conduttieri et altri uomini da conto del campo, el populo, senza altra resoluzione d'ac cordio, se levò, e presentò il signore e figlioli e quei altri che sono presi, e li dettero in mano del gover natore per nome del Duca. E disse Sua Santità: – Questa cosa è miracolosa, per punir i mancamenti di quei tristi. – E qui parlò molto ignominosamente e con gran incarco de quel signore, e disse: – In ve rità, domine Orator, nui abiamo aute molte vittorie, ma de alcun'altra non ne abbiamo presa tanta alle grezza quanto di questa, per averla avuta in questo modo. – E volse dir per la captura di questi si gnori, contra i quali dimostra un malanimo; et aspet tanse qui che, per iudicio d'ogn'uno, i saranno mal venuti. Finito questo rasonamento con demonstra zion de gran carezze, che fu preambolo a quanto me disse poi; intrò iterum in dechiarirmi il desiderio di Sua Beatitudine, che la Celsitudine Vostra vogli abbrazzar il suo Duca; dicendomi: – Vedete, domine Orator, noi non desideriamo altro più in questo mondo, che veder il Duca in grazia dell'illustrissima Signoria vostra; e quando avessamo collocato el Duca DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 73 in le brazze sue con grazia sua, morendo poi quando piacesse a Dio, la morte non ce saria amara. – E disse: – Ne abbiamo fatto dir qualche cosa alla illu strissima Signoria; tamen, per essere occupata in cose che più la premono, et essendo aggravata di spese, non li ha parso di prestarne orecchie, iudi cando forsi ch'el Duca non sia per contentarsi di poca cosa. E non è cusi, perchè, quando la illustris sima Signoria volesse far qualche cosa, la trovaria el Duca de tanta descrizion, quanta dir si potesse; nè vi pensate che li volesse dar taglia, ma si voria contentar di quanto lei volesse. – E qui entrò in molte laude della fede di questo suo Duca, affermando che mai uomo l'aservò più di lui, e che mai non manca de alcuna sua promission. Disse poi della gran dezza dell'animo suo, de la prudenzia, laudandolo molto ab omni parte, tanto quanto ogn'altro uomo del mondo possi esser laudato, dicendo che, ben ch'el sia zovene, le esperienzie che l'ha fin qui fatto in questo suo essercizio militar, sono state tante e tali, ch'el se può reputar prudentissimo vecchio: affermando in conclusione, che quando la Sublimità Vostra avesse el Duca, averia un ottimo servitor e Valentissimo uomo. Io confermai quanto avea detto Sua Beatitudine in laude del Duca, azonzendoli ancora qualche altra laude per grattarli meglio le orecchie, come so che sempre ne prende maraviglioso contento; in reliquis poi, me la passai super generalibus, in con formità di quanto li avea per avanti detto, parlan domi pur in questa materia.

1502年7月28日

 57. Affare della restituzione delle terre tolte da Vitellozzo ai Fiorentini.
Roma, 28 luglio 1502.
 Ozi, secondo l'ordine datomi heri dal Pontefice, sono stato in camera del Papagà: ritrovai monsignor Seconvien orator francese, per non se partir de casa monsignor de Agramont (l'altro orator francese) per la morte de un suo figliuolo de età de anni ventotto. Fu prima introdotto a N. S. l'orator francese, el qual stete un buon spazio di tempo con la Beatitudine Sua; poi v'entrai io, e pur con bonissima cera fui raccolto dal Pontefice. Me adimandò: – Ben, domine Orator, avete vui da novo alcuna cosa? – Dissi de no, ma che era andato lì per intender da nuovo da Sua Santità. E disseme: – Domine Orator, Trozo non è ancora venuto, perchè el Duca lo ha retenuto ad Urbino; ma per quanto ne ha referito el cavallaro che è venuto de li, questa notte sarà qui, e però non avemo quid novi ve abbiamo a dir; salvo ch'el Re de Franza era venuto a Vegevano et ha pochissima zente con sè; – e di zo pareva Sua Beatitudine molto ralegrarsene. Poi disse: – Avisandovi, domine Orator, che anche in Toscana ha molto poca zente: non vi sono più de 200 omeni d'arme e malin ordene. Monsignor de la Tramoglia, che doveva descender con tante zente, non è ancora mosso. Nientedimeno Vitellozzo è disposto di far quanto vorrà el Re, e così li abiamo scritto ch'el facci. El Duca nostro andava in Toscana per questo effetto, de far ch'el restituisca el suo a Fiorentini; – che è quell'effetto che, per le mie de 21, significai all'E. V., ch'el Pontefice trattava con l' Orator fiorentino. Eccettua però Sua Santità el Borgo de San Sepolcro, che lo vol dar in man del Cristianissimo Re ; acciocchè lui lo dia a chi de iure el pertigneva, o alla Chiesa o a Fiorentini: a questo, disse Sua Santità che e' Fiorentini non volevano consentir, essendo certi ch'el Re non mancaria de iustizia, e darialo alla Chiesa. E volse che io vedesse le convenzion altre volte fatte per la felice memoria di Eugenio e Fiorentini, e fece lezar un istrumento fatto nel 1440, per el qual papa Eugenio dà in pagamento quella città a Fiorentini per fiorini 25,000 de stampa fiorentina, che sono, per quanto me dice Sua Santità, ducati circa 15.000; e la Signoria de Fiorenza all'incontro se obliga, che quoties esso Pontefice o qualche altro suo successore li restituirà li danari, loro li restituiranno la terra: instrumento molto amplo e chiaro, el qual però non voglio autenticare per essere scritto de recenti et in carta bombasina. Narrando questa cosa, el Pontefice non puotè fare ch'el non confessasse quel che tutti questi zorni avanti aveva negato, dicendo: – In verità, domine Orator, se non che abbiamo Veduta la volontà del Re tanto ostinata a defendere questi Fiorentini, fin ora i Medici sariano in casa; e facilmente si averia fatto, avendosi appresentato el Duca li, el qual è molto temuto da Fiorentini: ma poichè el Re vuol così, non se puol far altro. – Et io non dissi in questa materia altro alla Santità Sua, salvo che ringraziarla della comunicazion fattami, e presi licenzia.

1502年7月29日

58. Il Papa comunica in Concistoro le notizie di Camerino; tra svola su quelle d'Ungheria. Istituzione d'una Ruota giu dicante per lo stato del duca Valentino. Roma, 29 luglio 1502. « Ozi è stato Concistorio, nel quale N. S., etiam che a tutta la terra fosse prima nota la captività de Camerino, perchè in quella è troppo gaudente, e non voria ora parlar d'altro, intrò a parlar in quella ma teria, e tanto se estese in la narrazion de quel suc cesso, ch el se domenticò de parlar della nuova de Ongaria; se non che 'l cardinal de Santa Presedia, disse: – Padre Santo, nui aremo pur etiam una buona nuova del Turco. – Disse: – Madeci; – e ditto de quella quattro parole, mandò per le lettere del legato d'Ongaria; e pur continuando in la materia che più li agrada, si domenticò de far lezer le lettere de Ongaria. » Pare che sia imminente la rottura tra Francia e Spagna. « In questo Concistorio, non consentientibus fra tribus, ha constituito uno iudicio, che lo chiamarano Rota, la qual abi aministrar iustizia in tutto el stato del duca Valentino, vedendo ch'el Duca a natura non dà molta audienzia, e non vuol che li sudditi pati scano. Questo è fatto in gratificazion e commodo de quelli popoli; ma sarà maleficio della rota de Roma, del che lui poco se ne cura. Questa rota, noviter in stituita, averà la residenzia a Cesena; e vi saranno de sette fin nove dottori, dei quali ponno esser preti e Seculari; ma il presidente debi esser o vescovo o DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 77 protonotario (per ora è designato per presidente don Antonio de Montibus, auditor de rota, el qual el Pon tefice ora lo crea protonotario); et averanno all'anno de salario fermo ducati 200: 100 li dà il Duca, e 100 la Camera. Faranno rason in criminalibus et in civili bus, a preti et secularibus, et in materie beneficial dI1COTa. »

1502年7月29日

59. Continuazione del processo contro il duca d'Urbino. Ancora della restituzione delle terra ai Fiorentini. Roma, 29 luglio 1502. « El Pontefice con ogni studio fa continuar infor mar el processo contra el duca de Urbin, facendo stranie machinazion; fa scartabelar i libri della Ca mera, per ritrovarlo debitor del feudo, non ostante che za fa pochi mesi Sua Santità li abbi fatto instru mento de acquietazion, e de quel ch'el restava debi tor da quel in qua, non 15 zorni avanti che interve nisse il caso suo, satisfece in integrum, come apar per partite di banco. Questi presoni de Camerin sono examinati, e dicono zo che vuol el Papa. Ozi se ha ditto qui ch'el Duca ne manda parte de quelli a Ma telica, e parte ad Urbino per via de Ravenna: la Su blimità Vostra deve esser meglio informata del vero. Se dice etiam qui ch'el duca Valentin se doveva redur al Borgo San Sepulcro, dove vi sarà etiam Vitellozzo, per far la restituzion delle terre sue a Fiorentini, come per le mie de 28 scrivo alla Sublimità Vostra che dovevano far. Questa restituzion se de' far in man del capitano francese: del che non par che molto 78 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. Fiorentini se ne contentino, parendoli che de iure se debbi far sol restituzion in man de coloro de chi son le terre, e non in man d'altri. »

1502年7月31日

60. Pratiche del Papa col Re di Francia, e del Valentino coi Fiorentini. Roma, 31 luglio 1502. « Quanto fin heri accadeva scrissi all'E. V. per Beriera corrier. Si ha poi qui per via assai fidedigna che, instando Trozo appresso il Cristianissimo Re di volerse ben intender con Sua Maestà per nome della Beatitudine Pontificia e del Duca, promettendo che l'uno e l'altro vorà quanto vorà la Maestà Sua, e tanto faranno sì nelle cose fiorentine come in ogni altra; Sua Maestà si è risolta in questa risoluzioni: che volendo lui romper contro Spagnoli in Reame, vol intender dal Pontefice di quanta zente li puol ser vir a quell'impresa; e che, avuta questa determina zion, li risponderia poi. E con questa conclusion Trozo se è partito et è venuto al Duca, dove è ancora, et iudicase non vegnirà più de longo, perchè le staf fette spessegano molto forte, e trattase questa mate ria tra 'l Pontefice e Duca per lettere. Poi ritornarà Trozo al Cristianissimo Re con la spedizion fatta. Zo che se intenderà per me in questa materia, sarà per me significato alla Celsitudine Vostra. Per via del vescovo di Volterra, che per nome della Signoria di Fiorenza fu dal duca Valentin, se intende come el prenominato Duca si voleva accordar con Fiorentini e tuor da loro quella provision che alias li avevano offerta, e lui se obligava a tenir 500 uomini d'arme, DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 79 e Fiorentini ne tegnissero altrettanti, e lui li fusse ca pitano, e che l'uno aiutasse e favorisse l'altro in ogni bisogno, con promission di restituirli le terre sue: al che non hanno Fiorentini voluto prestar orecchie, dicendo che in tutto e per tutto si son dati al Cristia nissimo Re, e che non ponno desiderar cosa alcuna sine consensu de Sua Maestà, e de zo faranno quanto piacerà a quella: e con simil parole si sono sbrattati da quella pratica. »

1502年8月1日

61. Ancora delle pratiche del Papa e del Valentino col Re di Francia. Roma, 1 agosto 1502. Il Papa e il Duca promettono al Re 500 uomini d'armi e duemila fanti, con la persona del Valentino, e passo e viveri per li stati loro. Ciò molesta i Fio rentini e il Bentivoglio, per timore che il Re, entrando nella nuova amicizia, ritragga da loro la sua prote zione: tanto più che la restituzione delle terre s'è detta, ma non fatta.

1502年8月2日

62. Comunicazione segreta del Papa al cardinale di Napoli, relativa alla prossima venuta del Re di Francia in Italia. Roma, 2 agosto 1502. « El reverendissimo Sant'Angelo, con gran cre denza e quasi sub sigillo confessionis (dicendomi averlo così anche lui per via del reverendissimo de Napoli), ozi me ha fatto intendere che, ritrovandosi el reve rendissimo Napoli con la Beatitudine Pontificia, e rasonando de varie cose, li fece molti discorsi, et º Giuliano Cesarini, vedi nota 4, a pag. 53. 80 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. intercetera, avendo per un pezzo parlato molto ono ratamente dell'Illustrissima Serenità Vostra, li disse: – Domine Neapolitane, la venuta del Re in Italia fra pochi zorni ne farà veder e sentir una cosa così grande, che da molti anni in qua non avete veduta nè sentita una simile nè così grande. – Questo reve rendissimo cardinale andò con desterità tastando N. S., per aver da lui qualche più particolar dechia razion de queste parole; e non puotè aver altro che quanto è sopradetto; se non che due e tre fiate li replicò el medemo, ponderando quella parola: – fra pochi zorni. – , Si dice a Roma che presto si batteranno Francesi e Spagnuoli nel Reame. - 63. Notizie di Toscana e di Vitellozzo. Roma, 4 agosto 1502. In Concistoro il Papa parla della nimistà tra Francia e Spagna; e i cardinali credono che in Italia Francia vincerà, se non si fa, come pare, diversione da Perpignano. Il Papa poi disse: « – Domini Cardina les, abbiamo appresso la Maestà Sua quattro grandi ini mici; – tamen non nominò, º salvo re Federigo. Disse poi che tutta la Toscana chiamava «el Cristianissimo Re, nè per altro rispetto che per liberarse da Medi ci, a chi Fiorentini avevano tanto odio, che volevano patir ogni cosa, più presto che riceverli in casa. » Il Re scrisse al Papa in termini molto cordiali per lui e pel Duca: allegrezza del Papa. Luigi XII voleva castigar Vitellozzo, non solo per i soprusi contro i Fiorentini, ma perchè, « avendoli scritto, lui li ha DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 81 risposto per modo, che quasi pareva non lo stimas se. » Vitellozzo senza aspettare il Duca, per fare le restituzioni delle terre a Firenze, se ne andò con Piero de' Medici a Città di Castello; temendo forse che il Duca, per gratificarsi il Re, non gli facesse qualche brutto tiro. 64. Conferma delle precedenti notizie. Roma, 4 agosto 1502. Si confermano le cose precedenti. 65. Conferenza tra l'ambasciatore spagnuolo ed il Papa. Roma, 5 agosto 1502. « Continuando la fama della intelligenzia che ha il Pontefice con il Cristianissimo Re (il che ogni zorno più se conferma per el ritorno de Trozo al Cristia nissimo Re, senza esser venuto a Roma); l'orator ispano se ha heri, sicome per la solita via dell'amico son certificato, attaccato de parole con el Pontefice; e strenzendose insieme, li disse che la Sua Santità non dovesse aver tanta attenzione a qualche partito che li facci il Cristianissimo Re, ch'el vogli per quello disbrazarse dall'amicizia dei suoi Reali, che li sono sempre stati e li sono devotissimi, e che sempre con filial reverenzia hanno venerato la Santità Sua. E qui disse che li suoi Reali non eran tanto estenuati de fa cultà e stado, che non potessero far conveniente par tito alla Beatitudine Sua; intendendo che quando vo lesse intenderse con loro in questa impresa, li fariano un bello et utile presente; e non se lassò intender che; ma per alcune conietture e parole dette da que GIUSTINIAN. – I. 6 82 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. sto ambasciator, se iudica, la intenzione sua essere de darli la commendaria de Gallizia: questo però non se afferma alla Sublimità Vostra. A queste parole el Pontefice rispose, promettendo, primo, l' amor e benevolenza ch'el portava alli suoi Reali; poi li disse, che quando lui vedesse el modo de vittoria, per esser lui con le zente del Duca in unione con loro, che più volentiera saria con loro che con Franza; e disse: – Domine Orator, dateci il modo, e mostra tene che possiamo vincere el Re de Francia insieme con voi, che nui faremo quanto volete. – Poi segui tando disse, che essendo el Re de Francia potentis simo in Italia, e potendosi tegnir per certo che, con le forze che l'ha, acquistaria tutto el Reame; lui con segliava li Cattolici Re che volessero venir alla com posizione et accordo, contentandose più presto perder una parte piccola che il tutto, e poi l'onore che saria pezo. E disse, che lui se offeriva toto posse a questo effetto affaticarse, persuadendo l'ambasciator che volesse scrivere alli sui Re, et aricordarli tutte quelle cose; e benchè el viazzo fosse longo, Sua San tità disse andaria temporizando e potraendo le cose, ch'el vignisse risposta tale che le cose se potrebbero adattar. » L'ambasciator con queste parole si partì dal Pontefice non molto contento, parendoli quasi aver con sè la sentenzia sua fatta, che li soi Re dovessero essere espulsi dal Regno; et usò da poi alcune parole che, da quanto intendo, danno pur qualche pensier al Pontefice. Questo pensier de non se voler romper con l'uno o con l'altro de questi dui Re, è quel che fa DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 83 iudicar alcuni, come ho scritto alla Sublimità Vostra, ch'el Pontefice desideri che le cose se abbino a com ponere, benchè, per la natura sua, da altri se tegna ch'el abi più cura al comodo proprio. » 66. Notizie di Vitellozzo e dei Baglioni. Intenzione del Papa di dare al Valentino il vicariato di Perugia. Roma, 6 agosto 1502. « Ozi è zonto qui el cardinal de'Medici che vien de Toscana; e, benchè lui non lo dica, forsi per qualche suo rispetto, pur qui ognora più se verifica che Vitel lozzo va scantonando el Duca, e poco se fida de lui, da poi seguita la intelligenzia che se dice esser fra il Cristianissimo Re e lui. Ha lassate tutte le terre in disposizion del capitano francese, e lui se ha ridutto in un castello in quel de Arezzo; ancora che del loco ove el sia non se parli con certezza, ma chi dice in uno, chi in un altro. Zan Paolo Baglioni, che era con lui, si dice esser redutto a Perosa, dove etiam se re trova Piero de' Medici in letto con febbre. Questo Sospetto è alimentato a Vitellozzo et a Zan Paolo Ba glioni, e non manco etiam alli Orsini, perch'el Duca ha tolti in grazia e fatte gran carezze e favori, e si afferma etiam ch'el sia per dar condizione a quelli fuorusciti Perosini e Colonesi che erano in Camerino, inimici de questi: el che fa verificar el pronostico, fatto za molti zorni, e per nui significato alla Subli mità Vostra, ch'el Pontefice e Duca abbino intenzion de mozzar le ale alli Orsini, per restar lui solo mae stro della sinagoga, e senza compagno in queste parti, come li par aver, per fina che li Orsini se man 84 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN, tengano nel stato e reputazione nel qual al presente se ritrovano. Ogni speranza de questa cosa al pre sente è posta in quello che farà el cardinal suo con el Cristianissimo Re; et è chi iudica, che non dispo nendo le cose sue ita ch'el possi star securo, ch'el non abbi a ritornare de qui così presto. » Li Baglioni etiam loro dubitano, per il favore che il Duca fa alli suoi nemici, dover esser scazzati de casa; non che per questo anche loro non abbino a segnorezzar, ma ch'el Duca, ora con una parte ora con l'altra, battendo mo questa mo quella, se abbi lui a far signor de quella città. E già sento per buona via ch'el Pontefice ha in animo de dar el vicariato di quella terra al Duca, e che lo abbi a far con l'au torità del Concistoro; del che ognuno mormora, e tamen par che niuno de questi cardinali ardisse dir una parola in favore della Chiesa. » 67. Speranze del Papa nel Re di Francia. Roma, 7 agosto 1502. « Quanto heri scrissi alla Sublimità Vostra, della mente del Pontefice in dar el vicariato de Perosa al duca Valentino, questa mattina per la solita via mi è stato affirmato, con zonta, che insieme con Perosa li dà Civita di Castello, tenuta per Vitellozzo; e chi me lo ha detto, ha veduta la minuta de la bolla, con la qual se iudica doverse espedir il primo Concistorio futuro. E per poter più facilmente il Pontefice far questo effetto, etiam con favor del Cristianissimo Re, e farlo etiam declinar al danno de Orsini, palam * Cioè, il cardinale Batista Orsini. DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 85 adesso confessa esser sta consenziente alla rottura de Vitellozzo contra Fiorentini, ma dà la colpa a lui et alli Orsini; i quali, per favorir i suoi parenti Medici, avevano dato ad intender alla Santità Sua che il Re era ben contento de questo; e lui gli crete, e fu contento de quanto è seguito, prima che fosse certificato della mente del Re; la quale intesa, non ha voluto dissen tir da quella, affermando ch'el negar che faceva al principio, de non esser consenziente a questo, foper ben certificarsi della mente di Sua Maestà. Li savii della corte iudicano che con questa confessione el Pontefice abbi voluto prevegnir la iustificazion delli Orsini e Vitellozzo, però ch'el iudica che loro se vorranno espurgar con el Cristianissimo Re, e mo straranno qualche ordene del Pontefice a questo ef fetto; e con tal mezzo lui vorria tuorli ogni fede e scusarse con danno altrui. Questa intelligenzia che li par aver con el Re, lo ha molto ingagliardito e fatto ritornar nelli suoi pristini dissegni, mostrando de non se voler contentar de poco, e sempre cegna ad maio ra. E per buona via intendo, che l'ha avuto a dir queste parole: – Quelli giotti dei cardinali che sono appresso al Re (e Vol dir Ascanio, ad Vincula, e San Zorziº), hanno depento el paradiso in Italia al Re, e tamen zonto qui ha trovato l'inferno. Speremo ancora vederli in grandissimo odio del Re, et in tanto, che non averanno ardimento andarli dinanzi, º Ascanio Sforza, del titolo dei SS. Vito e Modesto; Giuliano della Rovere, del titolo di S. Pietro in Vincoli; Raffaele Riario, del titolo di S. Giorgio in Velabro; creati cardinali da Sisto IV negli anni 1484, 1471, 1477. 86 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. e restaranno con sua gran confusione, e nui ne la quiete nostra con reputazion, perchè sempre el premio dei tristi è restare in odio de chi a princi pio li favorisce. – E de questa speranza molto se contenta, parendoli del tutto aver assegurato le cose sue, non restando di cegnar qualche opinion che il Re debba ritornar presto in Franza. » 68. Voce corsa dell'andata del Valentino a Milano presso il Re. Roma, 8 agosto 1502. « Questa mattina, celebrandose in chiesa de San Pietro le essequie del reverendissimo Modena, tra li reverendissimi cardinali uscite una fama, che non se ha inteso dove abbi avuto origine, ch'el duca Va lentino stravestito, con quattro cavalli solum, zoè lui, Trozo, Remolines et un altro, sono andati a Milano a trovare il Cristianissimo Re. » Le genti del Valenti no, dicesi, abbiano posto il campo sotto Perugia per sforzare i Perugini, nel caso che non le volessero ac cettar Volontariamente a nome del Duca. 69. Si conferma la notizia dell'andata del Valentino a Milano: amichevole accoglienza fattagli dal Re. Roma, 9 agosto 1502. Lettere da Milano, del 6, « significano el zonzer del Ducali, e molto onorevolmente esser sta raccolto º Michele Remolino o Romolino, cameriere del Pontefice e agente di Cesare Borgia. Altri due dello stesso casato erano allora ai servigi del Papa: Francesco, governatore di Roma, che fu poi cardinale; e un fratello di lui, capitano di fanteria. DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 87 dal Cristianissimo Re, allozato in castello, e ch'el Re in persona lo era andato a visitar fino alla camera del suo allozamento.... De questa sua andata el Pon tefice non se trova molto contento, et è in grandis simo pensiero, perchè per via certa intendo el Duca essere andato senza niun consulto nè participazione di N. S., messo suso da Trozo, che è stato quello che ha menato la pratica, et ha assegurato el Duca a far questo. El termine de retornar è zorni diciotto, per quanto intendo. De qui se fanno varii iudizii e diversi commenti sopra questa andata, e la mazor parte de clina a cativo pronostico, et a questo se inducono per la mala contentezza che mostra el Pontefice. » 70. Affare del duca d'Urbino. Roma, 10 agosto 1502. Si dice che il cardinale di S. Pietro in Vincoli aveva raccomandato assai al duca Valentino il duca d'Urbino, ma senza frutto, reputandosi che questi avesse gravemente mancato verso la Santa Sede. Quanto al nipote di lui (Francesco Maria della Rovere, Prefetto) lo stesso cardinale disporrebbe a suo favore di alcuni castelli del vicariato di Fano. Giungono frequenti staffette da Milano: non si sa che portino, ma si vede che il Papa è « in grande su spension d'animo. » 71. Maneggi dell'ambasciatore spagnuolo per allontanare la Repubblica dall'amicizia di Francia. Roma, 11 agosto 1502. L'ambasciatore spagnuolo, per insinuazione del Papa, vorrebbe mettere in sospetto alla Repubblica 88 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. Veneta la calata del Cristianissimo, con dire: – Non vi sono che tre stati in Italia: Papa, Repubblica Ve neta e Spagna; se di alcuno di questi il Re divenga si gnore, può riputarsi signore di tutti: occorre dunque stare uniti. – E insiste che di dette cose l'Oratore veneto scriva al Senato; ma questi non vi ha accon sentito, per non dare appiglio a pratiche ulteriori. 72. Mala disposizione degli Spagnuoli contro il Papa. - Roma, 12 agosto 1502. Un valletto del Re passò di qui, andando a Na poli, e diede notizia al Papa dell'arrivo a Milano del Valentino « ben veduto et onorato dal Cristianis simo Re; li disse molte buone parole, che par l'ab bino alquanto confortato, ma non tanto ch'el non sia ancora con la solita o poco minor sospension d'ani mo. » Si dice che questo messo vada a Napoli per cercar accomodamento con gli Spagnuoli, i quali par che vi siano inclinati, ora che vedono il Papa (che speravano favorevole a loro stessi) legato con Fran cia. « Contra de lui parlano apertamente li Spagnoli, affermando dover omnino seguir accordo, e ch'el Pontefice restarà inimico dell'una e l'altra parte. Questo etiam è quello che ora preme el Pontefice, perchè, poi che se ha scoperto, voria volentieri veder ogni male; e per buona via intendo che questi zorni ha usato tal parole: – Questi Francesi e Spagnuoli tutto il zorno gridano de far e dir cose assai, et an cora non se hanno comenzato a dar delle botte ! – Parole, che veramente indicano l'animo suo esser in clinato al male. » DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 89 73. Concessione particolare del Papa alla Repubblica Veneta in materia ecclesiastica. Onori fatti in Venezia alla Regina d'Ungheria. Notizie del Valentino. Roma, 13 agosto 1502. L'Oratore, di commissione del Senato, si pre senta al Papa, per ottenerne licenza « al reverendis simo patriarca de Venezia, ch'el possi intravegnire allo essame de un pre Francesco de Azalibus, non ostante ch'el ditto sia accolito et immediate subietto alla Santità Sua: » la quale cosa ottiene per il caso speciale, ma non, come desiderava la Repubblica, « ch'el breve sia general quoties. » « Essendo con Sua Beatitudine, me domandò, se io avevo cosa alcuna da nuovo: li dissi de non per allora, salvo el grande onor che la Sublimità Vostra aveva fatto alla serenissima Rezina d'Ongaria, la qual da ultimo del passato fin alli 8 era ancor a Venezia. Sua Beatitudine volse che minutamente io li narasse tutte le feste e trionfi fatti in onorarla; e così feci, per chè de tutti per lettere private era benissimo avisato. La Santità Sua mostrò di averle udite con apiacer, poi disse etiam che il tutto li aveva scritto il reve rendo vescovo di Tioli legato. E domandato da noi la Santità Sua, se aveva da comunicarne cosa che de gna fosse da significar alla Sublimità Vostra, disse, che non altro, che l'esser del Duca a Milano onorato et accarezzato dal Cristianissimo Re. Et essendo oc cupato in espedir il governator che manda a Came rino, me dette licenzia. » * Angelo Leonini, patrizio tiburtino, ebbe il vescovato di Tivoli da Alessandro VI nel 1499. 90 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 74. Il Re ha posto una guardia di 200 arcieri al Valentino: voci varie sul significato di tal fatto. Roma, 14 agosto 1502. « Sono qui lettere da Milan, ch'el Cristianissimo Re aveva deputato 200 arcieri della sua guardia alla custodia del Duca. Se dice qui dalli amici del Duca, questo esser sta fatto per più sua segurtà et onore, avendo a quella corte tanti inimici et emuli: pur la mazor parte li dà sinistra interpretazion, e voleno che questa custodia sia, azò ch'el partir non sia così in sua libertà come fu l'andata; e da quelli che sanno l'intrinseco del Pontefice, mi vien affirmato Sua San tità esserne malissimo contenta, e continuamente parla di quella cosa, sta in grandissima aspettazion del tempo stabilito al ritorno, per veder che effetto ne seguirà ; pur come prudente, mostra sperar bene e promet terse cose grandi, ma l'animo suo non è senza gran dissimo suspetto. » 75 Comunicazioni del Papa all'Oratore veneto sui fatti del Valentino in Milano. Roma, 15 agosto 1502. Essendo l'Oratore andato a udienza dal Papa, « im mediate Sua Santità intrò a parlar del suo Duca, e qui molto se dilatò in dechiararme minutamente li onori fatti dal Cristianissimo Re al Duca in el suo zonzer a Milano, e mi fece lezer una lettera longa e copiosa che narrava il tutto. Il che io non scrivo alla Sublimità Vostra per non la attediar, essendo certissimo che il - tutto li è noto. Poi me disse che dapoi il zonzer del DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 91 Duca a Milano, el Cristianissimo Re aveva posti in libertà tutti li signori fuorusciti che sono appresso la Maestà Sua, e li disse che ad ogni suo piacer po tevano andar e stare e far come li pare. Poi, con bocca da mister, disse: – Questa è stata una onesta licenzia. – E qui laudò la prudenzia del Duca che, con la destrezza del suo inzegno, se aveva fatto el Re tanto benigno verso de lui, el qual da principio pareva lo volesse aver per suo rebello; e disse: – Che non era da meravigliarse, per le gran emulazion et inimicizie che lui e nui avemo in quella corte; tamen le cose nostre e del Duca sono tanto iustificate, ch'el Cristianissimo Re non può far altra demonstrazion de quelle el fa al Duca. E me disse: – Avvisandovi, do mine Orator, ch'el Re ha molto ben cognossuto che quanto li è sta'ditto dalli emuli nostri, è proceduto da malignità loro, et aranno da mo avanti poco credito con lui; e sì crediamo ch'el Re abbi fatto qualche più de monstrazion d' onorar il Duca, per far che questi se recognoscano. – E me confirmò quello che per l'altra mia de heri scrivo all'E. V., della guardia deputata al Duca, affirmando che ciò era per onorarlo et asse gurarlo, per ben ch'el non era da dubitar che alcun fosse sta'ardito de farli dispiacer, essendo appresso la Maestà Sua, et anco el Duca è tanto circospetto, che se saperia molto ben guardar de ciascuno. Poi me disse: – Nui non vossamo però, benchè 'l Duca abbi fatto assai buone conclusioni con el Re, che fosse andato come ha fatto, senza nostro consenti mento, per non dar sospetto alli Re de Spagna; pur affaticandose noi per la composizion come facemo, 92 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. speremo rimoverli ogni ombra che aver potessero. Per questo l'ambasciator suo ne è buon testimonio, con el qual semo spesse fiate su questa pratica, et anche ozi l'aspettiamo. – E tuttavia digando queste parole, lo vedessimo vegnir, perchè la Santità Sua era redutta al fresco a certe fenestre che vardano sopra la piazza de San Pietro. Tanto ch'el fu, Sua Santità me diede licenzia, e l'orator spagnol fu intro dotto, e con Sua Santità se redusse in sala de' Pon tefici, dove è stato fin a notte. » 76. Andata subitanea del Pontefice a Rocca di Papa. Colloquio dell'Oratore col cardinale di Napoli. Roma, 16 agosto 1502. « Avendo inteso questa mattina, ch'el Pontefice questa notte, 3 ore avanti zorno, era montato a ca vallo con poca brigata de' suoi famigliari, senza aver ditto niente elzorno avanti ad alcuno, e andato a Rocca del Papa, lontano de qui circa mia quattordici, ben però con fama de ritornar doman o dapoi doman; son stato col reverendissimo Napoli per intender da lui cosa alcuna de questa partita: el quale mi ha detto de aver per via buona che questa notte, circa le ore 5, venne una staffetta da Milan alla Beatitu dine Sua, e lette che ebbe le lettere, subito fece metter in ordine le cavalcature, e chiamati quelli pochi li parve, se ne andò, accompagnato da una buona pioza, perchè tutto el tempo ch'el Pontefice stette in viazo, poco da poi il suo partir, non fece altro che piover. E me disse Sua Signoria Reveren dissima che, volendo argomentar da la natura del DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 93 Papa, fa questa conclusione che l'abbia avuto qual che dispiacevol nuova per queste lettere; e per pur gar qualche sua passion, sia andato a qualche solazzo, per esser solito far così ogni ora che l'ha cosa non li piaccia. Intrassemo poi a rasonar delle cose del Duca, e per quanto me disse Sua Signoria Reveren dissima, ha ferma opinion ch'el Re non sia per licen ziarlo cusì presto, quando ben le cose non se com ponino con Spagnoli; e questo perchè el Re non se fida ponto del Papa, e dubitaria ogn'ora ch'el fusse su la impresa, ch'el se dovesse accordar con Spagna, e però vorrà segurarse con la retension del Duca: se anche segue accordo, sarà tanto pezo, perchè re sterà inimico de una parte e l'altra. E me confermò che con verità el Pontefice se interponeva a compo ner questi due re, non perchè non volesse più pre sto la discordia, quando el credesse che la dovesse seguir; ma dubita che, accordandose loro senza de lui, come el crede, restaria inimico all'uno et all'al tro; e però se affatica per esser in quella amicizia il terzo, seguendo l'accordo. Questi discorsi mi fece questo reverendissimo cardinal, li quali, per esser lui prudentissimo e de autorità, e ben affezionato alla Sublimità Vostra, me ha parso scriverli a quella. » 77. Affare della restituzione delle terre ai Fiorentini. Roma, 17 agosto 1502. L'ambasciatore fiorentino dice al veneto che le terre di quel Comune, già tolte da Vitellozzo, non escluso Borgo San Sepolcro, erano in mano del Re, che 94 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. non sapeva dove fosse Vitellozzo; e che le costui genti erano disciolte. 78. Ritorno del Papa in Roma. Voci sulle cause di questa sua assenza. Malattia di Lucrezia Borgia. Roma, 18 agosto 1502. Il Papa tornò iersera, cacciando, col cardinale Estense itogli incontro, a un'ora di notte. « Della causa di questa andata si parla variamente; alcuni dicono, per veder la fabbrica ch'el fa fare, et etiam per consegnar el loco al fiolo del duca Valentino, che alcuni dicono esser del Pontefice, putto de circa anni cinque in sei; º che za se comenza veder per la terra, e l'altro zorno che fo qui la vizilia de Nostra Donna, l'era a cavallo accompagnato da molta brigata, con un altro putto di quella etade o poco manco, fiol de madonna Lugrezia. Altri anche confirmano esser andato per la causa espressa in le mie de 16, per purgarse de qualche malenconia che ha per el pensier * Nel dispaccio 97 è espresso nuovamente lo stesso dubbio sulla figliazione di questo fanciullo, che poi nel dispaccio 98 è no minato Giovanni. Ora, con questo nome e, all'incirca, coll'età qui attribuitagli, lo ritroviamo nel Saggio di albero genealogico e di memorie su la famiglia Borgia, del cav. L. N. Cittadella (Torino, Bocca, 1872, pag. 46-49); il quale dimostra, con documenti au tentici, essere questi figlio di papa Alessandro, generato tra il 1494 e il 1499 (Alessandro era nato nel 1431). Vedi anche la rasse gna del citato opuscolo, fatta dal barone Alfredo di Reumont, nel l'Arch. Stor. Ital., serie III, vol. XVII, pag. 319-333; dove sui figliuoli del Papa si aggiungono molte notizie inedite o mal co nosciute. º Nacque nel 1499, mentre Lucrezia era moglie di Alfonso duca di Bisceglia, ed ebbe nome Roderigo. Morì in Napoli nel 1512. (Vedi Cittadella, op. cit., pag. 31 e 45.) DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 95 'Si º del Duca; anche de madonna Lugrezia, la qual de qui se dice esser molto pezorata, per esserle soprazonto flusso e febre. La Sublimità Vostra die meglio esser informata della verità dal suo clarissimo vicedomino in Ferrara. Poco avanti el zonzer del Pontefice era zonto Trozo; » ma l'0ratore non potè ancora ca Varne nulla. Dicesi che il duca di Ferrara e il Valen tino staranno con Luigi XII, finchè questi rimanga in Italia, per tutto settembre. 79. Lagnanze del Papa per la pace che si conchiude tra Venezia e il Turco. Roma, 19 agosto 1502. In Concistoro e fuori il Papa si lagna della pace che si conchiude tra Venezia e il Turco, « forzandose de dar ad intender, che la è perniziosa e de grandis simo danno alla repubblica cristiana. El respetto ve ramente, per el qual tanto el biasima quella cosa, credo che, senza che io altramente lo esplichi, el sia ottimamente manifesto a quella. » 80. Corre voce che saranno nominati cardinali il fratello del marchese di Mantova e il duca d'Urbino. Roma, 20 agosto 1502. « È uscita una fama qui in corte, confirmata da tutti, ch el se pratica de concluder matrimonio della fiola del duca Valentino con el fiol del marchese de Mantoa, et in conto de dote se die far cardinale el º Luisa, figliuola legittima del Valentino e di Carlotta d'Albret; e Federigo, figliuolo di Gianfrancesco Gonzaga marchese di Man tova: l'una e l'altro minori di tre anni. Non sappiamo che fon 96 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. fratello di esso marchese: a questo la brigata inclina a creder, per esser stato Trozo a Mantova alcuni zorni. Se dice etiam, che per assegurar le cose de Urbin, el Pontefice se contenta despensar el matrimonio del duca d'Urbin per esser impotente, e far lui cardi nal; la moglie si darà ad un baron in Franza. Questa nuova, tal qual è, per esser ditta da uomini de reputa zion grande, e che sono di primarii, me ha parso significarla alla Celsitudine Vostra. » 81. Si conferma la voce che sia per essere sciolto il matrimonio del duca d'Urbino, ed egli nominato cardinale. Notizie del Valentino. Roma, 21 agosto 1502. « Significai alla Sublimità Vostra la pratica de despensar el matrimonio del duca d'Urbino, e far lui cardinal, e la moglie dar ad un altro. E volendo io investigar con più fondamento la verità di tal nuova, essendo ditta da uomini de reputazion, la trovo esser vera; e sopra de zo se essamina testimonii, et el caso è commesso a qualche dignissimo prelato di questa corte, excellentissimo in dottrina, che debbe studiarlo: e quamvis l'abbia in gran credenza, tamen, per esser affezionatissimo alla Sublimità Vostra, non ha avuto respetto a communicarmelo, come el fa molte cose, e me ha ditto ch el crede la cosa averà effetto: afferma etiam la pratica delle nozze della fiola del duca Va lentino nel figliuolo del marchese di Mantova. » damento avesse questa fama: certo è che la pratica non ebbe ef fetto, neppure nella parte che si riferisce al fratello del marchese, Sigismondo, che fu fatto cardinale non prima del 1505 da Giulio II. DISPACCI DI ANTONIO GlUSTINIAN. 97 Il Re andò a Genova, quindi ripasserà in Francia. « El Pontefice non sta senza gran suspension d'animo dell'esser del Duca alla corte del Re, e molto se dubita, come heri etiam, tra li altri avisi che ho in questa ma teria, confirmò l'orator ispano; e me disse etiam, ch'el Papa zurava et anatematizava ch'el Duca senza sua saputa era andato a Milano: il che lui non crede, nè è da creder, dapoi il ritorno de Trozo, che è ben veduto dal Pontefice; benchè forsi altre fiate fosse da farne altro iudicio, quando la Santità Sua et altri dei suoi familiari affirmavano che Trozo, inscio Pontifice, l'aveva condutto a Milano. E pochi sono in questa corte che abbin opinion ch el Re sia per licenziarlo così presto, massime procedendo le discordie con Spagnoli, per aver el Papa al suo commando. » 82. Affare della restituzione delle terre ai Fiorentini. Roma, 22 agosto 1502, L'oratore fiorentino, in un colloquio avuto col Veneto, « in el parlar suo mostrò tacitamente una mala contentezza d'animo per la restituzion delle terre loro, che tanto se protraeva in longo, con qualche suspetto de non esser per averle senza mazor danno de quello speravano; et a questo parlar vegnissemo, per averli io domandato, se l'era venuto quell'araldo, che alli zorni passati la Magnificenzia Sua me disse dover vegnir a questo effetto; e me disse che non. Poi, successive, compresi quanto è ditto dalle parole sue ; e quel che par l'aggravi, è che ultimamente, per quel che dicono Fiorentini, potevano aver le lor terre per accordo che averiano potuto far con Vitel GIUSTINIAN. – I. 7 98 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN, lozzo e Pandolfo Petrucci; el che non volse el Re facessero, nè volse etiam ch'el duca Valentino fosse quello che facesse questa restituzione; affirmando che ciò non poteva esser senza deminuzion della reputa zion di Sua Maestà, la qual voleva esser quella cuius auctoritate il tutto se facesse. E parendoli forsi de aver ditto troppo, subiunse che, in ogni modo, loro e tutto il suo stato, una volta era posto in man del Cristianissimo Re, e lui di quello ne poteva disponer Come de cosa sua. » 83. Notizie di Germania, Roma, 23 agosto 1502. Dicesi che il cardinale Colonna sia andato al Re. « Son etiam per la solita fide digna via certificato esser lettere de Alemagna a N. S., che affermano la Cesarea Maestà esser assegurata con Svizzeri, alli quali darà certa provisione; e che non ha potuto ottenere che non se conducano con altre potenzie, per la loro mol titudine e povertà; ma hanno promesso che sue zente mai se trovaranno a guerizar contra Sua Maestà, nè come Re de Romani, nè come duca d'Austria. Insuper in queste lettere se contien che Sua Maestà aveva de liberata la sua venuta in Italia, e che la grande liga de Svevia, della qual Sua Maestà è il capo, e alcuni potenti principi, in questa sua venuta in Italia, se li occorresse alcun incommodo, hanno promesso de soccorrerlo usque ad effusionem omnium virium, e che º Giovanni Colonna, diacono cardinale del titolo di S. M. in Aquiro, creato da papa Sisto IV nel 1480. La notizia della sua an data al Re è poi smentita nel dispaccio 88. DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 99 li principi dello Imperio e communità lo seguiranno a questa sua incoronazione, secundum ordines imperii. Preterea, che Sua Maestà era retirata sopra el Reno a Spira, per disponer, etiam con quelli principi, que sta venuta sua; et in quella medema lettera se scrive che Sua Maestà omai, no averà guerra con Franzesi. Questa è tutta la continenzia di queste lettere, e son date de 5 del presente: le qual cose, benchè reputo esser etiam note alla Sublimità Vostra per il mezzo del suo clarissimo orator appresso la Cesarea Maestà, nondimeno perchè el Pontefice fa di esse non poca demonstrazion de estimarle, le ho volute significar alla Celsitudine Vostra. » 84. Notizie del Valentino, e varie. Roma, 24 agosto 1502 In un breve Concistoro di mezz'ora, il Papa « non disse altro che delle cose del suo Duca, del quale parla sempre, e fra le altre cose, che l'aveva avuto buona licenzia dal Re Cristianissimo de ritornarsene ad ogni suo piacere; tamen lui per el debito, essendo così ben veduto e onorato dalla Maestà Sua, non se vuol partire se prima non lo accompagna fina a Zenoa: le qual parole hanno più confermata la mente de molti, ch'el non sia in libertà soa el ritornare fin a che le cose con Spagnoli procederanno alla guerra. » Poi al cardinal Grimani º disse che non credeva alla pace col Turco. Disse anche « che le nozze fra la figliola del Duca e 'l figliolo del marchese di Mantova se pratica º Domenico Grimani veneziano, cardinale di S. Niccolò fra le lmagini, creato da papa Alessandro VI nel 1493. 100 DIsrAcCI DI ANTONIo GIUSTINIAN. vano, e che averiano anche effetto. » E si dolse delle discordie tra Francesi e Spagnuoli; « cosa ch'el Pontefice adesso per niun modo voria, za ch'el se la scoperto contra Spagna. » S5. Festa ammiversaria dell'incoronazione del Papa. Notizie del Regno. Roma, 25 agosto 1502. Il Papa, per festeggiare la vigilia di sua incoro nazione, non diede udienza ad alcuno; ma « è stato in suoi piacevoli solazzi con dame a festezar. » Si hanno notizie dal Reame favorevoli a Francia: gli Spagnuoli si ritirano, e i Francesi ingrossano. '86. Affare della restituzione delle terre ai Fiorentini. Voce di un viaggio del Papa, per suo sollazzo, nelle terre dei Colonnesi. Roma, 26 agosto 1502. Il Re restituisce le terre a Fiorentini senza com penso, e ordina a Vitellozzo di restituir anche le ar tiglierie. Troccio ritorna al Re; « se dice per la pratica delle nozze. » . Compiuta la sua festa, il Papa - dice voler andar a solazzo, a visitar queste terre delli Co lonnesi; menarà con sè li dui putti, zoè quel de ma dama Lugrezia e l'altro asserto del Duca, per darli grazia e reputazion appresso i populi, per aver dato quel stado a quelli putti. » Starà fuori circa quindici giorni. “Intendi, della figliuola del duca Valentino. DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 101 87. Proposta d'alleanza fatta dal Re dei Romani al Papa. Notizia di Lucrezia Borgia. Roma, 27 agosto 1502. « Intendo per buona via ch'el Pontefice è sta' ri chiesto, per nome del serenissimo re Massimiliano, a intendersi con lui, e voler che, venendo lui in Italia, potius el Vegni come amigo che inimigo de Sua San tità : la qual, a questa risposta, strenzendose in le spalle, disse che, essendo el Duca in le man del Re de Franza, non poteva pensarse, se non quanto pas reva satisfar alla Maestà Sua. E per tal cossa el Pon tefice sta molto suspeso, et ogni sua speranza è ch'el Re de Franza debba continuar la impresa et esser vincitore. » La partenza di Troccio è differita per motivi di suo interesse. Da Genova dicesi che il Re andrà in Asti, ove starà a vedere il fine delle cose d'Italia. - S'era sparsa voce che Lucrezia Borgia fosse morta: era invece una sua nutrice. Lucrezia è rica duta, ma senza gran pericolo. 88. Notizie di Genova, dov'è il Re di Francia. Roma, 28 agosto 1502. Pandolfo Petrucci mandò diecimila ducati a Ge nova per accomodarsi col Re. Il Duca starà a Genova qualche dì ; poi tornerà, chi dice a Roma, chi in Ro magna ; « dei più saputi iudicano l'una e l'altra opi nion esser falsa, e ch el non sia per aver licenzia così presto. » Il Papa è molto in pensiero per la guerra tra Francia e Spagna. L'andata del cardinale Colonna al Re è smentita. 102 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 89. Il Pontefice spedisce un cursore segreto a Imola: voci che ne derivano, relative a Bologna e al Bentivoglio. Altre voci sulla venuta di re Massimiliano in Italia per farsi Coronare. Roma, 29 agosto 1502. « Son avvisato per via fededegna che questa notte el Pontefice con gran secretezza ha espedito un de' suoi cursori per le poste con ordine ch'el Vadi in Imola a ritrovar el cardinale Borges et il vescovo di Helna,” et stia lì ad obedienzia di quelli dui; e volen dolo mandar a Bologna, el vadi, e facci quanto per loro li sarà commesso. Questa cosa viene molto pon derata da quelli pochi che fin ora la intendono, pa rendoli da questa trazer indizio ch el Papa abbia qualche consentimento del Re Cristianissimo delle cose de Bologna, e che questo cursor sia per far qualche intimazion al Bentivoglio, per dar principio alla cosa, come ha fatto con li altri za battuti.... La fama della venuta del serenissimo Re de Romani in Italia per la coronazion, va ogn'ora più avanti de qui, e quasi da ognun è reputata certa; et in questa mat tina sono lettere replicate al Pontefice et ch el vien - º Lodovico, chiamato anche Pierluigi, cardinale del titolo di S. M. in Vialata, creato da papa Alessandro, suo zio, nel 1500. Vivevano allora altri due cardinali Borgia: Giovanni (seniore), car dinale di Santa Susanna, arcivescovo di Monreale, nipote del Papa per parte di madre, come Lodovico; e Francesco, car dinale di Santa Cecilia, figlio del cardinale Alfonso Borgia, che fu papa Calisto III. º Francesco de Loris di Valenza, nipote del Papa, creato cardinale del titolo di S. M. Nuova nel 1503. (Cardella); electus episcopus Elvensis (Ciaconio); card. Elnensis (Conclave del 1503, in Raynald.) Elva è città del Portogallo, con residenza vescovile. DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 103 con molta zente, per il che Sua Beatitudine pur sta suspesa. » Riguardo al prete, su cui dovevasi procedere (vedi dispaccio 73), il Papa è mutato, e vuol che lo giudichi il Patriarca solo senza il braccio secolare; il che l'Oratore non ha accettato, stando all'ordine aVut0. 90. Notizie del Regno. Roma, 30 agosto 1502. Le notizie di Napoli sono favorevoli a Francia. Una lettera di Odoardo Renzo « era molto brava, come è natural alla nazione, e menazava che se Spa gnoli li aspettavano, che li fariano con suo gran danno sentir la furia de Francesi. » È stato detto che la Repubblica Veneta aveva mandato in Puglia agli Spagnuoli 100 mila ducati: Francia se n'è mostrata dispiacente. Ma l'ambasciatore francese che disse ciò, « rare fiate suol dir la verità. » 91. Altre notizie dei fatti degli Spagnuoli nel Regno. Roma, 31 agosto 1502. Si ha notizia che Canossa è stata presa, e che il gran Capitano è in Barletta. I Francesi han circa 800 uomini d'armi e 4500 fanti, ma male in ordine; gli Spagnuoli da 5 a 600 uomini d'armi, e da 5 in 6000 fanti; poi aspettavan gente dalla Sicilia e da Trieste. Il relatore di tali notizie è « un Fabricio, che soleva esser secretario del re Federico.... Fece buon pro nostico per Spagnuoli, et a questo assegnò due ra son: la prima fu la mala contentezza che tutti i 104 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. popoli hanno del dominio de' Francesi; la seconda per una fama nassuta per tutto il Regno, che la Su blimità Vostra aveva intelligenzia con Spagnuoli: e confirmò l'imprestito dei ducati 100 mila, detti il zorno avanti dall'orator francese, con questa zonta, che per segurtà Spagnoli dariano alla Sublimità Vo stra la città di Lezze. Al dir di queste parole, fu avisato ch'el Pontefice se voltò verso Trozo, e lo vardò nel volto, e lui disse: – Padre Santo, questo è quel che desidera el Duca, nè aspetta altro che el Re abbia oc casion de appizzarla con Veneziani, perchè li daria tanta zente che metteria in rotta tutta la Romagna, e li scacciaria de li. – » 92. Favore sempre più manifesto del Papa alla parte di Francia. Notizie varie. Roma, 1 settembre 1502. Il duca di Ferrara non è molto contento della venuta di Massimiliano in Italia per la coronazione; « oltre le altre cose, per respetto della invasion per lui fatta l'anno passato nel stato della Mirandola, con tro le intimazion fatte a lui per nome della Cesarea Maestà. » Si dice che gli Spagnuoli abbiano rotto i Francesi presso Perpignano. «Il Papa ogni ora più se va scoprendo per Francesi, le parte de'quali lui favo risce sempre che in questa materia se parla, et heri sera intendo che, essendo alcuni cardinali con Sua Santità, e tra li altri il cardinal Arborense, che, per esser più collerico che li altri, ognora ch'el Ponte fice parla contra Spagnoli, lui se li oppone; e volen dolo persuader el Papa ad esser buon franzoso, li DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 105 disse: – Beatissime Pater, voi sete come sono li ma rani, che intrinsice sono zudei, e de fluora mostrano esser cristiani. La Santità Vostra nel suo intriseco è buon spagnol, benchè per qualche particolar respetto a questo tempo vi mostrate francese: e però essendo io spagnol, non credo esser differente dall'intrinseco voler di Vostra Santità. – E buttorno la cosa in riso. » 93. Il Papa annunzia in Concistoro il prossimo ritorno del Valen timo, del quale bensì dubita. Si lamenta nuovamente della pace di Venezia col Turco. Roma, 2 settembre 1502. Il Papa in Concistoro disse che al primo del mese il Re dovea partir da Genova per le Alpi, e quindi sarebbe tornato il Duca. « Benchè Sua Santità dica que sto, tamen affermo alla Sublimità Vostra, che de que sta venuta lui è molto ambiguo, e sta suspeso, e con desiderio aspetta aviso della partita del Re da Ze nova, per potersi certificar di quello averà ad esser del Duca.... Parlò poi della pace del Turco, della qual sempre parla quando li manca che dir, perchè la ghe dispiace quanto dir se possa; e più presto voria ve der ogni altra cosa che la Illustrissima Signoria Vo stra quieta da quella guerra. » 94. Voci di pace tra Francia e Spagna. Roma, 3 settembre 1502. Il cardinale di Napoli spera che si farà pace tra Francia e Spagna: l'Oratore riferisce la notizia per quello che vale. « Principe Serenissimo, l'officio mio per adesso 106 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. non è altro che con ogni sollicito studio investigar hinc et inde quello che da ognuno se dice, e darne aviso alla Sublimità Vostra; il che faccio con ogni diligenzia, non me sparagnando da niuna fatica; e quanto intendo, scrivo a quella, e non me ritrovando io al manizo delle cose, non le affermo tanto alla Su blimità Vostra, che, quando lei per altra via più pro pinqua alle cose avesse altrimenti, io meriti biasimo. 0fficio mio è non iudicar le cose, ma tal quale le in tendo significarle a quella, con dirli dove le ho, e lassar a lei, per la somma sua sapienzia, el iudicarle per quel che le sono. » 95. Notizie di Firenze; prossima mutazione del reggimento. Roma, 4 settembre 1502. Corre voce che a Firenze si voglia riformare il reggimento: la frequente mutazione dei capi nuoce; quindi vogliono fare Gonfaloniere perpetuo. Pur di cono che si farà solo per cinque anni, per far saggio della cosa, e vedere se torni meglio l'elezione per un quinquennio o a vita." ll capitano della guardia del Papa, don Ugo di Car “Questa notizia (in aggiunta alla quale, vedi anche il dispaccio 97) è ritardata. La provvisione per l'istituzione del Gonfaloniere perpetuo fu vinta nel Consiglio maggiore di Firenze il 26 d'agosto. (Arch. di Stato in Firenze. Provisioni, Reg. 194, a c. 50-51.) Intorno all'accoglimento ch'ebbe in Roma la notizia di tale riformagione, l'oratore fiorentino Pepi scrive il 1° di settembre ai Dieci di Balìa, che « questa provvisione vinta costì, del Gonfaloniere a vita, ha molto più dato dispiacere alli inimici vostri qui, che non fece la expulsione loro dalle terre occupate et hoggi rihaute. » (Arch. cit., Lettere ai Dieci, ad ann., a c. 279 t.) DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 107 dona, vassallo dei Reali di Spagna, va per ordine loro nel Reame. 96. Notizie incerte sul Valentino. Pratiche del Bentivoglio, si gnore di Bologna, per essere accettato nella protezione della Repubblica Veneta. Roma, 5 settembre 1502. « Del ritorno del Duca se parla ancora varia mente: li papalisti e ducheschi credono, over fen zeno creder, ch'el dieba ritornar, anzi dicono che za die esser in camino, e che ritorna in Romagna con gran favor del Re; li altri non lo credono. Monsignor Ieronimo Campezo, ressidente per el se renissimo messer Zuanni Bentivoglio (el qual sta in grandissimo suspetto, quando fosse vero ch'el Duca ritornasse) me è venuto a ritrovar, et in que sta materia me ha parlato molto largamente, depen zendome molti pericoli, quando ch'el duca Valentino avesse piede in Bologna, che è molto da avvertire, precipue dalla Illustrissima Signoria Vostra; e tacite volse innuire che la Sublimità Vostra se degnasse de abbrazzar le cose del Bentivoglio, e averlo per raccomandato, perchè lui se offeriva far per la Excel lentissima Signoria Vostra quanto lei li comman dasse. Io li risposi per generalia accomodatamente; el qual poi in fine me pregò che di questo ne facesse una parola alla Sublimità Vostra, benchè el credeva ch'el ditto messer Zuanni abbi mandato o sia per mandar un suo alla E. V. » 108 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 97. Istituzione del Gonfaloniere perpetuo in Firenze. Notizie del Papa e del Valentino. Roma, 6 settembre 1502. In Firenze si è statuito di fare il Gonfaloniere a vita, con dimora, alloggio in Palazzo, le spese e du cati cento il mese. « Doman sarà Concistoro, nel qual se dice ch'el Papa pronunziarà vicario di Camerino el putto, che se dice esser fiol del Duca, benchè alcuni dicano del Papa, al quale, oltre li castelli di Colonnesi e Savelleschi, nuovamente el Pontefice ha dato el possesso de tutte vigne pur de prenominati, che hanno qui intorno Roma, e li palazzi. L'andata del Papa a solazzo se va de zorno in zorno differendo, e sono chi comenza a dir el non andarrà così presto, bench'el dichi sarà sabato prossimo. Del Duca non se ha niente con certezza, utrum ch'el torni. Questa cosa molto preme al Pontefice, e da alcuni zorni in qua non se vede ch'el rida che li passi i denti. » 98. Prossimo ritorno del Valentino da Genova, con licenza e fa vore del Re. Concessione del vicariato di Camerino al fanciullo don Giovanni Borgia. Roma, 7 settembre 1502. Il Papa in Concistoro « fece prima lezer lettere del Duca da Zenova, de 2 del presente, per le qual li significa aver avuta gran licenzia dal Re di partirse, e che partiria quel zorno, con grazia di Sua Maestà, Vedi la nota 1, a pag. 9). DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 100 la qual, nel darli licenzia, fece gran demostrazion di amor, e lo fece accompagnare a tutti i suoi onoratis simamente. Questa sera, per quanto afferma el Pon tefice, el Duca se die trovar a Ferrara, dove starà tre over quattro zorni, poi vegnirà alla volta de Romagna. De lì poi non disse altro la Sua Santità di quello che avesse a fare il Duca; ben Sua Santità se mostrava molto aliegra, perchè in effetto de questo ritorno è stata molto dubiosa. Deinde, iterum, disse della pace del Turco, accusando la Serenità Vostra che l'avesse fatta con l'esclusione di altri principi cristiani, ec cetto el Re d'Ongaria, et affirmò esser fatta con questa condizion, che la Illustrissima Signoria Vostra li dà Napoli e Malvasia, e lui die spianar Modon. Ul timo loco, fece espedir la bolla, per la qual institui sce vicario e duca de Camerin el putto asserto fiol del Duca, per nome don Zuane, hoc privilegio, che sempre el primogenito della discendenzia del Duca se intenda esser duca de Camerin, il che ha dato gran maraviglia ad ognuno, perochè con questa bolla fa questo fiol primogenito del Duca, con preiudicio di fioli che nasceranno legittimi dalla donna. » 99. Altre notizie del Valentino, comunicate dal Papa al cardinale di Napoli, e da questo all'Oratore veneto. Intimazione del Papa al Bentivoglio. Roma, 8 settembre 1502. « Ozi el reverendissimo Napoli mi ha mandato a dir, che avendo a communicarmi cosa di grande im portanzia, mi dovesse transferir fino a casa sua, e così feci. Dove andato, Sua Signoria Reverendissima, 110 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. fattome prima le debite protestazioni di credenza, me disse che heri dapoi Concistorio, se accostò al Papa per altre sue faccende; e rasonando con lui, li disse con grande allegrezza iterum quello che publice aveva detto, pleno Consistorio, della venuta del Duca. Poi li subiunse che l'aveva avuto ferma promissione dal Cristianissimo Re, che delle cose e terre della Chiesa el Pontefice facesse quello li piace, che lui non era per farli impedimento alcun; e in essecuzion de tal promissione, esso ne ha mandato un suo nun zio, per nome chiamato Claudio, a far intender al Bentivoglio che, non ostante ogn'altra promission fatta, lui era sforzato dalle cose della Chiesa lassar ch'el Pontefice se satisfacesse con arbitrio e per tanto dovesse proveder et assecurar le cose sue come li piaceva, perchè lui non li poteva dar alcun favor. Questa cosa li disse con gran demonstrazion de alle grezza: poi subiunse, ch'el Duca vegniria in Roma gna, dove disponeria le cose sue; e se metteria in ordine tacitamente, sì che poi in un tratto el potesse espedir quanto el doveva far, prima che el compagno se ne avvedesse. » Soggiunse che avrebbe luogo il pa rentado del Valentino col duca di Mantova; ma dell'al tro affare dello scioglimento del matrimonio del duca d'Urbino non sapeva che cosa sarebbe avvenuto, per chè esso duca non vi consentiva. Domani il Pontefice va in villeggiatura. DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 111 N, di "i se Si lo il o che i ital ris º tri are, è il Si ll Slº il l pº lis º itri ? se si alf inº ini melli o lº l lugli l li li) l emili l pi 100. Affare del parentado del Valentino col marchese di Mantova, e del cardinalato da conferirsi al fratello di questo. No tizia di Lucrezia Borgia. Roma, 9 settembre 1502. Il Papa è partito, ma ha mandato prima 800 du cati al Valentino per pagar le genti d'armi: « e que sto ho per via certa. » È venuto a Roma il fratello del marchese di Mantova, per sigillare certi capitoli pattuiti fra il Duca e il detto marchese: le nozze son concluse, ma il marchese non vuol pubblicarle, se prima il fratello non è cardinale, perchè « dubita del gabo. » Per arricchire questo cardinale, si vorrebbe dargli in commenda l'abbazia di S. Benedetto di Mantova, « e mandar i frati a sollazzo; cosa che dis piace a molti buoni, i quali si opponeranno per il poter suo a quella cosa. » Lettere di Ferrara dicono che Lucrezia Borgia « desperse » una figlia. 101. Conferenza di Troccio coll'Oratore veneto, relativa a una alleanza tra il Papa, il Re di Francia e la Repubblica. Roma, 10 settembre 1502. Troccio manda a chiamare l'Ambasciatore Veneto, per conferire con lui da parte del Papa. «Me domandò, se io sapevo ch'el Cristianissimo Re avesse mandato un suo orator alla Illustrissima Serenità Vostra, et avendoli io ditto che no, benchè lo sapesse, me disse: – Sappiate, magnifico Ambassador, ch'el Cristianis simo Re ha mandato un orator a Venezia, perchè vo ria renovar una lega tra la Santità di N. S., Sua Maestà 1 12 DISPACCI DI ANTONIO GlUSTINIAN. e la illustrissima Signoria, ch'el fosse una perfetta intelligenzia tra questi tre stadi; il che seguendo, sarà molto al proposito delle cose vostre e mostre. In questa materia, N. S. aspetta che la illustrissima Signoria ve dia qualche aviso, e crede che l'averete presto; e per esser cosa che importa, forse voi vorreste andar.a ri trovar la Sua Santità, che non voria andassi; e però mi ha commesso che vi dica che me facciate intender el tutto a mi, che gliene darò avviso. – Io li risposi con parole generali, secondo el proposito della mate ria; e poi, come da mi, li dissi, ch'io conosceva tanta conionzion de benevolenzia e mutua fede tra questi stadi, et anche reverenzia filial della mia il lustrissima Signoria verso la Santità Pontificia, et ottima intelligenzia e confederazione con el Cristia nissimo Re, che non mi parea fosse necessario altra mente redintegrarla; pur dissi, avendo qualche aviso in questa materia, faria quanto de ordene de N. S. lui me aveva fatto intender. » 102. Ancora dell'intimazione al Bentivoglio; apprestamenti di lui e contro di lui. Timori degli Orsini pei loro stati. No tizia di Lucrezia Borgia. Roma, 11 settembre 1502. « Quel ch'io scrissi alla Sublimità Vostra per le mie de 8 del presente, me è sta confirmato da l'amico solito, el qual afferma aver vista la intimazion data per el Cristianissimo Re a quel Claudio, quale lui mandò a Bologna, molto copiosa e longa, nella qual disputative lo ammoniva delle risposte et iustificazion che aveva º far, in caso ch'el Bentivoglio se dolesse de questa DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 113 i i fest i assiti i miº lº pi sº lorosº prefº osti, lº i lif, isº l º le lº intimazion, e se aggravasse delli denari dati. Per questa espedizion el Duca dà ordine de far massa di tutte le sue zente in Romagna, e deve venir per staf fetta a Civita, siccome per buona via intendo, a ri trovar il Pontefice per abboccarse con lui per questo effetto. Il Bentivoglio se mette in ordine quanto el puol, e, per quanto me ha ditto el suo agente qui, ha fatto molte valide provisioni, e spera prevalerse, non intravegnendo altri che il solo Duca di Valenza con le sue zente; pur el non resta tegnirme solecitato ch'io raccomandi le cose sue alla Illustrissima Serenità Vo stra; perchè non solum se tratta dell'interesse de Bo logna, ma de quello della Excellentissima Serenità Vostra per el stato che la tien in Romagna. » Gli Or sini sono in timore del loro stato; così pure Lodovico figliuolo del conte di Pitigliano, benchè questi dal l'Oratore veneto è stato rassicurato." Lucrezia Borgia, « dopo desperso, o peggiorò, e dicesi già morta. 103. Cose di Levante. Notizie del Valentino e di Lucrezia. Roma, 12 settembre 1502. L'Oratore comunica a Troccio le notizie ricevute dalla Repubblica sulle cose di Levante. Questi si mo stra lieto di udirle, « più, credo, perchè erano indizi di guerra, che per altro rispetto; e dice che le scri Il padre di Lodovico, Niccola Orsini, era capitano ai ser vigii della Repubblica Veneta; e, per la sua fedeltà e per le sue benemerenze, egli e il suo figliuolo furono da questa efficacemente protetti, come si vedrà anche per altri dispacci. GiustiniAN. - I, 8 114 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. verà al Papa. L'Oratore nota che il Pontefice teme la poce della Repubblica col Turco, « per parerli quella sola esser causa de interromper tutti li sui mali pen seri contrari al ben publico et alla quiete de Italia. » Questa sera il Valentino doveva trovarsi col Papa; dopo l'abboccamento quegli tornerà in Romagna, questi a Roma. Lucrezia migliorò ed è fuori di peri colo, « la qual aveva sentito tanta consolazion della visitazion che li aveva fatto el Duca di Valenza, che era stata causa di questo meioramento. » 104. Notizie di Germania. Roma, 13 settembre 1502. Da lettere di Alemagna, dirette a un prelato in Roma, si ricava: essere l'Imperatore a Landeck (Ti rolo); disporre esercito ai confini d'Italia; voler tenere due diete in Tirolo e in Austria; e aver mandato ora tori al re d'Inghilterra per invitarlo a far lega con esso. 105. Affare del Bentivoglio. Si taccia la mancanza di fede del Re verso quel signore, per compiacere al Papa; e se ne argomenta che le cose del Cristianissimo in Italia non siano molto prospere. Roma, 14 settembre 1502. «La cosa de Bologna va continuando, et ormai di quell'impresa publice si parla da tutti con qualche nota del Cristianissimo Re, che, contra la fede data al Ben tivoglio, sia devenuto così manifestamente a questa concession, massime che, per quanto intendo da buona via che l'ha de bocca del Pontefice, el Re, a grande persuasion del Papa e del Duca, era devenuto DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 115 AV, iti i pari i simi lºtelli varsi il in li è fuori Isolli i Vilelli, tembre fi un pri In , voltº mani" legatº ma iº l Papa, º in ftallº ºmbre fi el ori fullº dati fe a lº intel , elfi, dettº a questo, ch'el Pontefice in persona dovesse andar a Bologna, et intrasse dentro, e facesse quello el voleva; et in caso che messer Zuane li volesse proibir lo in gresso, allora saria stato licito a Sua Maestà far inten der a messer Zuane ch'el non era conveniente lui proibisse l'ingresso al Papa in una sua terra; il che non contentava molto el Pontefice. Che ora mo sia inclinato a far quanto el Pontefice gli ha richiesto, è cosa che dà a tutti gran meraviglia, et anco argo mento ch'el Re, costretto quasi da necessità, sia con dotto a questo; e consequenter, che le cose sue non abbino tutti quelli favori che se dicono; perchè, oltra le cose di Bologna, se parla etiam de molti altri luo ghi, e signanter de Lucca, Perosa e Civita de Castello. E' Fiorentini medemi confessano che Pisa etiam li ha dato buone parole e qualche speranza. E fa etiam iudicar de qui, che le cose del Re siano in qualche suspetto, una fama levata, che è ditta da uomini de gran reputazion, che è, il Re in gran fretta ritornar in Franza, senza dimorar troppo in Aste. » - 106. Notizie del Regno. Roma, 15 settembre 1502, Dal Regno si ha notizia che Don Ugo di Cardona ha preso un galeone francese, che veniva da Napoli con un messo del Vicerè con commissioni e lettere. Noti zie d'Inghilterra recano che quel re e il re di Scozia moveranno in favore degli Spagnuoli. Inghilterra mandò i 15 mila ducati convenuti (vedi il dispaccio 33). 116 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 107. Notizie di Romagna. Roma, 16 settembre 1502. Il Papa è ansioso di sapere se l'Oratore veneto ha ricevuto notizie da Venezia sulla lega. Si dice che gli Orsini, essendo in sospetto del Papa, massime dopo il ritorno del Duca, si uniranno ai Colonna. Anche i Baglioni sono in gran sospetto. « Vitellozzo è a Civita di Castello, con gran dolori del mal franzoso, che non se puol muover. » Gli uomini della terra s'ap parecchiano a difendersi dal guasto che, dicesi, an dranno a dar loro i Francesi, « e non sono etiam senza suspetto delle zente del Duca di Valenza, le qual etiam molti dicono andariano etiam esse. Li oratori francesi molto sollecitano el Papa, e due fiate lo sono andati a ritrovar, non si sa il perchè. Molti sono etiam che affermano, le Zente francese, che erano in Toscana, andar verso Parma in Lombardia. » 108. Ancora delle cose di Romagna. Roma, 17 settembre 1502. «Questa mattina, per nome del Pontefice, è sta'fatto un bando qui in Roma de far fanti; e quelli che vor ranno denari, vadino a Spoleto, chè li troveranno l'or dine d'averli. Pur pochi se curano d'andar, perchè non sono seguri, essendo lì, di averli, e non ponno andar, se non sono in gran frotta, per dubio de Villani, che per i mali suoi portamenti, quanti ne ponno tro Var che possino manco de loro, li fanno mal capitare. Sono pur alcuni capitani che hanno dato principio di DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 117 unirne alcuni, et andaranno. In Romagna etiam, se dice, el Duca ne fa dei altri, e vol far fina al numero de 5000; molti dicono per la impresa di Bologna, benchè prima vorrà espedir la impresa di Perosa e Città di Castello. Argomento per questa opinion è, che la parte de Ba glioni, che è in Perosa, ha domandato condizion de condotta al Duca, e pare non li dia orecchie. Tamen si dice lui aver condutto Fracasso e Lucio Malvezzo: le condizion non intendo con) fondamento, ma se dice, cento uomini d'arme. Questo dinota che lui non se fida ormai più degli Ursini, per li suspetti che sono, et anche vol el Malvezzo, per el favor della parte in Bologna. » 109. Investiture di luoghi dello Stato pontificio date a due fanciulli di casa Borgia. Sollazzi del Papa. Roma, 18 settembre 1502. Il Re di Francia ripassa, dicesi, l'Alpi. Il Valen tino s'abboccò col Papa e tornò ad Imola. Il Papa andò a Camerino per darne il possesso al fanciullo don Gio vanni, che fece anche duca di Nepi e conte di Gal lese, dai quali due luoghi avrà 9000 ducati di en trata, oltre quella di Camerino. Al figliuolo di Lucrezia diede i luoghi dei Colonnesi, ma non ancora titolo. * È noto che così veniva cognominato Gaspare Sanseverino, fratello del cardinale. º Il Diario del Burcardo fa ricordo di questa distribuzione delle terre dei Colonnesi sotto la data del novembre 1501, dove racconta che il Pontefice « partem dominii Columnensium appli cavit ducatui Nepesino, aliam partem ducatui Sermonetano, et investivit Roderigum de Aragonia filium domina Lucretiae de du 118 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN, Lucrezia sta meglio, ma non è fuor di pericolo. Non si sa precisamente quando tornerà il Papa, protraendo egli l'indugio più di quanto avea detto. « Se iudica, i belli tempi che qui usano, lo invitino a star a so lazzo dove el sta, per quanto qui publice se parla, non senza li consueti suoi solazzi, perchè ogni zorno fa ballar putte, et altre feste, nelle qual sempre intravie neno damiselle. » 110. Notizie del Regno favorevoli ai Francesi, contradette dagli Spagnuoli. Prossimo ritorno del Papa in Roma. Notizie di Levante. Roma, 19 settembre 4502. « Questa mattina andò una fama per tutta la corte, che li campi de' Spagnuoli e de Francesi in Reame erano stati alle mani, e li Spagnuoli erano stati rotti e fracassati. Volendo io intender la verità di questo, la trovo variamente detta da Spagnuoli e da Franzesi. » La notizia della vittoria si ha per « lettere scritte alli oratori francesi, con gran iattanza delle cose sue. » Ma l'oratore spagnuolo « mi ha mandato a dire che non la diebba creder, perchè, essendo, lui ne averia qualche avviso; e tamen dice non aver lettere, e tiene che la sia una burla, o, se pur è, disse esser poca cosa. Al l'incontro dicono li Spagnuoli (benchè questo io non catu Sermonetano, et Ioannem Borgiam filium suum (quem in pontificatu habuit cum quadam romana) de ducato Nepesino. » Il Reumont, in Arch. Stor. Ital., artic. cit., cita due bolle relative a queste investiture: la prima, del 1° ottobre 1501, che crea Ro derigo duca di Sermoneta, e Giovanni duca di Nepi; la seconda, del 2 settembre 1502, che aggiunge a quest'ultimo il ducato di Camerino. DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 119 ho dall'ambassador, e però tal quale lo scrivo alla Sublimità Vostra, riservandomi a meglio esser certifi cato) che Don Ugo Cardona partito de qui, come ho scritto alla Sublimità Vostra, era intrato, con li fanti che egli menò da qui, in Ischia, e tegnivala a nome dei Reali di Spagna. » El Pontefice questa mattina si è partito da Ci vitacastellana, e si aspettava a Rignano a desinare; questa sera dormirà a Castelnuovo, e doman se dice che vegnirà a Roma; benchè siano alcuni che dicano che starà a Castelnuovo due o tre giorni. Doman da sera se averà la verità. » In quest'ora al tardo è zonto qui Falconetto corriere, dal qual con la solita mia reverenzia ho ri cevuto una de Vostra Sublimità de 16 del presente, con el summario delle nuove dell'armata, continenti il felice acquisto di Santa Maura, el qual aspettarò fin doman da sera per comunicarlo alla Santità Ponti ficia. » - 1 11. Affare del Bentivoglio. Ritorno del Papa. Roma, 20 settembre 1502. Si hanno lettere che dicono che dentro la settimana saranno in Roma due oratori di Bologna. Girolamo Campeggio, che era qui a nome del Bentivoglio, è par tito. Circa quattrocento fanti partirono per Spoleto: ad altri, che temevano di non toccar poi a Spoleto il danaro promesso, per eccitarli, si cominciò a dare il de naro in Roma. Si dice che ne vogliono far mille. «Se dice tutte le Zente del Duca redurse verso Imola, dove 120 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. etiam il Duca manda tutte le sue artiglierie, per vici narsi più a Bologna. Fasse molti iudicii de messer Zuane; alcuni, che se deffenderà, e che se mette ben in ordene, e parla animosamente, mostrando non du bitar niente; altri dicono, che za ha principiato man dar buona parte delle sue robe via, che lui etiam non se vorrà lassar redur alla estremità, che provvederà alla segurtà della persona sua, prima che Venghi la furia alle spalle, per non se poder fidar compidamente dei populi. » Stasera il Papa è rientrato in Roma. 112. Colloquio dell'Oratore col Papa; si parla delle cose di Levante, e della lega con Francia. Roma, 21 settembre 1502. L'Oratore comunica al Papa la notizia dell'acqui sto di Santa Maura; e ai conforti di lui, perchè si prosegua la vittoria, replica, chiedendo aiuti dalla Cristianità. Il Papa cambia allora discorso, e interroga sulla lega. L'Oratore risponde che non sa nulla, « ma che me persuadeva la Santità Sua per via de Franza avesse avuto aviso de ogni cosa, perchè io sa peva per lettere private che quell'orator era sta'espe dito dalla Excellentissima Serenità Vostra, ma non sapeva in che modo, pur me persuadeva che saria stato con satisfazion del Cristianissimo Re. Fense non saper niente, e disse: – In verità non abbiamo aviso alcuno. – E come uomo de natura che mal può ascon der niuna sua passion, disse: – La verità è, domine Orator, ch'el Re da sè, senza niuna nostra saputa, ha mandato questo orator, per reformar la liga con la illustrissima Serenità, che nui etiam dovessamo esser DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 121 uniti insieme con loro de buona intelligenzia, chè molto lo desideramo; tamen el Re l'ha voluto far senza dirne altro. – Per non continuar più in questa materia, dissi che non avea notizia alcuna, e diversi il parlar mio in altro. » 113. Notizie del Regno. Edificazione di una rocca in Camerino. Roma, 22 settembre 1502. La rotta toccata agli Spagnuoli nel Regno fu di poco momento. Una galera del Papa, che si avvicinava ad Ischia per torre certe artiglierie da lui comprate. ne fu impedita dal marchese di Pescara. Si dice pub blicamente che il Papa fa fare una rocca in Camerino per sospetto di quei popoli. 114. Domande del Re dei Romani al Papa. Comunicazioni sulle cose di Bologna fatte dal Papa in Concistoro. Roma, 23 settembre 1502. L'incaricato di Massimiliano chiede che sia fatto un cardinale per la Germania, il quale sia legato; e che si accordino al suo re i denari del giubbileo per l'impresa contro i Turchi. La risposta fu differita ad altro Concistoro. « Parlò poi il Pontefice ad longum delle cose di Bologna, e tutta la pratica tenuta con el Cristianissimo Re a questo effetto; fece lezer molte lettere in questa materia, da quel Claudio, nunzio del Cristianissimo Re al Bentivoglio, scritte et alla Santità Sua et al Duca, con le risposte dell'uno e dell'altro; et infine disse che questa era la deliberazione sua co stante, e così aveva promesso al Cristianissimo Re, e 122 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN, dava licenzia a ognuno che lo dicesse, che Bologna lui la voleva libera per la Chiesa, e non per el Duca, e la Voleva solamente liberar dalla tirannide del Ben tivoglio; teniria dentro il legato, come fin qui è stato, ma con più autorità de quello ha avuto fin ora per la Violenzia del Bentivoglio; e standoghe etiam dentro il capitano della Chiesa con le zente, la terra saria secura. Queste ultime parole furono da tutti merito notate, e dedussero la conclusione che seguita da queste premesse.

1502年9月24日

 115. Affari del Bentivoglio e degli Orsini. Opinioni che corrono sulla Repubblica di Venezia.
Roma, 24 settembre 1502.
 Li oratori bolognesi (che scrivo per le alligate alla Sublimità Vostra, deveano Vegnir questa sera) dieno intrar in Roma privatamente. El Papa è stato in difficultà de dargli audienzia, e tandem ha concluso darla; ma vol prima aver qualche aviso dell'animo suo, chè ha mandato a Bologna a protestar al Bentivoglio il partirse de Bologna, e liberar quella terra del iugo, col quale già tanti anni l'ha tenuta; e se non, che citatus compareat. La qual resposta de ora in ora se aspetta qui, perchè, al conto fa el Pontefice, fin dominica passata l'uomo suo doveva zonzer in Bologna. Avuto questo avviso, darà audienzia alli prenominati oratori.
 El Pontefice se ha doluto delli Orsini che così, senza alcuna causa, se abbino alienati da lui, et etiam abandonino el Duca, che non hanno causa alcuna, allegando molti benefici che li ha fatto, e tra li quali afferma averli dato 6000 vassalli più de quello avevano, e che li dà di provvision tra loro da circa ducati 50,000 all'anno; e non sa che causa abbino da dolerse, salvo ch'el Re non abbi fatta quella grata accoglienza al cardinal che lui averia voluto; ma de questo lui dice non ne aver colpa, e va quanto può lusingandoli per adesso, chè non li par sia ancora il tempo. Ha mandato a chiamar el cardinal, e bellamente se ha scusato. Il Pontefice ha fento che un Iacomo Santa Croce, zentilluomo romano, molto favorito dal Papa e dal Duca (al presente è della fazion Orsina) abbi instato appresso Sua Beatitudine, che la volesse mandar Trozo dal cardinal Ursino, fuori della sua abazia dove l'è, a parlar al cardinal, che sperava si trovaria modo de apontamento, avanti che la cosa procedesse più avanti; e così ha fatto. Questa mattina, a bon'ora, se ne è andato Trozo insieme con questo Iacomo de Santa Croce dal cardinal, e questa sera circa le 23 ore sono ritornati tutti do, e con loro etiam è venuto Iulio Orsino, accompagnato da tutti do, che lo avevano in mezzo, che a caso li incontrai per strada, fina a casa sua. La brigata sta in opinion che se abbino da componere, e tuor il termine Volontario di qualche mese alla sua festa. Quanto seguirà sarà per me significato alla Celsitudine Vostra.
 Parmi debito mio, Principe serenissimo, far cognoscere alla Sublimità Vostra tutte quelle persone che, saltem apparenter, mostrano affezion e buona volontà al stado della Illustrissima Signoria Vostra, come fa il magnifico don Accursio, orator del Cristianissimo Re appresso la Excellenzia Vostra, el qual de qui ha uno commesso che fa certe sue faccende, e per ogni corrier che vegna de lì, sempre li scrive onoratissimamente di quell'excellentissimo Dominio, e tutte quelle cose che sono in laude et esaltazion di quel glorioso stado, tanto affezionatamente in Verità, quanto possi far ogni devotissima persona. Le qual lettere da questo suo nunzio sono publicate per tutta questa terra, dove el se ritrova, con gloria dell'Excellentissima Signoria Vostra; et ubique apertamente la difende, per quanto se estendono le forze della lingua et ingegno suo, presertim in la materia di pace; avendomi etiam fatto intender che monsignor de Agramont (che è ancor qui, ma parte de breve) questi zorni, come è il natural suo, parlava con poca reverenzia dell' E. V. per la negativa data alle richieste dell'orator del Cristianissimo Re, Venuto alla presenzia de quella. Del qual, benchè non sia da farne conto, avendo la Sublimità Vostra la mente del Re per via autentica, pur ho voluto la intenda chi li è fedel e chi non, saltem nello estrinseco, perchè il cuor solo Dio lo cognosse.
 Nè resterò anco a questo proposito dir alla Sublimità Vostra, che dal Vescovo de Tioli, legato de lì, vengono qui avisi, accertati da lui averli da luoghi secreti, che non sono molto al proposito della Celsitudine Vostra, e dove el puol li dà carghi non meritati da quella,
 Se dice el Pontefice voler iterum retornar a solazzo per altritanti gorni all'altra banda verso Sermonetta: questo non affermo alla Serenità Vostra, perchè la Beatitudine Sua di questo non ne ha fatto parole in Concistorio, come suol fare, nè anco a me ne ha fatto motto, essendo stato con la Beatitudine Sua.

1502年9月25日

 116. Colloquio del Papa con Giulio Orsini; rifiuto di questo a prender parte personalmente all'impresa contro Bologna; transazione.
Roma, 25 settembre 1502.
 Il Papa ebbe un colloquio con Giulio Orsini, per indurlo a prender parte all'impresa contro Bologna, ricordandogli i benefizi fatti alla casa Orsini e molto più promettendo. Giulio rispose prima sulle generali; « poi, strenzendosi al ponto, se escusò che, avendo lui, con bona grazia e voler di Sua Santità, contratto parentado con messer Zuane Bentivogli, e data una fiola in casa sua, benchè la non sia ancora tradutta, non sapeva come, con onor suo e suo contento d'animo, potesse ora andare alla destruzion di quella casa e del sangue suo; che per tanto Sua Santità lo avesse escusato, chè lui li era buon servitore e fiol, ma in questa cosa non poteva satisfar alla Beatitudine Sua. E perchè el Pontefice nel parlar suo li aveva toccata questa parola della figliola, e ditto ch'el dispensaria questo matrimonio, e che la maridaria più onoratamente di quello la era nel fiol de messer Zuane; lui respose, che manco li pareva questo conveniente, nè per Dio nè per el mondo, massime non avendo causa alcuna, nè Vera nè apparente, da dispensar questo matrimonio, nè voleva dar sua fiola ad altri, avendola una volta data a quel zovene, nel qual li pareva convenientemente averla maridata, e breviter, se resolse che lui per niente poteva nè voleva andar. Lo constrinse poi volesse persuaderli altri che andassero loro, e lui restasse, poi che aveva questo rispetto. A questo disse che l'era in libertà delli altri andar e restar, che lui per nome di Sua Santità li faria la imbasciata; ma iudicava saria difficile farli contentar, non sapendo come poi loro potessero esser seguri, avendo el Cristianissimo Re et anche el cardinal de Roano ditto al suo cardinal, essendo a Milano, che ben avvertissero alle cose sue, chè intenzion del Pontefice era de rovinar casa sua. Queste parole el Pontefice se fece replicar do fiate, e con qualche demonstrazion de indignazion, domandò se il Re et il cardinal avevano detto questo. E respondendo lui de sì, disse: – Se l'hanno ditto, se ne mentono per la gola. – E qui iterum tornò su le belle blande parole, et in fine si risolse questo conferimento: ch'el signor Iulio dovesse ritornar dal cardinal, et esser con li altri della casa, e consultar inter ipsos, quid agendum in questa materia, e far che resolutamente se avesse la opinion sua. Questa sera el ditto s'è partito, e martì prossimo dee ritornar qui un'altra fiata. » Sono giunti gli oratori bolognesi.

1502年9月26日

117. Gli oratori bolognesi sono ricevuti in udienza del Papa, che non accetta alcuna dimanda in favore del Bentivo glio. Gli Orsini e gli altri della loro fazione stabiliscono di riunirsi presso Todi, per conferire sull'aiuto, da darsi o no, al Papa nell'impresa di Bologna. Roma, 26 settembre 1502. « Li oratori bolognesi.... non hanno proposto al tro, che supplicato al Pontefice la confirmazion dei capitoli, conclusi e confirmati per la Beatitudine Sua, DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 127 ora fa un anno e mezzo, cum sit che da quel tempo in qua non sia innovata causa alcuna, per la quale la Beatitudine Sua merito li possi romper; e domanda vano la conservazion de messer Zuane nel stado, nel qual lui è in quella città de Bologna, la qual, per es ser subietta a parte e fazione, era necessario che avesse un capo che la custodisse e conservasse in pace; il che aveva fatto messer Zuane con buona sa tisfazion di tutta quella città: e per tanto loro desi derariano el continuasse in questo modo per quiete di quella terra; che se offerivano continuar a la contri buzion del censo, e satisfar ad ogni altra obligazion che hanno alla Sede Apostolica, come fideli sudditi e vas salli di quella. El Pontefice rispose che li privilegii della comunità, e li capitoli aveva con quella, tutto vo leva confirmar e mantegnir; ma la persona de messer Zuane non era degna di grazia alcuna, per le estor sioni, omicidii, rapine e molte tirannie, per lui e li fioli quotidianamente perpetrati in quella città, con cargo et ignominia della Sede Apostolica, e pertanto l'aveva fatto citar personaliter ch'el vegnisse alla de fension sua; se non, che contra lui se procederia; e che messer Zuane non era uomo per mantegnir pace e quiete in quella terra, anzi dissension, risse et odii, con gran descontento di tutti li buoni; e che la Sede Apostolica, alla qualincombeva questo officio de prov vedere alla quiete delli lochi e terre sue, provvederia de tal governo a quella città, che viverian molto più contenti di quello fanno al presente sotto la tirannide del Bentivoglio. Con questa risposta non troppo con tenti partirono dall'audienzia. 128 DISPACCI DI ANTONIO GlUSTINIAN. » Se la che el cardinal Ursino si è avviato alla volta di un loco nominato Todi, dove se dieno reddur tutti quelli de lor fazione, e dieno intravegnir li Ba glioni e Vitellozzo (se'l mal franzoso li farà credenza ch'el possi andar; se non, mandarà un canzeliero); e come doman se dieno ritrovar insieme, e lì consul tar inter ipsos, quid agendum in questa materia, e ri sponder de commun concordio di tutta la fazione al Pontefice. El iudicio è vario; molti dicono compiase ranno al Pontefice, e molti che non. El Pontefice sta con gran diffidenza, ha raddoppiato la sua guardia, e fatto quattrocento fanti, quali tiene qui in Borgo a sua requisizione; et è fama etiam, che, non seguendo la ressoluzion de quelli Ursini secondo il desiderio di S. S., ch'el nè farà altri mille, per distribuirli per le porte di Roma et alli ponti. Ognun sta qui in suspeso, et espettano a veder che fin averà questa delibera Z10Il. » 118. Il Papa si lamenta del ricetto dato dalla Repubblica Veneta al duca d'Urbino e ad altri ribelli della Santa Sede. Ri sposta dell'Oratore in difesa della sua Repubblica. Roma, 27 settembre 1502. « Ozi son stato a Palazzo, per intender de questi movimenti de qui cosa degna da significar alla Subli mità Vostra, et introdotto alla Beatitudine Pontificia con allegra cera mi vide, e disse: – Ambassador, che andatevene facendo? c'è niuna nuova buona? – Re sposi che per ozi non aveva altra nuova, che far reve renzia alla Santità Sua, come era mio debito e deside rio della mia illustrissima Signoria, che io facessi più DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 129 spesso che poteva, per la devozion che quella ha alla Santità Sua; et anche era lì, per intendere qualche buona nuova da scrivere alla mia illustrissima Si gnoria, come etiam lei, quando la ne aveva alcuna, co municava alla Beatitudine Sua. – Può esser (mi disse) che quella Signoria non ve abbi dato aviso della pro posta a lei fatta pell'orator francese? – E dicendo io de no, disse: – Questa Signoria è molto retenuta con nui, et anco ve volemo dir questo, azò vui ghe lo scriviate, che avemo causa de dolerse de lei, perchè semo certificati ch'el duca de Urbino è a Venezia, ben veduto et accarezzato da quella Signoria, e se dice etiam che lei li dà buona provvisione, che è cosa che ne offende, essendo lui nostro rebello, come sa que sta Signoria; la qual in questa cosa non fa verso de nui quel che se conviene alla bona amicizia che ab biamo con lei, anzi par che tutti nostri rebelli non abbino redutto in altro loco che in quella città, la qual è refugio delli nostri inimici. – E comme morò il signor de Rimeno, de Pesaro e quanti ne puotè, dicendo che ad un rebello di Vostra Excel lentissima Signoria, lui non daria redutto in Roma; e subiunse: – Siamo ben certi che la Signoria lo facci con buona mente, tamen dà che dir alli altri de fuora via, che poi iudicano tra nui e lei esser mala Voluntà; et anche dà speranza alli nostri ini mici de poterne offendere con el favor de quella. E qui se laudò molto del Cristianissimo Re de Fran za, el qual, subito ch'el Duca fo Zonto alla so' cor te, licenziò da sè tutti quelli, e li spogliò de ogni speranza che avevano in la Maestà Sua. – E così dieno GIUSTINIAN. – I. 9 130 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. far li buoni amici, perchè le cose de stadi sono molto zilose. – » Ditto che ebbe Sua Santità quanto volse in que sto proposito, li respusi, che io non sapeva za ch'el duca de Urbino nè altro inimico di Sua Beatitudine fosse a Venezia; ma posito ch'el fosse redotto in quella città, che era libera, alla quale ognuno aveva adito de andar, non aveva di ciò la Beatitudine Sua causa de niuna iusta querela contra quell'excellentissimo stado, la reverenzia et osservanzia del qual verso la Santità Sua era tanta e tale, che la presenzia de niuno de questi nominati per lei poteva diminuirla, ancora che siano sempre stati e loro e tutti li loro passati amici e devo tissimi di quell'excellentissimo Dominio, e stati a molti servizii di quello; nelli quali, servendo etiam insieme con quello la Santa Chiesa, alcuno de loro aveva lassato la vita. Et anco erano tanto manifeste e note a tutto il mondo le filiali operazioni della Illustrissima Si gnoria Vostra per la Santità Sua, che niuno potria per questo iudicar mala voluntà contro la Santità Sua, la qual doveria esser molto più contenta che più presto questi fossero a Venezia appresso quella illustrissima Signoria (la fede e reverenzia della quale è tale verso la Santità Sua, che mai se pensava de farli altro che piacere comodo et esaltazion), che esser in altro loco, dove potriano trovar animi più disposti contro la Santità Sua e la Excellenzia del Duca. Non Volse de questa risposta tanto satisfarse, che non me dicesse, e con efficacia replicasse, che io dovesse scriver quanto el me aveva detto alla Celsitudine Vostra. » ( DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 131 119. Notizia di Firenze. Pratiche degli oratori bolognesi presso il veneto. Notizie del Regno. Roma, 28 settembre 1502. A Firenze è stato eletto gonfaloniere Piero Sode rini, fratello del vescovo di Volterra. Gli oratori bolo gnesi visitarono il Veneto, eccitandolo a favorirli, dove potesse, «essendo l'interesse suo non tantum partico lar alla terra sua, ma etiam commune a tutti i stadi d'Italia, per non esser al proposito de quelli, che que sto appetito insaziabile de chi vol ingorgar il tutto, se faci più potente di quello è. » L'Oratore rispose sulle generali, in modo da rimandarli contenti. Sog giunsero poi, « la intenzion di quella terra esser omnino conservarse in quella libertà e governo de stado, nel quale loro se ritrovano, e per questo ef fetto non se sparagneranno da far tutto quello ch'el poter suo potrà operar, fino ad impegnar li fioli e le persone proprie. Delli Orsini mostrorno aver ottima speranza, che non mancariano da quello li avevano promesso, che è aiutarli con le lor zente; e sobiun sero: – Salvo se la buona fortuna di questo Papa, che par abbi tolto a secondar tutti li sui pensieri, e li grandi suoi artificii, non ne privano de questo SOCCOI'SO. – º Notizie favorevoli a Francia nel Reame. « L'ora tor ispano, oltra li fanti che li superiori zorni mandò de qui, ne aveva fatti altri quattrocento pur per Reame, i quali, essendo a Ostia, per passare per mar in Cata * L'elezione fu fatta il 22 di settembre dal Consiglio mag giore di Firenze, intervenendovi sopra 2000 persone. 132 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. nia, forno de ordene del Papa retenuti, e li voleva per li servizii del Duca. L'ambassador fu in grande alterazion con el Papa per tal causa, e tandem avè licen zia che andassero. » 120. Il Papa, in un colloquio coll'Oratore, torna a raccomandare il duca Valentino alla Signoria di Venezia. Risposta del l' Oratore. Roma, 29 settembre 1502. Il Papa « intrò a parlar del suo Duca, et ab omni parte laudandolo, ritornò a dir quel che za più zorni e mesi me disse circa la protezione, come allora scrissi alla Celsitudine Vostra, e molto se estese in dechiarir del desiderio che la Beatitudine Sua et il Duca aveano che quell' excellentissimo Dominio vo lesse recognoscerla affezion ch'el Duca li aveva, el qual non desiderava altro che esser buon servitor de quel stado; e che quella illustrissima Signoria si de gnasse di abbrazarlo, e far de lui quella esperienzia che se die de un servitor, perchè lo cognosceriano nelle esperienzie tanto suo devoto, quanto se po tesse desiderar. E disse che ad ogni commandamento de quella illustrissima Signoria era sempre pronto, e con le zente sue e con la persona, far l'officio del buon servitor; e subiunse: – Nui etiam non desideremo altro che questo, perchè saressimo poi certi, intrave nendone morte, ch'el Duca saria ben collocato nelle bracce di quella illustrissima Signoria. – E in questo proposito, come è solita la Beatitudine Sua, ogni ora che intra in questo zardin, molto se dilatò. Resposi che la Beatitudine Sua poteva molto ben contentarse DISPACCI DI ANTONIO GlUSTINIAN. 133 della grazia ch'el signor Duca aveva con quell'excel lentissimo Dominio, e non doveva desiderarne più, per chè la era tanta, che più non poteva esser; el qual, essendo una fiata sta eletto per fiol di quella illustris sima Signoria, sarà sempre in quel grado conservato, domente che “ lui vorrà contentarse della grazia di quel stado, la qual non è mai per mancarli, perchè non se trovarà mai che la Signoria Vostra abbia negata la grazia soa a chi l'ha voluta avere. E subiunsi: – Fate pur, Padre Santo, ch'el signor Duca non se elevi tanto, per el favor della Santità Vostra e buona sua fortuna, che de fiol vogli deventar fiastro di quella illustrissima Signoria, chè lei non li sarà mai madregna, perchè la serva la fede sua così alli vivi come alli morti. – E dissi che ognora ch'el Signor Dio facesse altro de Sua Santità (ch'io el pregava però lo conservasse per molti anni) la poteva morir segura, che quel che li pro mette quel stado, è per mantegnirghe, come faria quando la fosse in più felicità del mondo. Mostrò la Beatitudine Sua molto contentarse de questa respo sta, e sempre che nel parlar mio accadeva nominar el Duca per fiolo della Excellentissima Signoria Vostra, la Beatitudine Sua me rompeva e diceva: – Dico che li è servitore. – E così ben contenta lassai la Beati tudine Sua. » * Domente che, maniera antiquata del dialetto veneziano, che vale dimodochè. 134 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 121. Risposta data dal Papa in Concistoro alle domande di Mas similiano (vedi n. 114): diverbio tra l'oratore di quel Re, non soddisfatto, e il Papa. Affari di Bologna. Affari di Levante. Roma, 30 settembre 1502. Nel Concistoro odierno si rispose alle domande di Massimiliano: si farà il cardinale, ma non si accordano denari. L'incaricato di Massimiliano, sdegnato, disse che del suo padrone si teneva minor conto di quello che si dovesse, e che egli farebbe ravvedere altrui del l'errore. «Queste parole accesero etiam al Pontefice la collera, e li rispose per le rime molto gagliarda mente, et inter cetera, che non si era scordato che tutti li altri principi cristiani avevano mandato a darli la obedienzia, eccetto il suo Re. » Poi, raddolcitosi alquanto, disse che farebbe a suo tempo il cardinale. Fece poi leggere la citazione già spedita al Benti voglio e ai suoi figliuoli a Bologna, perchè venissero a scolparsi, con minaccia che altrimenti incorrerebbero nelle censure. « Letto el breve della citazion, el popolo se levò in arme, e corse a casa di Bentivoglio, prote standolo che non se partisse de Bologna, perchè, par tendose, subito ch'el fusse fuora della città lo taiariano a pezzi. Se iudica che ad arte messer Zuane abbi fatto far questo, per iustificarse, non se apresentando, es ser sta perchè non ha potuto farlo; e za, a questo effetto de escusarsi, manda qui tre oratori, i quali dieno esser qui da ozi a domane. » Ultimo loco, el Pontefice fece lezer lettere del Ve DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN, 135 scovo de Baffo, commessario apostolico in armata, per le quali pare che lui solo avesse con le sue sei galee presa Santa Maura, e che senza lui non era fatto niente. E qui disse il Papa: – L'Ambassador Vene ziano ne ha communicato, per nome della Signoria, un summario di questa nuova, e si attribuiscono a loro la laude. – Poi con un certo modo disse: – Quid iuris di questo loco, essendo stato acquistato dalli nostri? – Al che il reverendissimo Grimani ben accommodatamente disse: – Bisogna, Padre Santo, che la Santità Vostra provedi de tegnir armata, for tificar l'isola e fornirla de zente, azò la se possi con servar in nome suo e della Sede Apostolica. – Fense de non aldir, e parlò d'altro. » 422. Notizie degli Orsini. Maneggi del Papa con Firenze. Provvedimenti di difesa intorno alla sua persona. Roma, 1 ottobre 1502. Si dice che gli Orsini non siansi ancora risoluti a verun accordo, perchè aspettano risposta di Francia e di Venezia. Si dice pure che il Papa è in maneggio per accordarsi con Firenze, la quale credesi che manderà a Roma un fratello del gonfaloniere Soderini. Firenze darebbe trecento uomini d'arme per andare contro Bo logna, e in compenso vuole che il Papa le dia aiuto ad avere Città di Castello, e che si faccia quest'impresa º Iacopo, vescovo di Pafo, commissario deputato da Alessan dro VI a condurre e governare la flotta pontificia, sotto gli ordini del cardinale Pietro D'Aubusson, gran maestro di Rodi. (Breve del 20 aprile 1502, in Raynald, ed. Mansi, tomo XI, pag. 408.) 136 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. prima dell'altra di Bologna. Ma, se il Papa avrà gli Or sini con sè, non si curerà di Firenze, che protrae la faccenda, perchè non ha in pronto i trecento uomini suddetti: poi per l'impresa di Città di Castello occor rerebbe qualche giorno, e il Papa ha premura di far presto. « El Pontefice sta molto sospeso, e mostra etiam non esser senza paura. Ila, come scrissi alla Subli mità Vostra, fatto li quattrocento fanti, ch'el tiene qui in Borgo a requisizion sua, e se razona de far quelli che scrissi doversi distribuir per le porte de Roma e ponti, e raddoppiare la guardia; et heri, a ora che li cardinali andavano a Concistorio, tutta la vardia era armata in piede, e fatto calle alla porta del Palazzo, per la quale passavano i cardinali, preter omnem con suetudinem. In niuna delle camere del Papa non entra alcun con arme, che prima se intrava; se tien serata con chiave el zorno la porta della camera del Para mento e quella del Papagà, cosa insolita. E per ogni via el Pontefice mostra far cavedal de questi Orsini, e molto se trista, chè li par, per la alienazion de que sti dalla devozion sua, li rompeno un bel disegno. » 123. Colloquio del Papa coll'Oratore sugli affari degli Orsini. Roma, 2 ottobre 1502. « Retrovandome ozi con la Beatitudine Pontificia, me cominciò a parlar delle cose delli Orsini, e confir mòme quello che heri scrissi alla Celsitudine Vostra delli nunzii delli Orsini mandati in Franza e a Vene zia, mostrando fidarse che nè in un loco nè in altro averanno cosa contraria alla Santità Sua. Pur sta molto DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 137 suspeso, e non può far ch'el non mostri desiderio grande che questi Orsini siano con lui, e, come è so lito far quando ha qualche cosa che li preme, con af, fezion spesso me domandava: – Che credeti vu, do mine Orator, che faranno questi Orsini? In verità hanno torto far queste demonstrazion de inimicizia con noi, che sempre li avemo amati et onorati. – E me commemorò molti beneficii per lui fatti a questa casa, dei quali etiam longamente parlò nel penultimo Conci storio, sì come allora scrissi alla Celsitudine Vostra. Io mi afforzava, confortandolo, grattarli le orecchie, e dirli tutto quello me pareva lui desiderava, addu cendo quelle razon, che l'inzegno me sumministrava, a dechiarir ch'el faceva per li Orsini aver la grazia de Sua Santità ; e che tandem, ben considerato il stato suo, averiano de grazia de esser buoni servitori de Sua Santità, e far quello che li commandaria. Tanto se satisfaceva de queste parole, ch'el me disse: – Do mine Orator, nui volemo che intendiate el fondamento che ha mosso questi a far questo contra di noi, azò lo scriviate alla illustrissima Signoria, e, benchè forsi ne avete sentito qualche parola per la terra, Volemo che dichiate averlo de bocca nostra. – E me disse – la causa esser stata, per quanto lor affirmano, le parole che dicono averli detto il Re di Franza et il cardinal di Roano; et anco dicono che il cardinale Sanseverino ghe lo ha mottizato; et è che nui volemo desfarli. – E me narrò tutto quello, che io per la solita mia via ho inteso del conferimento avuto col signor Iulio (del che ne detti avviso alla Sublimità Vostra per le mie de 25 del passato); e subiunse: – In verità, domine 138 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. Orator, che nui mai se avemo pensato, da poi l'ul timo accordo fatto con loro, se non onorarli, e farli bene; e questo medemo ha fatto el Duca, il qual è più Orsino che Borghesco. Nè potemo pensarse ch'el Re abbi detto quello che nui non se avemo imma ginato; e de questa cosa abbiamo voluto vegnir in iustificazione; e chiamati li oratori francesi tutti dui, presente Iacomo de Santa Croce, li dicessimo, scri vesseno al Re quello che li Orsini ne avevano fatto in tender aver dalla Sua Maestà e dal cardinal de Roa no, che nui non lo potesimo creder, ma crediamo siano scuse de questi; e che pur se 'l Re et il cardinal lo han detto, li scrivano da parte sua, ch'el se ne mente per la gola, e ch'el cardinale de Roano è un zotto e traditore. – Subiunse: – Crediamo certamente che restaranno inimici del Re, el qual avrà per male che loro li abbino imposto questa che nui semo certi non li abbi detto, non se lo avendo immaginato. – Se dolse poi de loro, dicendo che, non volendo servire, dove vano con buon modo farghelo intender, chè averia provveduto per altra via; e che non si dovevano così repentine et insalutato hospite tutti levarsi. E mi fece lezer una lettera dalla Marca, del danno che l'avevano fatto le zente Orsine a un castello appresso Fermo. In fine se confortò e disse aver speranza, con le zente ch'el Re li avea promesso, non li mancando, far la impresa senza li Orsini. E tanto se dilatò in questa sua passion, che certamente mi tenne più de due ore; e tandem, s'el non soprazonzeva un cavallaro con let tere del Duca, credo ancora me tegniria; ma, venute quelle, subito con allegra cera mi dette licenzia. » l DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 139 124. Venuta di altri oratori del Bentivoglio in Roma. Roma, 3 ottobre 1502. Sono giunti in Roma gli oratori del Bentivoglio, la cui prossima venuta fu già annunziata nel dispaccio del 28 settembre. Seguono notizie di Napoli. 125. Udienza data dal Papa agli oratori del Bentivoglio. Il Papa spedisce due brevi al Re di Francia e al cardinale di Roa mo, in nome del Collegio dei cardinali, per averne favore all'impresa di Bologna. Roma, 4 ottobre 1502. Gli oratori bolognesi hanno udienza dal Papa. Scusano il Bentivoglio del non esser venuto, per causa di disordini che potevano accadere, se contro la volontà del popolo egli avesse ubbidito al Pontefice. Questi risponde, « parlando però modestamente del populo e tutta la terra, la qual diceva voler aver per raccomandata, e li promette cose assai, sempre affir mando, che non vol altro che la libertà di quella città, e liberarla dalla tirannide del Bentivoglio, e che la non recognosca altro patron che la Sede Aposto lica. Ma contra messer Zuane parlò molto iratamente, et usò queste parole: – che al tutto era disposto de scazzar quel tiran da quella terra, quando el do vesse vender tutti li officii di Roma, e farne artanti di più; – e subiunse: – fino vender la mitra. – E con questa risposta non ben contenti si partirono da Sua Santità. » Furono poi rimessi a una congregazione di quattro cardinali: Alessandrino, Santa Prassede, Capace 140 DisPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. e Salerno. « El Pontefice, per conservar il Cristianis simo Re nella promissione a lui fatta, e farlo più certo di quanto ha ditto (che è, voler la terra di Bologna per la Chiesa, e non a commodo particolar del Duca), ha fatto scriver un breve al Re, per nome del Collegio de'reve rendissimi cardinali, e sigillato del sigillo de tutti loro, et un altro al cardinal de Roano, che persuadeno e pregano l'uno e l'altro a non prestar orecchie a re quisizione alcuna de' Bolognesi in favor del Bentivo glio, e vanno iustificando in questi brevi per la parte del Pontefice, affermando che la se fa a beneficio della Sede Apostolica. Questo breve ozi è stato espedito, sì come ho dal reverendissimo Napoli, che mi ha detto heriaverli posto il suo sigillo, e se strense nelle spalle, quando me 'I diceva, e disse: – Vi ho detto questo, che è con qualche cargo de tutti noi; ma vedete ben come vanno le cose: semo redutti a questo punto, che convegnimo nui medesimi esser instrumenti del mal d'altri e del nostro proprio. – -- 126. Affari di Bologna e degli Orsini. Roma, 5 ottobre 1502. La congregazione dei quattro cardinali crede di non poter trattare cogli oratori bolognesi, senza ri ferirne prima al Papa, perchè questi hanno mandato * Pei due primi, vedi pag. 15, nota 2. Gli altri due sono: Lo dovico Podocataro, del titolo di Sant'Agata nella Suburra, arcive scovo di Capace o Capaccio (Caputaquensis); e Giovanni Vera, del titolo di Santa Balbina, arcivescovo Salernitano: creati cardi nali nell'anno 1500. DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 141 ristretto, « salvi sempre li capitoli conclusi e fermati ultimamente con la Beatitudine Pontificia, e salvo el presente stato. » S'è sparsa voce, incerto auctore, che Paolo Orsini sia corso sul Folignate, e che vi abbia fatto gran danno. « Ben li dico con verità ch'el Pon tefice, non vedendo che questi Orsini se risolvano al tramente da quello hanno fatto sin qui, era molto con fuso, et è molto malcontento de esser proceduto tanto avanti; e quando con onor suo se potesse retirar adie tro, opinion de tutti è che lo faria volentieri. » Ogni sua speranza è posta nell'aiuto promessogli a questa impresa dal Re di Francia, ed è per questo che teme di un accordo tra Massimiliano e Francia, e tiene a bada l'agente di quello, che vorrebbe andarsene. Anzi vorrebbe mandar un suo nunzio in Lamagna. 127. Ancora degli Orsini. Roma, 6 ottobre 1502. Nulla degli Orsini, ma si va spargendo voce che aderiranno al Papa, visti i grandi vantaggi che egli offre loro. Il Papa manda in Romagna 18.000 ducati, e si dice che una parte sia per loro. La cosa è dubbia: « tamen semo al punto, che non può tardar molto a scroccar questo nemb0. » 128. Ancora delle cose di Bologna. Comunicazioni fatte dal Papa in Concistoro. Roma, 7 ottobre 1502. Nel Concistoro odierno il Papa lesse le lettere del Re di Francia alla Comunità di Bologna e al Bentivo 142 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. glio, mutatis mutandis, eguali. «Le qual son di que sto tenor, che loro non debbano contrariar alla vo lontà del Pontefice, che è veder quella terra alla obe dienzia e devozion della Chiesa, per esser questa ferma opinion di Sua Maestà, per la qual è disposto, bisognando, mandar le zente e tutte le sue forze, per chè desidera che la Santità del Pontefice acquisti a beneficio della Chiesa non solum Bologna, ma tutte le terre e lochi spettanti a quella. Al lezer de queste ultime parole, per la informazion che ho, el Pontefice se fece bello, e con segno di letizia fece certo atto con la testa, e molti de'cardinali se vardarono l'un l'al tro; chi con un pensier, chi con un altro. Seguita in questa lettera, che non li debbano nè mandar messo alcuno nè scriver altro in contrario, perchè da questo suo fermo proposito niuna cosa el potria mudar. Da poi la lezion di questa lettera (et è de' 25 del passato) el Pontefice cominciò a parlar in laude del Re di Franza, del qual tanto onorevolmente parlò, quanto dir o immaginarse potesse. Poi se estese in dechiarir le obbligazion che aveva alla Maestà Sua, el qual non altramente se deportava con lui che se li fosse pro prio fiol. E qui fece un discorso della potestà del Re di Franza e de quella de Spagna; e commemorando quelli che seguitavano la parte de' Spagnoli, nominò la Cesarea Maestà, l'arciduca de Borgogna e Portugal; e discorrendo disse, che appresso a quelli ne era alcun altro – che non dicemo se l'è in Italia o fuora d'Italia; – tamen volse che ognun iudicasse che di cesse della Illustrissima Signoria Vostra. El fin per chè el dicesse de quella, lasso che lei con la somma DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 143 sua sapienzia el iudichi. Del Re d'Inghilterra, ancora che espressamente non lo dicesse, cegnò che più pre sto saria francese che spagnol. » Poi parlò della let tera ricevuta dal Duca, che diceva propensi gli Orsini a legarsi col Papa: ma si argomenta il contrario dal fatto che il Duca raccoglie truppe e condottieri (Fracasso, Malvezzi e Lodovico della Mirandola), di cui non avrebbe bisogno, se avesse gli Orsini. «Disse poi, oltra li 500 uomini d'arme ch'el Duca faceva, ne averia ar tanti francesi, et assaltariano Bologna da do'bande e su biunse: – I pigliaranno tutto el contado, che è grasso et abondante paese; potranno commodamente allog giarli tutti, che niuno non potrà uscir dalla terra, adeo che convegniranno, vogliano o non, ceder. – E de queste cose rasonando, tutto aliegro come s'el vedesse la cosa fatta, massime che ognun assentiva al ditto, fece fine. » 129. Il Papa annunzia che si farà tregua tra Francia e Spagna, ma si crede che sia una notizia falsa. Roma, 8 ottobre 1502. Il Papa dice all'Ambasciatore veneto che ha no tizia di una tregua di tre anni che, a preghiera di Massimiliano, il Re di Francia conchiuderebbe con Spagna. Le condizioni principali sarebbero che il Papa vi fosse incluso, e che le cose del Reame doves sero stare sulla base dell'uti possidetis al momento della conclusione. Il Papa aggiunse che l'Inghilterra offre a Luigi XII denari e 10 mila uomini. « Molti uomini de auttorità grande iudicano la sia fizione fatta a qualche dessegno del Pontefice, perchè l'orator 144 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. ispano la niega e epresse: il medesimo fa pre Luca, agente qui per la Cesarea Maestà, e molti de conto. Li oratori francesi etiam loro non la affirmano troppo, ma ad alcuni dicono de sì, ad alcuni de no; et a mi monsignor d'Agramonte, orator francese, non ha vo luto dir nè de sì nè de no.... L'Archidiacono etiam francese, che è ottimamente avisato di tutte le cose di Franza, e fa molte cose per il Re, dice di ciò non aver aviso alcuno. » 130. Affari degli Orsini. Roma, 9 ottobre 1502. La voce della tregua triennale sopra accennata « ogn' ora si va diminuendo, e manco se crede, che prima, per parer a tutti che la sia cosa senza niun fon damento, massime con le condizion che la vegniva ditta. » Il cardinale Orsini scrive al Papa, che trovò gli animi dei suoi in sospetto, pure spera di comporre le cose in bene, « e dà quasi assertiva promissione che li daranno le zente, benchè andar loro in persona, chi per malattia de mal franzoso, e chi per altri respetti, se escusano; in modo che quasi da ognuno è iudicata la cosa esser conclusa, benchè in tutto la non sia fir mata. Se dice che per segurtà loro domandano al Pon tefice che li dia in le mani el castello di Neppe (Nepi) et alcuni altri, e domandano etiam per ostazzo el du chetto fiol de madama Lugrezia, al che se iudica non º Monsignor Guglielmo, arcidiacono di Chàlons, agente del Re di Francia in Roma. Se ne discorre nuovamente nel dispaccio 148: vedi la nota che lo riguarda. sarà difficultà, e ch'el Pontefice poco se curerà a darghelo, quando ben l'abbi animo de non attender a quello li promette. » I Bolognesi « affirmano che le cose degli Orsini non sono in quella composizione che se parla; et anche, ch'el Re de Franza, benchè l'abbi levata la protezione (al Bentivoglio), non è per dar favore al Pontefice.

1502年10月10日

 131. Ancora delle cose degli Orsini, e dell'impresa contro Bologna.
Roma, 10 ottobre 1502.
 Giulio Orsini venne a Roma, e dopo pranzo andò dal Papa: chi dice concluso l'accordo, chi no. Vero è che il Papa mandò al Valentino 18 mila ducati, per far duemila Svizzeri. Fracasso e gli altri condottieri sono incaricati di far più gente che possono; da che si deduce che Francia non sia per dare al Papa le genti che egli dice, perchè in questo caso egli non avrebbe bisogno di cercarne tante « con tanta ansietà, come lui le ricerca. Queste cose non hanno stabilità alcuna, e mo a un modo, mo a un altro, se ne parla, e il Papa medesimo Variamente rasona da un zorno all'altro. »

1502年10月11日

132. Ribellione della terra di San Leo, nel ducato d'Urbino. Roma, 11 ottobre 1502. « Sono etiam questa mattina lettere al Pontefice per via de Fiorenza e de Siena, che un castello ditto San Leo, el più forte del ducato d'Urbino, nel quale se dice erano tutte le robe che fo del duca, e quelle del signor de Camerino, se ha sollevato contra el GIUSTINIAN. – I. 10 146 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. Duca de Valenza, e chiama el duca Vecchio. El modo è, sì come ho dalla bocca del Pontefice, questo: che, essendo venuti alle man li uomini della terra con al cuni Spagnoli che erano alla guardia di essa, per ca son de certe donne, el castellano se interpose alla pace e compose la differenzia. In segno de gratifica zion de tal pace, fensero li uomini della terra vo ler far un presente al castellano, al condur del quale furono aperte le porte del castello, dove con corse molta zente, e tanta, che parendoli esser più forti che li Spagnoli, li assaltorono, et hanno taiato a pezzi el castellan con quanti ne erano in sua compa gnia. La terra si tiene a nome del duca Vecchio. De quella novità il Pontefice mostra non se ne curar troppo, tamen li preme el cuore per essere principio de mazor mal; e quando non sia altro, li è argomento a cognoscer quanto sia debole el fondamento del suo Duca in quel stato. » Così pur dicesi di Montefeltro e San Marino. 133. Accordo del Papa cogli Orsini. Roma, 12 ottobre 1502. « Avendo con fondamento inteso la ressoluzione degli Orsini con el Pontefice da persona intima alli Orsini, e che l'ha de bocca del signor Iulio, mi ha parso subito significarla alla Sublimità Vostra; et è, che loro sono dati alla devozion del Pontefice, e si of. feriscono sui fidelissimi e buoni servitori, come eliam per el passato son stati. Dal Pontefice non hanno al tra segurtà che la fede sua, che li promette averli per carissimi e buoni fioli, e de presente li ha dato du cati 20 mila, li quali esso signor Iulio, che heri par tiva de qui, ha portati con sè, accompagnato per più sigurtà da molti fanti de quelli della vardia del Papa, dei quali denari se ha a dar le paghe alle zente loro, e staranno ad ogni obedienzia del Duca. E per tanto il signor Iulio de bocca propria disse, che le condutte de Fracasso e li altri za nominati per le precedenti non averanno loco. Dimandato il signor Iulio quello seria de messer Zuane Bentivoglio, disse: – Bene. – Et iterum adomandato con asseverazione, disse: – Te dico ne serà bene, e contra lui non se farà impresa alcuna, e remarà nel stato suo. L'è vero (disse lo), essendo la cosa proceduta tanto avanti e fatto tanto movimento, per onor suo el Pontefice vorrà da mes ser Zuane qualche più recognizion de obedienzia, e che al legato della Chiesa sia prestata più obedienzia et auttorità in quella terra; et anche (disse) bisognarà che a messer Zuane la costi qualche mier de ducati, e restarà seguro. – E questo più volte affermò et as severò esso signor Iulio; et essendoli detto che non pareva ciò rasonevole, perchè, non avendo a far quella impresa, nè parendo de alcuna altra ch'el possi far el Pontefice adesso, non bisogneria ch'el facesse queste zente, disse che qualche impresa omnino el faria, ma che lui non la sapeva. Domandato s'el iu dicava fosse contra Fiorentini, disse che non. Contra Siena, Lucca, nè simil lochi, etiam disse non lo crede va, perchè quelli non erano lochi che avessero biso gno di tanta zente. Ditto de Vostra Illustrissima Si gnoria, rispose che molto manco, primo perchè nè el 148 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. Pontefice el faria, – nè nui (disse) ce andaressimo, quando lui volesse; perochè potressimo esser certi che subito el Papa se accorderia con quella Signoria, perchè non ha il modo de contender con lei, e con la potenzia e favore di quella subito ne ruinaria. – Subiunse, e disse: – Quella impresa ch'el possi far la saperai dal cardinal nostro, zonto el sia in Roma, che sarà illico che io zonga da lui, e che li denari si diano alle genti. – Questo è quanto con verità ho avuto da uomo de auttorità, che l'ha de bocca del signor Iulio. » 134. Altre notizie sulle ribellioni avvenute nel ducato d' Urbino. Il Papa esprime nuovamente e con insistenza all'Amba sciatore veneto il suo desiderio di stringersi in lega con quella Repubblica. Roma, 13 ottobre 1502. L'Oratore accusa ricevuta di una lettera da Ve nezia dell'8 corrente, « significante la rebellion del ca stel Santo Leo del ducato de Urbin (dove erano state levate le insegne de messer S. Marco), nella quale se dechiarava la buona mente della Illustrissima Signo ria Vostra verso la Beatitudine Pontificia et illustris simo signor Duca Valentinense. Subito che ebbi lette le predette, andai a Palazzo, et introdutto a Nostro Signor, con accomodate parole li esplicai la conti nenzia di essa lettera, facendo ben intender a Sua Santità la filial osservanzia di Vostra Celsitudine verso la Santità Sua; e per più espression de quella, volse ch'io li facessi lezer la lettera, la qual io aveva fatta portar a questo effetto, per esser cadauna parte di essa ben accomodata: e così feci; e da poi, ditte al DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 149 cune parole, volse che un'altra fiata la fosse letta, e fu fatto. La Beatitudine Sua molto volontieri la uditte; poi con molte buone parole rengraziò la Excellentis sima Signoria Vostra, laudandola e commendandola che in tutte le operazion sue correspondeva alla buona volontà che la Santità Sua aveva a quell'excel lentissimo Dominio et alla reverenzia et servitù ch'el Duca de Valenza li portava. E qui parlò molto onora tamente di quel stado, al che per me li fu per le me deme rime bene convenientemente risposo. » L'Oratore poi riferisce al Papa, intorno ai fatti del ducato d'Urbino, ciò che il suo corriere avea ve duto. Laonde « Sua Beatitudine, che mostrava non esser ben avvisata di quelle cose per altra via, volse aldir il corriero medemo, il qual li disse el prender de Urbin e della rocca, in che modo el fo, el numero delli uomini coniurati, e disse esser, per quanto se arbitrava, persone dodicimila, i quali aspettavano soccorso da Vitellozzo e Baglioni, che de ora in ora dovevano soprazonzer. Disse che fin a quell'ora non se tegnivano salvo quattro fortezze per el Duca de Valenza, che sono Fossombron, Ugubio, la Pergola e Cai, e quella ultima tuttavia al passar di que sto corrierera combattuta. Disse el soccorso che Miche letto se afforzava dar a questa impresa, ma che era poco al bisogno, e molte altre particolarità, ben notate dalla Beatitudine Pontificia, con demonstrazion de non me diocre fastidio, benchè ognuno lo confortasse, affer mando che la cosa non aveva fondamento, e che que Don Michele Coriglia, condottiero di fanterie ai servigi del Valentino, e ministro dei suoi misfatti. 150 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. sti villani da sè medesimi si dissolveriano, non avendo soccorso da banda niuna, nè Vittuarie, nè manco governo che li rezesse. E con cegni e parole la Bea titudine Sua monstrava non molto fidarse de Vitellozzo nè delli Orsini, non ostante che l'affirmasse l'accordo con loro, e le promissioni utrinque fatte, come per le mie de heri scrissi all'Excellenzia Vostra aver eliam ditto il signor Iulio. “ » Mandato via il corrier, Sua Beatitudine me tirò a parte, perchè già era levata in piede, e me disse: – Può esser, Ambassador, che quella illustrissima Si gnoria Voia tanto tener le orecchie chiuse, che non Vogli esaudirne, e far quel che tante fiate li avemo richiesto, nè fidarse de noi che non desideriamo altro che aver con lei buona e particolar intelligen zia? Ve dicemo che, ancor che siamo de nazion spagnolo, e per qualche rispetto se dimostriamo fran cese, semo però italiano: el fondamento nostro è in Italia, qui abbiamo a vivere, et anche questo me * Intorno ai fatti d'Urbino scrive Francesco del Cappello ai Dieci di Balìa di Firenze, a dì 12: « Stamane sono stato a Pa lazzo, e ritraggo qui non solum essere nuove che Monte Leo et alcune altre castella nella montagna di Montefeltro, ma che Ur bino con tutto el resto dello stato ha fatto il medesimo. Di che il Papa sta di malissima voglia, et è accanito come un orso. E per chè e si dice da ogni homo, e tiensi per certo che tutto sia seguito per opera et ordine delli Orsini et altri, però si crede intra Papa et Orsini non abbia a seguire nè concordia nè patto alcuno, come davanti hieri s'era ragionato; perchè, havendo loro confortato quelli huomini alla ribellione, non vorranno al presente abando narli, nè privarsi di questa occasione del potersi valere, etc. o (R. Archivio di Stato in Firenze. Lettere ai Dieci, ottobre-dicem bre 1502, a c. 41.) DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN, 151 demo el nostro Duca: non ce par aver segurtà alcuna alle cose nostre senza quella Signoria. La non se fida de noi, e queste sue diffidenzie fanno, che non possendo nui far fondamento sopra lei, convegnimo far delle cose che non le faressimo. Io voria dar il cuor mio in mano a quello stato, perchè lo essistimo più che stado del mondo, et è più al proposito nostro che niun altro. In tutte le azion nostre avemo respetto a quello: siamo chiamati da più lochi, e sempre l'oc chio nostro è a veder che fanno i Signori Veneziani, desiderando esser con quella parte che loro sono. – Et in questa materia tanto diffusamente parlò in dichia rir questo suo desiderio et el gran cavedal che fa ceva de Vostra Illustrissima Signoria, et in dimo strar quanto fosse ben a proposito a tutti quella buona intelligenzia tra lui e la Serenità Vostra, che consumò tutta questa mattina, nè dette audienzia ad altri che a me. La risposta mia a quelli longhi discorsi fu se condo el consueto.... Della quale non se contentando disse: – Ambassador, vui andate pur sulle vostre con suete generalità, e cusì è usanza de vui altri, quando non volete far una cosa. Bisogna che se strenziamo insieme e che vegnamo ad particularia. Scrivete un p0c0, in nostra Satisfazione, quanto vi abbiamo detto alla illustrissima Signoria; poi un'altra fiata parle remo ancora da noi e da voi, che non ce intravegni altri. – Dissi faria quanto la Santità Sua mi com metteVa. » 152 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 135. Notizie di Firenze, d'Urbino e degli Orsini. Roma, 13 ottobre 1502. Il segretario fiorentino oggi fece sapere al Papa che Firenze avea condotto il marchese di Mantova con 200 lance « e che hanno deliberato, per segurtà del stado suo (essendo etiam confortati a questo dal Cri stianissimo Re, il qual per la distanzia de'luoghi non può così presto soccorrer al loro bisogno), far fin al numero de 500 lanze e tegnirle ben pagate et in ordine de capi; • ma finora non avevano che il marchese suddetto. « Se ha per via de Siena, che le zente de Vitellozzo se avviavano alla volta del stado de Urbin, e che za erano intradi nel stado cavalli 300 e buon numero de fanti in favor dei popoli, e che a questo medemo attendeva Zampaulo Baglion. Il Pontefice sta molto de malavogia, perchè ogn'ora in questa materia sente nuove che non li piaceno molto; dubita delle altre cose, massime de Rimano, dove etiam se dice esser sta certo movimento, al qual se ha provisto per l'an data li del cardinal Borges. El Duca se dice esser in la rôcca de Immola, e non star seguro; se trova aver poche zente a pè e manco a cavallo: questa cosa li è stata inopinata, e la brevità del tempo non patisce che se possi far opportuno rimedio, nè sanno di chi ben si possano fidar. Degli Orsini non hanno integra fede, benchè affirmino lo accordo, el quale appresso molti è dubioso: el non vegnir del cardi nal fa che la brigata sta sopra di sè, e non lo crede. » º Giovanfrancesco di Federigo Gonzaga. s DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 153 136. Difficoltà e dubbiezze del Papa negli affari di Romagna. Roma, 14 ottobre 1502. « Ozi il Pontefice ha mostrato un poco de con forto per certe lettere che dice aver dal Cristianis simo Re, che li significano Sua Maestà aver fatto commandamento a tutte le sue zente che sono in Lombardia (che se dice esser per numero circa 500 lanze) che ad ogni richiesta del Duca tutte dovessero cavalcar verso Bologna. Confortase la Beatitudine Sua poter usar queste zente alla impresa del stado di Urbin, il qual da tutti qui è tenuto spazzato, e du bitase de pezo; nè è il Pontefice senza suspetto, che e Colonnesi da l'altra banda non lo assaltino. Dubita forte delle cose di Piombino, dove ha mandato buon numero di fanti, e die etiam mandar alcuni uomini d'arme, e li etiam manda el principe de Squilazi suo fiol, º con queste zente d'arme, el qual ha fatto vegnir qui in Roma da pochi zorni in qua. Teme da ogni banda, e se afforza proveder a tutto el bisogno, per chè vede star in un punto tutto quello che con tante arti se ha inzegnato acquistar; nè credo che sia poco stimolo la propria conscienzia, cuius iudicio nemo absolvitur. Ha messo per le porte de Roma circa 400 fanti, che è segno de poca confidenzia etiam delli Orsini, benchè ozi la Beatitudine Sua abbi mostrata una lettera a chi è stato con lui, che li scrive el car dinal Ursino, nella qual primo se escusa con molte º Gioffrè, nato nel 1481 o 1482, principe di Tricarico e di Squillace. 154 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. parole che nè lui, nè alcun de casa sua è stato con senziente a questa novità del stado d' Urbino, e ob bligase ad ogni pena, retrovandose con verità el con trario; poi dice, che tutte le zente sue erano in ordene per cavalcar alli servizii della Sua Beatitudine; e benchè ce sia stata qualche difficoltà in servir la Beatitudine Sua all'impresa de Bologna, tamen in ogni altro luogo sono pronti a far quanto per la Bea titudine Sua li serà comandato. Delle qual parole el Pontefice pur alquanto se satisfà, ma non quanto saria el bisogno suo, per veder segni, come de bocca de Sua Santità se ha, contrari a questo effetto, che è, molti della fazion Ursina, come Vitellozzo e Ba glioni, esser in favor de popoli d'Urbin, che iudica esser fatto con volontà degli altri; e quando anche non fosse, el non vol creder che tra loro se voglino batter. In queste continue fantasie sta Nostro Signore per adesso, non sapendo de chi se possi fidar; tro Vase senza zente, nè sa dove poterne aver che non siano suspette. » 137. Notizie del Regno. Roma, 15 ottobre 1502. Cinque galere del re Federigo, mandate all'isola di Dino presso Maratea, per pigliare quel porto, sono respinte dagli Spagnuoli. Pare che il Vicerè verrà a congiungersi colle genti di monsignor d'Aubigny, per assediare gli Spagnuoli in Barletta. DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN, 155 138. Notizie della ribellione dello stato d'Urbino; degli Orsini e dei loro collegati, e di Bologna. Roma, 16 ottobre 1502. Paolo Orsini è in Urbino colle genti di Vitellozzo, e mandò un suo uomo all'Oratore Veneto, con una lettera per la Repubblica. «Questo messo a bocca me disse ch'el detto signor Paolo era stato alle man verso la Pergola con alcune zente del Duca de Valenza, le qual lui aveva rotto e fracassato, et in el fatto d'arme morto un don Ugo da Moncara (Moncada), governa tor delle zente, e un zentilomo roman della casa di Crepanica; “ e che tutto el stado d'Urbin era ribellato, nè se tegniva, salvo la rocca sola de Ugubbio. Desi deravano aver Micheletto in le man e farlo mal ca pitar. Li Orsini sono in più rotta che mai con il Papa, eccetto il cardinal e il signor Iulio, che Vorriano º Il Guicciardini, lib. V, narra che nel fatto d'arme alla Per gola, «fu morto Bartolommeo da Capranica, capitano di settanta uomini, e preso don Ugo. » Che quest'ultimo fosse solamente preso, e non morto, attestano pure i dispacci 10 e 15 della Lega zione del Machiavelli al Valentino. Intorno a questo fatto medesimo scrive Francesco del Cappello, sotto dì 17 ottobre, ai Dieci di Balìa di Firenze: « Qui è nuova, come venerdì e sabato alcune gente d'arme di Vitellozo, le quale guidava el signore Paolo Or - sino, perchè haveva le sue adietro una giornata, si abboccorono con gente del duca Valentino, videlicet con don Ugo e con Barto lommeo da Capranica, capi di sessanta homini d'arme, et in uno luogo detto la Pergola vennono alle mani. E da ogni parte ne fu rono morti, ma molti più dalla parte del Valentino, che ne furono morti circa cento e feriti assai, e preso detto don Ugo, e morto quello da Capranica, ambodua homini molto cari al duca Valenti no.» (Arch. Fior., Lettere ai Dieci, ottobre-dicembre 1502, a c. 70.) 156 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. accostarse a lui. Ditto cardinal è andato a un castello verso Siena, per ritrovarse con Pandolfo Petruzzo e persuaderlo alla devozion del Papa; la qual andata da molti è avuta a sospetto, che più presto sia a contrario effetto. Se ha etiam d'una liga conclusa tra Paulo Orsin, Duca de Gravina, messer Zuan Bentivo glio, Vitellozzo, Zampaulo Baglioni e Pandolfo Pe. trucci a difension di sui stadi, dummodo non vadino contro la Chiesa; dieno tra loro tenir 600 uomini d'arme per rata, e secondo il poter e facultà di ca dauno, e da 5 in 6 mila fanti; in la qual liga intravien Eleverotto de Fermo, et a lui tocca mantenir 500 fanti e 200 cavai leggeri; la qual liga molto dà che pensar al Pontefice. » * Gli oratori di Bologna conven nero coi quattro cardinali, ma mentre pochi di fa offerivano al Papa, a nome del Bentivoglio, 20,000 du cati, ora dicono « non esser più il tempo di darli. » 139. Dimostrazione d'amicizia tra il Papa e la Repubblica Veneta. Roma, 17 ottobre 1502. L'Oratore, andato al Papa, lo trovò « de una malavoia, ancora che molto se afforzasse de mostrar al contrario. » Si mostrò poi grato il Pontefice delle « amorevoli demonstrazioni » verso lui e il Valentino, fattegli per lettera dalla Repubblica Veneta, confer mando il detto dell'Ambasciatore; e ingiunse a que storeplicatamente, che scrivesse ringraziando. Sidolse degli Orsini che lo aveano ingannato. Disse che da º Francesco di Raimondo Orsini. * Si accenna qui alla dieta tenuta alla Magione presso Perugia. DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 157 ieri in qua avea mandato al Duca 33 mila ducati, con cui potrebbe allestir buone truppe, e che quelle di Fran cia avevano avuto ordine di cavalcare a ubbidienza del Duca. « Iterum ritornò nel primo parlar de rengra ziar la Celsitudine Vostra, della qual mostrava tanto tegnirse satisfatto, che disse queste parole: – In ve rità, domine Orator, noi non sapemo con la lingua esprimer tanto quanto se tegnimo obligati a quella Signoria, e speremo la continuarà in questa buona Volontà, e anche in opere, s'el bisognerà. Non vi sia molesto scriverli, e raccomandarli il suo fiol e ser Vitor Duca di Valenza. » 140. Allocuzione del Papa, in Concistoro pubblico, contro gli Orsini. Si leggono lettere di Francia, che promettono l'aiuto del Re al Pontefice contro quella fazione. Roma, 18 ottobre 1502. « Ozi Nostro Signore ha fatto un Concistorio publico, dove se redusse il Senator, li Conservatori del populo, molti prelati e cittadini romani; eravi etiam Iacomo de Santa Croce, li dui oratori francesi, 0doardo, º et uno che fa qui i fatti del cardinal di Roano. Quivi primo, il Papa, omnibus audientibus, pro ruppe in un parlar collerico contra li Orsini; e, com memorati primo tutti li beneficii fatti a quella casa, li appellò ingrati, traditori, ribelli della Santa Chiesa, contra la qual molte fiate avevano tolte le arme in º Odoardo Bugliotto, agente del Re di Francia. Si trova ricor dato in piu dispacci della Legazione del Machiavelli in Francia (an. 1500), e, col nome di Odoardo Baglio, nel dispaccio 7 della Legazione del medesimo al Valentino. 158 DISpACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. mano, poi menazzò de far contra loro debita vendetta e darli la merita punicion, affirmando che a ciò non li mancaria el favor del Cristianissimo Re. E qui fece lezer alcune lettere de Sua Maestà (che parevano scritte in resposta di quanto questi zorni passati la Santità Sua li aveva scritto, – ch'el signor Iulio li aveva fatto intender, Sua Maestà aver ditto al car dinal Orsino, che ben dovesse avvertir alle cose sue, perchè el Papa voleva desfar casa sua –); e con queste erano etiam lettere del cardinal de Roano in la me dema materia, l'una e l'altra delle qual è molto in ignominia delli Orsini, digando che se ne mentono per la gola, e che sono ribaldi e traditori; e più il Re li manazza asperamente, e promette al Papa tutto el favor suo e tutte le zente sue contra loro e contra ciascuno che vorrà offender la Santità Sua. Le qual parole fece lezer el Pontefice due fiate, e fu ben no tato el modo, perchè questo medemo fece poi dir a bocca alli oratori francesi et a 0doardo, el quale di più disse che per tal causa era sta mandato dal Re a Milano, dove aveva fatto questo commandamento a tutte le zente, che se mettesseno in ordine, e Vegnis seno in soccorso del Duca; e che erano 600 lanze di buona zente, le qual tutte vegniriano. Poi il Ponte fice, parlando quasi in parabola, tanto che senza dirlo espressamente volse esser inteso, che messer Zuan Bentivoglio se accordaria con lui; il che Sua Beati tudine volse che ognuno intendesse, se iudica perchè fosse referito alli Orsini, per metter zelosia e suspetto tra loro et il Bentivoglio. Poi, voltato verso il Senator e li altri del populo, li parlò molto benignamente, DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 159 persuadendoli e confortandoli che non volessero aver respetto a niuna passion de parte Orsina nè Colon nese; ma volessero esser, come Sua Santità sperava, buoni fioli della Santa Chiesa, e come lui li reputava e tegniva tutti senza niuna parzialità, perchè se re putava esser romano, benchè sia di nazion Spagnuolo. I qual tutti resposero, uno ore, esser buoni servitori della Chiesa e de Sua Santità, per la quale erano pronti a metter le facultà, li fioli e la propria vita: i quali tutti furono amplamente rengraziati dal reve rendissimo Napoli, in nome del Nostro Signore, e li cenziati. Queste demonstrazioni fatte al popolo mo strano la gran diffidenzia e timor che ha il Pontefice de novità in Roma; del che se confirma per le gran guardie che ubique, die noctugue, fa far per tutti i luoghi suspetti de Roma. Se iudica etiam le lettere de Franza et altre parole ditte dalli ambassadori es ser a satisfazion di Sua Beatitudine, che con questi mezzi vuol favorir le cose sue. » 141. Sospetti del Papa, e afforzamento della guardia di Roma. Movimenti dei Colonnesi. Fatti di Urbino. Opinione del pubblico sulla parte avuta dalla Repubblica Veneta in questi fatti. Roma, 19 ottobre 1502. « Continuando il Pontefice nelli sui sospetti de novità in Roma, ha fatto metter certi fanti in Monte Zordano, loco de Orsini, azò che in quel luogo non se facci qualche union de zente o altra coniurazione contra lui; fa far la vardia ogni notte a Belveder, 160 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. alla porta del turion e sul ponte del Castello; ogni zorno fa portar monizione e Vittuarie in Castello; e tanto teme quanto se avesse li nemici alle porte; e non tantum lui, ma tutti li Spagnoli de Palazzo e fuori di Palazzo sono in grande timidità, e parli di aver ogn'ora furia alle spalle. E questi suspetti ogn' ora più vanno augumentandose, perchè se suspica etiam de novità nelli lochi de Colonnesi, intendendose, che un zentiluomo romano, per nome Pietro Della Valle, capo de fazion Colonnese, era intrato in Sora, dove per avanti Paulo Margana, pur zentiluomo romano colonnese (li beni del quale, che si dice esser per la Valuta di 60 milia e più, sono sta tolti e confiscati dal Papa), aveva fatti alcuni fanti. Per il che il Ponte fice ha fatto venir a sè il vescovo Della Valle, fratello de Piero, e li ha fatto carezze e promissioni assai, e l'ha fatto cavalcar dal fratello, per mitigarlo e remo verlo da qualche mala volontà; et ha ordine di far etiam retornar questo Paulo Margana, al qual promette restituir el suo, et accettarlo in grazia. Così Va, dove può, smorzando ogni scintilla de fuogo, che se li pona inanti con gran demostrazion de paura. E molto se favorisce etiam con la volontà che la Illu strissima Signoria Vostra li dimostra, e fa dir che quella ha mandato un suo segretario al Duca de Va lenza a farli intender lei non esser consenziente a que º Andrea Della Valle, vescovo di Cotrone, che fu poi cardi nale nel pontificato di Leone X. Il Cappello scrive, sotto dì 17 d'ot tobre: « Il Papa da pochi dì in qua ha fatta gran carezare il ve scovo Della Valle; credesi, per paura di questi Colonnesi.» (Arch. Fior. Lettere ai Dieci, ottobre-dicembre 1502, a c. 70.) DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 161 ste novità, anzi esserne mal contenta, e che la con forta il Duca, e fali gran demonstrazion de amore. Qui se dice che il duca de Urbin è intrato in Urbino, il che fa tegnir quel stato perso in tutto, e dubitar de pezo. Se fanno varii iudicii, e tutti cattivi, per el Papa; dei qual però tutti se ne aliegra, e pochi sono che non volessero veder pezo; e con ogni demon strazion de buona mente tutti attribuiscono la cosa vegnir da Lei, e formalmente la commendano estol lendo la prudenza e sapientissimo governo di quella, che provede al bisogno e necessità dell'Italia, senza far demonstrazion alcuna. Io, in ogni luogo dove mi attrovo, con l'inzegno e lengua mia mi aforzo con formarmi alla volontà della Excellentissima Signoria Vostra, adducendo al proposito tutte quelle rason che mi par recercar el bisogno per la verità; et in que sto officio continuarò per far quanto cognosso esser intenzion di quella. » 142. Concistoro tenuto dal Papa, nel quale si parla dei fatti d'Urbino, e della pace tra Venezia e il Turco. Notizie degli Spagnuoli nel Reame. Roma, 20 ottobre 1502. « Ozi è stato Concistorio, nel qual è stato par lato dal Pontefice di queste materie de Romagna, con simulata speranza e fizion de poco timor, quamvis che tutti i segni siano de grandissima timidità ; e tra le altre cose disse esser avvisato da Venezia, ch'el duca de Urbino era partito de lì con una fusta ar mata, e venuto a Senegaia. E qui disse el cardinal de Santa Briseida, con atto de metter in suspetto la Su Giustinian. – I. 11 162 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. blimità Vostra: – Mo, chi l'ha data la fusta? – Alle qual parole el Papa non fece risposta nè demonstra zion alcuna, nè etiam fu alcun cardinal che dicesse altro. - » In fine poi del Concistorio, ditto che ebbe il Pontefice quanto volse in le cose sue, disse il Glo ria Patri, nel qual finisce, ut in pluribus, li salmi suoi concistoriali, che è la pace col Turco della Illustris sima Signoria Vostra, della qual disse non voler più parlar per hoc verbum – credo, nè suspico, – ma afº fermative et certe, che la era conclusa; la qual nuova lui ha da Ragusi per via dell'arcivescovo, che è avvi sato de tutte le cose de lì. Et in questa parte molto se estese, improbando e dannando la pace, et il modo con il qual la è sta' fatta, tacite e senza parti cipazion de altri signori, de quorum interesse agitur; e ch'el far de questa pace, senza intervento d'altri principi cristiani, poteva esser causa de grandissimo danno e pericolo dei stati de altri signori, perchè il Turco, assegurato dalla Vostra Excellentissima Si gnoria, potria tuor impresa contra la Cristianità. Et in questa materia molto diffusamente parlò, ma molto più esacerbò la cosa el prenominato cardinal de Santa Briseida, esagerandola più del dovere, e sumse fondamento dalle sue precedenti male opinio ni, perchè mai fu consenziente alla opinion della liga con el serenissimo Re d'Ongaria, nè allo armar e mandar il commissario apostolico in armata; e disse molte parole aliene dalla verità e dal conveniente, al qual non fu prestato favor da alcun altro; per chè affirmo alla Celsitudine Vostra che da tutti i DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 163 buoni questa pace è desiderata, et ormai desiderano che questo membro schioppi, e molti anco deside rano ch'el sia presto, per liberarse da qualche gra vezza che continuano a pagar al Pontefice per cason de questa guerra. Altro non si ha trattato nel Con cistorio odierno. » L'orator ispano ozi mi ha mandato a dir che ha lettere de Sicilia, esser zonte lì dodici nave et un galione, che è parte della sua armata, che già tanti zorni se aspettava in Reame, sopra le qual disse esser uomini d'arme dugento, 400 cavalli lizieri e 4 mila fanti; el resto de ora in ora se aspettava; la qual nuova ha adiunta passion al Pontefice, perchè li di minuisce la speranza del soccorso de Franza. » 143. Affari di Romagna. Pratiche d'accordo, mosse da Pan dolfo Petrucci e da Iacopo da Santa Croce. Apparecchi militari. Roma, 21 ottobre 1502. « Questa notte è zonto qui un canzelier del Duca de Valenza, con un de Pandolfo Petruzzo; e tutta questa mattina sono stati con el Pontefice. Se dice ditto Pandolfo interponerse alla composizion de que ste cose de Orsini con el Papa, ancora che lui sia ditto esser capo della liga de questi; al qual accordo il Pontefice molto volentieri vegniria, perchè vede le cose sue andar non troppo bene; se favorisce solum con la speranza delle zente francese che sono in Lom bardia, per la promissione che l'ha dal Cristianissimo Re: con difficultà porano passar, perchè ogni altro passo li è incommodo, eccetto quel de Bologna, el 164 DisPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. qual è dubioso. Sta el Pontefice nelli suoi consueti suspetti; ha fatto buttar zoso i ponti de legname che erano dalle teste de Ponte Molo, et li fa reddur in ponti levadori, per tegnirli levati la notte; e fa ogni demonstrazion de suspetto. Se dice le zente inimiche esser passate oltre in Romagna verso Fano; avevano abuti alcuni castelli su quel de Rimeno e Pesaro: el duca de Urbin era entrato in Urbin e li stava seguro. El Pontefice cerca ogni via possibile mitigarli animi de questi: Iacopo de Santa Croce è il mediatore delle cose. Ognun sta in espettazion de sentir ogni ora pezo delle cose del Duca. Li cento uo mini d'arme, ch'el Papa ha fatti qui in Roma, saranno in ordine, per quello si dice, per tutto il mese: non se sa con certezza verso che via li inviarà; capo de quelli è il principe de Squillazi suo fiol. Ha fatto etiam scriver fin 200 cavalli lizieri, alli quali però non ha dato denari: li fa star così per averli, bisognan doli: alli quali vol dar per capo el fiol del despoto della Morea, che è persona de poco valor, per fama pubblica per tutta Roma, benchè l'aspetto suo de mostri altramente. » 144. Colloquio dell'Oratore col Papa: si parla degli affari degli Orsini: il Papa fa intendere copertamente che desidere rebbe aiuti d'armi dalla Repubblica Veneta, Roma, 22 ottobre 1502. « Ozi son stato a Palazzo, per rimover qualche Suspizion ch'el Papa cegnava aver della Excellenzia Vostra in queste novità de Romagna, potissimum, per chè assertive se diceva el duca de Urbin esser partito DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 165 de lì con fusta armata, accompagnato da più bande dateli per la Serenità Vostra; item, ch'el magnifico Zuambattista Caraziolo, capitano delle fantarie, era con lui venuto in compagnia. Introdutto a Sua Beatitu dine, con accommodata forma de parole, li addussi molte evidente rason in persuaderlo che de Vostra Illustrissima Signoria non dovesse aver tal suspetto, perchè lei non è solita ingannar alcuno; e quando avesse animo de far el contrario de quel che l'ha fatto intender alla Santità Sua eta tutto el mondo, la non averia rispetto a dirlo, per esser natura de quel excellentissimo Dominio, molto ben lassarse intender, cusì in amicizia come in inimicizia, e contra anche quelli che reputa inimici, far guerra manifesta e non appaliata. Per fondamento de tutto il parlar mio, tolsi quel ch'el Pontefice pochi zorni avanti me concesse de bocca propria, che quando la Illustrissima Signoria Vostra non avesse voluto che la Excellenzia del Duca avesse avuto quei stadi, non ne averia merlo; º mo che lo” i ha, non se persuadesse la Santità Sua che la volesse lei tuorgheli, con favor d'altri, possendolo ad ogni voler suo far per se sola. Sua Beatitudine delle parole mie mostrò restar benissimo satisfatta, e disse che ben è vero che molte parole si dicono, le qual veneno dalli Orsini medesimi, e sono dette qui dalli sui fautori; tamen, che sempre ha iudicato siano º Appaliata, coperta. Manca al Boerio. º Intendi: non possederebbe neanche il merlo di una fortezza. º Il Boerio, nel suo Dizionario del dialetto veneziano (Venezia, 1856), registra lu e elo, per egli, ma non lo, della quale forma ri corrono in questi dispacci frequenti esempi. 166 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. ditte per favorirse loro, non perchè siano de mente de Vostra Celsitudine. Poi disse: – Che ve par, domine Orator, del tradimento che ne han fatto questi Orsini, tanto favoriti da nui, alli quali avemo fatti tanti be neficii, quanti altre fiate vi abbiamo commemorati?– Massime mostrò dolersi del cardinal, che sempre li aveva scritto de accordo, e del signor Iulio, “ – che ultimamente (disse la Beatitudine Sua) se partì da noi con sagramento de composizion; e fossemo per darli buona summa de danari, che Dio non ha voluto, perchè con li nostri denari ne averiano fatto più guerra. – Dicendo: – Veramente io credo che Dio li pagherà de tanta ingratitudine, quanta hanno usato con tra de nui. – Poi, sobiungendo, disse: – In ogni modo ne potranno far qualche danno, e potria esser che li popoli facessero nelle terre qualche novità; ma spe riamo le fortezze se teniranno, e con sua gran ruina reaveremo el tutto. Et ogni male che li intravegnirà alli Orsini, ognuno dirà che l' hanno meritato, e che gli è de ben investito.” – E fece questo primo parlar un poco gagliardetto, ma non mi parti da Sua Beati tudine, perchè mi tenne su questi rasonamenti più di una grossa ora, che 'l vidi forte abbassarse e de fiero deventar umile, e mostrar grandissima diffiden zia; dicendo che li nemici procedevano, dovevano esser a campo a Fano, che è loco debele, el qual ave riano con facilità. – Ma (disse) questo è pur loco im mediate della Chiesa: che vorranno far? – E disse: º Giulio di Lorenzo Orsini, fratello del cardinale. * Gli è de ben investito, sta loro bene. DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 167 – Se pur el Duca avesse tante zente ch'el potesse uscir alla campagna, averessimo speranza; ma non ne ha. L' è vero, la Maestà del Re de Franza ne ha promesso le sue, ma non sapemo quello serà; poi staranno troppo a vegnir; costoro in questo mezzo vanno acqui stando e faranno del mal assai. – Vidi alcuni segni da Sua Santità, che volentieri domandaria favor alla Si gnoria Vostra; ma, diffidandosi di averlo, mottiza, e 'non l'esprime fuori, dicendo: – Che alli bisogni se cognosce li amici; che credeti Vu, Ambassador, che farà la illustrissima Signoria? – et altre parole simili a questo effetto; alle qual ogn' ora che vedeva incli nar la Beatitudine Sua, li andava traversando la strada, perchè el non passasse più avanti. Me domandò più fiate, che iudicio era il mio del fin di questa impresa. Sempre li rispondeva: – Buon per la Santità Vostra, Padre Santo, perchè a lei non mancano danari, e per consequens averà zente quanta ne vorà: ha un valo rosissimo capitano, bene fortunato, che se tratta del suo proprio interesse, che non è dubio de fede: da queste premesse seguita necessariamente questa con clusion, che la vittoria sarà per la Santità Vostra. – Ma pur non li pareva sufficiente rason al suo bisogno, e ritornava sul non aver Zente de andar alla campagna, et in dimostrar che ogni sua speranza era in aver le zente francese, et in el favor del Re, nel quale però lui medemo mostra far poco fondamento; et è in tanta difidenzia di questa impresa per non aver zente (nè le puol aver, se non vien Franzosi), che non la potria aver mazore. E manifestamente compresi dal parlar suo, ch'el Voria composizion; ma non la vuol 168 DrsPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. proponer lui per do rason: la prima è la riputazion; la seconda, ch el dubita Orsini non l'accettariano, per non se fidar. Desiderio de Sua Santità saria che loro proponessero l'accordo, o che persona de aut torità, de chi Orsini se fidassero, se interponesse, e paresse la cosa non vegnisse dalla Beatitudine Sua. Per una parola ch el me disse, concludo ch'el tegna in questo el mezo del duca de Ferrara; et anche par che Pandolfo Petruzzo se interpona, ma non par ch el basti, nè de lui molto se confida. Non me par però ch'el vogli che intravegni tanta auttorità, che li convegnisse aver rispetto a farli el gabo; e però non se contentaria troppo che la Illustrissima Signoria Vostra fosse quella, per non far anche loro più in trinsechi a quella di quel che sono. Pur mi vien but tato parola dalli suoi, che dubito tandem, forzato, ve gnirà a questo; e però con ogni debita reverenzia la supplico, se degni, dato casu (che non lo affermo però alla Sublimità Vostra) ch'el me proponesse voler el mezo suo in questa pratica, come mi avesse a governare, per poterme conformar con la mente di quella; et anche facendome parola de sussidio etc. Ho voluto, con debita impetrazion de venia, toccar questi doi punti alla Celsitudine Vostra, per non de Viar in niuna azion mia dal suo voler. » 145. Notizie di Ferrara e di Bologna. Roma, 23 ottobre 1502. Il duca di Ferrara scrive al Papa che per la sua età decrepita non può, come vorrebbe, andarlo ad DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 169 aiutar di persona; manda invece suo figlio con 200 uomini d'arme e 400 balestrieri a cavallo, « iusta la requisizion di Sua Santità: » saranno pronti fra quaranta di, purchè il Papa mandi i denari. La pa rola che intese ieri l' Oratore, relativa al duca di Fer rara, si riferiva a questa pratica; imperocchè Troccio aveva detto al Pontefice, « che non si poteva trovar in Ferrara un soldo, ma che era necessario pro veder per via di Venezia e di Fiorenza. Et al lora el Papa me disse, ma non expresse, il tutto; chè quelle parole erano per cason de certi denari ch'el voleva remeter al duca per far zente, e non nominò qual duca, e disse: – Abbiamo mandati da pochi giorni in qua più de 36,000 ducati, e pur non ve diamo che se facci frutto alcuno. – » Un'altra lettera di Ferrara dà notizia, che il Bentivoglio ha scritto al duca di Ferrara di voler esser servo al Papa e amico al Valentino, ai quali se parve contrario, fu per con servarsi in istato; « e per segurtà de questa sua in tenzion offerisce dar al Pontefice la Illustrissima Signo ria Vostra e Fiorentini: » ma, legato cogli Orsini, non potrebbe fare alcuna composizione, ove non fossero inclusi ancor essi; e gli Orsini non si fiderebbero senza la sicurtà sopraddetta. Se non che alla detta lettera di Ferrara è aggiunto un poscritto in cifra, dove si dice che il cancelliere del Bentivoglio aveva fatto intendere, « che messer Zuane non vegniva così libero nè pronto allo accordo, come sopra se aveva ditto. » Si ricava d'altra parte che il Bentivoglio ha già in ordine le sue genti, che debbono cavalcare con Annibale suo figlio; e alcuni le dicono già pervenute al confine d'Imola. 170 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 146. Gli oratori bolognesi partono improvvisamente da Roma. Il Papa si trova in gravi difficoltà e in gran penuria di denaro. La principessa di Squillace è fatta chiudere dal Pontefice in Castel Sant'Angelo. Notizie del Regno, fa vorevoli a Spagna. Roma, 24 ottobre 1502. « Questa notte passata, insalutato hospite, senza alcuna licenzia, nè far motto al Pontefice, li oratori bolognesi se sono levati de qui et andati verso Bolo gna; vanno per le terre e lochi delli Orsini per più sua sigurtà. Questa levata fa iudicar ad ognuno esser vero quel che per le mie de heri scrissi alla Celsitu dine Vostra, che le zente de messer Zuane avevano cavalcato o che erano per cavalcar verso Imola. Al cuni etiam dicono che, all'ora che i se partirono, avevano avuto una staffetta che avisava messer Zuane graviter laborare, e che questo era stato causa della partita loro, che non se crede però da molti come se sia. Questa subita partita dà molto che dir a tutti, et accresce i suspetti al Pontefice, el qual par che ogni ora aspetti li inimici alle porte. Tutto ozi la Beatitu dine Sua è stata in Castel Sant'Anzolo a manizar ar tegliarie e monizion, e far metter in ordine le cose, come se aspettasse ora la battaglia: aveva con sè in castello li doi putti. “Li messi del Duca spessezano a vegnir: l'altro zorno venne un suo segretario con quel de Pandolfo; ozi, su l'ora de mezo dì, ne è venuto un altro; non se sa quello el porti, ma quello è com º Cioè, Giovanni suo figliuolo, e Rodrigo figliuolo di Lucrezia. Vedi i dispacci 78 e 109, e le note relative. DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 171 mun iudizio, ch'el domanda favor, perchè ogn'ora el vien più astretto. Un altro cancelier del Duca, per nome Artese, è stato preso a Urbin, e datoli tanta corda che è morto. El Pontefice tenta ogni via d'aver soccorso, e poco li vien dato, nè da sè medemo se pol dar, chè non ha zente. Pratica d'aver da Fioren tini qualcosa, ma si tien non averà niente. Delli Or sini se parla variamente: chi dice che erano a campo a Rimino, chi a Pesaro, et alcuni anco, che fanno massa alla Catolica: tutte queste cose per altra via dieno esser più certe alla Sublimità Vostra. Qui si dice zanze assai, e niente de ben per el Papa. Ha etiam lettere de Franza, che heri li lesse l'ambassa dor, che parli minuiscano la speranza: resta nel duca de Ferrara che li promette quanto heri scrissi alla Sublimità Vostra: per ogni via cerca recuperar denari. Li cento uomini d'arme, che hanno fatto qui in Roma, stanno ancor così; non se Sa certo per qual luogo li voglia usar; se vanno per zornata mettendo all'ordi ne. Et in questo suo bisogno, per necessità de denari, tuol cusì da amici come da nemici, non avendo re spetto che siano nè Orsini nè Colonnesi, e fa come chi se aniega, che se attacca alle frasche. È etiam intento, quanto el puol, a trovar remedio d'accordo; e, come per buona via intendo, el cognosce niuna via esser buona, se non el mezzo della Illustrissima Signoria Vostra; e tamen non se fida metterse nelle man soe, e come conscio de sè medemo, mostra mazor diffidenzia in quel excellentissimo Dominio che in niun altro, e sia chi se vogli. Ha fatto etiam redur in Castel Sant'Anzolo la principessa moglie del prin 172 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. cipe suo figliuolo, e li la retiene. La causa non se pol intender con verità: varii dicono varie cose; chi dice che la voleva fugir e redurse in Reame, e far novità in quelli stadi pertinenti a lei, in favor de' Spa gnoli: alcuni, che el Papa per suspetti zelosi l'ha fatta metterli: e chi una cosa, e chi un'altra; tutti però de arbitrio, ma con certezza non se intende niente. L'orator ispano ozi mi ha fatto intender, che li suoi vanno fazendo progresso e recuperando del perso: disse che avevano recuperata in un momento quasi tutta la Calabria, e assediano in certo loco il principe di Bisignano; che avevano prese due navi francesi. Queste cose come lui le dice, le propono alla Celsitudine Vostra, la qual farà il suo sapientis simo iudicio. » 147. Voci d'accordo cogli Orsini, riputate false. Pratiche del Papa col Bentivoglio e coi Fiorentini. Continuano le difficoltà. Roma, 25 ottobre 1502. « Heri scrissi alla Sublimità Vostra quanto ac cadeva per Bartolommeo Antigo corrier; e poi questa mattina se ha che questa notte è qui zonto el cancel lier de Pandolfo Petruzzo, che è quel che per le mie de 27 scrissi alla Celsitudine Vostra era qui venuto con un altro del Duca di Valenza, el qual in quel zorno medemo per pratica d'accordo, el Pontefice spazzò al cardinal Ursino, et in quell'ora che zonse, ebbe audienzia; e poi immediate insieme con lui è Sancia d'Aragona, figliuola naturale di Alfonso duca di Ca labria, sposatasi a Gioffrè Borgia, principe di Squillace, nel 1493. g DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 173 montato a cavallo Trozo, e andato dal cardinal. La qual cosa ha fatto questa mattina levar un mormorio per tutta Roma, che l'accordo era concluso tra 'l Papa e Orsini, e che Trozo con la conclusion fatta andava dal cardinal: cosa però che niuno non crede, anzi li più saputi iudicano che li Orsini con questa pratica voglino intertegnir el Papa a far le debite provision, per aver più commodità a proceder al ricupero delli stadi. Ben è vero che Pandolfo et il cardinal Ursino la voriano, per aver Pandolfo promission de un cap pello per un suo nepote, et il cardinal de denari e beneficii; al che etiam inclina el signor Iulio; e per loro za saria fatto l'accordo, se li altri volessero con sentir; e con questa conclusion de pace se partì de qui il signor Iulio l'ultima fiata ch el venne, si come lui disse, et il Pontefice più fiate ha confir mato, dannando et accusando el cardinal et il signor Iulio, che l'hanno assassinato. Se attende da tutti el ritorno de Trozo, ma se iudica sarà senza conclu sione alcuna. Non resta etiam il Pontefice, per via del duca de Ferrara, far praticar con messer Zuan Ben tivoglio accordo, per metter tra questa liga division, quamvis con tutti non possi aver accordo, el qual da la Beatitudine Sua è sommamente desiderato, perchè se vede in poca speranza de soccorso da niuna banda, benchè le promissioni siano grandi, e lui de qui non ha muodo de aver zente. Ha fatto tentar Fiorentini, i quali ozi per el mezo del suo segretario li hanno fatto intender che, avendo parola dalla Maestà del Re de Franza, li daranno 200 uomini d'arme, che se iudica sia un grattar le orecchie al Papa, che non ha bisogno 174 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. de metter tanto tempo de mezo, perchè se vede el cortello alla gola; benchè ozi la Beatitudine Sua in Concistorio se abbi fatto molto gagliardo, et ingiurio samente parlato contra Orsini, chiamandoli traditori. Disse che le zente de Franza erano za mosse de Lombardia e de Savoia; vegnivano 4000 fanti; ch'el Duca aveva fin ora 500 uomini d'arme; e tamen terzo zorno' me disse a mi, ch'el non aveva se non 200, e nè anche tanti. Disse che, oltre questi, el duca de Ferrara li dava 200, e bravizò molto. Al che è data poca credulità, e da tutti se tien che, non possendo altro, ad minus con parole vogli dar reputazion alle cose sue, sperando con questi mezi mover li nemici all'accordo, al quale la Beatitudine Sua è intentissima, e non vegia in altro. » 148. La terra di Camerino è occupata da Oliverotto da Fermo, e si ribella alla Chiesa. Pratiche del duca Valentino con Firenze. Dubbi del Papa rispetto ai Veneziani. Notizie del Regno: Giangiordano Orsini offre ai servigi del Papa, col consenso dei Francesi, lo stato suo. Roma, 26 ottobre 1502. « Questa mattina sono lettere al Pontefice, che Oliverotto da Fermo con intelligenzia dei uomini della terra è intrato in Camerino, presa la terra, e tagliati a pezzi tutti li Spagnoli che erano dentro: con lui è intrato uno delli figlioli del signor vecchio, a cui la terra si è data, Questa nuova ha adiunto afli zione all'afflitto, ancora che in verità el Pontefice º Cioè, tre giorni fa. Cfr. il dispaccio del 22 ottobre, n. 144. DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 175 queste aversità finga tolerar forti animo, e con estrin seci segni se promette buona speranza de queste cose, benchè ogni rason vol che premat alto corde dolorem: se fa gagliardo con le zente francese, ch'el dice già esser mosse, e con quelle che lui dice fin questa ora aver adunato. Il Duca ha cercato tutto heri de re metter denari per Venezia, Milano e Fiorenza; al qual luogo de Fiorenza manda etiam l'Archidiacono francese, º perchè tenta e con sollecitudine cerca de tirar Fiorentini dalla parte sua. Alcuni iudicano che l'odio ch'e' Fiorentini hanno a questi Orsini e Vitelloz zo, potrà esser causa di persuaderli; li più saputi cre dono l'opposito, avendo loro a temere più el Papa e Duca de Valenza, quando li Orsini e Bentivogli fossero battuti, di quello che abbino a temer li Orsini: * In una lettera di Alessandro Bracci, oratore fiorentino, scritta da Roma il 2 di novembre ai Dieci di Balia, costui è nomi nato a Monsignor Guglielmo arciprete franzese; • e in un'altra dei Dieci al Machiavelli, del 3 novembre, « Archidiacono di Ce lon (Chalons), huomo franzese, e stato già a Roma per il Re. » Riferiamo il brano della lettera del Bracci, riguardante la proposta spedizione dell'Arcidiacono a Firenze: «Stimo V. S. sa ranno state avvisate avanti al mio partire della deliberatione ha fatta N. S. di mandare costì mons. Guglielmo arciprete franzese, col quale fui hieri, essendo amicissimo mio, per intendere da Sua Signoria la cagione della venuta sua; e ritrago, è per fare instan zia con le S. V. del medesimo, che la Santità Sua ricercò dalle prefate S. V. pel mezzo di Guasparre Pou suo cameriere. Partirà fra tre o quattro giorni, secondo ha detto, perchè allo spaccio suo non si aspetta altro che il ritorno di Troccia. Verrà con dieci in dodici cavalli; e nel parlare suo ritrassi harebbe caro non ha vere ristare in sulla hosteria. Le S. V. sanno la natura de Fran zesi, et intorno a questa parte faranno quello parrà sia bene. » (Arch. Fior. Lettere ai Dieci, ottobre-dicembre 1502, a c. 139 t.) – 176 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. et in questa ambiguità sta ognuno a veder che fie della cosa. La pratica dell'accordo se tenta per ogni mezo possibile ha el Pontefice; tamen poca speranza dell'effetto; e da questo suo gran desiderio s'ha las sato tirar a mandar Trozo dal cardinal Ursino...; la qual andata da tutti è iudicata vana, e non da altri solamente, ma dalla Beatitudine Sua medema. Sem pre ha l'occhio a quel che farà la Illustrissima Signo riaVostra; così con quanti el parla, sì come per buona via intendo, sempre domanda: – Che faranno Venezia ni? – Da un canto se conforta e spera nella fede di quel l'excellentissimo Dominio, che mai manca delle pro missioni ch'el fa; dall'altro poi la coscienzia propia e cognizion de sè stesso el fa dubioso; e va così ver sando con la mente sua, ora sperando bene et ora te mendo male di quella. Con ogni studio mio cerco in ogni luogo, e dove vedo il bisogno, dechiarir a tutti la buona mente della Serenità Vostra e la sincerità della fede sua, potissimum con quelli de Palazzo, e che continue assistunt Pontifici; et come se firmano in questa opinion che la Excellenzia Vostra non se impazzi a favor degli Orsini, tutti se confortano, parendoli non li poter Venir mal, se non quanto li potria vegnir da quella. » Giunsero rinforzi agli Spagnuoli nel Reame. « La donna del sig. Zuan Zordan Orsini, el qual al presente se retrova in Reame per il Cristianissimo Re, de ordine del marido, ha scritto, et ozi son sta conse gnate le lettere al Pontefice, sì come chi le ha vedute me ha referto; per le qual, in nome di esso, li offeri sce tutto el stato suo, del qual la Beatitudine Sua se ne debba servir come di cosa sua, hac tamen condi DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 177 tione, che non li metta in casa altri soldati nè altra Zente che franzesi, per esser tutto quel stado tenuto in nome del Cristianissimo Re, et una simil lettera la preditta donna ha scritto alli ambassadori francesi. » 149. Colloquio dell'Oratore col Papa sulla pace che si dice fatta tra la Repubblica Veneta e il Turco. Precedono alcune notizie di Romagna. Roma, 27 ottobre 1502. « Ozi son stato a Palazzo, per ritrovarme con Nostro Signore, et intender da lui cosa degna da si gnificar alla Sublimità Vostra. Et introdotto, trovai la Santità Sua suspesa molto, ancora ch'el fenzesse speranza; e ragionando me disse che molto dubi tava delle cose sue, perchè se diceva (e fense di que sto la Beatitudine Sua non aver fermo avviso) che quelli de Fano avevano tolto termine de otto zorni a renderse alli Orsini, in nome però della Chiesa, e che il medemo avevano fatto quelli de Pesaro; e disse: – Ormai semo al termene. Sapemo che non se ha potuto darli soccorso, per non aver zente el Duca; dubitemo le cose siano andate sinistre; tamen (disse) non avemo niun certo avviso. – Poi disse che Pan dolfo Petruzzo li dava gran speranza della composi zion; – pur tuttavia nui dubitamo. – E disse: – Se maravigliamo che fin ora non abbiamo risposta de Trozo, ma non può esser che questa notte non ab biamo. – E con atto di desiderio, disse: – Ricoman date il Duca alla illustrissima Signoria, perchè lui li sarà sempre buon servitore. – » Et uscito de questi ragionamenti, me disse: – GIUSTINIAN. – I. 12 178 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. Ambassador, sopra la fede vostra, diteme se l'è vero che la Signoria abbia fatta la pace col Turco. – Et avendoli io ditto de no, me ruppe e disse: – Pur ognuno la affirma. – Io resposi che se 'l se die creder che la sia fatta, perchè el se dica, io el credeva anca mi; ma che, essendo tanto tempo che di essa si parla senza aver visto effetto algun di pace, anzi de manifestissima guerra, che a mi non pareva che con fondamento la se potesse creder. No la voleva creder, se prima non aveva avviso dalla Illustrissima Signoria Vostra; la qual, io era certo, che avendola fatta, ne averia dato avviso alla Beatitudine Sua, come la è solita di fare di tutte le cose de momento, per la filial reverenzia che la porta alla Sede Apostolica. Non parendo che di questa risposta el se contentasse, anzi più instando che omnino la era fatta, li dissi: – Pater Sancte, vedo che la Santità Vostra vol in ogni modo che la cosa sia come lei dice; e però io come da mi li dirò queste parole (presupponendo sempre che la pace non sia fatta); ma dato che la fosse, la Santità Sua dovesse ben considerar, che la Excellentissima Signoria Vostra Za tanto tempo aveva continuamente non solum pre gato, ma importunato la Beatitudine Sua e tutti li principi cristiani, che volessero svegliarsi e far li opportuni rimedii a questa necessaria espedizione, perchè lei sola non era sufficiente, nè poteva resister alla rabbia di così feroce e potente nemico: e che non lo facendo, la era forzata succumber e cedere alla gran forza del commun inimico: e tamen non se lº mai visto desposizion de far quel che era neces DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 79 sario, non che effetto alcuno, se non de buone parole. Come adunque con iustizia se potria accusar la mia Signoria illustrissima, quando, da summa necessità constretta, se avesse piegato a far quel che li altri signori cristiani l'hanno tacitamente, se non erpresse, persuasa a far, non porzendo orecchie alle sue iustis sime petizioni? Certamente (dissi) che essendo in el far de questa pase, posito che la fosse fatta, colpa alcuna, la era più presto de altri che della Signoria mia. – Sua Beatitudine disse: – In verità, Ambassa dor, voi dite il vero. – E volendose scusar lei, disse: – La Signoria e mi non erimo sufficienti a questa im presa. Pur el mal è che, essendo fatta senza intervento de altri principi cristiani, el Turco potrà far danno grande alla Cristianità. – Resposi che la esperienzia dei tempi passati faceva iudicar el contrario, perchè, quando la illustrissima Signoria de Venezia ha avuto pase con il Turco, lui non ha dato nè puol dar im pazzo alli altri, per esser lei l'antimural et antiguar dia de tutti li altri stadi de Cristianità. Però, dissi, quando el Turco vogli offender la Cristianità, e che la Illustrissima Signoria Vostra veda disposizione qualche effettual esperienzia, che li altri signori cri stiani voglino tuor le arme in man per la fede de Cristo, quel stado non mancarà dalle sue cristianis sime consuete operazioni; nè per quello se restarà mai de far l'onor de Dio et esaltazion del nome cri stiano. Sua Beatitudine mostrò di restar molto ben satisfatta delle parole mie, e confirmò quanto io aveva detto, tornando al consueto Gloria, che dovessi rac comandar el Duca alla Celsitudine Vostra. » 180 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 150. Notizie intorno all'accordo cogli Orsini, che pare non sia di soddisfazione del Papa. Gli oratori francesi danno al Papa buone parole circa agli aiuti promessi dal Re.Carezze del Pontefice ai Fiorentini, e riserbo di questi. Roma, 28 ottobre 1502. « Questa mattina si è inteso con verità el Ponte fice aver avuto lettere de Trozo questa notte, de quanto ha operato col cardinal Ursino circa la com posizione; tamen non se intende con certezza verità alcuna della continenzia di questa risposta. L' è vero che due cause fa iudicar che la non sia troppo ad vota del Pontefice: prima, che tutti li papalisti e de camera pontificia se han visti molto de mala voia, et anche Iacopo de Santa Croce, che longamente è stato questa mattina in audienzia, è uscito con una cera che manifestamente indicava mestizia e poco contento; la seconda è, che delle buone nuove, e quelle che fanno per lui, Sua Beatitudine non fa carestia, anzi vol che ognuno le intenda: questa veramente se ha tenuta secretissima, e fin mo, che è appresso a notte, niente si ha saputo di essa, se non quanto de aviso la brigata se arbitra. Il che se conferma per questa altra evidente coniettura, che dopo pranzo Nostro Signore ha mandato a chiamarli oratori francesi tutti doi, e con loro non mediocriter se ha doluto della p0ca demostrazion che fa el suo Cristianissimo Re in favor di Sua Beatitudine, cum sit che e Fiorentini, i quali per la Maestà Sua non hanno fatto la minima parte de demostrazion d'amor, avevano avuto da lei nelli bisogni sui favor de auttorità, de zente e de ogni DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 181 opportuno remedio al loro bisogno. – E nui (disse) che abbiamo posto e semo per poner la vita per la Maestà del Re, et el Duca che li è vassallo e gover natore, non se pol esser servito de niente in tanto suo bisogno, dove li va l'onor, il stado e la propria vita. – Li oratori confortarono Sua Beatitudine che non si turbasse, perchè in così poco tempo non si po teva mover tanta zente, ma che in ogni modo veni riano presto; e che per questo Sua Santità non si dovesse disconfidar, perchè zonte le sue zente, in poco tempo reacquistaria el perso, con augumento de mazor stado. E con questo se partirono, lassando la Beatitudine Sua ben passuta de parole. » Alcuni dicono che Troccio sia andato in Francia, e il Valentino venuto incognito a Roma; ma è fama incerta. « I Fiorentini molto sono carezzati dal Papa per soccorso, i quali se vanno schernendo al meglio ponno. In stando el Pontefice che li mandassero l'orator za più tempo designato, che è fradello del nuovo Gonfalo nier, se hanno per adesso escusato, e messo tempo de mezo; ma in luogo suo mandano un altro secre tario, oltra quello che al presente è qui residente. » º Giovanvittorio Soderini, fratello del Gonfaloniere perpetuo di Firenze, fu eletto per succedere a Francesco Pepi, come ora tore in Roma fino dal settembre 1502 (vedine un cenno nel dispaccio 122), ma non vi andò prima del 7 dicembre: dai carteggi di Fran cesco del Cappello e dei Dieci di Balìa pare che questo suo ri tardo dipendesse da indisposizione di salute. In luogo suo manda rono i Dieci, con speciale commissione, Alessandro di Rinaldo Bracci, dopo che il Papa aveva inviato a Firenze il suo cameriere Guasparre Pou a chiedere alla Repubblica che lo aiutasse di cento uomini, e gli concedesse il marchese di Mantova, già dalla medesima condotto ai propri stipendii come capitano. Il Bracci 182 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. Del Bentivoglio, altri dice che abbia spedito suo figlio ad Imola, altri dice che soltanto sta pronto. An che Vitellozzo si dice già andato a trovar i collegati con alcuni fanti, e che lo stesso si apparecchiava a fare il duca d'Urbino. Pre Luca, nunzio di Massimiliano, instò per aver licenza di ripatriare, e non la ottenne; ma trattenendolo di di in dì il Papa, « più per repu tazion di Sua Santità che per altro, lui medesimo se l'ha tolta, et è andato a buon viazo. » 151. Altre notizie sull'accordo cogli Orsini, e sugli aiuti di Francia. Roma, 30 ottobre 1502. « Questa notte el Pontefice, per lettere del Duca de Valenza, se dice esser avvisato ch'el signor Paulo Orsino l'era stato a ritrovar ad Imola, per cason de composizione, e se promette gran speranza d'accor do, e scrive che alla tornata de Bologna del prenomi nato signor Paolo, che andava lì per gonferir con messer Zuane, daria più certo aviso alla Beatitudine Sua. Questa fama ha fatto el Pontefice questa mattina publicar per tutta Roma, con opinion della mazor parte che za la pase fosse conclusa, e con grandissimo dispiacer de tutti, perchè ognuno desidera veder male, da pochi favoriti in fuora. Se ha tenuto quasi la cosa per conclusa fino a certa ora de vespero, che sono sopragionte lettere che dicono la cosa esser in mazor discordia che mai, et in menor speranza de pace; e causa de questo disturbo se dice esser sta'al fu spedito ai 22 d'ottobre, ed entrò in Roma il 28. (Arch. Fior. Elez. d'Ambasc., 1499-1512, a c. 104 t; e Lettere alla Balìa, otto bre-dicembre 1502, a c. 119.) DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 183 cune parole molto arogante, ch'el Duca ha usato verso li Orsini e suoi consorti, la qual nuova ha iterum fatto tornar el Pontefice su le prime angoscie. Ben vero è che alcune lettere che questa sera ha co municato alla Sua Santità el segretario del reverendis simo Sanseverino, par li abbino dato un poco de con forto; et è questo, che za erano mosse de Lombardia 300 lance franzese, per vegnir a soccorso del Duca, et altri 300 uomini d'arme tuttavia se facevano nel paese per conto del Duca, che presto etiam quelli sa riano in ordine; poi subiunse, che fra pochi zorni la Maestà del Re faria provision de mandar altre 500 lanze. La qual cosa, chi la crede e chi no, e più sono per el no che per sì; pur N. S., come fa chi de sidera una cosa, benchè in tutto non crede, non se vol neanco spoiar de ogni speranza, e se va confor tando con queste promissioni e buone parole. E per chè el prenominato secretario disse che già il car dinale suo era mosso da Milan per vegnir verso Roma, subito el Pontefice commesse un breve al detto in nome di Sua Santità, e li commette far la via de Fio renza, e debbi con ogni instanzia persuader a Fioren tini, in nome di Sua Santità, che non abbandonino el Duca in questo suo bisogno, perchè nè la Santità Sua nè il Duca li saranno ingrati di questo servizio; e per remover la scusa, ch'e'Fiorentini potessero aver, della volontà del Cristianissimo Re, lo persuade a dirli che, facendolo, faranno cosa gratissima non che grata alla Maestà Sua. » Il passaggio del cardinale Sanseverino per Firenze è accer tato da una lettera dell'oratore fiorentino Bracci, del 14 novem 184 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 152. Notizie di Levante. L'oratore spagnuolo, in un colloquio col veneto, cerca di tirare la Repubblica contro il Pon tefice. Roma, 31 ottobre 1502. « Ozi essendo el Pontefice in camera del Papagà, º apparandose tuttavia per andar in cappella al Vespero, mi fece chiamar, e disse: – Ambassador, avete vu in tesa questa buona nuova che scrive el nostro legato? – E persuadendome ch'el volesse dir de quel da Venezia, non sapendo altro, dissi di no. Sua Beatitudine me disse: – Ellegato ne scrive de Ongaria ch'el Re aveva presa una buona terra del Turco, che chiamasi Bo bre; e i consigli che potè dare ai Fiorentini, si desumono da un colloquio ch'egli ebbe col detto oratore, dopo il suo ritorno in Ro ma : « Che, attesa la natura del Papa, come, ora che Sua Santità è in qualche dubio delle fantasie et concepti suoi, chiede spontanea mente l'amicitia delle S. V.; così poi, quando si vedessi al di sopra, raffredderà e forse muterà pensiero, con chiedere allora di quelle conditioni che al presente non pensa: e con lui bisogna saper bene usare le occasioni che si porgono. » (Arch. Fior. Lettere ai Dieci, ottobre-dicembre 1502, a c. 229.) * La camera del Pappagallo, di cui si fa così spesso men zione in questi dispacci, era una delle sale più riccamente ornate del Vaticano. In essa venivano ricevuti gli ambasciatori, e spesso troviamo negli storici che contratti solenni erano conclusi e fir mati nella camera del pappagallo. Il suo nome sembra derivato da un pappagallo che v'era nel secolo XV, e che forse vi fu por tato da qualche principe come dono prezioso. Un manoscritto della biblioteca Chigi di Roma (F. VII, 261) porta una lettera d'un Francesco Ariosto, in data del 1° aprile 1471, nella quale lo scrittore menziona le aule ornate « vasculis aureis et argenteis, gemmatis, irradiantibus, tum vero psitharo illo humanum mirifice sonante. » La traduzione italiana che si trova nello stesso mano scritto dice: « et indi passando la adobatissima camera del pap pagallo che vi risponde in lengua umana. » DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 185 dan, e che ha sachizzato e brusato tutto quel paese. – Et avendo io questo medemo aviso, per lettere private dalli clarissimi oratori ressidenti lì, dissi: – Pater Sancte, io ho etiam mi questa nuova per lettere de On gariaza tre zorni. – Me respose: – Mo, che vol dir, che vui non ce l'avete fatta intender? – Parseme ben a proposito e con verità darli questa risposta, e dissi: – Pater Sancte, io vini subito che l'avi, per communicarla alla Beatitudine Vostra, come se convien al debito et officio mio, e come fazo tutte le nuove che sono a commun benefizio della Cristianità et in onor de Dio; ma trovai la Santità Vostra occupata in cose che li erano più a cuore, e non puti aver audienzia da quella. – A questo non mi rispose altro, ma disse, se io avevo la lettera adosso; e dicendoli io de non, me disse la mandasse a tuor; e così feci. Avanti ch'el segretario ritornasse, già se redusessemo in cappella. E principiando N. S. el Vespero, dicendo el Deus in adiutorium etc., l'oratorispano, che me sentava apres so, disse: – Magnifice Orator, che adiutorium credeti vui che sia questo ch'el Papa domanda a Dio, e dice ch'el deba festinar ad aiutarlo? – Io surridendo li dissi, che N. S. faceva come buon cristiano e perfetto religioso, e chiama il Signor Dio, dal qual procede ogni bene, el qual con la sola volontà puol soccorrerlo et aiutarlo in li bisogni suoi per il benefizio della re pubblica cristiana, alla qual la Beatitudine Sua era tutta intenta, sì come la Signoria Sua poco avanti se aveva possuto aVeder, per la requisizione ch'el mi Forse Widdin, che fu una delle terre del Turco saccheg giate, appunto in quest'anno, dagli Ungheresi. 186 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. fece della lettera continente le buone nuove de Onga ria. – In verità (me respose) credo che questa sia la menor cura che l'abbia; avvisandove, che non ha do mandato per altro quella lettera, se non per aver oc casion de parlar con voi, et a qualche modo doman darVi soccorso; e vorà che la illustrissima Signoria sia quel Dio ch'el chiama in suo adiutorio, e ch el debba festinar presto, perchè li bisogna. Io sono stato con lui ozi, e me ha ditto che le cose sue vanno male; de accordo non ha speranza alcuna, e manco speranza hallo che li venga soccorso de Franza; e me ha cegnato de voler che la illustrissima Signoria li dia aiuto; e se la non vorrà darli troppo, se contentarà de ogni piciola demostrazion, tanto che para che la Signoria lo aiuta; perchè li par che sola la reputa zion di quel stato sia sufficiente a salvarlo con ogni poco aiuto. Ma io (disse) saperia confortar quella Signoria, che è sapientissima, che la non perdesse questa buona occasion che li ha dato messer Domine Dio, perchè adesso è il tempo che la puol commo damente far quel che è commun beneficio de tutti, e liberar l' Italia da questo morbo che la infetta tutta. Scriveteghelo, chè Ve so dir, questa è la intenzion dei miei Cattolici Re; e se la non se vuol scoprir, la po trà ben, come savia, trovar el modo de far el fatto suo, e parer che la cosa non vegni da lei. – Io, Prin cipe Serenissimo, benchè iudichi le parole de questo ambassador esser conforme alla volontà sua, pur VO lendo aver respetto all'onor dell'Excellenzia Vostra, et a quel che cognosso esser la constante et immuta bil Volontà sua, avendo etiam respetto che forsi mi DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 187 potria ingannar della mente di questo orator, resposi che la Illustrissima Signoria Vostra mai aveva vio lata la fede sua, nè promessa una cosa e fatta un'al tra; ma quanto la dice e promette, tanto sempre la osserva, non solum alla Beatitudine Pontificia, della quale sempre quel serenissimo Dominio è stato de Votissimo, ma ad ogni minima e mendica persona; e che questa era la mazor gloria e trofeo che quella serenissima Signoria sempre proponeva per scudo Contra li sui emuli e detrattori: che mai la mancava di fede. E per tanto, avendo data la fede sua a N. S. de non li esser contraria in questa impresa, a mi non bastaria l'animo de persuaderla a romperla; e quando fosse così temerario che io el facesse, tegniria certo incorrer in la indignazion sua: e che per tanto la Si gnoria Sua si pensasse che la Excellentissima Sere nità Vostra più presto patiria de perder el stado che la fede. Me disse: – Ben, io vi ho detto quel che saria da far, tamen fate come vi pare: ma Ve dico questo, che non servar fede a chi non la serva a niu no, è più laude che servarla. – Dissi che questo non era consueta far la Repubblica Veneziana, e con quello facessimo fine a quello parlar. Finito el Vespero, es sendo intrato N. S. in sala de Pontefici, con alcuni reverendissimi cardinali, tra li altri il reverendis simo Napoli, li feci dir che la lettera era al comanda mento della Santità Sua, e per messer Adriano mi fece risponder che, essendo con quelli reverendissimi Cardinali, non voleva per questa sera farme retornar de notte a casa, e che domattina, dapoi messa, dovesse portar la lettera, chè me parlaria. Tuttavia el pre 188 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. nominato orator era apresso de me, e disse: – Ben, questa notte se vol pensar quel che ve die doman dar. – E con questo se partissemo. » (153. Ancora delle pratiche d'accordo cogli Orsini; nuove difficoltà; poca probabilità di buona riuscita. Roma, 1 novembre 1502. Il cardinale di Napoli, che ieri restò col Papa, fece sapere all'Oratore, « che la pratica dell'accordo era del tutto dissolta, e mostrava aver poca speranza di essa; e questo disse, perchè, nel conferimento ch'el Duca aveva avuto con el signor Paulo, voleva che nelli capitoli dell'accordo li Orsini fussero obligati a farli riaver el stado d'Urbin, alla qual cosa li Orsini non se hanno voluto obligar, se non che dissero, fa riano quel che loro potevano a farghelo aver; della qual promissione non se contentando el Duca, non se pro cesse più avanti. » Pure Troccio non ritornò ancora, dal che si deduce, o ch'egli andò in Francia, come si disse a questi di, o che continua la pratica cogli Orsini; e il Papa s'accomoderà «a far al modo di Orsini, poichè loro non voleno far al suo. E questo se iudica esser più vero, benchè da gieri in qua par che molto continui la fama delle Zente francese, che de Lombardia ven gono in soccorso del Duca; la qual cosa affermano tutti li fautori del Pontefice e quelli che voriano che così fosse. » Il Papa bensì cerca di assoldar altra gente; da che pare da dedurre che non isperi nella venuta degli aiuti francesi. Le notizie del Reame sono fa Vorevoli a Francia. « In questa cappella molto ben mi volsi far veder DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 189 da N. S., per l'ordine che heri el me dete; e non mi avendo ditto niente la Beatitudine Sua, a mi etiam non parse darli la occasion ch'el vegnisse in la domanda, che heri me disse l' orator ispano, Sua Santità aver inclinazion de farme; e senza farli altro motto, for nita cappella, accompagnata che ebbi la Beatitudine Sua, fin ch'el fu desparato et intrato in camera, me parti insieme con li altri. » In diversi lochi di Roma se ha sentito questa notte brigata che andava cridando: – Marco, Marco, Orso, Orso. – Se iudica siano partesani de Orsini, che con el nome della Signoria Vostra voleno dar favor alle sue cose; della qual cosa non se ha visto ch'el Pontefice nè altri ne abbino fatto caso. » 154. Speranze del Papa nell'aiuto di Francia. Roma, 2 novembre 1502. Continua la pratica dell'accordo cogli Orsini: Paolo è ancora a Imola col Valentino. Il Papa oggi « pareva avesse più vivacità circa le cose sue de quello l'aveva heri, massime che l'aveva avviso che za erano zonte lanze 250 francese in favor del Duca, e se ne aspet tava delle altre; e lui etiam tuttavia se andava aiu tando in condur zente italiane in Lombardia, e par che da heri in qua, per questa speranza dell'accordo e zonzer del soccorso, N. S. sia molto rinvenuto. » Continuano notizie favorevoli ai Francesi nel Rea me: confermasi la presa di Bitonto. 190 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 155. Dicesi che l'accordo tra il Valentino e gli Orsini sia concluso: voci varie sulle condizioni. Roma, 3 novembre 1502. Lettere dirette al Papa dicono che l'accordo si può tenere per conchiuso. Delle condizioni si parla variamente anche da uomini reputati: fra le altre, di cono che la principale sia, che gli Orsini aiuteranno il Valentino a ricuperar Urbino, Camerino e tutti i luo ghi ribellati, e che le cose del Bentivoglio sian ri messe all'arbitrio del Valentino, del cardinale Orsini, e di Pandolfo Petrucci. L'Oratore andò agli ambascia tori francesi, a cui il Papa aveva comunicato i capitoli, ma uno dice una cosa, uno un'altra; vanno d'ac cordo in ciò solo, che la composizione è fatta. Per certificarsene, l'Oratore andò a Palazzo: « trovai tutte le porte serrate, con ordine che se desse licenzia a tutti, chè per ozi N. S. non poteva dar audienzia ad alcuno. » Il cardinale di Ferrara, sopraggiunto, ebbe la stessa risposta. « Se zudega, el Pontefice fosse oc cupato in responder la volontà sua alli avvisi de que sta mattina. » Il cardinale di Napoli disse d'aver ve duta una lettera del Bentivoglio, « nella quale se lamenta che abbino fatto questo accordo senza sua consultazione e saputa, massime avendo poste le cose sue in compromesso, del che par che lui non se ne chiami contento. Questa nuova a pochi satisfà, perchè desiderio de tutti era che la cosa fosse camminata alla discordia, come, con gran satisfazion de tutti, questi zorni se intese la pratica esser reietta; pur tutti ten gono che sforzati li Orsini siano descesi a questo, ve DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 191 dendo el zonzer delle lanze 250 francese, et intenden dose che za ne erano messe altre 200, e loro non aver modo de continuar l'impresa; e che par, messer Zuan Bentivoglio mancasse della promission, chè de 300 uomini d'arme, ch'el prometteva mandar alla campagna, non ne aveva a pena 150, e de fanti 6000 non ne aveva appena 2000; con restituir al Duca alcuni bottini fatti per li suoi soldati, con altre demonstrazion de poca inimicizia. » 156. Il Pontefice in Concistoro fa grandi elogi del Re di Fran cia, ed esalta i favori da esso fatti al duca Valentino; dà conto pure dei capitoli d'accordo stabiliti da questo cogli Orsini e i loro collegati. Roma, 4 novembre 1502. « Questa mattina è stato Concistorio, dove se redussero tutti do li ambassadori de Franza. Redutti che furono tutti li cardinali nanti che se serasse el Concistorio, messer Adriano uscite fuori, e chiamò li prelati che erano de fuora, e tutti li altri, chè molta brigata era redutta, con espettazion de intender la conclusion della pace con li Orsini, che heri tanto largamente se ne parlò. Entrati tutti dentro, coram omnibus, el Pontefice fece lezer lettere che parevano scritte dal Cristianissimo Re, per le qual se dechia riva con quanta displicenzia lui aveva inteso la rebel lion del stado d'Urbin contra el Duca de Valenza, e della novità fatta dall'Orsini; e con gagliarde parole menazza a tutti quelli che serano stati disobbedienti a N. S., e promette tutte le forze sue in ausilio e favor della Beatitudine Sua, e de suo cusin Duca de Valenza, etiam se 'l bisognasse venir in persona contra 192 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. tutti quelli che si mostravano nemici di Sua Santità, e replica più fiate queste parole: – contra quoscum que; – che sono parole a stampa, che spesse fiate sono usate in queste lettere ch'el Papa fa lezer del Re in favor suo. Lette che furono queste lettere, prima che niun di astanti se movesse de lì, el Pontefice co minciò a parlar in laude e commendazione del Cri stianissimo, del quale tanto onoratamente parlò, quanto la Celsitudine Vostra per la prudenzia sua pol consi derar che meritassero le lettere poco avanti lette, del tenor che ho detto di sopra; e dicendo che da uno carissimo fiol non se poteva desiderar più di quello che la Maestà di questo Re aveva sempre fatto per la Sede Apostolica e per la persona di Sua Beatitudine in particolare, promettendosi obligato fina ad effusio nem sanguinis in ogni occorrenzia della Maestà Sua. Poi, subsequenter, disse el numero delle zente ch'el Re li mandava in soccorso; e disse che erano zonte lanze 250, e che za erano mosse altre 200 sotto doi capitani, uno de quali era il cognato del Duca, fratello della Duchessa; e dapoi questi ne vegnivano de altri, tanti che sariano al numero de 500 in 600 lanze. Li oratori francesi ruppero e dissero che sariano ben 800; * Uno dei figliuoli d'Alaino il Grande, signore d'Albret, la cui figlia Carlotta era moglie di Cesare Borgia. Quattro furono i figliuoli maschi d'Alaino: Giovanni re di Navarra, Amaneo car dinale, Pietro conte di Perigord, Gabriele signore d'Esparre. Il condottiero, del quale è parola nel presente dispaccio, è designato generalmente nei documenti del tempo col semplice titolo di Mon signore d'Albret. Il Machiavelli, nei dispacci 47 e 40 della Legaz. al Valentino, lo chiama « figliuolo di Monsignore Lepret o Li preti » e questa designazione è più esatta, imperocchè il vecchio DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 193 e cusì un aiutava l'altro, cioè il Papa li ambassadori, e li ambassadori el Papa, in dechiarir el numero delle lanze. Poi disse ch'el Re li dava 2000 Svizzeri, et il Duca ne haveva fatti tanti ch'el vegniva aver fin al numero de 8000 fanti; et iterum dilatavit fimbria, ch'el faria contra li suoi nemici etc. Et apresso a questo disse ch'el Re avea fatto el Duca suo confalonier; e di questo fense el Pontefice domandar alli ambassa dori se l'era vero, perchè nella lettera non diceva niente; e loro non erano lenti a rispondere confirmar quanto se diceva, come fa el zago" nella messa. El Pontefice poi se voltò verso li cardinali, e disse che loro etiam dovessero rengraziar la Maestà del Re del l'amorevole e filial demonstrazion et opere che lui faceva verso la Sede Apostolica, e fu le azion de grazie exibite per el reverendissimo cardinale de Li sbona, in nome del Collegio.” Dell'accordo, nullum ver bum, se non che, commemorando le zente che Ve gnivano in favor suo, disse queste parole: che Trozo era andato da questi coniurati, e che sperava che se accorderiano; e su questo non se fermò niente, e scorse in altro. Ho voluto dechiarir tutto l' ordine et il modo alla Sublimità Vostra, e se possibile fosse, Alaino era tuttora vivente, e il titolo e la signoria d'Albret non toccò a veruno dei suoi figli, ma da lui, sopravvissuto al primo genito Giovanni, passò nel 1522 a Enrico figliuolo di esso Gio vanni. Cfr. Art de vérifier les dates, art. D'ALBRET. Zago, cherico; e qui è più specialmente detto per quegli che serve la messa. º Giorgio Costa, portoghese, arcivescovo di Lisbona, creato cardinale da Sisto IV nel 1476, col titolo dei SS. Pietro e Mar cellino, GIUSTINIAN. – I. 13 194 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. voria depenzerli la cosa inanti li occhi, perchè el modo fa molte fiate vegnir li uomini in cognizion dell'intrinseco più che le parole. Dico el modo, per chè questo è stato da tutti notato, e fatto iudicar che la cosa sia fatta più per reputazion che per la verità: tamen la Celsitudine Vostra, che è prudentissima, per li avisi che li vengono etiam da altri luoghi, compa rando uno con l'altro, farà con l'infallibile sua sa pienzia quel iudicio che li parerà. Fatto quanto è sopra ditto, lì presenti tutti, monsignor d'Agramonte prese licenzia di ripatriar de commandamento del suo Cristianissimo Re, e li fu benigne concessa, ditte pri ma per la Beatitudine Pontificia molte onorate parole della persona sua; e con questo uscirono fuori tutti. E serrato il Concistorio la Beatitudine Pontificia disse, che l'accordo era concluso tra el Duca e signor Paolo con questi capitoli: “ – Ch'el Duca promette la conser vazion dei stadi a tutti li intervenienti nella liga, ec cetto del Bentivoglio che si mette in compromesso delli nominati de heri per la mia alla Celsitudine Vostra. Item, che tutti li Orsini abbino le condotte soe che prima avevano con li modi primi, eccetto che non voleno esser obbligati andar in campo con le persone, salvo un de loro, chi parerà al Duca. Item, ch'el cardinal Orsino non possi esser constretto venir a Roma, nisi a beneplacito suo. All'incontro, loro prometteno per segurtà dar nelle man al Duca uno dei suoi fioli, però tutti quelli che ne averanno, e “ Questi capitoli, colla data del 28 ottobre, sono stampati nella loro integrità in molte edizioni delle Opere del Machiavelli, in appendice al dispaccio 22 della sua Legazione al Valentino. IDISpACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 105 darli tutto el favor possibile a darse per loro, in recu perazion delli stadi di Urbino e Camerino e tutti altri lochi ribellati: “ – capitoli che non pareno de troppo buona pace, perchè per l'una parte e per l'altra se dimostra poca confidenzia.” Tamen, el Pontefice li I capitoli, in questo punto, dicevano così: « Item li pre nominati signori confederati tutti e ciascuno d'essi si obbligano e promettono, che ogni volta saranno richiesti dal prefato sig. Duca di Romagna, consegneranno in poter di sua Eccellenza uno dei figliuoli legittimi di ciascuno d'essi, a stare in luogo e tempo che a quella parrà. » (Machiavelli, Opere, Italia 1813, vol. VI, pag. 265.) * Ci pare opportuno di riferire alcuni brani di una lettera di Alessandro Bracci ai Dieci di Balìa di Firenze, del 7 di no. vembre, dove si riferiscono i sentimenti espressi dal Pontefice intorno a questi capitoli « .... Mentre che messer Hadriano leg geva li nomi della parte Orsina, il Papa, sorridendo, dixe: – Non vi pare che questa sia una compagnia di tristi et di falliti? – E poi che messer Hadriano s'ebbe letti questi capitoli, facilmente potei comprendere, che tale accordo non harebbe luogo, se alle parole si può prestare alcuna fede, perchè N. S. mi usò queste for mali parole: – Vedete se costoro si accusano tristi e traditori loro medesimi l Perchè da una parte monstrano fare lo accordo et ri mettersi in noi, et dall'altra scuoprono la perfidia loro in due mo di: l'uno, che non vogliono essere tenuti stare in campo, se non uno di loro per volta; l' altro è, che il cardinale Orsino, aven doci scripto di voler venire a farci reverentia, ha fatto poi porre nelli capitoli, che non vuole essere obbligato a stare in corte più che se li paia; come quelli che cognoscono haverci iniurati et ingannati, non si fidano ... – » Venendo ora alla particolarità delli Orsini, la Santità di N. S. ne parlò in modo et cum tanta passione di animo et con tale expressione d'odio et cum parole sì minatorie, che io ardisco af fermare, S. S. habbi disposto levarseli dinanzi a ogni modo, perchè non se ne potria più dolere. Et cognosce esser venuto il tempo da poterli spacciare facilmente, havendoli rotti, et con la pratica di questo accordo tenutoli in tempo, tanto che il Duca si è fatto forte et gagliardo, et non teme più di loro. » (Arch. Fior. Lettere ai Dieci, ottobre-dicembre 1502, a c. 183-184.) 196 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. disse subzonzendo, che la cosa non era ancora fir mata, perchè bisognava el consenso de altri, che non se aveva ancora avuto, per el qual Trozo li era an dato a ritrovar per aver la opinion loro. E tra li altri non contenti di questo accordo nominò el Ben tivoglio; e qui fece lezer la copia della lettera per lui scritta al cardinal Ursino, ditta per le mie de heri alla Sublimità Vostra, per la qual el dice non voler dar suo fiol in pegno, nè metter il suo in compromesso. E con questo fu fatto fin al Concistorio, eccepto ch'el Pontefice conferite el vescovado de Bisante (Besançon) nelli confini dell'Alemagna e Borgogna ad uno nepote del cardinal de Roano, contradicente el cardinal de Santa Croce, come commissario del duca di Borgo gna, per esser consueto sempre conferirse questa chiesa ad instanzia del Re de Romani et Arciduca de Borgogna, per l'interesse de stadi; e fu fatto con poco contento de tutti i cardinali. »

1502年11月5日

157. Comunicazioni del Papa all'Oratore veneto sull' accordo sta bilito cogli Orsini. Ringraziamenti alla Repubblica per favori da essa fatti al Valentino. Roma, 5 novembre 1502. Il Papa, in un colloquio coll' Oratore veneto, gli conferma le cose dette in Concistoro, «publice et prº cate, cum questa addizione, che domenega passata alle 22 ore el signor Paolo se partì da Imola con li ca pitoli conclusi, che sono quelli che per la mia de heri Bernardino di Caravaial, spagnuolo, vescovo di Cartagine, cardinale del titolo dei SS. Pietro e Marcellino, poi di S. Croce in Gerusalemme, creato da papa Alessandro VI nel 1493. DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 197 fu scritto alla Sublimità Vostra, e doveva vegnir a ri trovar el cardinal per concluder con lui e sigillar. – Tamen (disse), non abbiamo ancora avviso quello l'abbi fatto, perchè al partir da Imola tolse termine quattro zorni ad esser con il cardinal che doveva esser zuoba: d'allora in qua non puotemo aver nuova, ma credemo omnino che questa notte l'avremo. – E mostrava di essa ottima speranza; – benchè (disse) messer Zuan Bentivoglio par che se retiri adrieto; ma convegnirà aver pazienzia, quando el vedarà la volontà delli altri, perchè i non ponno far altramente, perchè con le zente che Vengono de Franza sariano de sfatti tutti. – E disse: – Messer Zuane non se potrà lamentar che li Orsini li abbino rotta la fede, perchè lui l'ha rotta prima a loro, non avendo fatto quel che l'aveva promesso: e se messer Zuane non vorrà ve gnir all'accordo, con queste zente francese el Duca farà la impresa de Bologna, poi vegnirà ad Urbino et altri lochi rebellati. – In modo ch'el tien, che mes ser Zuane forzato convegnirà anche lui vegnir a que sto accordo, e tra li altri segni de pace disse questo, che za le zente di Orsini se avevano ritirate bon pezzo in drieto. Tutti stanno in espettazione di questa res soluzion, e molti son che ancora dubitano; e se crede che etiam Vitellozzo sia uno de mal contenti, e se per tutto doman non se intende più ferma la cosa, la mazor parte comenzerà mudar opinion. E de questa materia non avi altro dalla Beatitudine Sua, se non che intrò in un longo rengraziarla Sublimità Vostra delle amorevoli e paterne demostrazioni fatte verso el Duca, e disse quanto benignamente la Celsitudine 198 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. Vostra aveva veduto il nunzio del Duca, e gratiose concessali la tratta de 15,000 stara de formento, del quale el Duca ne aveva grandissimo bisogno; e de questo etiam fece commemorazion heri in Concistorio, parlando onoratissimamente della Illustrissima Signo ria Vostra. E domandò, a rason de rubii alla romana, quanti erano 12.000 stara; e li fu dichiarito, e li parse buona quantità. Alle qual parole per me li fu corri sposto accomodatamente secondo la mente della Cel situdine Vostra, ita che ben satisfatta rimase la Bea titudine Sua, et ottimamente edificata della sincerità di quell' excellentissimo Dominio, con el qual, per quanto estrinsecamente el dimostra, non desidera altro che strenzerse, non li parendo mai aver segurtà alle cose sue senza quel fondamento; e sempre che con mi el parla, me ne fa motto, al che mi vado accomodando, come più fiate ho scritto all'Excellenzia Vostra. » 158. Ancora dell'accordo cogli Orsini. Notizie dei Colonnesi; notizie del Regno. Roma, 6 novembre 1502. Sull'accordo nulla di nuovo, ma i più credono che sia già fermato, « perchè pur se intende che la zente delli Orsini se va dissolvendo, in modo che dif. ficil cosa saria poterle più unire senza denari, chè loro non li hanno: e questa loro necessità et inopia li excusa appresso tutti quelli che qualche fiata li hanno represi che siano declinati all'accordo, cum sit che possino esser molto ben certi de aver tolto el tossego a termene, perchè, quando el Papa non li faci altro, litegnirà assediati de danari, non lassando cor DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN, 199 rer le paghe alli tempi debiti secondo el consueto, in modo che da sè medemi se andaranno consumando e perderanno le zente. Dinotando etiam alla Celsitudine Vostra che, non ostante tale e tante amorevoli demo strazioni di quel excellentissimo stado, e così ampla testimonianza exibita della sincerità sua in questa im presa, niuna è stada sufficiente a iustificarla compida mente, se non questa pace; però che nella mente de tutti che non voleno aver esperienzia del governo di quel Dominio, e ramemorar li infiniti esempii che possono aver dinanti agli occhi della integrità di quello, era im pressa questa ferma opinion, che la Illustrissima Signo ria Vostra non dovesse voler perder questa occasion, come altri forsi non averiano perduta; et affirmavano che lei a questo tempo, con grande sua commodità e piccola spesa, et anche senza farse sentir, poteva far quel che loro credeno che omnino a un altro tempo l'abbi animo de far, e faràlo con mazor spesa, e con dar più che dir al mondo. Ora che manifestamente ve deno l'effetto in contrario, non sanno che far, se non taser, e tacendo approbar la integrità della Excellentis sima Signoria Vostra, e nell'error suo confonderse. » Si dice che Marcantonio Colonna abbia fatto 500 cavalli, «per passar di qua. » Il Papa, temendo degli stati del Colonnesi, vi distribuì i 200 cavalleggieri che aveva fatto. I cento uomini d'arme non sono an cora in ordine: i fanti che il Papa mandò a Piombino ne furono rimandati, perchè il paese non può alimen tarli. Nel Reame i Francesi hanno avuto, si dice, la ròcca di Bitonto. Dell'accordo del Pescara per resti tuire Ischia non si dice altro. 200 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 159. Ancora dell'accordo cogli Orsini. Il Papa mostra desiderio all'Oratore veneto che la Repubblica non dia nuovamente ricetto al duca d'Urbino; e che si stringa in aperta al leanza con esso Pontefice e col Valentino. Risposte eva sive dell'Oratore. Roma, 7 novembre 1502. « Ozi mi sono ritrovato con la Beatitudine Pon tificia, e domandatola quello che l'aveva della resso luzione della pace, me disse: – Bene; – e che la cosa era già redutta in termene che più non era da dubitar, perchè la difficultà de messer Zuan Bentivoglio non era sufficiente a disturbarla, perchè tra li altri capi toli per me scritti alla Sublimità Vostra, la Santità Sua me ne disse uno, che se alcun delli confederati con trariava al voler delli altri, che tutti fossero obligati ad esserli nemici. E però disse il Pontefice: – Se messer Zuan Bentivoglio non se contentarà, li altri sono obligati andarli adosso; chè saria mal conse gliato aspettar la ruina, massime avendo do delli zudesi che sono di suoi, zoè el cardinal Ursino e Pandolfo Petruzzo, el Duca reman solo; – benchè subito me subiunse che non potevano far sentenzia: se non erano tutti tre d'accordo. Et escusando la tar dità del vegnir de l'ultimazion della cosa, disse ch'el signor Paolo Orsino non si aveva possuto ritrovar così presto con el cardinal e con li altri come l'aveva ditto, per causa de certa sua indisposizion della per sona, e che al più fin domenega l'aspettava Trozo con la cosa fatta. Me disse poi la Beatitudine Sua ch'el - Giudici, nei quali era stato compromesso l'affare del Ben tivoglio. Vedi il dispaccio A55. DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 201 Duca de Valenza, come heri doveva esser in campo, e ch'el credeva averia da circa 800 uomini d'arme, tra li suoi e li 450 de Francesi, che za tutti dovevano esser zonti a Imola; e disse ch'el vegniria alla volta d'Urbino, e che non dubitava di reaver il tutto presto in dietro, perchè li popoli non avevano da manzar. – Avvisandove (dissemi), domine Orator, che nui inten demo ch'el duca d'Urbin fa spianar tutte le fortezze, perchè se confida che i popoli, non avendo il freno delle fortezze, un'altra fiata lo debano tuore in casa; perchè adesso el fa pensier de tuorse via per salvarse la persona, e Vorà ancora tornar a Venezia. Voressimo ben che la illustrissima Signoria ne mostrasse l'amor suo compidamente, e non lo accettar più. Lassate ch el vadi a Mantova da suo cugnato, overo dove li piace; non stiamo più in queste zelosie che non sono buone tra amici. – Resposi a Sua Beatitudine che del l'andar del duca d'Urbin a Venezia non sapeva quel che avesse ad esser; pur mi pareva che la Santità Sua avesse veduta tal esperienzia della sincerità e fede della Celsitudine Vostra, che le zelosie e suspetti non doveriano aver più loco nella mente di Sua Beatitu dine; e che era etiam cessato el fondamento, che altre fiate parlandome in questa materia me aveva ditto, che fu questo: che li popoli che vedevano el duca amato et accarezzato da quella Signoria, facevano fon damento che lei con el favor suo volesse ritornarlo in casa; e de qui loro facevano di pensieri non al pro posito di Sua Santità. – Ora (dissi), Pater Sancte, li populi se sono certificati, et anche esso duca proprio, che speranza li possino dar contra la Santità Vostra 202 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. e la Excellenzia del Duca de Valenza, l'alozamento datoli a Venezia e le carezze a lui fatte da quella illu strissima Signoria; la qual, essendo benigna e liberal, fa carezze et onora ognuno, segondo li loro meriti, non però manca per questo del filial suo ossequio e devota reverenzia verso la Sede Apostolica, e verso la persona di Vostra Beatitudine, et anche dello amor che la porta al Duca de Valenza, el qualuna fiata se ha accettato per carissimo fiolo, nel qual grado da lei sarà sempre tenuto fino che lui vorà ricognoscer la grazia di quel excellentissimo Dominio. – Me disse: – Do mine Orator, mi dite la verità delle opere di quella serenissima Signoria, che sono de sorte, che ne ave riano possuto levar ogni ombra dal capo, se mai ne avessamo avuta alcuna, ch'el non è però stato: ma pur Voria che se strenzessamo con demonstrazion de affetto insieme. – E tre fiate, una dietro l'altra, disse queste parole; e tuttavia, digando le parole, se aveva incrosate le brazze, e se le strenzeva nel petto. Poi disse: – Non ve maravigliate che tante fiate nui vi dichiamo questa cosa, perchè la dicemo per el gran desiderio che avemo di vederla, perchè ben cogno scemo che non potemo stabilir el Duca in quelli stadi senza quella Signoria, la qual speremo che un zorno sarà illuminata da messer Domine Dio, et inspirata a far questa cosa, che invero, benchè la sia a gran be neficio della succession e posterità nostra, non sarà anche senza sua grande utilitade. Sempre, in ogni tempo, quella Signoria ha fatto gran cavedal dell'aver i Pontefici per lei, perchè per la prudenzia e sapienzia Sua molto ben la intende quel che l'importa: adesso DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN, 203 non sappiamo per qual causa se renda così difficile a strenzerse con noi. – La risposta mia fu nella senten zia che più fiate ho scritto alla Celsitudine Vostra, non deviando niente dall'usato trozo. » . Chiese poi il Papa se erasi conchiusa lega tra Spagna e Venezia, come affermavano lettere di Spagna, dove si sarebbe anche pubblicata. L'Oratore risponde che continua l'antica amicizia, ma che non si è fatta di nuovo veruna lega; che gli scrittori di lettere spesso scrivono fanfaluche; « e queste parole non mi parseno disconveniente, perchè li autori delle lettere non erano uomini a chi se dovesse aver respetto. » Il Papa se ne persuase. 160. Dimostrazioni di malcontento del Papa verso il duca di Ferrara e il cardinale Ippolito suo figlio, per il poco zelo adoperato da esso duca contro il Bentivoglio. Roma, 8 novembre 1502. Benchè tutti ne siano ansiosi, non si hanno noti zie dell'accordo; per il che molti ne dubitano. « E par che in questa impresa il duca di Ferrara non se ha portato talmente ch'el Pontefice se tenga satisfatto de lui, nè in la composizion dell'accordo con el Bentivo glio, nè anche in el mandarli le zente che al princi pio li promesse; et ha fatto qualche segno di benivo lenzia inverso el Bentivoglio, se iudica però per l'interesse suo proprio. Par che sia nassuta qualche zelosia fra la Santità del Pontefice e quel duca, el qual ultimamente se excusò non lo poter servir de zente, per respetto che la illustrissima Signoria aveva * Nelle campagne del Veneto s'adopera questa parola nel signi ficato di via traversa, più breve della via maestra, ossia scorciatoia. 204 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. fatto vegnir zente alle confine in sul Polesene, e che ne aveva anche molte a Ravenna; e pertanto non li pareva segura cosa spoiarse delle sue zente, per dar occasione a chi forsi non aveva volontà de offenderlo; che è stata scusa non ben accettata dal Pontefice: in modo che da quel dì in qua el cardinal suo fiolo non par che più sia in quel favor del Papa che soleva es ser, e da alcuni zorni in qua el Pontefice ha fatto verso el cardinal demonstrazion de poca gratitudine; immo che ozi per la solita via dell'amico son fatto certo el cardinal aver recevuta una lettera scritta tutta de man del duca, che li impone debba ritornar a Ferrara. El cardinal subito, etiam lui de man pro pria, li rispose, e per staffetta ha spazzato il suo maestro di casa: el tenor della resposta non ho pos suto intender, ma chi me l'ha detto, iudica ch'el debba partir omnino, pur non se sa, se con licenzia del Papa o pur occultamente. Questo mi ha detto sotto gran credenza; e per cosa certa me dice la lettera scritta dal duca, benchè del partir e resposta mi abbi par lato dubioso, e de opinion solamente. » Il Papa vuol che tutti i cardinali vadano alle loro legazioni, parendogli « che la assenzia de' legati sia stata causa de qualcheun delli inconvenienti seguiti, mavime quel de Oliverotto contra el stado de Camerin. » 161. Dubbi e difficoltà dell'accordo maneggiato dal duca Valen tino. Aiuti di Francia ad esso Duca; riserve in favore del Bentivoglio. Roma, 9 novembre 1502. « Questa mattina se ha el zonzer de Trozo in questa notte, la venuta del quale non ha portato del DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 205 l'accordo più de quel che se aveva, il che fa star la brigata molto sospesa, perchè de questo accordo non se puol far fondamento certo. El Pontefice pur af, ferma che l'è fatto con le condizion scritte all'Excel lenzia Vostra, ma con certo modo freddo, che non par quasi lui medemo se satisfacci della certezza; il che fa che molti iudicano che lì sia qualche difficultà, o che la cosa non sia con tanto favor della Beatitudine Sua, come lei ha ditto; anzi ch'el ghe sia qualche capitolo de sorte, che la Beatitudine Sua potius abbi causa de taserlo che dirlo; o veramente che, dato che la cosa sia conclusa, tanta è la diffidenzia che una parte mostra dell'altra, et e contra, che non parla sia con cordia ma discordia. » Le lance francesi per il Valen tino, che il Papa diceva essere 250, sono invece 190. Le altre 200, che doveano seguire, si fermarono a Par ma, donde non partiranno senza ordine del Re. E le 190 già arrivate « hanno espresso comandamento dal Cristianissimo Re, de non offender in cosa alcuna il Bentivoglio, se non in quanto fosse necessario difen der le cose del Duca de Valenza, quando che messer Bentivoglio prima lui rompesse al Duca; e questo, per aver la Maestà Sua promesso al Protonotario fiol di messer Zuane, di non li offender, nè dar favor al cun delle soe zente al Duca contra de loro; ma che ben però confortava suo padre ad esser obbediente e buon fiol de Santa Chiesa, et accommodarse alla Vo lontà del Pontefice. Per il che intendo ch'el Ponte fice nell'intrinseco non molto se contenta del Re, º Antongaleazzo Bentivoglio, eletto protonotario apostolico da Sisto IV. 206 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. quamvis che con quella reputazion molto se favorisca; nè par che sia tra loro quella sincerità di fede et amor che l'un mostra all'altro, dissimulando per servirse cusì el Papa del Re, come che etiam fa el Re del Papa, nelli suoi bisogni; e molto ben mostra de cognoscer el Papa, che, mancando el respetto che ha la Maestà del Re alle cose del Regno, li favori fran zesi li sariano ancora più difficili che non sono al pre Sente. » 162. Pratiche di lega del Papa coi Fiorentini, promosse dal Re di Francia. Notizie del principe di Squillace e de suoi uomini d'arme, e della principessa sua moglie. Roma, 10 novembre 1502. « Tra li altri favori ch'el Pontefice ha dal Cri stianissimo Re è stata una lettera persuasoria a Fio rentini, che debbano unirsi con N. S. et aver buona intelligenzia insieme. Con el fondamento della qual lettera el Pontefice è intrato in questa pratica con el segretario fiorentino noviter venuto qui ad in stanzia di Sua Beatitudine, che ben lei richiedeva l'ambassador per più reputazion. Non se intende an cora che siano venuti ad alcuna particularità, ma in generale parlato dover esser amici delli amici e nemici delli nemici. Fiorentini vengono ritenuti a questa cosa, e stanno sopra il suo; voleno meglio intender chi siano questi amici et inimici, e che imprese abbi animo el Pontefice de far; e così scorre la cosa senza troppo fondamento. Ancora il Pontefice li butta in pè farli aver Pisa, sperando con questa esca tirarli al voto suo, et aver da loro el recom DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 207 penso in qualche altro suo desiderio. Intenzion della brigata è che, non essendo la cosa con altro che con superficial parole over con una lettera del Re favo rita, la non debba aver effetto per esser molti che non assentono alla cosa, se non in quanto cognosces sero esser la volontà del Re che omnino la seguisse; et el mazor favor che abbia la pratica, è il particolar desiderio che ha il Confalonier, de far suo fratello (che è il vescovo di Volterra) cardinal, chè non aspira ad altro con un arrabbiato desiderio; el quale, con speranza de conseguir l'intento suo, penze avanti la pratica e li dà quel favor ch'el può.... » El principe de Squilazi, con li suoi cento uomini d'arme, che non son ancora al numero compido, va spesso per Roma, e vol che ognuno elveda accompa gnato da quelli; et ozi coram Pontifice ha fatto la mostra de circa cinquanta de questi, che manco mal era a non la far, et esser contento servirse della reputazion, non se possendo servir delli uomini; chè erano malissimo in ordine, di tutte condizion, malissimo a cavallo e desforniti d'ogni guarnimento necessario, e chi aveva lanza non aveva barde, e chi barde li mancavano le arme, con poco suo onor: pur el Pontefice volse veder il tutto. La principessa se ne sta ancora in Castel San t'Anzolo, tutto el zorno su certe fenestre e pozuoli so pra del ponte, a contar quanti passano per strada, e spesse fiate dalle finestre parla con qualche spagnol, che passando per la strada è chiamato da lei. Non se ha mai possuto con fondamento vero intender la causa dell'esser suo lì. » - 208 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN, 163. Pratiche d'accordo tra il protonotario Bentivoglio e il Valentino. Roma, 11 novembre 1502. Il Protonotario, figliuolo di messer Giovanni Ben tivoglio, andò a Imola, dicesi, per accordarsi col Va lentino. « Sono chi iudica ch el Duca de Valenza, monito dal Re ch'el vogli frenar alquanto questo suo desiderio de ampliar stado, e non ne voler tanto, che poi, non abbiando modo de conservarlo per la mala contentezza de tanti, convegna perder il tutto, sia inclinato ad assettarse con i Bentivogli. Questi sono discorsi et iudicii d'uomini prudenti e de autorità grande in questa corte, i fondati sull'andata certa del Bentivoglio e sulla presunta lettera del Re al Duca. Il Papa mandò a Firenze l'Arcidiacono francese, per la pratica di cui si parla nel precedente dispaccio, e scelse l' Arcidiacono « per esser omo del Re, per più favor della cosa. » “Monsignor di Gramontavea preso licenza, ma è ancora qui, e non si sa quando partirà. 164. Ripugnanza dei Fiorentini alla lega col Papa. Notizie del Bentivoglio, degli Orsini, di Vitellozzo, del cardinale e del duca di Ferrara. Roma, 12 novembre 1502. I Fiorentini non paiono inclinati a far lega col Papa, e quindi, per guadagnar tempo, mandarono al Papa di cendo che spedivano due ambasciatori a Luigi XII, * Come già si accennò nella nota 1, a pag. 175, la missione dell'Arcidiacono di Chàlons a Firenze, sebbene tanto se ne di scorresse, non ebbe luogo altrimenti; e la falsa informazione con tenuta in questo dispaccio è poi rettificata dal Giustinian mede simo nel dispaccio 165. DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 209 dei quali uno è il vescovo di Volterra; “ ma natu ralmente differiranno tanto l'andata degli ambascia tori, quanto vorranno tirar la pratica in lungo. Dell'ac cordo cogli Orsini non c'è nulla di più di quanto s'è detto nelle lettere del 9. « El Papa e li suoi, musi gando, dicono quello esser fatto, e par che non ardi scano dir el sì apertamente; pur intendo per via assai fidedigna, che non è conclusa la cosa per la diffi coltà del Bentivoglio, alla qual favorisce etiam Vitel lozzo, che non molto se contenta per le cose de Ur bino, che li par el suo stado vegnir per dependenzia di quello di Urbino. El cardinal etiam non è troppo contento, ma se descarga con li altri, dicendo per lui esser pronto, e che facino contentarli altri. Se spiera per quelli che desiderano la cosa, che l'andata del protonotario Bentivoglio dal Duca e del signor Paolo Orsino a Bologna adattarà la cosa, e con que sta speranza el Papa e sui seguazi la affirmano; e, pur facendose, sarà necessario mudar capitoli in qual che parte, che non potrà esser senza qualche gra vezza del Pontefice; benchè però la Beatitudine Sua non sia nominata, ma tutto è fatto in nome del Duca de Valenza e questi putti, don Zuane e don Roderico, et el Papa non è nominato, nisi ad confirmandum. » Il cardinale di Ferrara ha sospeso la sua partenza per lettere del padre, « chè, meglio considerata la cosa, non li par sia tempo de vegnir in altro mazor su * L'altro fu Alessandro Nasi. Essi però furono spediti fin dalla sera del 5 novembre, e partirono il giorno appresso: così dai documenti dell'Archivio fiorentino. º Musigar vale masticare fra i denti o dire a mezza voce. GIUSTINIAN. – I. 14 210 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. spetto del Pontefice. » Si dice qui che a Ferrara si raccoglie gente « a furia » e si manda al Valentino, che spedisce le sue truppe al confine di Urbino e di Ca merino. 165. Il Papa dà notizia all'Oratore delle pratiche fatte dagli Orsini e da lui per ottenere, ciascuna parte, l'amicizia dei Fiorentini. Roma, 13 novembre 1502. « Ozi son stato a Palazzo, e conferendo con Nostro Signore circa l'accordo con gli Orsini, me disse che ancora non aveva avuta la total ressoluzione; ben però sperava che la cosa averia effetto, perchè la era redutta a poca difficultà, e molto se doleva delli Or sini, parendoli esser sta da loro contro ogni dover forte tortizato. Disse che non erano restati di tentar Fiorentini, promettendoli dar Pisa nelle mano. – E quelli pazzi li danno pur qualche parola, ma se ingan nano, perchè non li attenderanno cosa che li promet tino; chè Vitellozzo ha troppo gran dependenzia a Pi sani. – Et avendoli io detto: – Come, Padre Santo, potranno far Fiorentini questa cosa, vedendo la volontà del Cristianissimo Re tanto propensa al favor dell'EX cellenzia del Duca? – me disse: – Fiorentini non se curano de niuno; chè, per aver Pisa, dariano l'anima al diavolo, abandoneriano il Re di Franza, nui e tutto el mondo. – E qui tacitamente la Beatitudine Sua mi toccò etiam la pratica che lei aveva tenuta con Fiorentini, e che non li davano se non parole: disse Tortizar, Tortigiar, vale attortigliare, avvolgere; qui sta in senso figurato per ingannare. DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 211 de li dui oratori che mandavano in Franza, e mo strava far poco fondamento su quella pratica, e la disse etiam con certo modo che pareva non la sti masse. Nè fu vero, come fo ditto, che l'Archidiacono di Franza sia partito per Fiorenza, anzi credo non andassi più, sì come lui ore proprio ozi mi ha detto; con el qual rasonando in camera del Papagà, e doman datoli del partire, me disse: – Credo esser bello tornato. – Per tanto se iudica quella pratica sia risolta in niente. » Il Re vuole che monsignor di Gramont si fermi a Roma ancora l'inverno. La tregua di tre mesi con Spagna è fatta sui confini tra Francia e Spagna, non nel Reame. 166. Notizie di Roma, del Reame, di Paolo Orsini. Il conte di Pitigliano e il suo figliuolo inviano un messo all'Oratore veneto, per raccomandare le cose loro alla protezione della Repubblica Veneta. Roma, 14 novembre 1502. « Le cose de qui vanno tanto tacite, quanto dir si possa; non par che da niuna banda vegna niente da conto. Ozi Nostro Signore è stato a veder correre al cuni de questi uomini d'arme del Principe, che sulla piazza de San Pietro hanno giostrato, et in questo ha consumato tutta la zornata. Da poi pranso attende a metter in ordine questi omini che son molto de serti: bench'el Principe spesso facci pompa de essi per Roma, non se sa certo in che li voglia usar; chi dice per segurtà del paese qui torno Roma, chi una cosa e chi un'altra. De Reame etiam poco se intende, 212 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. se non che Franzosi prosperavano. Se univano in sieme tutte le sue zente per andar a campo a Barletta, e par che se prometteno certo de averla; pui de quelle cose poca verità se intende, perchè e l'una parte e l'altra se aiuta con busie a più potere. El si gnor Paulo Orsino se ritrova a Siena, et insieme con Pandolfo manizano le difficoltà che par siano in que sto accordo. Ognun biasima e carga la soma adosso a Paulo, el quale è stato el primo a far el male, e buona causa che tutti li altri siano venuti alla rot tura, et adesso lui solo quasi, contra el voler de tutti, vabia per l'accordo con tanto suo incargo, che ognun ne parla con poco onor di tutta quella casa. » Ozi mi è venuto a ritrovar uno domino Filippo Tiberino, con una lettera de credenza del signor Lodo vico fiolo de l'illustrissimo conte de Pitirano, e diceva mandarlo de ordine de suo padre, per intendere da mi che ordine avevo dalla Sublimità Sua in le cose sue; perocchè quella de lì aveva fatto intendere alli agenti per el signor conte, che io aveva buon ordine per le cose loro; e sopra ciò mi fece molte parole. Al qual dissi, che l'ordine che aveva, era d'aver raccom mandate et a cuore tutte le cose del signor conte, stato e fioli, non altramente che le cose della Illustris sima Signoria Vostra; perchè così lei le reputava per el singular amor che quel excellentissimo Dominio portava al signor conte per li meriti che la Signoria Sua aveva con quel stado; e che per tanto, dove l'ac cadeva interesse della Signoria Sua e tutti li suoi, io era pronto a farne ogni dimostrazion in nome de Vo * Così il testo. Pare da interpretarsi maneggia, tratta, o simili DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 213 stra Excellentissima Signoria. Li parse che questo fosse un ordene troppo zeneral, e disse che non li bastava, perchè volendoli offendere chi poteva, non restaria per questo. Lo persuasi a contentarsi, per chè, se ben lui voleva considerar, quel che si offe riva non era poca cosa; e che stessino de buon animo, perchè, stando sotto l'ombra del stato de Vostra Su blimità, come che erano loro, non saria a chi ba stasse l'anima di molestarli. E con queste parole ben satisfatto, se partite de mi, pregandome che io raccomandasse le cose sue alla Celsitudine Vostra. » 167. (Ai capi del Consiglio dei Dieci.) Il Papa tiene un colloquio segreto coll'Oratore veneto, e domanda con grande in stanza che la Repubblica entri in lega e in istretta amici zia con lui. * Roma, 15 novembre 1502. « Più volte Nostro Signore mi ha cegnato aver de siderio de ritrovarsi solo cum mi, e farme intender al cuni soi pensieri. Tandem, sabado da sera, per uno don Pietro Griffo pisano, al presente dalla Beatitudine Soa molto adoperato in le cose soe, mi feze dir che dome nega, alle 20 ore, me dovesse redur a Palazzo, perchè Nostro Signore desiderava esser cum mi sopra cosa de importanzia. A l'ora data me redussi; e zonto in camera del Papagà, trovai Trozo che me disse: – Ma º Questo dispaccio, ch'è il primo del nostro Codice, non vi è trascritto per intero, e la lacuna sta nella prima mezza pagina, che è lasciata in bianco. Ma nelle carte dei Dieci si è trovato il dispaccio originale in cifra, colla decifrazione fatta nella Cancel seria, e di questo ci siamo serviti per la stampa. 214 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. gnifico Ambassador, l' è più che mezza ora ch'io sum qui per voi: intrate, chè Nostro Signore vi aspetta.– E me condusse in li pozuoli sopra la piazza de San Piero, dove trovai el Pontefice solo; e mandato fuori Trozo, disse al secretario mio che se tirasse un poco a parte, e tiratome apresso de sì, e ne la ziera mi feze una demostrazion tanto benigna, quanto far se possi a omo del mondo. Ma prima che Soa Beatitudine se stren zesse a particularità alcuna di quello ch'el me Vo leva dir, soprazonsero tre reverendissimi cardinali, Santa Breseida, Santa Croce e Ferrara, a li quali feze dir che aspettassero un poco, pur per continuar de dirme quel che lui voleva; se non che soprazonsero etiam tutti do li oratori francesi, in modo che, non parendo a Soa Beatitudine far indusiar tanta brigata longamente, me disse: – Domine Orator, quel che vi volemo dir, importa bon spazio di tempo, e non volemo dar suspetto a quelli che sun de fora, per chè la cosa vuol essere secreta: un'altra fiata vi darò tempo che ritornarete qui. – E cum questo feze in trar i cardinali, etio mi parti'. Poi heri sera mi mandò a dir, per el medemo don Pietro, che per ozi a le 20 ore iterum mi aspettaria; e che dovesse andar senza il secretario; et essendo sopra l'ora del desi nar, mi mandò a dir che per ozi restasse, perchè el cardinal de Sanseverino doveva andare a Palazzo; e subito da puo' mi mandò a dir che andasse, perchè l'aveva revocà l'ordene al cardinal. E cussì andai. Subito fui introdutto a la Santità Soa, la qual cum benigna ziera mi racolse, et era in sala di Pontifici Pozuoli, balconi. DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 215 sola cum messer Adriano, al quale comisse che an dasse a far zerte cose. Poi la Beatitudine Soa, dite primo alcune onorate parole de la persona mia, che non acade che io scriva a le Excelenzie Vostre per le qual la Beatitudine Sua disse prender confi denzia de parlarmi, disse: – Ambassador, fina ora molte fiate vi abiamo fatto intender º el desiderio nostro de unirse con la illustrissima Signoria, e far de nui e lei una medema cossa. L'è vero, vi ab biamo ditto parole zeneral, e da Vui le abiamo abute più general. Se persuademo che tuto abiate notificato alla Signoria per l'officio vostro; et tamen mai non ne avete dito resposta che lei vi abi fata, la qual forsi non ha voluto responder, parendoli che nui parliamo a longe, e per qualche defidenzia che lei ha de nui. E però nui semo disposti parlarve più apertamente, come a persona che representa quel excellentissimo Domi nio; azò che vui li poniate dinanti a li ochi el cuor nostro, e che li significate le parole nostre, che sono dite cum tanta efficazia, che ben le potrano dechia rir l'animo nostro. – Poi, continuando, fece un longo discorso in dechiarir la miseria dove era reduta l'Italia, non per altro che per le diffidenzie di signori d'Italia, e che de zinque solevano esser, non sono se non due, e li tre sono in uno. E disse: – El stado de Milan è in man del Re de Franza, el Regno di Na poli ormai è etiam del ditto Re, e Fiorentini sono schiavi. Restiamo nui e la Signoria, e se voremo Di qui sin quasi alla fine del dispaccio, cioè alle parole « de quel dignissimo Dominio, o l'originale è in cifra, salvo qua e là parole e frasi staccate. 216 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. continuar ne le nostre diffidenzie per male opinion, dicemo cussì per nui come “pervui, presto vederemo la ruina nostra; perchè vedete che quelli 0ltramon tani (e non nominò alcuno particular) stano cum la boca aperta, e non aspettano altro che la opportu nità a sorbir el resto d'Italia. E non ve pensate che la cossa abitardato tanto, se non perchè non è stato el modo, ma de la Voluntà ve sapemo dar bon te stimonio che non ha mancato; e Vui etiam molto ben sapete quanto ve possiate fidare. Se nui vorremo aprir li ochi e pensar bene, li zegni che potemo aver veduti, sono tali che ne debeno far paura. E diremo prima de nui, che se messer Domene Dio non avesse posto questa discordia in Reame tra Franza e Spagna, se vederemo questo anno in gran ango scia; ma Dio ce ha posto la man. E quando le cose nostre fussero andate mal, non vi pensate vui esser fioli dell'oca bianca, che la non avesse tocata an che a vui; e benchè la potenzia vostra sia granda, da per vui soli poca aqua potresti portar a tanto foco. E però è bono che una fiata se spogliamo de suspetti, che se intendiamo insieme. Non abia quella Signo ria suspetto che nui li dichiamo parole per agabarla, nè che la vogliamo metter alle man, et altro che non saria per nui; e se quella, che è prudentissi ma, vorà considerar che in questa union intravien più el ben nostro che el suo, benchè sia comun bene, potrà molto ben esser certa che fa per nui es Serli fidel, perchè se inganamo nui medemi. Credete “L'originale ha bene: la correzione ci pare richiesta dal buon SenSO, DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 217 vui, Ambassador, che noi vossamo veder quella Si gnoria talmente oppressa, che in uno nostro bixo gno non avessamo un stado in Italia che ne aiutas se, precipue tale qual è quella Signoria, che sempre è sta' devotissima della Sede Apostolica? Molto ben cognossemo, quanto siano differenti li favori de quella Signoria, che è immortale, da li altri, de quali quando più se spiera, manco se ne ha, e quel che danno è tanto contrapesato, che manco mal saria a non l'aver ; perchè mai voleno che se li possi pagar quel poco fanno, e voleno che tuti li siano obligati, e loro non voleno esser ad altri. Prima che fazano per l'amico uno bene, li danno tante taglie che me teno in desperazione; ne avete ben provato anche vui la parte vostra in questa impresa contra Tur chi; ormai avete fatto experienzia de tuti. Sapemo come se governano li altri, e como se governa quella Signoria. La etade nostra è tale, che dovemo cer car de far opera, che possiamo lassar la posterità nostra segura de conservar quello li lasseremo, e questo non puol esser senza quella Signoria; e quello la die far certa che non la inganaremo, e che non Ve dicemo questo, se non perchè lo desideremo per ben publico e privato comodo de la succession nostra. Nui se volemo metter in le brazze di quella Signoria, che la comandi che faciamo cusi; e se non lo faremo, non ne creda. Sapemo ben, che non è stato altro che abi fatto chiuder le orechie a quel Dominio ad ascultarne, se non che non se fida; ma dicane la Voluntà sua, e che potemo fare che la se fida; e se non lo faremo, non se fidi. Nui avemo 218 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. qualche fiata fatto de le cosse che hanno avuto ap parenzia che per nui sia sta fatto più conto d'altri che de la Signoria; ma l'abiamo fatto per forza, perchè la Signoria non ce ha voluto cognoscer. Ora li volemo dar el cor ne le man sue; non refudi questa oblazione che li facemo, chè invero, se la non se inclina anche lei, adesso che nui se abiamo tanto umiliati verso lei, come vedete per le parole nostre, non potremo iudicar ch'el sia vero che l'abia tanto bon animo in le cosse nostre, come sempre lei ne ha fatto intender. Consideri lei, che è pru dentissima, se l'unirne con lei è benefizio nostro; e se cusì è cum effetto, se la ne tiene omo che co gnosca el bene, la iudicherà che cum realtà li aprimo el core. Se l'esser unito cum lei fa che li possiam far più mal di quello potemo adesso, non lo faza; ma se l'è el contrario, perchè non farlo? che li pol nuoser far una bona intelligenzia e stretta ami cicia cum nui? Chi se potrà lamentar de questo? Chi offenderàla, facendolo ? Farà quello che è stato sempre consueto de quel stato, de esser boni eccle siastici e defensori de la Sede Apostolica, per il che ha reportato gloria e nome immortale. – E sopra quelli soi longi discorsi, cum molte più parole che non scrivo a le Excelenzie Vostre, mi tene da solo a solo più de do grosse ore, ora stando sentado et ora levandose in piede, et alle fiate, passizando e tenen dome per mano, diceva: – Ambassador, Vui cognos sete meglio che nui li costumi e pratiche de la terra VOstra: consegliatine che modo seria bono a far que º Sentado, seduto. DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 219 sta cossa. Parlate cum nui liberamente, come faresti cum el confessore: qui non c'è altri che Dio, nui e vui. – Et in queste parole me cignò che, quando lui cre desse ch'el fusse al proposito, manderia un nunzio secreto alla illustrissima Signoria, perchè non apri ria questa cossa al suo legato, sempre replicandome la credenza che era necesario se dovesse tegnir in questa materia, dicendo: – Ambassador, parlemo cum vui solo, perchè se pur alla Signoria (chè non lo credemo, per esser la cossa bona per tuti a farla) paresse el contrario, non volemo che altri lo inten da; e cusì in nome nostro pregerete quella illustris sima Signoria, che vogli tener la cossa secretissima; perchè, per dechiarirvi la voluntà nostra, quel abiamo ditto, sono parole, che vui per la prudenzia Vostra cognoscete quanto l'importano. – Feze la Beatitudine Sua grande instanzia de aver qualche parer mio circa questi discorsi, e quel che iudicava dovesse far la Signoria Vostra. Non mi parse al proposito dirli cossa alguna, se non ch'io cognosceva ne la Signo ria Vostra una ottima Voluntà Verso le cosse de Sua Santità, e che in questa materia non avendo ordine da la mia illustrissima Signoria, per l'officio mio non podeva far altro, che scriverli sinceramente tute le parole che la Beatitudine Sua me aveva ditte. Me strense assai ch'io el facesse, e che se l'era possi bile, io representasse el cor suo a quella, como lui per la efficacia de le parole soe me aveva mostrato. Et in vero, Eccellentissimi Domini, parlando pareva el pèto se li aprisse, e che dal cor non da la boca li usissero le parole. Poi me disse, che per parte 22) DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. soa instantissime pregasse la Signoria Vostra se de gnasse de farli intender la Voluntà sua, perchè, es sendo quella che lui sperava e desiderava, li man deria carta bianca: se anche fusse altramente, el saria” quietar la mente sua e spogliarse de questo affezio nato desiderio, remanendo però sempre bon amico e padre de quel dignissimo Dominio. – E cum que ste parole mi dete licenzia. Da poi che fui slargato” al quanto, la Beatitudine Soa iterum me rechiamò, e domandò in quanti zorni io credeva poter aver rispo sta da la Sublimità Vostra. Dissi che non poteva sa per el certo, perchè poteva esser e più e manco, secundo come se potesse per le multiplice et impor tantissime occupazion de quel excellentissimo Do minio. Me disse: – Pregate la illustrissima Signo ria, che la fazi se abi presto. – 168. Il Papa riceve una lettera da Siena relativa all'accordo con gli Orsini e i loro confederati. Notizie di Camerino e di Urbino. Mala intenzione del Papa verso la Prefettessa. Roma, 15 novembre 1502. « Ritrovandomi ozi con la Santità di N. S., la Beatitudine Sua me mostrò una lettera de' 13 dell'in stante da Siena, sottoscritta de mano del signor Paulo Orsini e Pandolfo Petruzzo, portata per un Cipriano cancellier del signor Duca de Valenza, insieme con la sigillazion dei capitoli confirmati et in alcuna parte non variati da quelli, che za per altre mie ne ditino tizia alla Celsitudine Vostra. E scriveno costoro che º Saria, saprebbe: da saàr, contratto di saver. * Slargato, allontanato. DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 221 meglio etiam a bocca da Cipriano del tutto la Beati tudine Sua ne sarà dechiarita, et addimandano per queste lettere denari per dar alle zente d'arme, le qual tuttavia se avviavano verso Urbino e Camerin; e qui è el ponto; come che indubitatamente et in un subito li pare di aver recuperato tutti duo questi stadi. Proruppe in veemente maledicenzie de quei di Came rin, chiamandoli ribaldi, ingrati dei benefici recevuti da Sua Santità, perchè, da poi che lui li aveva cavati da quella tirannide et insupportabile servitù de quei tristi de quei signori, li aveva fatti esenti de molte angarie che i pagavano sotto coloro, e che li avea donato da 6000 ducati; e che per questa soa ingrati tudine, al tutto era disposto che i ne portasse aspra punizion, non refrenando nè obstando ad alcun impeto del Duca, che ben sapeva la Beatitudine Sua che lui li assettaria secondo i sui demeriti. Disse poi del duca d'Urbino, che la Beatitudine Sua intendeva che za l'aveva preso partito de fuzir, ma ch'el non se po teva persuader ch'el potesse partirse, perchè el suo Duca aveva messo diligentissime guardie a tutti i passi che lui pol passar per torse dal paese, e fa far accuratis sima diligenzia de averlo nelle mano; e crede che se fin ora el non se ha tolto via, el non abbi aver più tempo da tuorse. E disse la Beatitudine Sua: – Non sa pemo dove el se possi ridur, salvo che a Senegaia. – E crollando la testa, disse: – E quella Prefettessa” Giovanna di Federigo da Montefeltro, madre e tutrice del giovinetto Francesco Maria della Rovere, prefetto di Roma, la quale teneva in nome di lui, minorenne e profugo, il governo di Sinigaglia. - 222 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. non è in tutto buona, come la par. – Per el qual modo de dir e per le parole, se pol iudicar che abbi voglia de mandar a spariver “anco quella madonna. » 169. Il Papa riceve dal Re di Francia lettere favorevolissime alla sua politica, e le fa leggere in Concistoro. Roma, 16 novembre 1502. « Ozi è stato Concistorio, dove oltra li cardinali fo introdotti li oratori francesi, e rimase etiam el go vernator, messer Adriano et alcuni altri prelati; e qui, omnibus audientibus, Nostro Signore fece lezer due let tere del Cristianissimo Re, date a dì 20 del passato, l'una alla Beatitudine Sua, e l'altra al Collegio de're verendissimi cardinali, responsive ad altre scritte per la Beatitudine Sua e per el Collegio; per le qualla Sua Maestà primum se dole grandemente della rebellion dei stati de Camerin et Urbin, e della alienazion delli Orsini e confederati da Sua Santità; poi li conforta, con le più affezionate parole che scriver se possi, of. ferendo ai servizi e commodi della Sedia Apostolica e della persona di Sua Beatitudine tutte le zente, tutto l'aver et ogni poter suo, prontissimo ad esponer etiam la propria persona. Et in queste lettere danna et accusa e menaza tutti quelli che sono stati fin qui rebelli et avversi alla Beatitudine Sua, e quelli che saranno per l'avvenire; ringrazia poi i fideli, e se of ferisce dispostissimo ad ogni commodo e beneficio “Crediamo questa parola un corrotto di sparavier (sparviero), e la frase mandare agli sparvieri ci pare da interpretarsi, in senso figurato, mandare alla rovina, alla morte. Questo modo manca al Boerio, DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 223 loro; e fa special menzion de questi Romani che sono stati obbedienti alla Beatitudine Sua, come quelli che furono chiamati dalla Santità di N. S. in Concistorio za molti zorni, dei quali ne diti per altro mie aviso alla Celsitudine Vostra: lauda loro, lauda la terra, e dice de averli grandissima affezion, e vol vegnir una volta in ogni modo a vederla, e non manco per visi tar le reliquie sue santissime. Et è questa lettera tanto affezionata quanto dir se possi; nè altramente è quella dei reverendissimi cardinali. Due altre ne fece lezer, de 2 del presente, de monsignor reverendis simo Roano, de quello medemo tenor, non cusì ample, perch el se remette a quelle della Cristianissima Mae stà. Lette queste lettere, fece lezer una patente ch'el scrive al governator de Milan, per le qual commette che l'accommodi in ogni occorrenzia e bisogno el suo cusin Duca de Valenzia, e sia presto ad ogni sua richiesta, come faria per la persona sua propria. Per le qual lettere la Santità di Nostro Signore mostra star molto allegro, et innuisce quasi d'esser gramo" dell'accordio con Orsini, e dice etiam parole minatorie di loro; per il che se iudica che in ogni modo el vo gli far de loro, come ha fatto del Colonnesi. Fece poi lezer la lettera de Siena, sottoscritta de man de signor Paulo e Pandolfo, di che ne diti notizia per le mie de heri alla Celsitudine Vostra, con la sigillazion dei ca pitoli; ma io intendo per via fidedigna che pur in quei capitoli ce ne sono due svariati: l'uno, che Vi tellozzo vole ch'el Papa li dia qualche titolo in Città di Castello, o de governator o de vicario o altro, e “ Esser gramo, pentirsi. 224 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. così in un altro castello che lui tien, per poterli go vernar con qualche più onestà; l'altro è, che messer Zuane sia compromesso al iudicio solo del Cristianis simo Re. E dice costui che za la sentenzia è fatta, et è questa: che messer Zuane paghi 25 mila ducati al Papa in tre paghe, e lui lo lassa in casa. Quella cosa, benchè la non piaci molto al Pontefice, pur li convien consentir per respetto del Re de Franza; et ha questo consonanzia di verità, perchè la Maestà Sua, nelle sue lettere che sono risponsive, non fa una menzion al mondo de messer Zuane, e per quelle che i scrisse el Papa e 'l Collegio, li fu fatta specialmenzion delle cose sue: per il che se iudica che la Maestà Sua non sia con tenta che messer Zuane esca di casa, per non far mazor el Duca; e de zo molto ben se accorze el Pontefice. » 170. Giudizi del pubblico sugli Orsini e loro confederati. Movimenti militari del Valentino. Roma, 17 novembre 1502. Dell'accordo cogli Orsini e i confederati « non se parla, se non in vituperio de tutti, che bestialmente si siano mossi e con inconsiderato furor, poi più be stialmente accordati con poca segurtà, anzi mazor peri colo delle cose sue, et anche fattisi loro medesimi rei e benemeriti de ogni penitenzia, che per alcun tempo Nostro Signore sia per darli: comune opinione de tutti è, che con iustizia possi e debba far. » La ricuperazione degli stati d'Urbino e Camerino si crede da alcuni facile, perchè quei signori difettano di biade, e nessun ne dà loro. Altri la credono difficile per più ragioni: la care D1SPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN, 223, stia che impedirà anche il Valentino; la fortezza del paese, ove la cavalleria fa poco frutto; i popoli che di fendon se stessi; la stagione invernale. Ma il Valentino insiste; e il Papa gli ha mandati i denari per pagare le genti degli Orsini. Intanto egli inoltra le sue genti da Imola: si dice che abbia mosse le artiglierie, e che sia per muovere egli stesso. Continuano i sospetti e il mal animo del Papa verso il duca di Ferrara, benchè questi cerchi di tenerlo ben disposto. 171. Affari del Regno: insistenza della Regina di Spagna per la continuazione della guerra. -, Roma, 18 novembre 1502. L'ambasciatore spagnuolo smentisce al Veneto le notizie delle tregue che si dicevano dal Papa concluse tra Francia e Spagna. « La Maestà della Rezina era arrabbiata a questa impresa.... La Rezina, che altre fiate indolciva lo re, e lo persuadeva a non far guerra a Francesi, ora fa tutto el contrario; Vol guerra, e per niente vol sentir accordo. » Da Urbino si ricevono notizie non favorevoli al Duca. 172. Principii d'accordo tra il Pontefice e il Bentivoglio, per intermezzo del Re di Francia. Roma, 19 novembre 1502. Il cardinale di Napoli mostra all' Oratore veneto una lettera di Bologna de 15, in cui si diceva « Come el zorno avanti era ritornato a Bologna il protonotario Bentivoglio,el quale era stato quattro zorni a Imola con GiusTINIAN. – 1. 15 226 DisPACCI DI ANTONIo GIUSTINIAN. el Duca, sopra le cose sue: con lui era Remiro primario segretario del Duca. Tamen, per quanto si può com prendere, non era concluso niente, nè se faceva senza el Pontefice; e però messer Zuane averia instituito un orator al Pontefice per questo effetto, el quale d'ora in ora se aspetta qui, el qual vien per concluder le cose manizate e praticate tra el Duca et il protonota rio, intervenendo però l'autorità del Re di Franza; el qual messer Zuane vol che sia quello che faci la cosa per più sua segurtà e fermezza. Et il Re molto vo lentiera vol ch el Bentivoglio resti in casa, e ch el Duca sia alquanto depresso, non se curando de lui, se non quanto è l'interesse proprio, per il bisogno che l'ha del Pontefice, e per onor suo: benchè el Ponte fice non se serva con altro che con quella reputazion, forzata però ; et ha fatto levar fama ch'el Cristianis simo Re ha fatto il Duca suo capitano general contra quelle terre rebellate dalla devozion del Pontefice e de lui Duca; che sono di favori vani, ch el Re molto volentiera li suol dar, se pur è vero ch el sia. » Il cardinale Orsini venne a Monterotondo, passerà a Farfa, e fra tre o quattro giorni a Roma. º È menzionato dal Machiavelli nel capo VII del Principe, col nome di « messer Remiro d'Orco, o e in più luoghi della Lega zione al Valentino, col nome di « messer Rimino. » Una più esatta indicazione ci vien data da una sua lettera del 18 agosto 1502 alla Signoria di Firenze, dove si sottoscrive: Remigius de Lorqua, Ro mandiole etc. gubernator et locumtenens generalis. Intorno alla sua sciagurata fine, vedi il dispaccio 217 e la nota relativa. DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 227 173. Colloquio dell'Oratore col Pontefice. Notizie di Levante, d'Ungheria e di Polonia. Il pseudo-profeta. Raccoman dazione del cardinal Capace alla Repubblica Veneta. Roma, 20 novembre 1502. « Questa mattina son andato a Palazzo tanto a bon'ora, che Nostro Signore non aveva ancora aldido messa, e mi fece intrar, et aldidi la messa di Sua Bea titudine; et in quel mezo soprazonzero tre reveren dissimi cardinali, tra i quali era il reverendissimo Capace. Fornita la messa, Nostro Signore mi do mandò che io aveva di nuovo; e li dissi quel poco che per lettere private aveva delle cose di Levante, non digando però se non le buone, e tacendo quel che puol esser de cargo alla Celsitudine Vostra, come è il prender della nostra galia dalle sette fuste tur chesche. Li dissi delle cose di Santa Maura, delli avisi che si aveva del nuovo pseudo propheta, del progresso * Qui si riferisce probabilmente a quell'Ismail Sciab, di cui parla l'Hammer (Storia dell'Impero ottomano, trad. ital., vol. VII, pag. 159 e segg.), il quale Ismail aveva un carattere non solo po litico, ma anche religioso. I Diarii del Sanudo (Mss. nella Marciana di Venezia), ri ferendo in sunto questo dispaccio 20 novembre del Giustinian, usano queste parole: « Poi rasonò di Sophi. El Papa disse ha via lettere del legato suo in Hongaria di questo Sophi, el qual refeva esercito contra Turchi. » (Vol. IV, a c. 220 t.) Una «let tera de Cipro » nei Diarii medesimi, parlando del Sophi e della secta sophiana, dice: « Tra le altre cosse de memoria de gne, in despretio de la fede machometana fece intrar molti ca valli ne le moschee turchesche, et ligar cani come in stala, poi tute volse a li fundamenti minare. Un tempio veramente del Cri stiani, el qual erra stato altre volte mezzo ruinato da Turchi, fecelo reconziar et adornar.... Dicono dicto Sophis esser poten 228 DISPACCI DI ANTONIO GlUSTINIAN. el faceva, e dell'orator mandato al Signor Turco con el cappel rosso e spada etc. Il che dicendoli io, Sua Beatitudine chiamò appresso de sè questi tre cardi nali, e volse che aldissero il tutto. Poi disse Sua Bea titudine che de questo profeta aveva etiam lei copiosi avisi del suo legato in Ongaria; e chiamato messer Adriano, fece trovar e lezer la lettera, nella quale ol tre le cose del profeta (ch'el fu queste: ch'el portava la fazza coperta d'un velo, che era liberalissimo, e narra che per quelli paesi li era donati gran quantità de dinari, che lui non li accettava, ma li dava per reparazion de chiese et altre sue ceremonie, e che quanto acquistava, restituiva a chi l' era suo), se conte gniva che quel serenissimo Re aveva molta zente, ma hinc inde disperse, e che aveva protestato li ora tori della Illustrissima Signoria Vostra, che non fa cendo provision dei denari della terzaria corrente, le zente se desfantariano, chè lui non aveva el modo de sustentarle. Fu questa parte da me ben et accomo datamente iustificata con onor della Excellentissima Signoria Vostra, ita ch'el Pontefice e li altri resto rono molto ben satisfatti e laudorono la Excellenzia Vostra. Continuava poi quella lettera, che era ritor nato de Turchia el nunzio mandato da quella Maestà tissimo di danari et argento. I quali (popoli) vulintiera el sie gueno a sue spese, solum contenti de veder la faza del suo signor, qual observano con gran reverentia e devotione. » Poco di poi segue il « sommario di una lettera di Ragusi, narra la origine di Sophi, » la quale ripete più diffusamente le stesse cose. Qui il Sofi è chiamato Amir Scyaach : « el nome del dito Amir Scyaach se interpreta Propheta de Dio. » * Se desfantariano, si disfarebbero, si scioglierebbero. DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 229 per cason della pase con el Turco, e che l'era sta' audito dal Re, ecclusis consiliariis, ecceptis tribus, che fo el Strigoniense, il Conte Palatino et un altro; ben dice però questo legato, che parlando con el Re de questa pace, Sua Maestà la niega. Seguitava poi che il Re de Pollona aveva mandato un messo al Re d'Ongaria che, facendo pace, volesse includerlo an che lui; del qual Re de Pollona scrive, che gli Mosco viti gli avevano fatto danno etc.; e con questo fu alla fin della lettera. La qual finita de lezar, el Pontefice un'altra fiata, presentibus et audientibus li cardinali et altri, mi cominciò a tatararº de questa beata pace, quel che ne era e quel che io ne sapeva. Li dissi che era quel che altre fiate li aveva detto alla Beatitudine Sua, cioè che non era vera cosa che se dicesse in af fermazion de quella. Lui disse: – Per certo questa è una gran cosa che ognuno ne parli così sboccata mente, e che dalli luoghi dove la dovessamo aver, non venghi niente. – Dissi che questo a ponto dovea far certa la Beatitudine Sua e tutti li altri che la non fosse, perchè, essendo, la Illustrissima Signoria Vo stra, che va sempre con la verità, non la negaria nè tegniria occulta. Strinse le spalle, e disse: – El do veria ben esser così. – Costoro, Principe Serenissi mo, hanno ferma opinion che la Sublimità Vostra abi za conclusa la cosa; ma che, d'accordo con el Re d'On garia, la Sublimità Vostra la tegni occulta, finchè com º Tommaso, arcivescovo Strigoniense, creato nel 1500 car dinale del titolo di San Martino ne' Monti, e legato pontificio a latere per tutto il Settentrione. - * Tatarar, rifrustare, rimuginare. 230 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. pia el triennio della obligazione, per far spendere a questi li ducati 40,000, come se manuatim ghe li con tassero, senza diminuzione d'un soldo. » Al tuor licenzia da Sua Beatitudine, con grande efficacia mi racomandò il reverendissimo Capace, e ditto che in nome suo dovesse pregar la Celsitudine Vostra a darli el possesso dell'Abazia de Mozo, libe ramente resignata a lui per il quondam reverendo archiepiscopo de Nicosia; affirmando che di ciò Sua Beatitudine era per ricever singular apiacer dalla Si gnoria Vostra; et usò queste parole: – Scrivete alla Signoria che non sia scarsa in gratificarse questo cardinal, perchè la ne ha pochi in questo Collegio che li portino l'affezione che lui fa, benchè fa el de bito suo, essendo delli vostri. – Promissi farlo molto volentieri per comandamento de Sua Santità, e per li meriti de Sua Signoria Reverendissima; la qual poi, tiratome a parte, con grande umanità e re Verenzia me disse che lo raccomandasse alla Illustris sima Signoria Vostra. » 174. Notizie di Sinigaglia. Ritorno in Roma del cardinale Orsini. Roma, 21 novembre 1502. Qui non si parla che dell'impresa d'Urbino e Ca merino. « Pur si mormora che i voleno far un arsalto all'improvvisa a Senegaia, per torse quel stecco dalli occhi, adesso che li par aver qualche apparente apalia zion per quella demostrazion fatta da quella madonna in favor del fradello; º alla qual, per assai fededigna via * Moggio, in provincia del Friuli. * Guidobaldo da Montefeltro duca d'Urbino. DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 231 son avvisato che el fiol, che se ritrova appresso el reverendissimo ad Vincula, ha scritto, de ordene del cardinal, che velit eaponere omnes vires et facultates in defensionem del stado del duca de Urbin, perchè defendendo lui defende se medemo, per la affinità che hanno insieme e coniunzion de stadi, et anche per qualche sinistro segno che se vede; e che a questa cosa quella madonna è intentissima, e promette non se sparagnar in cosa niuna; e che, favorita dal cardi nal, ha bona summa de danari, i qual tutti la è pronta de spender per el duca d'Urbin. » Anche questi si dice che accresce fanterie; e parimente il Valentino. Giunse a Roma l'ambasciatore bolognese e Remolino con lui. Si dice che il Bentivoglio abbia anche mandato un ambasciatore a Luigi XII. Stasera, alle 24, giunse in Roma il cardinale Orsini, « sponte sua, perchè per la forma di capitoli el vegnir era in arbitrio suo. » 175. Contegno imprudente del cardinale Orsini in Roma, con poco gradimento dei suoi e del Papa. Affari del Benti voglio. Roma, 22 novembre 1502. L'ambasciatore bolognese non fu ricevuto dal Papa, che volle prima trovarsi col cardinale Orsini. « Tutto ozi el cardinal è stato con el Pontefice, dal quale ha avuto una bona et ottima cera, che quanto però la sia dal cuore, la Serenità Vostra, per la sa pienzia sua, lo pol iudicar. El cardinal, etiam, come se avesse francato º la corona al Papa, così se li ha appresentato innanti animosamente, e vol ch'el Papa º Messer Carlo degl'Ingrati. º Francato, salvato. 232 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. li sia obligato e che lo rengrazii, perchè publice l'af ferma che quanto stado ha el Duca de Valenza, lui gliel'ha conservado, e da lui lo puol recognoscere, per aver sempre frenato li rabbiosi appetiti de'colle gati, che dispostissimi andavano a non perdonare a niuna ruina del Duca, e che, da lui persuasi, hanno consentido allo accordo, al quale per niun modo vole vano dar orecchie; e credendo con queste parole gra tificarse el Pontefice, non fa l'effetto ch'el desidera, et acquista cargo da tutti universalmente, et anche poca grazia delli sui medemi, che per queste parole vieneno fatti più odiosi al Papa. » Domani deve aver luogo l'abboccamento tra l'oratore bolognese e il Papa. Questi vuole che v'intervenga l' Orsini, e il San severino vuol esservi per la Francia. « E za tutti do li oratori francesi publicano per tutto che le cose de Bo logna sono assettate, e che messer Zuane se ne starà in pace, pur ch'el sia obbediente alla Sede Apostolica, altramente che la Maestà del suo Re farà ogni demon strazion contra de lui. » 176. Diverbio tra l'oratore bolognese e il cardinale Orsini in presenza del Pontefice. Roma, 23 novembre 1502. « Ozi el cardinal Orsino con l'orator bolognese se sono ritrovati con el Pontefice, e non se sono par titi de lì che alterati de parole: el cardinal con l'am bassador quasi se dissero villania coram Pontifice, che favoriva il cardinal. » Causa n'è stata che i Bolognesi vogliono fare accordo separato, e non mescersi in quello degli Orsini. Il cardinale dice che ciò è contrario alle DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 233 lettere che essi continuamente scrivevano (e le trasse fuori); ma l'ambasciatore risponde di non saperne il contenuto. Tra i patti dei Bolognesi (che tutti non si sanno) è questo: Pagare al Valentino dugento caval leggeri e cento uomini d'armi per sei mesi. Il Valen tino vorrebbe inoltre duemila fanti, che ancora deve avere per l'accordo del 1504: ma a ciò i Bolognesi non aderiscono. 177. Affari di Bologna, Urbino, Camerino e Sinigaglia. Roma, 24 novembre 1502. Il Papa si lagna perchè la Repubblica Veneta fac cia cavalcare il conte di Pitigliano alla volta di Ravenna, giacchè questo non può avere altro fine che d'impedire il Valentino. L'Oratore smentisce la cosa con soddisfa zione del Papa. Aggiunse questi che le cose di Bolo gna erano accomodate, ma non ne dichiarò le condi zioni. Disse poi che l'impresa d'Urbino era facile, e che a quei popoli il Valentino voleva esser umano. Più dubbio è l'affare di Camerino; ma se non si viene a composizione, il Duca tratterà quei popoli crudel mente, tenendosi offeso da questi, per i benefizi fatti loro e per il giuramento di fedeltà ricevutone. «Pur per assai fidedegna via intendo la confirmazion di quel che per le mie di 21 scrissi alla Sublimità Vostra, che la intenzion de questi sia dar prima la botta a Senegaia, venendoli fatta, per tuor quella via de favor al duca d'Urbin, et anche modo de fuzir, parendoli che per niun altro luogo el possi uscir securo del paese che per questa via; la qual serrata, li par averlo a man salda. »

1502年11月25日

 178. Accordo tra il Papa e il Bentivoglio. Si dice che il Pontefice abbia annullati tutti i privilegi del cardinale Della Rovere, per il favore che questi presta alla Prefettessa in Sinigaglia.
Roma, 25 novembre 1502.
 Si fece l'accordo coi Bolognesi poco diverso da quello del 1501, avendovi il Papa voluto aggiungere qualche altra coserella per riputazione, ma non taleda farlo andar a male. « Messer Zuane ha quel che vole, chè restarà nel suo stato; ben se ha ditto questo, che per apparenza solamente messer Zuane mandarà qui don Hermes suo figliuolo, e questi de qui battizaranno che vegni per ostazo. Tamen per la venuta sua se farà le nozze del ditto don Hermes nella figliola del signor Iulio Orsino,

 Le nozze di Ermes Bentivoglio con Paola di Giulio Orsini eransi stabilite fino dal 1501.

che però son concluse za più tempo, come è ben noto alla Celsitudine Vostra, ma solum se farà le ceremonie consuete; e con questa coperta ritornerà a Bologna, e sarà reservato l'onoral Pontefice, e satisfatto anche messer Zuane. Aspettarasse di quanto è soprascritto risposta da Bologna, che sarà confirmazion della cosa, la qual sarà poi ferma tra tutte do le parti con autorità del Cristianissimo Re, sopra la qual par che messer Zuane faci tutto el so fondamento.
 » Per via de messer Gabriel da Fano, che de qui fa i fatti del reverendissimo cardinale ad Vincula, intendo ch'el Pontefice ha revocato et anullati tutti li privilegii et indulti di esso reverendissimo cardinale; non se intende che sia per altra causa che per le cose di Senegaia, parendoli che quanto fa quella madonna, tutto sia per favor del cardinal; tamen la cosa non è ancora divulgata, nè el Pontefice se cura che altramente la sia fatta palese, chè pur ha qualche respetto, non sapendo se de questa cosa se abbia resentir el Cristianissimo Re. Questo confirma la volontà che hanno de far l'arsalto a Senegaia, del che par che ogni ora più se parli. »

1502年11月26日

179. Notizie di Firenze. Grandi dimostrazioni di benevolenza del Papa al cardinale Sanseverino, e del Valentino al capitano Fracassa fratello del cardinale. Roma, 26 novembre 1502. Il segretario fiorentino, residente in Roma, dà no tizia all'Oratore veneto, che Firenze aveva condotto du gento lance francesi sotto due capi, per soddisfar il Re; « e non se potè contegnir de dir queste parole: ch'el Re aveva apiacer de tenir zente d'arme in Italia, e non le volendo pagar lui, procurava tegnirle a spese d'altri. » Rispetto alla condotta del marchese di Man tova, disse che dovea principiare al marzo, ma pro babilmente non avrebbe luogo, «perchè chi fu causa che la seguisse (e cegnò el Re de Franza), non par che adesso se contenti che la Vadi inanti. » Il marchese è in Francia, perchè il Re desidera d'averlo vicino, e, per gli avvisi che si hanno a Firenze, non pare che debba venire tanto presto. È prossimo l'arrivo dell'am basciatore di Firenze (Soderini) a Roma: lo sollecitò il cardinale Sanseverino, a quanto dicesi, perispecialinca rico avutone dal Pontefice. Il gonfaloniere non mostrava d'esserne troppo contento, perchè non si credesse volesse sollecitare il cardinalato per il fratello vescovo. 236 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. « Fracasso è in tanto favor e grazia del Duca de Valenza, che dir non si potria; sta zorno e notte con lui, lo ammette in tutti li suoi secreti, nè par sappia deliberar cosa del mondo, massime militare, senza Fracasso, el qual se ha eletto come maestro e pre cettor nell'esercizio delle arme: il che accresce la benevolenzia del Papa verso il cardinal, la quale in vero è per adesso tale che supera tutti li altri cardinali, per esser natura del Pontefice molto inclinarse a quella gente dove è il suo bisogno, e non cognoscere alcuno, se non tanto quanto fa al proposito suo. » 180. Notizie del Regno. Corre voce che le genti del Valentino si debbano avviare, insieme colle francesi, verso il Regno. Roma, 27 novembre 1502. Il Papa in Concistoro e l'ambasciatore francese confermano la fuga di Alfonso Sanseverino da Bar letta alla parte dei Francesi. Le genti francesi, che si trovano in Romagna col duca Valentino, andranno tutte verso il Reame. Al Papa giunse notizia che alcune terre degli stati del principe di Squillace, suo figlio, s'erano ribellate a favore del principe di Rossano. 181. Conferma della voce surriferita. Roma, 28 novembre 1502. Continua la voce che le genti francesi ausiliarie del Borgia passeranno nel Reame, e insieme ad esse andrà il Duca colle sue genti, differendo le imprese di Urbino e Camerino. Le genti francesi e le ducali si riuniranno in Imola. DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 237 182. Riunione delle genti del Valentino in Imola. Notizie del Regno. Roma, 29 novembre 1502. Il cardinale di Napoli conferma le voci sull'an data delle milizie del Duca nel Reame, « mostrando dubitar quello vogli significar questa union de zente ad Imola, parendoli che la debi esser qualche machi nazion de quelle che per questi far si sogliono, che non se intendeno, se non da poi fatte. » Da lettere pervenute allo stesso cardinale l' Ora tore raccoglie che monsignor De la Lande fu ammaz zato a Taranto; che in Calabria gli Spagnuoli erano ingrossati e padroni della campagna; che hanno chiuso in Nicotera, terra presso la marina, i principi di Sa lerno e Bisignano, e monsignore d'Aubigny; Potenza con altre terre vicine essere ribellata; i Tedeschi es sere presso a Barletta. 183. Colloquio del Papa coll'Oratore veneto sopra le cose del Regno, che cominciano a palesarsi sfavorevoli alla Fran cia. Notizie varie. - Roma, 30 novembre 1502. « Trovai Sua Beatitudine non molto aliegra; e con ferendo varie cose mi confirmò la union de la zente a Imola, poi disse che le toriano la via del Reame. Cum accomodato modo recercai la Sua Beatitudine, se andavano adesso o pur se mettevano qualche tempo de mezzo; e me respose che prima expediriano quello che se aveva a far in Romagna, e disse le imprese de 238 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. Urbino e Camerino, ma con un zerto modo freddo, e non con la solita vivacità. De la persona del Duca modestamente adimandato, se andaria con le zente in Reame, Sua Beatitudine me respose: – In vero, do mine Orator, de questo non avemo lettere, nè ve sa pemo dir niente del certo. Nè fa per nui ch'el vadi, anzi la reputassemo per una mala nova se 'l fosse constretto, ita ch'el convegnisse andar, perchè non è al proposito nostro romperse tanto con li Reali di Spagna. – E, scorlando la testa con atto de passion, strense la bocca, et alzati li occhi in suso, stette un pezzo, poi disse: – El Re de Franza molto si serve de la persona del Duca e dell'autorità nostra; et assai più che nui non femo de lui, dal qual avemo parole as sai e li fatti scarsi. E pur convegnimo far quello ch'el Vuole, non perchè non conosciamo ch'el fosse meglio far altrimente, ma perchè la necessità ne lo fa fare. – Poi me disse: – Avisandove, Ambassador, che li Spagnuoli sono ingrossati, e le cose sue comenzano andar bene; e vedereti che se mantegnirano in repu tazione, e daranno assai che far alli Francesi. Però molto bona cosa saria temporizar con l'uno e con l'altro per questo inverno, e veder poi come anda ranno le cose, et attaccarse alla parte più secura, per chè dubitemo forte ch'el Re de Franza convegnirà romagnir “ solo, et averà assai che tirar, se le cose vanno avanti. – Aggiunse che per lettere avea noti zia della pace tra il Re de' Romani, l'Inghilterra e l'arciduca Filippo d'Austria. E confermò la notizia Romagnir, forma antica del dialetto veneto per rimanere. della prossima venuta in Roma del fratello del Gon faloniere di Firenze, come oratore di quella Repub blica. “ 184. Maneggi segreti del Papa coi fuorusciti perugini contro Vi tellozzo. Invio del cardinale Arborense (Iacopo Serra) legato a Perugia. Roma, 1 dicembre 1502. Nulla, per ora, di Bologna. « Ho etiam per assaibona via inteso ch'el Pontefice ha ricercato alcuni forussiti perusini e de Civita de Castello, inimici de Vitelloz zo, se li bastasse l'animo far qualche novità in quelle terre, con quel favor che Sua Beatitudine cautamente li potria dar, e disse da 400 in 500 cavalli ; ma non ho possuto intender che cosa abbino loro resposo, nè anco che se sia venuto in alcuna resoluzione; che è manifesto indizio di quel che ognuno rasonevolmente iudica, che queste soe composizioni abbino da durar tanto quanto starà la opportunità a prestarsi al Pon tefice de far le sue vendette. E de questa cosa ne è etiam qualche indizio, perchè con gran fretta el Pon tefice spazza el cardinale Alborense legato a Perosa, * Come già si è notato a pag. 101, Gianvittorio Soderini giunse in Roma il 7 di dicembre: il suo ingresso è descritto nel Diario del Burcardo: « Feria quarta, septima mensis decembris..., post prandium, intravit Urbem per portam de Populo magnificus dominus Ioannes Victorius de Soderinis, utriusque iuris doctor, frater reverendi domini episcopi Volaterrani, orator Florentino rum, qui de mandato Papae receptus fuit et associatus a familiis Suae Sanctitatis et omnium cardinalium usque ad domum praefati domini episcopi fratris sui, sitam in burgo Sancti Petri, in qua hospitatus est. Equitavit medius inter Gubernatorem Urbis et ar chiepiscopum Ragusinum. » (Ms. Magliab., tomo III, a c. 167 t.) 240 DISPACCI DI ANTONIO GlUSTINIAN. el qual, benchè fusse li superiori zorni deliberato che andasse alla legazion soa, tamen non credeva partirse cusì presto, come ora è spinto, e serà fra tre o quat tro zorni alla più longa.

 Partì il 3 di dicembre: « Sabbato, tertia mensis decembris, reverendissimus dominus cardinalis Arborensis recessit ex Urbe, iturus Perusiam, ad legationem suam ibi destinatam. » Così il Burcardo. (Ms. Magliab., tomo III, a c. 467 t.)

1502年12月2日

 185. Colloquio del Papa coll'Oratore veneto, a proposito degli affari di Camerino e del Regno. Il Papa fa nuove e calde raccomandazioni per ottenere una franca alleanza dalla Repubblica di Venezia.
Roma, 2 dicembre 1502.
 Ozi sono stato a Palazzo, et essendo in camera del Papagà, vidi vegnir el vescovo de Camerino

 Fabrizio d'Ercole Varano, dei signori di Camerino.

da Nostro Signore, el qual me era ditto esser zonto questa mattina, con poca speranza d'accordo. Fu prima introdotto che mi, e non stette molto con Nostro Signore, che fu chiamato dentro l'abbate d'Alviano,

 Bernardino di Francesco d'Alviano, abate di San Valentino al Piano.

che è fratello de don Bartolommeo d'Alviano condottier de Vostra Sublimità, et insieme stettero per circa un'ora, nel qual tempo Nostro Signore mi mandò a dir ben tre fiate che non me partisse, chè omnino el me voleva parlar. Stetti quanto piacque a Sua Beatitudine, poi introdotto, mi disse: – Domine Orator, abbiatemi excusato, se Vi faremo tornar a casa de notte: è stato necessario far cusì per expedir questo abbate, el qual doman de mattina mandemo a Camerino, perchè questo vescovo ch'è venuto pur ne ha portato qualche speranza di bene. – Respusi che la Beatitudine Sua non dovesse far questa excusazion, perchè io era in questo loco, in nome de Vostra Illustrissima Signoria, per star ad ogni obedienzia sua, e che questa expettazion me era stata de piazer, perchè me per suadeva la Santità Sua averme tenuto per communicarme questo conferimento, azò ne potesse dar notizia alla Serenità Vostra, la qual de ogni contento de Sua Santità ne rezeveria singolar gaudio. Mi disse: – Domine Orator, in verità vi potemo dir poco di questa pratica, perchè la non ha fondamento. Mandasse mo questo vescovo a Camerino, come credemo abbiate inteso, el qual non è troppo grato a quelli di là, e poco ne ha riportato di momento, ben però qualche speranza; e però abbiamo deliberato mandar l'abbate, el qual partirà domattina, e se averemo qualcosa de bon, vel faremo intendere. – Poi me disse: – Avisandove, che abbiamo inteso ch'el vescovo de Cai

 Era allora vescovo di Cagli frate Gaspare Gulfi della Pergola, che fu poi fatto uccidere da Ugo Cardona. Cfr. Ughelli, Italia Sacra.

ha mandato a dimandar salvocondutto, per andar in nome del duca d'Urbin a ritrovar el Duca nostro, el qual è stato difficile a concederghelo; pur ghe l'ha dato, et è andato. Non sappiamo quel che faranno, pur noi saressemo molto contenti che le cose se conzasseno de plan, per molti boni respetti. – E ne disse uno, che è questo: – Perchè non vorressemo che Franzesi andassero a guastar le nostre terre, chè, ve promettemo, i portano con sè el fuogo, non hanno respetto nè a amici nè a inimici, e parli che ogni danno fazzino in Italia, sia poco;

 Vedi, a questo proposito, il dispaccio 37 della Legazione al Valentino, del Machiavelli, dove l'accusa, che dà qui il Papa ai Francesi, è estesa a tutti i soldati di Cesare Borgia.

avisandove (disse) che in Ferrarese hanno fatto un gran danno al duca de Ferrara, benchè lui li abbi onorati e carezzati e fatte le spese. – E subiunse che questi zorni fu ditto che avevano messo a sacco Arzenta; – tamen da puo' abbiamo inteso che non è vero. – E parlando de' Franzesi, disse che le zente loro andariano in Reame; e poi con un certo segno di dolore disse: – Et anche dubitemo forte ch'el Duca non vadi, benchè non ne scriva. – E subiunse: – L' è mal aver a far con zoveni! Se pur lui vorrà andar, nui non ne volemo saper niente, nè poner parola, chè non faria per nui. – E levatose de sedia, me prese per mano, e disse: – Facciamo un poco de exercizio. – E passizzando me disse: – Vui vedete, Ambassador, come l'uno e l'altro di questi duo Re, de Franza videlizet e de Spagna, si sforzan di expeller l'un l'altro del Reame, ch'è cosa di grandissima importanzia; e tamen par che non se vogliamo svegliar a far qualche remedio: perchè volemo che sappiate che mal seria per nui, et anche per vui, che Spagnuoli avessero el Regno, ma molto pezo anco ch'el fosse tutto de' Franzesi, perchè ne tegneriano serrati qui dentro, e non vorriano che fossimo appena soi zagi,

 Zagi, cherici.

e vui anche non staresti troppo bene. Per l'amor de Dio, deponiamo queste nostre diffidenzie; intendemose un poco insieme, e provvediamo alla salute de Italia. Nui semo per morir, e serà presto, perchè la etade nostra per natura el rechiede, e dovemo considerara che modo lasciamo la Italia, avendo maxime a lassar pegno dopo nui. Vui che sete immortali (perchè la Signoria vostra non muor mai), che l'avete a galder

 Galdèr, voce antica del dialetto veneziano, che significa godere il possesso o il frutto di una cosa.

più tempo, ne dovete anche metter più cura che li altri; e tamen par che non la volete extimar, con zerti vostri respetti non ben a proposito. Sapete quel che dice la brigata? I dice che sete troppo savi, e che volete veder troppo. Ve dicemo che non è mal ascoltar chi Vi prega: bastavi a esser savi, e lassate stare quel troppo, che spesse fiate vi noce. Vi abbiamo ditto molte fiade simel parole; non volemo restar di replicarvele per discargo nostro. Scrivete a quella illustrissima Signoria, che vogli ben considerar, e non sia tanto scarsa in farse intendere ad un Pontefice, che desidera esser suo. – Poche parole li dissi in risposta, e solum rengraziai la Santità Sua del bon Voler suo verso la Excellentissima Signoria Vostra, la qual dissi che molto ben corrisponderia alla Santità Sua di questo bon animo, del che la Santità Sua se ne averia possuta far zerta non solamente con parole, ma con veri effetti, alli bisogni soi; e cusì, sempre che l'accadesse, la era anche per veder; perchè la Excellenzia Vostra non era mai stata ingrata a chi se li mostrava benivolo; e che a mi non bastava l'animo cum parole dir tanto de la bona mente de la Sublimità Vostra verso Sua Santità, quanto lei sapeva et aveva veduto per experienzia. E cum questo presi licenzia da la Beatitudine Sua, che era omai tre ore di notte.

1502年12月3日

186. Notizie di Sinigaglia, di Camerino e d'Imola. Roma, 3 dicembre 1502. I Fiorentini stanno in sospetto sempre crescente per la riunione dei soldati del Valentino in Imola. « Nè manca etiam la suspizion de l'impresa de Sene gagia, per le continuate parole del Pontefice contrade quella madonna, de la quale ozi in Segnatura ne parlò con non mediocre querela, accusando che l'era ini mica e rebella sua e de Santa Chiesa, e che non ces sava de dar favor et aiuto alli inimici di Sua Santità. E disse che, per dar favore al duca d'Urbino, aveva impegnate le zoie e vestimenti soi, e che non era ben fatto ch'el duca d'Urbin sia suo fratello, e molto se extese contra lei. » Quei di Camerino uscirono e pre darono frumenti, di cui difettavano. Il Valentino, se condo quello che dice il Papa, non s'è ancora mosso da Imola; ma diede a Paolo Orsini le paghe per le sue genti che dovevano andar verso Urbino; « e Paulo prometteva expedirli presto quella impresa; et, al creder che mostra Sua Beatitudine, sta in pensier che per Nadal debba esser fornito ogni cosa, e ch'el Ducali promette venir a far le feste cum lui. » Altri non crede ciò, salvo il caso che, lasciate quelle im prese, il Valentino passasse da Roma per andare nel Reame. DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 245 187. (Ai capi del Consiglio dei Dieci.) Insistenza del Papa nelle sue proposte di alleanza a Venezia. Roma, 4 dicembre 1502. Il Papa si meraviglia che da Venezia non sia stato ancora risposto alle sue domande d'alleanza, e insiste perchè l'Oratore scriva nuovamente. Questi scusa il ritardo coll'importanza dell'argomento, e colla molti plicità delle occupazioni che ha il governo della Re pubblica. Il Papa: « – Ben (disse) alla bon'ora: l'è buon che una fiata se ressolva, e quanto più presto, tanto sarà meglio. Scrivete, e fate ogni istanzia d'aver la risposta, perchè nui la desideramo con ogni atten zione, che pregamo messer Domenedio far che la sia buona, e tale che l'una parte e l'altra abbia retro VarSe COntenta. – o 188. Colloquio del Papa coll' Oratore veneto intorno ai fatti del Regno, e alla pace tra la Repubblica Veneta e il Turco. - Roma, 4 dicembre 1502. Il Papa avvisa l'Oratore, che la Spagna mandò denari nel Reame: « non disse però quanti...; ch'el Re etiam si metteva ben a ordine, e le cose andariano molto strette. – Avisandove (disse), Ambassador, che quelli Orsin ogni zorno fanno partiti, e si offeri scono al Re de Spagna, loro soli in un tratto far sal tar li Francesi fora de l'Abruzzo. Però è ben tempo rizar, come ve dicessemo l'altro zorno; ma non faria nè anche per nui, che nè l'uno nè l'altro di questi 246 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. Re avesse tutto el Regno. Non siamo così pazzi, dico de nui come de vui, che lo lasciamo venir in man d'un signor solo, chè ve abbiamo ditto, et iterum ve dicemo, che nui faressemo male, e Vu' anche non fa resti bene. Svegliatevi et aprite gli occhi, che ormai l'è el tempo: avemo quattro mesi di tempo. (E co menzò a numerarli mesi fino a primavera.) Si puol far in questo tempo pur assae pensieri e molte bone provisioni. – Passa poi il Pontefice a parlar della pace, che egli, per lettera ricevuta, dice saper conchiusa fra la Repubblica e l'Ungheria col Turco, « con questa con dizione, che fussero inclusi tutti li altri cristiani; • e dice che meglio sarebbe stato unirsi a combattere il Turco; ma poichè ciò non può farsi, è contento, se tutti sono inclusi nella pace, col favor della quale Venezia potrà più attentamente « provedere anche al bisogno de Italia; – la qual non se puol redrizar senza vui, che sete restati soli cum nui de cinque che altre fiate eravamo. – , L'Oratore insiste a ne gare la pace, e il Papa nuovamente se ne chiama con tento, quando tutti vi siano inclusi. 189. Accordo con Bologna. Roma, 5 dicembre 1502. L'accordo con Bologna pare concluso. Bologna dà al Duca 100 uomini d'arme (se non le sarà possi Nell'Arch. Fior. (Lettere ai Dieci, filza dell'ottobre-dicem bre 1502, a c. 252), trovasi una copia dei capitoli dettati dal Papa, che servirono di base a quest'accordo, con le date e le sottoscri zioni seguenti: « Actum Rome in camera sanctissimi domini no stri Pape, camera Papagalli, in presentia Sue Sanctitatis, pre DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 247 bile essere esonerata da questo) e 200 cavalleggeri pagati per sei mesi, e diecimila ducati; la quale somma è stata messa nei capitoli, si dice, per ri putazione del Papa, ma probabilmente non si darà. Il Papa conferma tutti i privilegi dei Bolognesi, e i capitoli del 1501 ; lascia messer Giovanni Benti Voglio al governo di Bologna; e accorda che questa città continui a reggersi come finora. Una sorella del vescovo d'Elna sposerà il primogenito di messer sentibus reverendissimis patribus dominis Francisco Troche et Michaeli Romolino, cubiculariis Sue Sanctitatis, die mercurii xxiij novembris M502. – Hadrianus sanctissimi Domini Nostri secretarius et thesaurarius generalis m. p. » Anche il Machiavelli (Legaz. al Valentino, dispaccio 32, del 2 dicembre) riferisce som mariamente i capitoli dell'accordo. Le varie compilazioni, nella sostanza, differiscono di poco fra loro. Di questo vescovo, Francesco de Loris, che fu poi cardi nale, abbiamo già dato un cenno nella nota 2, a pag. 102. Aggiun giamo qui che il suo vescovato è espresso nei documenti e negli scrittori con varia ortografia. Il Machiavelli lo chiama sempre vescovo di Euna (Legaz. al Valentino, dispacci 14, 24, 32, 38): così pure è chiamato nella copia dei capitoli con Bologna, citata nella nota precedente. Il Giustinian lo appella Helna nel di spaccio 89; qui, Heulum (?). Il Tomasi (Vita del Valentino, Monte chiaro, 1655) menziona a pag. 245 un vescovo d'Elva, commissa rio generale dell'esercito contro Urbino, e a pag. 565 parla del parentado da stabilirsi tra il Bentivoglio e il vescovo d'Enna. Il Fleury, Hist. ecclesiast., lib. CXX, in principio, lo appella vescovo d'Elvas; Elvense, anche il Ciaconio; il Raynald, Elnense. Ora, avendosi Elva o Elvas in Portogallo, e Elna in Francia, ambedue città vescovili, questa varietà di lezioni può generare confusione; ma la forma Euna della maggior parte dei documenti contempo ranei ci fa propendere per Elna; e ogni dubbio poi ci è tolto dai compilatori della Gallia Sacra, che annoverano tra gli episcopi hele nenses, sotto la data del 1499, « Franciscus IIl, de Loris, valen tinus, Alexandri VI, si non nepos, at saltem affinis; » al quale 248 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. Annibale, figliuolo di messer Giovanni. Per fasto si dice quel vescovo esser parente del Papa, ma non gli è che lontanamente affine, essendo parente del cardinale di Monreale (Giovanni Borgia), nipote di Alessandro. 190. Grosse spese del Papa per mantenere le soldatesche del Valentino e le francesi. Voce che il Papa sia per offrire la condotta di capitano delle milizie della Chiesa a Bar tolommeo d'Alviano. Roma, 6 dicembre 1502. Il vescovo di Cagli e Paolo Orsini trattano la composizione tra il duca d'Urbino e il Valentino, ma difficilmente riusciranno; perchè l'uno vuol rima nere dov'è, e l'altro vuole che se ne vada. Il Papa desidererebbe l'accordo per molte cause, ed una è « che per questo inverno mal se puol campizar, nè ha con sè el Duca altre zente, da poche in fuora delle soe, che son circa 100 omeni d'arme; che le fran zese, che son circa 400 lanze, moreno de fame, nè hanno modo di viver; et ogni zorno el Pontefice con vien seccarse de denari, ch'el Duca el tien zuzado. “ succedette nel 1506 il cardinale Arborense, Iacopo Serra. (To mo VI, col. 1065.) E qui cade un'altra osservazione. Nel dispaccio 50 il Giu stinian parla di un vescovo di Crema, governatore del campo: il testo è chiaro, ma evidentemente errato, perchè il vescovato di Crema fu istituito da Gregorio XIII, con bolla dell'11 aprile 1579. Crediamo ora (confrontando il citato passo del Tomasi, pag. 245, con vari luoghi dei dispacci del Machiavelli, dai quali apparisce che il vescovo d'Euna era commissario presso il Valentino) che debba in quel luogo leggersi correttamente «vescovo d'Elna. » Zuzado, succhiato, smunto. DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 249 E pur heri de notte, come per fidedignavia ho inteso, ha rimesso ducati 18 mila a Fiorenza, dove el Duca die mandar a tuorli; e con instanzia cerca di remet terne altri 3000 tra Rimano e Pesaro, e non trova chi lo serva, senza mazor botta che non ha avuta de quelli de Fiorenza, e sun sta remessi cum botta de una per cento, e qui ne usiamo dua e non manco. » L'abate d'Alviano disse al cardinale Capace che il Papa vor rebbe che Bartolommeo suo fratello, finita la ferma colla Repubblica, andasse a servir lui, che lo farebbe capitano e lo porrebbe sopra agli Orsini. « E questo lui iudica esser desiderato dal Pontefice, el qual, non se fidando troppo de Vitellozzo nè delli altri Orsini, vor ria costui per sullevarlo e tegnirlo per scontro de li altri. Tamen me ha fatto intender esso cardinal, che l'abbate li ha ditto che quella matieria” non faria mai suo fratello, nè lui lo consigliaria la facesse, parendoli che per adesso suo fratello è fondato supra firmam petram, et in fundamento immutabile, e de qui staria in aere, e quando li altri fossero depressi, che nè anche a lui si averia respetto, nè li saria fatto avan taz0 alguno. » 191. Pratiche di Giampaolo Baglioni. Difficoltà con Bologna. Roma, 7 dicembre 1502. Le istigazioni del Papa ai fuorusciti perugini, e l'andata del cardinale Arborense a quelle parti, in º Botta, scapito, perdita. º Matierìa, e più correttamente materia, vale mattezza, azione da matto. 250 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN, dussero Giampaolo Baglioni a mandar un'ambasciata al Papa, per assicurarlo della propria fede. All'accordo di Bologna il Valentino non mandò ancora conferma; e quindi si teme, o che non lo approvi, o che pro trarrà gl'indugi, per assalire Bologna poco difesa. Anche l'oratore bolognese non si tiene in Roma troppo sicuro. A Bologna intanto stanno in guardia, fidando anche nella cattiva stagione e nella scarsezza delle sol datesche del Valentino, il quale non potrà far nulla, se non ha qualche accordo dentro la città: del che al cuni sospettano. 192. L'Oratore dà comunicazione al Papa della pace che si sta conchiudendo tra Venezia e il Turco, domandando l'as senso del Pontefice, come capo dei collegati. Questi si mostra riluttante a concederlo, e rimette la risposta de finitiva al Concistoro del giorno successivo. Roma, 8 dicembre 1502. « Ozi, a ore circa XX, ho ricevuto più lettere di Vostra Serenità, cum la consueta e debita mia rive renzia, inter alias una de primo dell'instante da esser communicata a Nostro Signore, in materia de la pra tica della pace con el Signor Turco; º qua perlecta, et diligenter considerata cadauna parte di essa, andai a Palazzo, et introdutto a Nostro Signore, mi domandò s'io portavo buone nove. Dissi: – Bone, Pater Sancte, e necessarie per la salute universal della repubblica cristiana. – E con accommodata forma di parole, premisso uno opportuno preambolo, explicai alla Bea Vedi in fine del volume il Documento II. DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 251 titudine Sua tutta la continenzia della lettera, ben ponderando et exagerando, al luoco suo, cadauna rason e prudentissimi respetti toccati in quella della Cel situdine Vostra, per li quali manifestamente si con clude la necessità de attender al fine de quella pratica. Parlando, sempre aveva l'occhio al viso del Ponte fice, per ben conietturar, da qualche atto ch'el fa cesse, la mente di Sua Santità; e viti che molto si mutò ne la faza, facendo ora un atto ora un altro, che indicava la displicenza soa, la qual fu poi più ma nifestata da le parole dette, che primo furono queste: – se tal pratica se proponeva con inclusion de li altri principi cristiani, ovveramente non ? – Dissi che la Illustrissima Signoria Vostra aveva sempre avuto non manco respetto al resto della Cristianità, et alla conservazion et augumento de la fede e religion cri stiana, per la qual aveva sempre combattuto, che al stato suo proprio, come per experienzia sempre ha fatto a tutto el mondo manifesto; e che non era da dubitar che, occorrendo a quello pericolo alcun, quel eXcellentissimo Dominio dovesse mancar dal suo con sueto e laudabil instinto, nè abbandonar la repub blica cristiana. – Ben (disse), Ambassador, se avete qui la lettera della Signoria, fate che l'aldiamo. –Pa rendomi quella esser prudentissima e ben iustificata in cadauna parte soa, non mi parse fuor di proposito satisfar a questa petizione de Sua Santità; e letta che fu la lettera, et attentamente audita, disse: – Nui abbiamo questo medemo e qualche cosa de più dal nostro legato in Ongaria, el qual ne scrive aver re sposo al serenissimo Re d'Ongaria, quando li comu 252 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. nicò la cosa, che lui non aveva ordene nostro in que sta materia, e non poteva responder altro, se prima non ne dava avviso ; che fu savia risposta: tamen dal Re (disse el Pontefice) noi non avemo altro aviso. – E continuando disse: – Domine Orator, vui sapete che la liga fatta tra el serenissimo Re d'Ongaria, la illu strissima Signoria vostra e nui, aver tra li altri questo capitolo, con pena alla parte: “ – Che alcun non possi praticar nè manizar accordo o pace con el Turco, se 'l non è de consentimento de tutti tre. – Fin qui nui avemo el consenso vostro, e la deliberazion fatta de attender alla pratica per le necessarie rasen ditte per la illustrissima Signoria: nui non vi potemo al tramente rispondere, se prima non avemo aviso dal Re di Ongaria, che è il terzo collegato nostro. Vui aspetterete, fin che abbiamo aviso dal Re de Ongaria, e che intendiamo etiam la intenzion soa; poi vi rispon deremo. – Considerai, Principe Serenissimo, queste parole proceder da una displicenzia grande che l'ha de la cosa, per la qual cerca dar tempo alla cosa, spe rando forsi trovar causa de impedimento. E però, sumto el fundamento de la Celsitudine Vostra, conte nuto potissimum nell'ultima clausula de la lettera soa, dove dise: – che Dio voglia con questa dilazion che la cosa abbi loco etc.; – e ditto prima sufficientemente quel ch'era necessario in dechiarir el pericolo che se guiria, volendo protraere la cosa in longo, li dissi: – Pater Sancte, a mi par ch'el non sia bisogno che la Santità Vostra aspetti aver altro aviso dal serenissimo Sottintendi: che trasgredisse all'osservanza di detto ca pitolo, DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 253 Re di Ongaria, nè per dichiarazion della mente soa, di quello che l'ha per la lettera che lame disse aver dal re verendissimo legato; nè è da expettar ch'el Re debba lui scrivere altro alla Santità Vostra, avendolo lui ditto al legato, e lui tolto rispetto a scriver, e za, come me dice la Santità Vostra, lui l'ha fatto. Preterea, la illustrissima Signoria dechiara per questa lettera la intenzion del Re; la qual non è di così poca fede nè merito appresso la Beatitudine Vostra, che in questa cosa non li debba credere quanto lei scrive esser di mente del Serenissimo Re di Ongaria e sua. Resta adonche che la Beatitudine Vostra, avendo el consenso de' suoi collegati, dica el suo, e cum la benedizion prima di messer Iesu Cristo, e de la Santità Vostra che è suo vicario in terra, l'attenda all'effetto tanto necessario quanto lei per la prudenzia soa cognosce. – Vedendo io che con questa invincibil rason non puti' mover la Santità Soa dal primo proposito, deliberai strenzerlo più cum un'altra rason, ch'el Spirito Santo mi sumministrò, e dissi, ch'el respetto che la Beati tudine Soa aveva a non dar el suo consenso per aspet tar la mente del Re, non dovean tenerlo; – perchè (dissi), Pater Sancte, io mi ristrengo in questo caso (che però non è, per quanto ha inteso la Santità Vostra), che la pratica sia sta proposta alla illustrissima mia Signoria sola. Lei che ha doi collegati, uno la Beati tudine Vostra, l'altro el Re d'Ongaria, li par, come è conveniente, far primo capo a quella, e communi carli la cosa, come la fa. Dia lei come capo el suo con senso, chè poi non mancherà quello del Re di Onga ria; perchè, domandando al Re, anche lui potria dir: – Voglio el consenso del Pontefice; – et a questo modo la cosa andaria in infinitum et in circolo, e mai non se intendessamo. Bisogna che uno cominzi: di gnius est che la Santità Vostra sia la prima, e dia la santa soa benedizion alla conclusion di quella cosa; altramente la vede, per le sapientissime rason ditte per la serenissima mia Signoria, che la Cristianità tende a manifesta ruina, la conservazion de la qualla Beatitudine Vostra, per el luoco che per la divina grazia la tiene, die attender, posposto ogn'altro re spetto. – Questa rason, Principe Serenissimo, tanto mosse la Beatitudine Sua che, non avendo risposta, disse: – Ben, domine Orator, in questa liga se in travien anche el Collegio del reverendissimi cardinali: loro e nui siamo un corpo, in his presertim que cir cumcernunt fidem. Domattina faremo Concistorio: ve nitene in Concistorio. Nui proponeremo la cosa, si come vui ne l'avete esposta: poi ve responderemo. – E cum questo mi dette licenzia. » 193. Il Papa riferisce in Concistoro le comunicazioni fattegli dal l'Oratore veneto intorno alla pace col Turco. L'Oratore difende caldamente l'operato della sua Repubblica. Il Concistoro si raccoglie in adunanza segreta per delibe rare sopra le dette cose. Roma, 9 dicembre 1502. « Intesa la resoluzione del Pontefice, che per la mia de ieri scrissi alla Sublimità Vostra, mi parve ben a proposito, con quel modo che si convien alla dignità e reputazion della Illustrissima Signoria Vo stra, far qualche motto alli reverendissimi cardinali DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 255 nostri fautori, che mi pareno attender al ben com mun, come monsignor reverendissimo di Sant'Anzolo, Napoli, Siena, “Lisbona, Capaze, ed anche questa mat tina in camera del Papagà al reverendissimo Grimani, e qualche un altro; azò che, volendo Nostro Signore (come iudicava ch'el dovesse far, et ha fatto) dar qual che gravezza alla Sublimità Vostra, ben informati delle necessarie iustificazion de quella, potesseno par lar. Redutto adonche che fu quella mattina el Conci storio, dove etiam vi furono li oratori franzesi (non s0 se a casu, come se sogliono redur a ogni Conci storio, per spazar sue faccende private, o pur chia mati dal Pontefice dedita opera), Nostro Signore mi chiamò di bocca sua, e disse che mi facessi avanti. Appressato dinanti alla Beatitudine Sua, e fatta la de bita reverenzia, Sua Santità, voltata verso li reveren dissimi cardinali, expose, come li parve, quanto che io heri avea communicato alla Beatitudine Sua, in nome de Vostra Sublimità; poi disse che, essendo la cosa de la importanzia che ognuno intendeva, quoniam de republica christiana agebatur, li pareva de ben ponde rar la cosa, e maturamente deliberarla con el consenso del Collegio, avanti ch'el se facesse resposta alcuna, nè che se desse el consenso a questa materia. – El qual (disse) nui non daressemo mai, nisi intravegnis sero tutti li principi cristiani, alli quali questa cosa º Francesco Todeschini Piccolomini, arcivescovo di Siena, promosso al cardinalato nel 1460 dal suo zio Pio II, col titolo di S. Eustachio; e successo poi nel pontificato al Borgia, assu mendo il nome di Pio llI. Pei cardinali di S. Angelo, Napoli, Lisbona, Capace e Grimani, vedi le note a pag. 53, 70,99, 140, 193. 256 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. era da esser communicata; perchè ben era conve niente che, se alle spese erano sta chiamati, doves seno esser anco chiamati al consulto de tanta im portanzia quanta era questa, dove el se trattava del benefizio de tutti; i qual non li pareva dovessero es ser dati in preda a Turchi, cum far una pace particu lar. – Poi, voltato a me, disse: – Domine Orator, non vi sia adonche grave lassar che con questi nostri fra telli, cum i quali semo un corpo, consiglieno questa materia, chè poi vi risponderemo. Nè se pensamo che vui dobbiate aver per mal, che vi facciamo quel che Vui fate a nui et alli altri; chè mai non rispondete, che non facciate li vostri consigli, et a le fiate ne tenete i mesi, prima che possiamo aver una vostra ri sposta. – E, ditto questo, disse che me partissi, e li dessi tempo a consultar. Parveme, Principe Serenis simo, a quel ch'io viti, che la Beatitudine Soa non mi avesse fatto andar là per altro, che per volerme ve spersar, come quelli che se maistrano in teologia, presente quelli reverendissimi cardinali et oratori as sistenti, et anche qualche altro prelato; persuaden dosi forse che io non avessi mai portato le gnaccare,” * La voce vespersar non è registrata nei dizionarii del dialetto veneziano, ma s'adopera ancora oggi nel Veneto dai più vecchi, invece di lamisar, cioè vagliare, esaminare a fondo. Il Ducange (ultima ediz.), alla parola vesperia, dice: «Vesperia, ultimus, uti vocant, actus in universitatibus ad consequendam doctoris dignita tem, seu disputatio quae a baccalario fit pridie quam bireto docto rali donetur, in qua disputant tres doctores cum eodem baccala rio. » Questa disputa si faceva la sera, e quindi era detta vesperia. * Portare gnaccare (nacchere) neppure trovasi registrato nei dizionari del dialetto veneziano. Trovasi in italiano: sonare le nac chere per dar delle busse; naccherare per canzonare. Il Ducange, DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 257 e che, dove ghe va l'onore e gloria di quell'excellen tissimo stado, al partir di una torta io non dovessi voler la mia parte, forsi con avantazo: che credo però, Sua Beatitudine se trovasse dappoi ingannata de gros so; però che, voltatomi a lui cum quella modestia et anche muodo che se convien a un rappresentante la Vostra Sublimità, dissi: – Beatissime Pater, mi pa reria indegnamente rappresentar la mia illustrissima Signoria in questo luogo, e che anche la Santità Vostra mi facesse incargo, avendome fatto vegnir in questo sacratissimo Collegio, per dover solum ascoltar quel ch'era sta proposto da la Beatitudine Soa, e non dir niente, trattandose dell'onor de la mia Signoria, de la salute del stato suo, dal qual depende quella del resto de ka Cristianità, che sempre da lei è sta'defen sata con la facultà publica e privata, per le gravezze che ha convenuto per questo imponere alli populi; i quali libentissimo animo le hanno sopportate per defen sion de la fede, con spandere el sangue e vita de tanti soi Zentilomeni e cittadini e sudditi, dei quali molti morti e molti presi sono in misera captività, come a tutto el mondo era manifesto; e che per tanto supplicava la Santità Sua non li fosse molesto ad ascoltar quelle poche parole che diria. E, primo, dissi ch'io somma alla voce nacara, ricorda che un vecchio dizionario latino-fran cese spiega il sonar delle nacchere anche per tromper. È noto poi che a Venezia molte maschere portavano gnaccare, ed il loro spirito consisteva nel saper rispondere alle domande di chi voleva rico noscerle, e dire quel che volevano senza troppo scoprirsi. È diffi cile determinare il valore preciso della frase, ma se ne capisce il significato: il Papa credeva forse che io mi lasciassi facilmente sopraffare, canzonare. GIUSTINIAN. – I. 17 258 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. mente laudava la opinion di Sua Santità, che in que sta materia volesse mature et consulte responder, perchè etiam mature et consulte la mia illustrissima Signoria aveva fatto la deliberazion per mi commu nica alla Beatitudine Soa. Nè tardava mai la mia Si gnoria a dar risposta, quando li era proposta cosa degna de quella; e se tardava, o pareva ad altri che la tardasse, essa non era con malizia alcuna, ma a buon fine, per dar una tal risposta, de la qual non se avesse a pentir, e precipitar sè e far anche preci pitar altri, per esser consueto de quel stado mai man car de quel che una fiada ha deliberato. Poi dissi, che a voler far bona deliberazion, era necessario ben intender; e che, non essendo, cusì come se doveria, ditti li sapientissimi respetti e necessarissimi che hanno mossa la mia Signoria alla deliberazion ditta (perchè la Beatitudine Sua non li poteva cusi bene aver notadi per una volta ch'io ghe li abbi ditti) iterum li toccaria succinte, azò che meglio intesi da la Beatitudine Soa e dal sacro Collegio, si potesse co gnoscer, che chi vuol la salute della fede cristiana, bisogna dir che la Signoria mia abbi necessariamente deliberato questo ch'ha deliberato. – E qui, cum acco modate parole, cum la debita gravità e decoro di Vostra Illustrissima Signoria, fundai ben la inte zion di quella, toccando a parte a parte quanto si contiene in la lettera soa, persistendo in quelle parte dove era da persistere, ita che discorsi tutta la lettera. Per remover poi le obiezion, che mi persua deva el Pontefice in mia assenzia potesse far, per dar tempo alla cosa, dissi l'aviso che Sua Santità mi aveva DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 250 ditto aver dal legato di Ongaria, perchè dopoi pareva ch'el volesse negar; e fu da me questa parte toccata con tanta modestia, che non vi fu causa alguna ch'el Pontefice se potesse doler, nè se mostrò in atto nè in parole dolerse; anzi li parse che qui li avesse troppo reverenzia, come dopoi messer Adriano mi ha detto, che era presente quando heri mel disse. Poi toccai la rason ultima ditta nella mia de heri, con quelle altre, che dalla piccolezza dell'ingegno mio cum el divino auxilio mi furono sumministrate. Finito che ebbi, con bona grazia de Soa Beatitudine e reverendissimi cardinali, che mostrarono aver cum apiacer inteso quanto dissi, me partii, e cum mi ussittero tutti li altri, e fu serrato il Concistorio: dove, per l'avviso avuto dalli cardinali nostri reverendissimi, non fu trattato d'altro che di questa materia, la qual el Pon tefice mostra ponderarassai, e quanto puotè, si sforzò metter dilazion, con voler aspettar lettere de Ongaria, e participar la cosa alli principi cristiani. Fu eliam dalli reverendissimi cardinali ditte hinc inde molte parole, chi pro e chi contra, segondo le particolar passion loro: ma sia certa la Sublimità Vostra che tutti li boni laudano la deliberazion Soa, come ne cessaria per el commun beneficio de Italia e tutta la Cristianità, benchè coram Pontifice non ardiscano cusì apertamente parlar. Pur li nostri dui reverendis simi cardinali, Michiele e Grimani, hanno più libera Giovanni Michiel, veneto, creato da papa Paolo II, suo zio materno, nel 1468, diacono cardinale del titòlo di S. Lucia in Se ptifolio, e da papa Alessandro VI, nel 1492, vescovo Portuense; poi da questo stesso Papa fatto morire di veleno nel 1503. 260 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN, mente parlato, e fatto l'officio de boni e fedelissimi cittadini, con grande onor de la Sublimità Vostra; nè ha mancato dal suo consueto amorevol officio el reve rendissimo Napoli, Capace e Siena: Lisbona non vi fu, chè per la decrepità dell'età sua raro si reduse in Concistorio, chè lui etiam aria aiutato. Tandem, de ordene del Pontefice, li nostri doi reverendissimi car dinali mi hanno fatto intender che al primo Concisto rio mi debba redur, chè mi daranno la resposta; la qual, per quanto si può comprendere, sarà quella che vuol el Pontefice, che è mettere la cosa in tempo, cum dir, voler aviso de Ongaria, voler veder i capitoli e condizion de la pace, voler che la cosa si conferisca con li altri principi cristiani etc. E il fin suo ben è noto alla Celsitudine Vostra. Meum non est instruere Minervam, neque eripere clavam de manu Herculis. La Sublimità Vostra è sapientissima, et ha fidelmente in teso el tutto da mi: resta che con la infallibil sapienza sua, senza aspettar che questa cosa vadi in compro messo et arbitrio de chi non vorria veder la cosa, fazzi tal deliberazion che sia cum salute del glorioso suo stado. » 194. Notizie di Bologna e di Urbino. Invasione dei Savelleschi in Palombara e in altri luoghi, ora occupati dagli Orsini. Roma, 9 dicembre 1502. Hora secunda noctis. L'accordo tra il Valentino e il Bentivoglio fu segnato. Il Valentino, dicesi, muove il campo da Imola per Urbino, quantunque il com Ponimento relativo a questo stato vada stringendosi DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 261 alacremente. Nel fine poi della lettera l'Oratore scrive che si odono gli spari di Castel Sant'Angelo, per l'al legrezza che il Valentino ha ottenuto Urbino per ac cordo. “ « Li Savelleschi hanno fatto assalto in alcuni luo chi di stati loro, posseduti al presente da Orsini, e Sono entrati in Palombara, e molti altri luochi se sono rivoltati. Alcuni iudicano, sia pratica del Papa; alcuni, etiam, che li Orsini medemi li abbino condutti; ma l'una e l'altra opinion tiene che la pratica sia vec chia, avanti che seguisse l'accordo tra il Pontefice e li Orsini. El cardinal Orsino è stato cum el Papa so pra questa materia ozi dopo pranzo; il qual par che molto si doglia, e promette farne ogni dimostrazion in favor di Orsini. Pur il cardinal è tra il fuogo e l'acqua, perchè non ha zente qui da soccorrer al bi sogno, nè si fida tuor quelle ch'el Pontefice li offeri, che sono li omeni d'arme cento, tali quali i sono, che l'ha qui sotto la condotta del Principe, e li offere la soa vardia; e sta ambiguo accettarli, temendo che loro non li fazzino poi la guerra. Se sono risolti che Nostro Signore mandi lì un commissario per suo nome, aziò para la cosa non sia con autorità di Soa Beatitudine, e sono pur andati alguni cavalli e zente º « Feria sexta, nona dicti mensis dicembris..., circa i horam noctis nunciatum est Papae ducem Valentinensem rehabuisse Ur binum, cum omnibus pertinentiis suis, per concordiam cum illu strissimo domino Guidone Urbini duce habitam, cui concessum est abire cum omnibus bonis et rebus, quod et fecit. Factum est pro pterea in castro Sancti Angeli magnum festum, et tratti scoppetti in magna quantitate, more solito. » (Bucardo, Diario. Ms. Magliab., tomo III, a c. M68 t.) 262 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. partesani de Orsini, et è etiam in persona a quella banda el signor Iulio. » 195. Cessione dello stato d'Urbino fatta dal duca Guidobaldo a Cesare Borgia. Roma, 10 dicembre 1502. Hora M8. Confermasi l'accordo d'Urbino, ma non se ne conoscono ancora le condizioni. Il duca Guidubaldo cede lo stato, ed è già partito da Urbino: per lui si tengono ancora il castello di San Leo e la rocca di San Marino, finchè si eseguiscano altre condizioni promessegli. Paolo Orsini è in Urbino, a nome di Ce sare Borgia. « Qui el Pontefice fa grande allegrezza de questa nuova; parli aver la fortuna in man, e con quella poter zugar al modo suo. » Si dice che il Va lentino farà le feste in Roma, e passerà poi nel Rea me; « il che il Pontefice non vorria veder, se potesse far altramente, e forsi che, come alle altre cose, tro Verà anche a questo rimedio. » 196. Affare della pace col Turco. Movimenti dell'esercito del duca Valentino. Roma, 11 dicembre 1502. Il Pontefice invita l'Oratore a trovarsi al primo Concistoro, per ricevere la risposta relativa alla pace col Turco. « Dissi a Sua Beatitudine, che aven doli io comunicato quanto aveva inteso la Beatitudine Sua, non era più besogno che io tornasse per questa cosa in Concistorio; perchè, per quello che io aveva ditto, aveva satisfatto al comandamento et ordene che aveva dalla Vostra Illustrissima Signoria, la quale non DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 263 dubitava dover esser laudata da la Beatitudine Soa, quantochè lei necessariamente per le rason ditte aveva deliberato; e che pertanto la Santità Sua me perdonasse, ch'io non andaria più altrimente; ma che era ben certo che, volendo lei ben considerar quanto li aveva ditto, approbaria la deliberazion de la Se renità Vostra. » Il Papa non disse null'altro, ma parlò di Urbino, e che sabato, 10, il Valentino dovea moversi da Imola coll'esercito, e verrebbe a Cesena, poi a Rimini; e poi disse esser incerto, se pro cederebbe per Urbino, stante la penuria dei viveri, o per la Marca. « De Camerin non disse altro, perchè d' ora in ora aspetta intender quel medesimo ch'è stato di Urbin. E quasi cegnò che faria la via della Marca; che indica quel che tutti questi zorni se ha ditto, in transito voler dar la botta a Senegagia; e sono chi comenza a mormorar d'Ancona, ma di que sto non se ne parla molto. » Aggiunse che il Va lentino aveva 800 lance, 1200 cavalleggeri, circa 7000 fanti e 20 pezzi d'artiglieria. 197. Colloquio dell'Oratore col Papa circa alla pace col Turco. Il Pontefice si mostra più favorevole a tale pratica, che nei giorni passati. Roma, 12 dicembre 1502. « Non mi parendo a proposito ch'io debia andar più in Concistorio, come ieri Nostro Signore mi disse, 1 Cfr. Machiavelli, Legaz. al Valentino, dispaccio 37: « Que sta mattina (10) col nome di Dio si è partito il Duca, e ito alla volta di Furlì, con tutto questo suo esercito, e questa sera allog gia ad Oriolo Secco, e domandassera a Cesena. » 264 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. per non intrar nè metter la materia in disputa, non avendo ordine da Vostra Serenità di aspettar alcuna risposta, questa mattina deliberai ritrovarme sopra questa cosa cum el Pontefice; e zonto a Palazzo, su bito fui introdutto, dove trovai el cardinal de Cosenza," con alcuni altri, i quali tutti furono subito licenziati da Nostro Signore, e romase solo con messer Adriano, el mio secretario e mi. Et accostatomi a Sua Beatitu dine, dissi: – Pater Sancte, la servitù che ho alla San tità Vostra, per la benignità che lei usa verso de mi, fa che io con quel poco veder che messer Dominedio me ha prestato, stago intento a recordar con ogni fe del reverenzia a quella, tutto quello che mi par fazi al commodo et onor suo; e che per tanto supplicava la Beatitudine Soa, che quanto io ora li diria accettasse, come ditto con ogni fede e sincerità. – E qui dissi che molto ben era certo che la Beatitudine Soa, per la prudenzia soa, cognosceva che la Vostra Illustrissima Signoria insieme con el serenissimo Re d'Ongaria, considerata la immensa potenzia del perfido inimico, e la inegualità delle forze loro contro de lui, per li sa pientissimi rispetti toccadi nelle lettere di Vostra Sere nità, erano costretti necessariamente a deliberar quello che aveva inteso la Santità Soa, essendo certissimi che lei, che die potissimum invigilar alla salute della repub blica cristiana, dovesse laudar e commendare quanto avevano deliberato, per conservar quelli doi stadi, che erano quelli che sempre avevano difesa la Cristianità, º Francesco Borgia, figlio di papa Callisto III, arcivescovo di Cosenza, cardinale del titolo di S. Cecilia: vedi la nota 1, a pag. 402. * Romase, per rimase, forma antiquata. DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 265 presertim la Sublimità Vostra: e che la Beatitudine Sua non dovesse volerla ruina de quella, per veder su bito poi il resto far quel medesimo; chè era buona cosa conservar quelli stadi con la opportunità che a questo tempo il Signore Dio ne prestava, per potersi poi de questi servir in ogni bisogno de la fede. E qui dissi che, convenendo di necessità far la Celsitudine Vostra quanto l'aveva deliberato con el serenissimo Re d'On garia, non volesse la Santità Soa contradir a questa necessità, et improperar quel che necessariamente ne convegniva far; e che la Santità Soa se aricordasse de i meriti che la Sublimità Vostra aveva con tutta la repubblica cristiana et anche con la Beatitudine Soa in particolar, che non erano de sorte che non se do vesse averli respetto; e che la Santità Soa molto ben cognosceva quanto se aveva sempre in ogni tempo pos suta servir di quel stado, e che potria etiam servirsi ne l'avegnir, quando che da quella li serà corrisposo in amore benivolenzia paterna, come meritava la de vozion di quello verso la Santità Soa. E qui me extesi in dechiararli, quanto era al proposito de le cose soe, far che la Sublimità Vostra avesse causa de continuar in la consueta soa devozion; e che per tanto pregava la Santità Soa non volesse tanto exacerbar questa cosa, come aveva fatto l'altro zorno, ma benignamente laudar et approbar quanto la Sublimità Vostra per necessità aveva deliberato, perchè ben sapeva la Beatitudine Soa che non poteva esser altramente. E dissi tutto quello che in questo proposito mi parve esser opportuno in far che nel futuro Concistorio la Santità Soa, meglio Considerata la cosa, non la dannasse tanto. Dove dissi: 206 . DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. – Pater Sancte, io non vegnirò, perchè non ho a far altro più di quello che ho fatto. – E per conclusion dissi: – So ben, Pater Sancte, che la Santità Vostra iustificarà talmente le rason de la deliberazion fatta, che tutti li altri averanno causa de approbarla. – Soa Beatitudine molto attentamente mi ascoltò, e più fiate, parlando io, mi dava animo, dicendomi ch'io dicessi pur liberamente, perchè molto volentiera me ascol tava. Poi mi disse: – Magnifico Ambassador, non vi maravigliate, nè anche abbiate a mal di quel che l'al tro zorno dicessemo, perchè tutto fo fatto a bon fin. Sapete ben che, per el loco che nui tenemo, non po temo darvi una risposta, come forsi voi avereste vo luto, e che immediate nui avessimo laudato che voi doveste far una pase cum infideli per lassar li al tri cristiani in pericolo, macime non avendo ancora fermo aviso de la intenzion del Re di Ongaria, come da heri sera in qua abbiamo; el qual ne scrive quel che scrive etiam la illustrissima Signoria, e dise ch'el Turco era contento far la pase, intravegnendo tutti li signori cristiani, avendo li Italiani sei mesi di tempo di ac cettarla, e li oltramontani un anno: chè a questo modo semo molto contenti, e ne piaze. La vostra lettera era troppo mozza; la non dise niente di queste cose. Anzi vuidite alcune iustificazion, delle qual non è cosa niuna; perchè del parentado del Turco con el Tartaro non lo dise altri che vui; dell'accordo del Turco con quel pro feta Sophis più presto nui intendemo el contrario; e però non vi maravigliate che vi dicessimo quello che fo ditto. Nui l'abbiamo fatto per bene, e per iustifi carvi con l'altri signori cristiani. Molto ben sapemo DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 267 che avete rasone, e che li altri non hanno fatto il do ver suo; e però semo contenti che questa pace se fazzi, ma aver respetto alla Cristianità. Non vi dubi tate; lassate governar a nui questa cosa, chè la redur remo sì, che vi contentarete; e quella illustrissima Signoria averà causa di laudarse di fatti nostri, perchè nui desideremo l'amicizia soa, et aver con lei stretta intelligenzia. Sapete ben quante fiate vi abbiam oditto, perchè desideremo lassarve in le brazze il nostro Duca, e ne duole che non lo volete accettar: nui Volemo esser vostri, e vui non volete. – E qui mi disse molte bone et onorate parole di Vostra Serenità, e subiunse: – Domine Orator, sapete che la lettera che vi scrive la Signoria non dice altro che aver deli berato attendere alla pratica della pace, che la crede che nui laudaremo questo; e nui per amor vostro fa remo un ponto più : che noi daremo el consenso nostro non solum per la pratica, ma per la conclusione, pur che se abbi respetto anche alli altri; e questo femo per ben vostro, azò che non vi possino imputar. Venite pur in Concistorio, chè intenderete quello che diremo. – Ringraziai con accomodate parole la Beatitudine Soa per l'amor paterno che l'aveva alla Sublimità Vostra; poi, avendo respetto a quanto si contiene nell'ordine che ho dalla Sublimità Vostra, et anche ch'el Ponte fice molte fiate è solito dir una cosa e far un'altra, dissi che ben mi fidava de quel che la Santità Soa me pro metteva, e che però non accadeva che io andasse in Concistorio; ch'io era più che certo la Santità Soa fa ria più che la non mi aveva ditto in iustificazion della Serenità Vostra; e che la Santità Soa non dovesse du 268 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. bitar ch'el mancasse punto de verità a quanto la Illu strissima Signoria Vostra aveva scritto; e che se la non aveva scritto alcuna particularità di pace, era perchè la non sapeva ancora che scrivere con fundamento, et anche come la scrivea, la se riportava alli avvisi dati di Ongaria a Soa Beatitudine; e che la Santità Soa fosse certa che la Serenità Vostra non era mai per abbando nar la defension cristiana ogn'ora ch'el bisognasse; e che la dovesse considerar ch'el Turco non poteva of fender l'altri cristiani, ch'el non passasse per el domi nio de la Sublimità Vostra, e terra e mari, il che non li saria mai conceduto; e che la experienzia di tempi passati faceva certo ch'el Turco, avendo pace con la Serenità Vostra, non offenderia nè potria offender al tri. Rimase ben satisfatta la Beatitudine Soa, e disse: – Veramente, domine Orator, fate pur che li altri cri stiani non si possino doler nè de vui nè de nui, chè noi semo contenti della securità del stado vostro, chè ben cognoscemo senza quello l'altri poco se mantegne riano. – E con questo me dette licenzia. » 198. Notizie del Regno. Affari dei Savelleschi e degli Orsini. Roma, 13 dicembre 1502. Corre voce, venuta dal Reame, che quei di Man fredonia abbiano mandato ad offerirsi ai Francesi. Mon signore d'Allegre, recatosi colà con cinquanta lance e molti fanti, dicesi sia stato ucciso e fatto prigione, e le sue genti battute. La notizia è dubbia, ma è però certo che nella Calabria gli Spagnuoli crescono Ognora più. DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 269 « La novità fatta qui nelli stati de' Savelleschi si va reinfreddando: non se intende che abbino proceduto più avanti, anzi dalli Orsini sono sta recuperati parte di castelli presi. In questa cosa el Pontefice si ha mo strato molto favorevole alli Orsini, e li ha promesso, oltra le zente, le artegliarie, e ditto di far spianar Pa lumbara, et ha fatto assai amorevol demonstrazion, che però non li sono molto credute. » 199. L'oratore spagnuolo riferisce al veneto un colloquio da lui avuto col Pontefice circa alla pace col Turco. Roma, 13 dicembre 1502. « Hora quinta noctis. Questa sera, circa un'ora di notte, l'oratorispano me mandò a dir ch'el voleva ve gnir a parlarme. Fizi instanzia al messo che la Signoria Soa non dovesse vegnir, perchè domattina io seria dove piacesse a quella; ma non fu appena partito el messo; che questo orator soprazonse a casa, al qual andai incontra e fizi il debito onor, con quella forma di pa role che accadevano al proposito. Redutti insieme in camera, mi disse: – Magnifico Ambassador, non vi maraviati ch'io sia venuto a questa ora a darvi fasti dio, perchè l'affezion e servitù che ho alla Signoria vostra illustrissima, per la benivolenzia che intercede tra li miei Cattolici Re e lei, mi fanno far volentieri tutte quelle cose che mi pare siano al proposito suo; e però, essendo stato ozi lungamente cum el Ponte fice (et ora vegno da Palazzo), considerando che l'im porta che questa sera vui lo intendiate, son venuto qui, avanti ch'io vadi a casa. – E poi mi disse che con el Pontefice aveva lungamente parlato sopra la 270 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. materia de la pace cum el Turco, el qual ha mostrato a lui aver, primo, dispiacer che la segua; e mostra farlo per l'interesse publico, e tamen non è per altro che per le passion soe private. E seguitando disse: – Lui tien certo che za abbiate conclusa la cosa, ma che per iustificarvi li abbiate voluto communicar la pra tica per adesso, per dirli poi fra qualche zorno la conclusione. E dice saper etiam la causa che vi ha mosso a farla, et è, che vui dubitate ch'el Re di Franza non vi fazzi guerra, e volete assecurar le cose vostre, per potervi difenderalli bisogni. – E poi disse ch'el Papa el dimandò, quello sentiria li soi Re di questa pace, e se seriano contenti che la seguisse. Questo ambassador mi disse aver resposo al Ponte fice, et aver molto laudato la cosa, come necessaria et opportuna per la salute cristiana, iustificando molto le rason della Serenità Vostra e del Serenissimo Re d'Ongaria, e disse averli detto queste parole: – Pa ter Sancte, vedete ch'el Re di Franza non fa effetto alcun bon per la Cristianità, anzi tutto el contrario al beneficio di quella; i miei Re fanno anco loro il medesimo, benchè forzati fazzano quel che fanno; la Vostra Santità anche lei fa poco utile a quella im presa, perchè, non facendo li altri, lei non puol trop po; non resta altri che Veneziani e il Re d'Ongaria: i sono sta savii a provveder alla conservazion soa e delli altri, perchè, essendo pace con loro, la serà anco con nui. – E poi disse aver confortà la Beatitudine Soa, za che l'aveva opinion che la cosa fosse fatta, et anche quando ancora la non fosse, considerato che la convien esser, a doverla laudar, perchè non saria DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 271 onor de S0a Santità che paresse che contra el voler suo la fosse fatta. De li suoi Re dize averli detto ch'el non aveva commission nè ordene in questa ma teria, perchè loro non ne sapevano niente, ma ch'el credeva sariano molto ben contenti che la seguisse. De questa voluntà di Re, disse che ben tre fiate el Pontefice el domandò, se la saria per la pace; e sem pre li disse de sì. Poi me disse ch'el Papa, aldito che aveva quanto lui disse in molte parole, si risolse anche lui a laudarla, e dirli ch'el sarà contento che la segua; ma che pur vorria che si avesse la pace universale con tutti. In fine poi mi disse: – Magni fico Ambassador, vi ho voluto dir questo, azò sap piate quello che ho operato come buon servitore di quella illustrissima Signoria, et anche per el benefi cio publico, azò siate avisato della resoluzion del Papa. – E perchè el Pontefice li aveva ditto che io andaria domattina in Concistorio per tal materia, ben chè io apertamente avesse ditto heri alla Beatitudine Soa de non voler andar, se offerse che, se io voleva, lui vegniria domattina in Concistorio, e fenzeria ve gnir per altra cosa, e daria favore alle cose nostre, e, bisognando, etiam lì in publico diria che di questa pace i suo Re ne saranno benissimo contenti etc. Udito che ebbi quanto è soprascritto, con quella forma di parole che mi parve meritar questo ambas sador, rengraziai la Soa Signoria e de l'oficio che aveva fatto con el Pontefice, et anche de la oblazione de vegnir con mi in Concistorio; circa il che li dissi che, essendo io ben satisfatto di quello che la Signo ria Soa aveva ditto al Pontefice, non voleva che al 272 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. tramente se affaticasse vegnir con mi in Concistorio, perchè nè anche mi voleva andar, perchè io non aveva ordine dalla Illustrissima Signoria Vostra di mettere questa cosa in disputazion, ma tantum comunicarla alla Beatitudine Soa, il che io aveva fatto; e non tanto alla Santità Soa, ma etiam al Collegio di reverendis simi cardinali, la cosa era sta comunicata; e che pertanto non mi accadeva circa ziò far altro, se non mi vegniva novo comandamento della Serenità Vo stra. Laudò molto questa deliberazion de non voler andar in Concistorio, perchè disse non poteva far niun buon frutto; e con questo Soa Signoria se partì, accompagnata fin a casa da tutta la mia famegia. » 200. Discussione dell'affare della pace col Turco in Concistoro. Roma, 14 dicembre 1502. Si tratta in Concistoro la materia della pace, assente, per le ragioni esposte nei precedenti dispacci, l'Oratore veneto; vi si leggono due lettere, una del cardinale Strigoniense, e l'altra del Reginense, º che giustificano la Repubblica, della quale assumono pure validamente la difesa i cardinali Napoletano, Grimani e Capace. Il Papa insiste che la pace deve farsi « uni Versale. » º Pietro Isuaglies, messinese, arcivescovo di Reggio di Ca labria, creato cardinale del titolo di S. Ciriaco nelle Terme, nel 4500, e legato pontificio in Ungheria nell'ottobre dell'anno stesso. E detto comunemente il cardinale Regino o Reginense. DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN, 273 201. Ancora della pace col Turco. Tregua tra Spagnuoli e Francesi nel Regno. Notizie del Valentino. Roma, 15 dicembre 1502. Il cardinale Reginense oltre alla lettera pubblica, citata nel precedente dispaccio, ne diresse al Pontefice una privata, nella quale gli narra che la pace è a tali termini, da dovere assolutamente aver luogo; onde convien meglio che il Papa faccia mostra di approvarla. Un araldo di Massimiliano passa per Roma, di retto verso il Regno, per ivi intimare a Spagnuoli e Francesi l'avvenuta conclusione di una tregua per tre mesi. « L'accordo de Camerin qui si aspetta d'ora in ora. Il Duca farà la via per la Marca, per quanto dice el Pontefice, il che conferma appresso tutti l'assalto da esser fatto a Senegagia; la venuta del qual Duca non sarà si presta qui come se iudicava. Scrive con instanzia che se li mandi el cardinal de Salerno, el qual lui vorria, per quanto si dice, lassar al governo della Romagna, dove alias stette etiam; ma questo car dinal non se cura molto partirse de Roma. » 202. Notizie di Spagna e del Regno. Roma, 16 dicembre 1502. Monsignore di Gramont comunica all'Oratore ve neto notizie della malattia della Regina « insanabile; o del malcontento di alcuni baroni del Regno verso il Re; e del ritorno dell'Arciduca in Francia. Giovanni Vera: vedi la nota 1, a pag. 140. GIUSTINIAN. – I. 18 274 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 2 3. Affari di Sinigaglia: lettera del cardinale Giuliano della Ro vere in favore della Prefettessa. Notizie del Valentino e delle genti francesi sue ausiliarie. Roma, 17 dicembre 1502. « Tutto ozi Nostro Signore, fin all'ora di signa tura, è stato occupato in contar danari per mandar al Duca, al qual manda questa notte de contadi du cati 11.000, e rimette tra Rimano e Pesaro ducati 3000: li contadi porta Remolines, et anco le lettere. El qual Duca ancora sta a Cesena con l'exercito, con gran di splicenzia del Pontefice, per quanto el dimostra; e i molto mal volentieri li manda più denari, perchè quasi li par buttarli via; ma non sa come disdir al Duca, el qual li promette far cose assai, et a lui non par vederne frutto alguno: pur qui si tiene quasi per certo che la impresa de Senegagia debba seguir, e che la cosa se tegna secreta. Nè cessa mai el Ponte fice dolerse e straparlar contra quella madonna, cum qualche querela etiam del reverendissimo ad Vincula, dal qual ozi Nostro Signore ha rizevuto lettere, ch'el nunzio suo qui residente li ha presentate, per le qual se iustifica non aver mai, per cason delle cose de Ur lin, mandato denari nè altro fomento alla madonna de Senegagia; iustifica etiam quella madonna, e fa inten dere al Pontefice che, se ben lei avesse errato, o pa i sse a Soa Beatitudine che li avesse mancato dalla devozione di quella, per aiutar un suo fradello; non però el stato de Senegagia, che non appartegniva a lei, ma alli fioli, che erano innocentissimi, doveva Patir. Questa madonna se dice esser partita da Sene l DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 275 gagia, e redutta in un altro suo castello più discosto e fora de man, per mazor segurtà. Si parla etiam de Ancona, purchè le zente franzose non abbandonino il Duca, le qual se dice mormorar de voler andar in Reame, e non voler più star a perder tempo. Et anco li oratori franzesi qui non restano di far qualche la mento, ch'el Duca ha promesso al Re de andar in Reame, che non par si curi, e che questo non è quello che merita el suo Re, el qual co le sue zente li ha salvato el stato e recuperato quello li era perso; e minazano che, non andando el Duca, loro in ogni modo voleno che le sue zente vadino, li quali hanno questo ordine dal suo Re. Ma qui non è algun che creda ch'el Pontefice mai debba lassar ch'el Duca vadi in persona. » 204. Ancora della pace col Turco. Roma, 18 dicembre 1502. L'Oratore ha un nuovo colloquio col Papa circa la pace col Turco. Il Pontefice ripete che questa deve essere « universale. » 205. Insistenze degli oratori francesi, perchè le genti ausiliarie del Duca passino, con lui o senza di lui, nel Regno. Af fari dei Savelleschi e Orsini. Bolla della confermazione dei capitoli con Bologna. Pratiche di lega con Firenze. Roma, 19 dicembre 1502. « Qui li oratori francesi ogn'ora, non che ogni zorno, sono alle orecchie al Pontefice, a sollecitarlo con grande importunità, ch'el Duca de Valenza dieba presto expedir quel che ha da far, et andar alla volta 276 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. de Reame, e che, pur non volendo andar lui, non debia tegnir impedite le zente del Re, che hanno ad essere al servizio de Sua Maestà ; de le qual qui si dice, che za parte se ne era andata, lassato el Duca, e che, non se movendo lui, presto seguitaria a partirse el resto; benchè molti qui si maravigliono come po tranno vivere in Reame tanta zente, essendo quelle che al presente se ritrovano lì in grandissima neces sità de Vittuarie. » La novità seguita qui nelli stadi di questi Savelleschi questi zorni, come fu scritto alla Sere nità Vostra, si è scoperta esser fatta de ordine e con sentimento del Duca; però che, instando el Pontefice per la restituzione, hanno loro mostrata una patente del Duca, che li dava autorità a far quanto hanno ope rato; al che però non volendo assentir el Pontefice, insta che si partano; ma non puol tanto far che non si creda che a principio fosse etiam moto de Soa Bea titudine, benchè forsi adesso per qualche altro re spetto mostri Voler el contrario. Li Savelleschi se sono ridutti in Palumbara, e lì stanno forti, e con loro se tengono ancora do altri castelli: el resto è ridutto alla devozion de Ursini. Lì se ritrova el signor Iulio che li strenze, e se tien che, non avendo i Savelleschi fa vor, faranno mal i fatti soi; e molti tengono che non senza gran pericolo de la vita siano stati in quel loco. » L'orator bolognese è qui ancora: sollicita aver la bolla della confirmazion de soi capitoli novi et an tiqui, per andarsene poi; et ozi sono stati a gran pa Un capitolo dell'accordo recentemente stabilito col Benti voglio diceva: « Item ch'el Nostro Signore, per clementia et DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 277 role con el datario Sopra questa materia, e coruzzati tutti do se partirono de camera del datario, e ando rono suso dal Pontefice, el qual ha dato la cosa, º e, per quanto ho da questo orator, crede partirse su bito fatte le feste, se altro non soprazonze che lo impedisca. - » Ogni zorno el Pontefice se va più strenzendo con Fiorentini, e per quanto da lor proprii se puol sotrazer, se iudica che tandem el Pontefice i redurà alle voglia soa con el bocon de Pisa: pur la cosa de penderà dall'arbitrio del Re de Franza. » º 206. Colloquio dell'Oratore col Papa; si parla degli affari di Ca merino e d'Urbino, e del duca Guidobaldo. L'Oratore, a nome della sua Repubblica, chiede al Pontefice la con ferma, per altri venti anni, del Perdono di S. Antonio. Roma, 20 dicembre 1502. « Ozi son stato a Palazzo, e ritrovai Nostro Si gnore tutto incapuzzato: dimostrava non star troppo gagliardo, che la brigada zudeca sia per volersi excu Abenignità sua, concederà gratis una bolla piombata, in bona et autentica forma, per la quale se dignarà confermare tutte le bolle et concessione, gratie, indulti, privilegii, concessi al magnifico Reggimento et Comunitate de Bologna, et al magnifico messer Zoanne, tanto per la felice ricordatione de papa Nicola Quinto quanto de Paulo II, con tutte le clausule necessarie et consuete, absolvendo esso Reggimento, messer Zoanne, soi figlioli et fami glia, et tutto il populo di Bologna, da qualunche pena, indigna tion, censura etc. » Ricaviamo questo capitolo dal documento del 23 novembre, citato a pag. 246; e si legge anche, in forma più sommaria, nel Machiavelli, Legaz. al Valentino, disp. 32. º Così il Codice. Intendi: ha dato corso all'affare. º Sotrazer, lo stesso che retrazer, ritrarre, ricavare. º Scrive Gianvittorio Soderini, il 12 dicembre, ai Dieci di Ba fìa di Firenze: « Preterea, per volere dimostrare (il Papa) la sua 278 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. sar de zelebrar el zorno de Nadal, come suol far, quando vuol fuzir questi pioveghi. Et anche con me parlando, disse ch'el stava molto fastidito, digando: – In verità, domine Orator, semo occupati in tante au dienzie, che qualche fiata facemo fastidio a nui mede mi; e quando deliberemo star un poco in riposo, al lora ne multiplicano più le occupazione. – Intrato poi a parlar da nuovo, me disse che questi zorni spe- - rava le cose de Camerino dovessero pigliar bon appun tamento, ma che ora sono in mazor difficultà che mai; e qui disse: – Quel iotton del messo, che avemo mandato a questi zorni lì (e volse dir l'abate d'Al viano, del qual scrissi alli, di passati a Vostra Sere nità), ha disconzata ogni cosa. – E contra lui stra parlò molto, et anche contra el signor proprio, menazando ch'el Duca lo puniria ben de sui peccati. Del qual Duca etiam disse, che ancora el giera a Ce sena, e che scrivea faria lì queste feste; benchè io, per via de messer Gabriel de Fano, abi inteso come heri el Duca se aspettava lì, sì come lui era avisato buona mente verso V. S., promise bene delle cose di Pisa, et di volere prestare ogni favore alla città, et che in questo le S. V. potevano cognoscere il buono animo suo; perchè, se bene li Pisani più d'una volta si erano voluti dare alla Santità Sua, quella non li aveva voluti acceptare, et che ogni volta che io volessi, mi farebbe vedere la investitura dello Imperadore facta al Valentino della città et contado di Pisa, il che non fu mai sua intentione si ha vessi a usare. » (Arch. Fior. Lettere ai Dieci, ottobre-dicembre 1502, a c. 297.) Anche le altre lettere del Soderini nella stessa filza, confermano che in quel tempo erano strettissime pratiche d'alleanza tra Firenze e il Papa. Pioveghi, pubblici; e qui più propriamente vuol signifi care funzioni o radunanze pubbliche. DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 270 per lettere di 6. E parlando del Duca disse el Pon tefice: - Non sappiamo quello el staghi a far tanto tempo a Cesena. – E con qualche calore disse: – Li abbiamo scritto che in soa bon'ora dia spazzamento a quel che ha da far, e non stia su tanta spesa: ogni zorno manda a domandar denari, e non vedemo ch'el faza niente. Questi signori franzosi ogn' ora ne rom pono la testa de queste soe zente, e non fanno tanto per bisogno, quanto per buttarne in occhio el servi zio. E parlando delle zente, disse ch'el Duca le aveva tutte appresso de sè, excetto alcuni fanti che l'aveva mandato su quel d'Urbino, dove disse le cose non erano ancora in tutto quietate, perchè il duca si aveva ritenuti alcuni lochi; e fenzeva quasi non intendere a che modo stesseno quelli lochi, se erano in deposito in man de Vitellozzo, opur se si tegnivano a nome del duca, della persona del qual mostrò esser molto contento che la fosse a Civita di Castello in man de Vi tellozzo, el qual se iudica qui da la mazor parte, che per conzar le cose sue con più favor, l'abbia tradir e dar in man del Papa. E parlando del duca, disse el Pontefice cum un certo atto derisorio: – El Vuol es ser cardinal. – Io li dissi ridendo: – Questa è poca cosa alla Santità Vostra. – Subito respose: – Dio ne guardi che facciamo tal cosa! Costui è stato quattor dici anni con la moglie, benchè però mai non l'abbi conossuta; nui non faremo mai questa chimera (per dir le soe formal parole). – E laudò la donna sua, che prudentissimamente avea risposto, essendo addi mandata de questa cosa, e ditto che lei non cognos * Intendasi, quello d'Urbino. 280 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. seva per marito, ma per fratello el duca di Urbino; tamen che più presto la 'l voleva ancora tegnir per fratello, che refutarlo per marito. Poi disse: – Nui li daremo 5 in 6000 ducati all'anno, e lo faremo ben sicuro, ma prete non lo volemo. – Di lui parlò un gran pezzo, poi disse altre cose, che non accade a scriver alla Celsitudine Vostra. » Al darmi licenza, iterum domandai alla Beatitu dine Soa, in nome di Vostra Sublimità, la confirma zion del Perdon di sant'Antonio per altri vent'anni. Mi rispose che era cosa superflua, non essendo com piti li primi venti anni concessi per el suo preces sor, e disse: – Lassate compir questi che restano, chè poi, se Dio vorrà che siamo vivi (chè non cre diamo viver tanto), faremo quel che vorrà la illu strissima Signoria. Se anche nui moriremo, un al tro nostro successor el farà. – Non possendo far altro, vedendo la instanzia grande che me fa la Su blimità Vostra de la presta expedizion; per non es ser più accusato di disobbedienza, accettai la con firmazion del tempo che manca alli venti anni, così volendo la Serenità Vostra, come in calce delle sue lettere appar. Mi ordenò facesse far la minuta del breve, per un'altra fiata che fosse con la Santità Sua, ge la mostrasse: così farò et attenderò alla expedi zion con ogni diligenzia, per obedir i mandati de Vo stra Serenità. » DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 281 207. Lettera del Re di Francia al Papa in favore del cardinale Ascanio Sforza. Roma, 21 dicembre 1502. Il cardinale di Sanseverino, gli ambasciatori francesi ed un segretario del Re presentano al Papa una lettera, scrittagli da quest'ultimo, colla quale in siste per la reintegrazione del cardinal Ascanio (Sfor za), e per la restituzione al medesimo della vicecan celleria e degli altri benefizi, essendo egli innocente. Il Papa prende tempo a rispondere. t 208. Affari di Camerino e d'Urbino. Roma, 22 dicembre 1502. Il Pontefice, in un colloquio coll'Oratore, « in trato a parlare delle cose de Camerino, straparlò un poco del messo suo mandato lì, che fu l'abbate d'Al viano; poi disse che li aveva scritto aver dedutto quello accordo a questa conclusion, che quel signor lasseria la terra de Camerin, e Voleva se li lassasse Matellica, e che se li desse una chiesa de intrata de ducati 3000; del che dice el Pontefice non se ne con tentar, e che non li vuol dar niente. Et entrò in col lera anche contra questo signor; il che conferma quel che per altra via io intendo, che lui ha pratica in la terra, che spera averla senza dar niente al signor, e forsi averlo anche lui in le man, che è quel che prin cipalmente el ricerca. Parlò poi delle cose de Urbino in modo che non li par aver ben quiete quelle 282 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. cose, e mostrò non esser molto contento di Vitel lozzo. » 200. Notizie del duca Valentino. Roma, 22 dicembre 1502. « Hora tertia noctis. Ozi, dopo manzar, son stato a visitazion del reverendissimo Napoli, el qual me con firmò quel che etiam per altra via io aveva inteso, per la comunicazion de una lettera che li scrive un orator del duca di Ferrara, residente a Fiorenza, de 19 del presen te, che è molto fresca; come el Duca de Valenza aveva fatto condur una gran quantità de torziº tra Cesena et Imola, e dice al numero ben de 6000, e 3000 ferali,” e carra, tre carghi tra schioppetti e lumiere; il che dava gran maraviglia a tutti e sospicion di qualche male, macime che ogni zorno pareva li soprazonzessero più numero di zente, fanti e cavalli lezieri, che vegnivano per la via di quel di Ferrara, dove etiam erano sta con dutte le soprascritte robe. Item disse che la zente non erano ancora mosse da Imola, se non alcune po che, che erano venute con el Duca a Cesena. Dice etiam questa lettera, che a Bologna, non ostante lo accordo, se stava in gran sospetto, e che tutto quel popolo era in arme, come era avanti seguisse l'accordo, del quale non se ne fidano niente, e stanno in custodia. A Pe rosa etiam se sta in sospetto, e la terra è sottosopra. L'orator suo, che qui venne li di passati, come scrissi alla Sublimità Vostra, si è partito questa notte º Torzi, torchi, doppieri. * Ferali, lanterne, fanali. s - DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN, 283 passata in gran fretta; e per quanto appar per la pre nominata lettera, a Fiorenza par che se facesse grande existimazion de questa multiplicazion di zente, e star del Duca tanto in quelle parti, senza niuna apparente necessità. E tanto più se augumenta el suspetto qui, e confirma in opinion di qualche nuovo trattato que sto reverendissimo cardinal, perchè dal Palazzo è uscita fama ch'el Duca sarà fra dieci zorni qui, e ch'el vuol intrar di notte con gran pompe di lumi narie, che Sua Signoria Reverendissima iudica sia per levar il sospetto; perchè, volendo de queste cose al l'effetto che questi dicono, poteva far la provision de qui, senza portarsi drio questa roba; e poi fa fonda mento nelli schioppetti; tamen sta molto sopra de sì, che effetto se possi far con questa tanta luminaria. » 210. Notizie di Camerino. Il Papa si mostra irritatissimo che il Valentino rimanga da lungo tempo inoperoso in Ce Sella. Roma, 23 dicembre 1502. « Hora 17. Questa mattina, a bon'ora, è zonto qui uno di nostri corrieri, per nome Bartolomio Antigo, el qual per strada trovò el signor Paulo Orsino, che diceva andar verso Camerino; e dicendoli questo corrierve gnir verso Roma, li dette una lettera indiretta a Nostro Signore, la qual avendo lui data al maestro dei corrieri qui, lui in persona la portò a messer Adriano, la qual è di questo tenor: – Che, andando esso signor Paulo verso Camerino, se incontrò a un zerto castello in un Intendi, Paolo al corriere. 284 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. cittadin di Camerino, che a posta andava per lui, e li disse ch'el non dovesse andar de longo a Camerino; ma deviar in un certo castello pur del stado, dove tro varia dodici cittadini della terra che lì l'aspettavano, i quali fariano tutto quello che Nostro Signore coman dasse. – Letta questa lettera con allegrezza, messer Adriano disse: – Fin a sabato averemo la resoluzione de questa cosa. – E menado con sì el maistro de'cor rieri di sopra dal Pontefice, el quallo interrogò (come suol far anche mi, ogn' ora ch'el intende esser zonto qualche corrier) che cosa li avea ditto questo cor rier del Duca di Valenza: li disse ch'el aveva da lui, come el se ritrovava a Cesena. Domandò se l'avia visto; rispose ch'el credeva de no, perchè la non era soa Via andar là. Volse el Pontefice che con instanzia l'intendesse a che modo el sapeva ch'el fosse a Ce sena; et interrogato el corrier, rispose che essendo a Rimano l'aveva inteso. Certificato di questo, el Pon tefice cum gran collera et indignazion, ben tre fiate disse forte, che tutti li astanti l'alditeno: “ – Alfio de putta, bastardo ! – et altre parole in spagnolo, tutto stizzoso. Qui, stato alquanto suspeso, senza dir niente, fuora di ogni proposito si voltò verso il mae stro dei corrieri e disse: – An, Agustin, che se dise de Cervia? – E lui rispose che non se diceva niente. El Pontefice tacque, e non andò più avanti. Immediate lui se parti de Palazzo, e me ha fatto intender quanto è sopraditto, che mi ha parso degno di essere subito significato. » “ Alditeno, udirono. DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN, 285 211. Fuga del signore di Camerino. Sospetti dei Perugini, e loro ambascerie al Duca e al Papa. Roma, 24 dicembre 1502. « Heri furono le ultime mie per Maffio corrier, e per quelle significai alla Sublimità Vostra tutto quello che fin quell'ora accadeva. Poi questa mattina si ha inteso, per lettere zonte questa notte al Pontefice, ch'el signor de Camerino, sentendo la pratica che i citta dini tegnivano di accordarsi con el Pontefice, temendo della sua persona si è tolto via, e clam se ne è fuzito de la terra. Non se intende con verità dove el sia an dato: si parla variamente: alguni dicono che l'è an dato verso Perosa; alcuni verso Venezia; e chi in uno e chi in un altro loco; tutti de arbitrio, e senza niuna certezza. Sperava el signor Paulo concordar le cose, e tuor el possesso della terra e stado per nome del Duca de Valenza. De questa nova el Pontefice ha fatto segno de letizia, e mostra star de bona vogia, e sta in grandissima espettazion de la total resoluzion de la cosa, la qual qui se tien per certa, et ognora la si espetta. º Giovanni Maria, figliuolo di Giulio Cesare Varano, era rientrato nello stato paterno, mediante l'aiuto di Oliverotto da Fermo, negli ultimi di ottobre del 1502 (cfr. il disp. 148); dopochè il padre suo, già fino dal luglio privato della signorìa e ritenuto prigione (cfr. i disp. 50, 51, 53), moriva strangolato, insieme col suo figliuolo maggiore Venanzio, al castello della Pergola, per ordine del Valentino e per opera di don Micheletto. Le nuove in sidie del Valentino costrinsero ben presto Giovanni Maria, come ce ne dà notizia il presente dispaccio, ad abbandonare lo stato, che non ricuperò se non dopo la morte di Alessandro VI. - 286 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. » Della venuta del Duca non se ne dice altro: pur li oratori francesi non restano sollecitar l'andata delle zenti in Reame, et hanno dal Pontefice bone parole. El qual mostra dolerse della tardità del Duca, accu sandolo che senza frutto sta a perder el tempo a Ce sena, dove qui si dice che ogni zorno li moltiplica la zente, che è cosa che dà molto che dir a tutti. Pre sertim Perusini, vien ditto, star con grandissimo su spetto, ma cime che a uno suo orator, mandato dal Duca per le cose di Baglioni, è sta' fatto una resposta non come loro averiano voluto; per il che hanno qui mandato un altro orator dopoi la partita dell'altro, per intendere dal Pontefice quello sia la disposizione di Soa Beatitudine, e farli intendere che loro voleno es ser fidel sudditi della Santa Chiesa e di Soa Beatitu dine; pur quando lei voglia metterli i foraussiti in casa, che loro deliberano defendarse per ogni mezo a loro possibile. A la qual risposta el Pontefice ha rispo sto assai mitemente, e dannate le parole usate dal Duca al suo messo, et etiam quel che va seminando el car dinal Arborense, legato di Perosa, che al presente si ritrova a Foligno; e questa umanità del Pontefice dà più da pensar a chi ha cognizione della natura soa. » 212. Considerazioni dell'oratore bolognese, in un colloquio col veneto, sui danni che è per recare alla Repubblica Veneta e all'Italia il soverchio ingrandimento del Valentino. Roma, 25 dicembre 1502. “ Questa mattina, dopoi redutti tutti i cardinali in camera del Papagà, el Pontefice si mandò ad excu DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 287 sar che, per non se sentir ben disposto, non poteva uscir alla messa, e fu fatta cappella senza di lui, dove fu Variamente argumenta questa sua assenzia, se gondo i Varii discorsi di molti. Fu in cappella da molti parlato di questi suspetti, che qui si hanno per la moltitudine della zente che unisse el Duca senza niuna apparente necessità; e tandem quasi tutti con cludono ch'el sia per Bologna, e ch'el Duca tarda a far l'expedizione, perchè aspetta risposta de Franza, e Spera, con la promission de andar lui in persona in Reame, persuader el Re ch'el se contenti a questo. Dell'accordo non fa conto, pur ch'el partido li reessa: ma cime, par che ancor non sia expedite le cose, ben chè l'orator bolognese solliciti ogni zorno la expedi zion de la bolla, e fin qui non l'ha abuta; e benchè mostri star con speranza, pur non è anche senza du bietà. E lui medesimo questa mattina in cappella me ne feze motto, e cum gran instanzia me recercò, se io intendeva con certezza quello avesse in animo de far questo Duca, dicendo che non era nè anco troppo segura cosa per la Excellenzia Vostra, lassarlo tanto ingrossarse a quelli confini, che poi una comodità li facesse far le materie, che non sariano, dopo fatte, così facile da rimediar. E mi andò discorrendo le cose seguite li proximi zorni, dicendo che la Sublimità Vostra ha perso adesso una opportunità, che non li serà prestata più in molti anni, e disse: – Questa illustrissima Signoria ha lassato piar tanto pè questo Duca di Valenza in Romagna, che li bisogna adesso tegnir più zente alla custodia de Ravenna e Zervia, che non fa in Lombardia, dove è il fundamento del 288 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. suo stado de terra ferma; e bisognarà che continua mente la mantegna questa spesa per segurtà delle cose sue. L'era pur più al proposito della Signoria ch'el fusse un duca de Urbin, un signor de Rimano (et andò discorrendo li altri, li quali tutti erano schiavi del stato vostro), ch'esserghe un signor solo, e de tal natura, che ormai non stima più niuno, e con el favor de Franza se fa licito di voler contender di pari con la Signoria de Venezia, e dir parole che non l'averia dette un re di Napoli nè un duca de Milan. – E qui disse: – Vede', magnifico Ambassador, io parlo da bon servitor di quella illustrissima Signoria, perchè voria veder che la usasse la potenzia sua in redrizar le cose de Italia, perchè ognuno adesso depende da lei. – Queste parole io mostrai di sentir come ditte a caso et incidenter, e li fezi quella risposta che mi parve esser al proposito, con ogni reservazione, salva sempre la dignità e decoro della Serenità Vostra. » 213. Sospetto del Papa per le manifestazioni di stretta amicizia tra il governo di Venezia e l'ambasciatore spagnuolo in quella città. - Roma, 26 dicembre 1502. Il Papa domanda all'0ratore veneto, perchè sia trattato a Venezia con tante carezze Lorenzo Suarez, ambasciatore spagnuolo; la quale cosa ha anche destato qualche gelosia nell'ambasciatore di Francia. L'Ora tore attesta che la Repubblica Veneta è eguale con tutti. DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 289 214. Il Duca fa grandi apparecchi d' armi e di genti: sospetti che se ne hanno in Bologna e in Perugia. Notizie di Ca merino e d'Urbino. Roma, 27 dicembre 1502. « I suspetti ognora qui più crescono per la grande union delle zente del Duca in Cesena et Imola, e la mazor parte conclude de Bologna. Et è ussita fama per Roma, ch'el Duca ha scritto al Pontefice che ten ghi in tempo la expedizion della bolla dell'accordo, perchè al presente se attrova miglior occasion che avesse mai a far quella impresa. Questa fama è ussita da poi al zonzer qui de Mosimpo camerier del Papa, che li zorni passati fu mandato dal Duca con danari, e fu etiam ditto che l'era scorso in Franza. Questo ben è vero che l'orator bolognese con ogni istanzia sollicita la sua expedizion; e non vedendo el fin, quasi lui medesimo si vede desperato. E mi ha ditto questa mattina, siando in cappella, che in Bologna si sta con grandissimo sospetto, e che si fa alcuni ba stioni per segurtà della terra; e quel che più li fa du bitar, è ch'e' Fiorentini, che a principio volevan far la sicurtà dell'accordo per el Duca, ora par che ven gano liberamente, e dicono non lo voler far senza li cenzia del Re. » Non manca etiam el suspetto a Perosa, dove etiam si sta in gran custodia. L'orator perusino, de chi per le alligate scrivo alla Celsitudine Vostra esser qui, abuta la risposta del Pontefice, si è partito. E do poi sono qui lettere del Baglioni in un so nunzio, per º Cioè, al Duca. - GiustiniAn. – I. 19 290 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. nome domino Pietro Paolo, che li scriveno come li sono capitati alcuni cittadini di Camerino, i quali do poi la fuga del signor, per esser delli favoriti soi, per suspetto se hanno redutti in Perosa, e voleno ve gnir a Roma a star ad ogni obedienzia de Nostro Si gnore, se lui li vol accettar per boni e fideli vassalli; et il Pontefice ha fatto scrivere che vengano, chè sa ranno ben venuti e veduti: il che dimostra li Baglioni mostrarsi ossequiosi al Pontefice. » In Camerino se dice esser el signor Paulo Or sino; e se tuol questo argumento che quelle cose siano in tutto composte, perchè el Pontefice sta in elezion di governator de quel luogo, et usa diligenzia in trovar persona di sorte, che la terra se abi a con tentar de lui; e tuol informazion de più persone, tamen non è risolto in alcun. In Urbino par sia an cora qualche difficoltà, sì come se intende per lettere de don Antonio de Montibus, el qual vorria tuor al guno de primarii de la terra e mandarli per ostasi; al che loro non voleno consentir. Il duca di Urbin se dice esser amalato a Civita di Castello, s'è ditto di gota; non però cessa la suspizion che Vitellozzo l'abbi da tradir. » º Antonio del Monte San Savino, presidente della ruota isti tuita dal Papa in Cesena per tutto lo stato del duca Valentino. (Vedi disp. 58.) Il Machiavelli (Legaz. al Valentino, disp. 29) lo dice « uomo dottissimo e di ottima vita. » Giulio II lo creò cardi nale nel 1508; e il nipote di lui, Giovanni, fu papa col nome di Giulio III. DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 291 215. (Ai capi del Consiglio dei Dieci.) Risposta a commissioni speciali di questo Magistrato. Roma, 28 dicembre 1502. L'Oratore, rispondendo a lettere dei Capi del 23 prossimo passato, promette d'investigare gli inten dimenti d'un incognito, che si dice spedito dal Turco al Valentino a trattare cose contrarie alla Repubblica.” Riferisce poi di aver trattato col cardinale Alessan drino, al quale il Papa commise la spedizione del breve relativo ai cherici delinquenti (vedi il disp. 73); e spera in una risoluzione favorevole. 216. Notizie di movimenti militari. Affare dei Savelleschi. Roma, 28 dicembre 1502. Si ha notizia in Roma del passaggio di fanteria veneta sul Po per Ravenna; e se ne deduce che la Re La lettera, a cui risponde questo dispaccio, è la seguente: « Siamo advisati et certificati come uno orator o sia nuncio del Signor Turco pochi dì fano esser passato per el canal de Zara, et haverse trasferito in Ancona, o sia in quelli luogi de la Marca; che ne fa indubitatamente credere, che la causa de cussì facta andata esser per tractar alcuna mala cossa contra el stato nostro cum el signor duca Valentino, quale sapemo haver per ogni via cercato et cercare de disturbare la practica de la pace nostra cum el signor Turco. Volemo per tanto, et cum el Conseio nostro dei X, efficacissime ve imponemo, che a dar debiate immediata studiosissima et prestissima opera de intendere il zonzer del pre fato orator turchescho, cum procurar, per ogni via et mezo a voi possibile, de poter saper tute sue pratiche, tractationi et anda menti, dandone a nui et ai capi del Conseio nostro dei X diligen tissimo et prestissimo advixo del tuto, per letere vostre tute in zyphra. » (Arch. gen. di Venezia. Consiglio dei Dieci, Capi, filza 2, lettere del 1502.) 292 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. pubblica stia in sospetto del Duca, e che il Papa trovi appoggio nel Re di Francia. Corre fama della partenza per la Lombardia dei soldati francesi che erano in Romagna. « Sono lettere del Duca in li Savelleschi, per le qual li commette che debbano levarse de Palumbara, e desistere da quella impresa, per essere questa soa ferma deliberazion. Se attenderà alla execuzion, la qual non seguendo, la brigata se confirmarà in la opinione che hanno, che tra loro se intendano, e che queste siano simulazion solite a esser fatte da questi. » 217. Ritorno improvviso in Lombardia delle genti francesi che erano in Romagna. Affari di Bologna. Supplizio di Ra miro di Lorca in Cesena. Roma, 29 dicembre 1502. « Quel che fin heri accadeva, scrissi alla Subli mità Vostra per Soccin corrier; e poi questa mattina sono lettere dell'orator bolognese, de'24 del presen te, che significano quel zorno medemo esser passato per Bologna tutte le zente franzese che erano in Ro magna, et andavano verso Lombardia. Monsignor de Montason et alcuni altri capi principali alozorno quel dì in casa de messer Zuane, ben onorati da lui; e contenti, non tantum loro ma tutte le zente, e de li omeni del paese et anche de la terra, da li quali li era sta prestata ogni comodità, se ne andavano. Causa alcuna de questo ritorno non se dice con verità: ben fa star la brigata sopra de sè, perchè za per tutto era divulgato che queste zente dovevano andar in Reame. Ora che queste zente sono partite, cessano li sospetti DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN, 293 che el Duca possi più far cosa de gran momento, come qui tutti questi zorni se suspicava. L'ambas sador bolognese si è assegurato per adesso, e sta di bon animo, benchè la bolla di soi capitoli non sia an cora expedita; e per quanto lui me ha detto, crede an daranno dilatando la cosa fino alla venuta del Duca, la qual se iudica dover esser presta, ma non si sa però determinatamente il tempo; perchè, ora che son cessati i sospetti de cose grande, se è ritornato a par lar de Senigagia, e quasi per certo se tien che avanti la venuta soa farà quella impresa. » Heri al tardi zonzero lettere del Duca de la re tenzion de Remiro, che dette gran meraviglia a tutti; ma poi mazor l'hanno data altre lettere zonte questa mattina, che dicono la decapitazion soa publica in su la piazza di Cesena, e che poi la testa sua, fitta in cima una lanza, stette tutto el zorno in conspetto del populo. La causa se dice per le gran querele abute el Duca de le extorsion e delle manzarie che lui faceva alli suditi. Questa causa, ancora che publice se dica, non ha tanta fede che non se credi ch'el ne sia qual cun'altra occulta, chè non se intende da tutti el iu dicio. » Di questo ritorno improvviso delle genti francesi in Lom bardia non sono ben determinate le ragioni. (Cfr. Machiavelli, Legaz. al Valentino, disp. 40, 41 e 50, e Guicciardini, lib. V.) A mag giore schiarimento della cosa crediamo utile pubblicare alcuni brani delle lettere scritte intorno a questo fatto dal Soderini, ora tore fiorentino in Roma, ai Dieci di Balìa, nei giorni 27, 28, 30 e 31 dicembre 1502. (Vedi, in fine a questo volume, il Doc. III.) º Ecco l'annunzio che ne da il Soderini da Roma il 28 dicembre: « Erami scordato come messer Hadriano mi dixe 294 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 218. Apprestamenti del duca Valentino per l'impresa contro Si nigaglia. Affare dei Savelleschi e Orsini. Dimestichezza del cardinale Orsini col Pontefice. Roma, 30 dicembre 1502. « De l'impresa de Senegagia se parla adesso con qualche fondamento di verità; e za s'è ditto el Duca aver inviato parte de le sue zente a quella via et an che alcuni pezzi de artigliarie; e con le zenti manda el signor Paulo Orsino e Vitellozzo, el qual za era mosso da Urbino, et andava verso quel luoco. E più si conferma questo, perchè il Pontefice cerca di met ter le poste de qui fin presso Senegagia, e se va in formando della più breve via. Se iudica non aranno troppa difficultà, perchè in quel luogo non è fatta pro vision alcuna di defension; anzi si dice che vi erano lettere di San Pietro ad Vincula alla madonna e populi, che, quando pur el duca Valentin Vogia molestarli, che il Duca haveva tagliata la testa a Remires suo maestro di casa et grande huomo presso di lui. » Il Machiavelli (Legaz. al Valen tino, disp. 42) dice che fu trovato in due pezzi sulla piazza di Ce sena, aggiungendo: «Non si sa bene la cagione della sua morte; se non che egli è piaciuto così al principe, il quale mostra di sa per fare e disfare gli uomini a sua posta, secondo i meriti loro. » Ne parla anche nel cap. VII del Principe: dove dice che il Duca aveva preposto al governo della Romagna quest'uomo « crudele ed espedito, » con pienissima autorità, perchè la pacificasse: ed egli vi riuscì « con grandissima riputazione. » Ottenuto il quale intento, il Duca giudicò « non essere a proposito sì eccessiva au torità, perchè dubitava non diventasse odiosa, o e stabilì nella pro vincia una ruota civile « con un presidente eccellentissimo. » Per purgarsi poi dall'odio generatogli dai rigori passati, e guadagnarsi in tutto gli animi dei popoli, «volse mostrare che se crudeltà al DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 295 che senza far altra difesa, si debbano dar a lui e non aspettare che li fazzi danno: cusì se iudica serà, per chè za la madonna era partita, e redutta a Sora. Dapoi questa impresa, se sta in qualche opinion, che el debba andar in Ancona: ma in questa impresa vien posto qualche difficultà, e non se affirma troppo per adesso. » Li Savelleschi non sono ancora mossi da Pa lombara, e dicono voler aspettar fin a tanto ch el Duca sia qui, e che non li par de volerse movere per una simplice lettera della Excellenzia Soa: il che fa credere che fra loro se intendano e che si trazano di questi Orsini; bench'el cardinale Orsino adesso par che sia molto intrinsecato cum el Papa, et ogni zorno è cum lui molto stretto. Et heri de sera fu a cena in Palazzo con la Beatitudine Sua, dove stette fin appresso zorno nelli consueti solazzi del Ponte fice, intravegnendove dame, senza le qual in questo Palazzo al tempo presente non se ne fa festa che di letti: fu etiam zugato qualche centenerº de ducati. Di questa dimestichezza non poca imputazion è sta' data al cardinale da molti che iudicano lui medemo cercar d'intrapolarse. » Cuna era seguita, non era nata da lui, ma dall'acerba natura del suo ministro; e preso sopra questo occasione, lo fece mettere una mattina in duoi pezzi a Cesena, con un pezzo di legno ed un col tello sanguinoso accanto. La ferocità del quale spettacolo fece quelli popoli in un tempo stupidi e satisfatti. » * Così il codice. Forse deve leggersi « si trazano ioco. » Vedi pag. 324, verso 3. º Centener, centinaio. 296 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 219. Il Papa s'intrattiene coll'Oratore veneto e con varii cardinali sulle gravi spese dell'esercito del Valentino e sulla prodi galità di esso Duca. Roma, 31 dicembre 1502. « Ozi è ussito a vespro Nostro Signore, molto di bona vogia, che più non è ussito queste feste. Et essendo in camera del Papagà, vardò attorno, e non Vedendo altro ambassador, mi chiamò, e molto alie gro mi domandò, se io avevo cosa alcuna di novo; e li dissi di non. Poi me disse: – Questi vostri caval lari, che vengono da Venezia, che ve dicono delle zente del Duca? – Dissi, che per adesso non era ve nuto alcuno, che potesse dir cosa nova che la Beatitu dine Soa avanti che ora non avesse inteso. Me disse: – Nui ve domandemo questo, perchè avemo inteso ch'el Duca aveva mandato alcune zente verso la Marca, e se dice a Senegagia; tamen non ne avemo alcuna cer tezza, perchè lui non ne scrive. –Dissi alla Beatitudine Soa, che del mandar di queste zente ognuno ne par lava publicamente, e se diceva esser de ordene della Beatitudine Soa. Subito disse: – In verità, domine Orator, non ne sapemo niente, anzi nui avemo scritto al Duca, ch'el non deba tegnir quella spesa, ma li cenziar quelli fanti, e poichè le cose delli stati de Ca merino et Urbino sono quietate, vegnirsene verso Roma. E nui lo aspettemo fra pochi zorni, e farà una onorevole entrata di notte; et a questo effetto ha fatto apparecchiar qui una gran quantità di torzi, et inten demo che anche per la via de Venezia ne ha fatto ve nire molti et altre lumiere. – E poi ridendo si voltò DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN, 297 verso li cardinali che lo apparavano, e disse: – Que sto Duca regna in far sempre cose nuove: ha troppo grande animo. Vorressimo ch'el fosse un poco più stretto al spendere; e s'el vegnirà per questo car levar, farà mille pazie e buterà via qualche mier de ducati, appresso quelli abbiamo spesi. – E qui, con un atto de passion, disse pur verso i cardinali: – In verità questi zorni passati ne andava de spesa più de 1000 ducati al zorno, oltra le zente d'arme, et ancora adesso oltra le zente franzese che sono par tite, el Duca è romaso con 400 omeni d'arme, 600 ca valli lezieri e 6000 fanti, e non ne zova a scriverli ch'el scansi la spesa. – Li fu resposo per il car dinal Sanseverino, ch'era un de quelli che l'appa rava, che la Santità Soa non fosse malcontenta, per chè la Excellenzia del Duca non spendeva inutilmente i suo denari. Poi la buttò in piasevolezza, e disse, che tutta la corte lo aspettava con desiderio per aver piasevole carlevar, chè senza lui par che li al tri non sapiano festezar. Li disse el Papa ridendo: – Sapemo ben che vui non aspettate altro. – E cum questo si fornite di apparar, anzi, da puo'ap parato, stette un pezzo a compir quanto è scritto di Sopra. » 220. Dedizione di Sinigaglia al duca Valentino. Roma, 1 gennaio 1503.” « Questa mattina, da poi la messa, Nostro Si gnore chiamò tutti nui oratori che erimo lì, e pre Mier, migliaio. * Così, secondo lo stile comune. Il codice, seguendo lo stile 298 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. senti li cardinali, publice disse, questa notte aver avuto lettere che, intendendo quelli de Senegagia le zente del Duca aviarse a quella via, se sono dati li beramente in man sua, et insieme tutto el stado. Di gando questa cosa, mostrava allegrezza grande, e ta men fenzeva non aver saputo niente per avanti, e accusava quella madonna, che se aveva portato tanto Villanamente contro el Duca, che lo aveva mosso a far questa cosa per indignazione; il che lui non pen sava. E qui disse, la natura del Duca esser di non perdonar a chi li fa ingiuria, nè lassar ad altri la vendetta: e menazò alli altri che lo avevano offeso, et in particolare disse de Oliverotto, el qual el Duca avea zurato in ogni modo de apicar con le soe pro prie mane, s'el poteva mai metterli le mane ados so. Ditto che ebbe Nostro Signore questa nova, ognu no, segondo el consueto, si allegrava cum lui, e chi a un modo e chi a un altro li grattavan le orecchie; di che lui molta dilettazion ne pigliava, e, dilatando le fimbrie, intrò in un gran cantar della virtù e ma gnanimità del Duca. La mazor parte del cardinali, quantunque con la bocca li assentisseno, pur cauta mente l'un vardava l'altro e se strenzeva nelle spalle; precipue monsignor de Siena, el qual ha un poco el stomaco gonfio, che dubita del stado ch'el nipote ha nella Marca; perchè ognuno de qui adesso parla veneto, secondo il quale l'anno incominciavasi il 4 di marzo, continua a segnare 1502 fino al detto giorno. * Si accenna qui alla signoria di Montemarciano nella Marca d'Ancona, che fu donata da papa Pio II a Giacomo Piccolomini Todeschini; se non che erra il Giustinian, dicendo questo signore nipote del cardinale di Siena, mentre era suo fratello, e tutti e due, per parte di madre, nipoti di Pio II predetto. DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 299 ch'el Duca vegnirà, menando a rastello

 Menare a rastello (rastrello) significa figuratamente saccheggiare, portar via.

quanto el po trà, Venendo a Roma. Assai anche si parla di Ancona, di Fermo e d'Ascoli, e di tutti quelli altri lochi, dei quali con qualche apparenza se po parlar. » El Pontefice ha dato la tratta de 5000 ruzzi

 Il rubbio o rugghio è un'antica misura per le biade, in uso nello Stato romano, che si ragguaglia a circa tre ettolitri.

de formento alli Franzosi dal luogo di Corneto, che fa molto mormorare la brigata in Roma, che dubitano di molto mazor carestia di quello sia qui al presente, che non è piccola, perchè el formento finora val R.

 Forse, reali.

40 el rugio; e venendo el Duca, se dubita salterà a 60 e più.

1503年1月2日(月)

 221. Ancora dell'impresa di Sinigaglia. Notizie di Lombardia, di Siena e di Spagna.
Roma, 2 gennaio 1503.
 Ozi si ha iterum confirmata la nova de Senegagia; Vero si dice, che la rocca si tiene ancora, chè è assai bene in ordine; pur se iudica potrà far poco, maxime che za le artigliarie se accostano alla terra a questo effetto solo de expugnar la rocca, la qual etiam si crede non vorrà expettar battaglia. El Duca de Valenza se dice era partito de Cesena e redutto a Fano, per esser più propinquo a Senegagia et alli altri lochi, che si dicono esser desegnati da lui.
 Qui è ussita una fama, che però non se affirma, che, alle confine del stado de Milan, Sguizzari hanno fatto le sue consuete mozioni, e fa iudicar la brigata questo esser sta causa del levar de le zente francese de Romagna: la verità de questo die esser nota per altra via alla Celsitudine Vostra.
 È sta etiam ditto che in Siena si ha discoperto certo trattato, al qual tegniva man el Duca de Valenza,

 Cfr. il dispaccio 225, in fine, e la nota appostavi.

che fa dir ad ogni uno l'accordo del Duca con li Orsini e collegati esser sta solum per aver opportunità alla sprovveduta far le sue vendette contra tutti a uno a uno.
 De Spagna sono lettere fresche che dicono l'Arciduca non era ancora mosso de lì, nè se rasonava che l'avesse a moversi; e pur se confirma el grande apparato de armata che facevano quelli Cattolici Re, e che omnino el Re vegniria in persona in Italia: ma a parole che dicano o Francesi o Spagnuoli poca fede se li presta, per averse per il passato vista poca autorità in esse.

1503年1月3日(火)18刻

 222. Cattura del cardinale Orsini e d'altri della sua fazione in Roma. Voci della cattura di Vitellozzo Vitelli, Oliverotto da Fermo, Paolo Orsini e Francesco Orsini duca di Gravina, per opera del duca Valentino.

 Le prime notizie giunte in Roma dei fatti di Sinigaglia furono, com'è naturale, vaghe ed inesatte, e ne sono prova questo e il seguente dispaccio del Giustinian. Egli stesso poi rettilica le prime inesattezze nell'importantissimo dispaccio del 4 gennaio (n. 224) e nei successivi. La Descrizione del modo tenuto dal Valentino ec. di Niccolò Machiavelli, e i dispacci 43 e segg. della sua Legazione al Valentino, sono per questi fatti le fonti principali: vedasi pure la lettera d'Isabella d'Este al suo marito marchese di Mantova, 10 gennaio 1503, in Arch. Stor. Ital., Serie I, App. vol. II., pag. 262-265, piena di particolarità importanti. Epiloghiamo qui i fatti, per risparmiarci delle troppo minute rettificazioni, caso per caso. Il duca Valentino ritenne prigioni nella rocca di Sinigaglia il 31 dicembre 1502 Vitellozzo, Oliverotto, Paolo Orsini e il duca di Gravina, cugino di Paolo; nella notte stessa fece strangolare i primi due; gli altri due incontrarono la stessa fine il 18 gennaio in Castel della Pieve. Intanto il Papa fece ritenere in Roma altri Orsini, cioè, il cardinale Batista, Rinaldo di Giacomo arcivescovo di Firenze, Giovambatista di Virginio protonotario, e con essi lacopo Santacroce. Il Giustinian aggiunge, tra i catturati in Roma, Antonio Santacroce. (Vedi disp. 223.) Il Buonaccorsi (il cui racconto bensì è pieno d'inesattezze) e il Burcardo menzionano tra questi un Carlo Orsi i ma forse c'è equivoco con il protonotario, il cui fratello maggiore, figliuolo adulterino di Virginio, chiamavasi appunto Carlo. Quanto ad un cavaliere Orsini, che secondo varie testimonianze fu catturato in Sinigaglia, cfr. il dispaccio 254, e la nota relativa.
Roma, 3 gennaio 1503.
 Hora 18. Heri scrissi quanto accadeva alla Celsitudine Vostra per Antigo corrier; questa al presente è per significar alla Sublimità Vostra, che questa mattina circa a ore 16 si condusse a Palazzo el cardinal Ursino, chiamato dal Pontefice in gran fretta, dove era in ordine tutta la guardia del Pontefice armata a piè e a cavallo. Subito ch'el fu dentro, fu serrate le porte tutte del Palazzo, e fatto preson lui, l'arcivescovo di Fiorenza, et Iacomo de Santa Croce. Sono chi dicono etiam esservi fin quest'ora ritenuto el signor Iulio da le zente del Papa che sono a Palumbara, dove lui se ritrovava. Si iudica, e guasi si affirma, a Fano esser sta per el Duca ritenuto el signor Paulo Orsino, Vitellozzo, duca di Gravina, Oliverotto e Baglioni; e fasse questo iudicio, perchè questa notte, circa ore 5, zonze qui un corrier in gran fretta al Pontefice, che fa nascer questo iudicio che portasse la nova de la retenzione delli nominati; perchè, abute le lettere, tutta questa notte el Pontefice è stato in grande azion, e fatte le preparazion per lo effetto che poi questa mattina è seguito. Tutta la terra de Roma è in tumulto: tamen niuno de la parte non è mosso, perchè qui no ci è alcun capo che li guidi. De quello abbi a esser delli ritenuti, variamente se parla, e tutti ave pro maiori parte iudicato che seranno fatti morir. Subito che furono retenuti, el cardinal Sanseverino con l'orator franzese si ridusse a Palazzo, e fa iudicar che fusseno consii della cosa. Questa nova mi ha parso degna di esser subito significata alla Celsitudine Vostra, e però immediate ho spazzato el presente corrier, che mi ha promesso esser vener da mattina, a bon'ora, a piedi di Vostra Serenità.

1503年1月3日(火)24刻

 223. Si conferma la notizia della cattura di Vitellozzo e degli altri in Sinigaglia; e corre voce del loro supplizio.
Roma, 3 gennaio 1503.
 Hora 24. Ozi, a ore 18, per Pellarosso corrier, scrissi alla Celsitudine Vostra la retenzion del cardinal Orsino con Iacomo et Antonio de Santa Croce, l'arcivescovo di Fiorenza e l'abbate d'Alviano:

 Qui il Giustinian non cita esattamente il suo precedente dispaccio; non essendo in quello menzione della cattura d'Antonio Santacroce, nè dell'abate Bernardino d' Alviano.

dopoi, essendome capitate alle mane lettere private de Napoli, con ordine che io le debba spazzar per fante a posta in pressa, che siano lì vener da sera, mi è parso far questo breve alla Celsitudine Vostra, e significarli, che dapoi il dar delle ultime mie, se ha saputo con certezza la retenzione fatta per el Duca delli nominati per l'altra mia, zoè el signor Paulo Orsino, uno suo fiol, el duca de Gravina, Vitellozzo e Oliverotto; i quali si dice esser sta retenuti nella rócca di Senegagia, dove el Duca li fece redur dapoi presa la rocca, per consultar quid agendum; etivi furono presi; e non tantum presi, ma, per quanto ho poi inteso da persona fidata, che dice averlo di bocca del datario, tutti cinque sono sta decapitati; il che però io non affirmo alla Celsitudine Vostra, ma, come l'ho, ghel significo, riportandome alli più propinqui avisi che de altro loco die aver la Serenità Vostra. Alla quale etiam significo che, dapoi el primo moto fatto nell'ora della retenzione, le cose qui in Roma sono quietate, come se niente fosse seguito; anzi par che poco conto se ne facci, parendo a tutti ch'el tutto li sia di ben investido, per il poco discorso che hanno avuto a proveder a quel che da ognuno li veniva ditto.

 Per il poco accorgimento che hanno avuto gli Orsini.

Il Papa, subito retenuto el cardinal, essendo stato con el cardinal Sanseverino e orator franzese, spazzò un suo fidato volando per Franza. Si reputa qui spazzate tutte le cose delli Orsini, e quella famegia del tutto ruinata con i soi stati. Quanto d'ora in ora se intenderà degno di notizia, sarà subito per mi significato alla Celsitudine Vostra.

1503年1月4日

 224. Colloquio del Pontefice coll'Oratore veneto. Distesa narrazione dei fatti di Sinigaglia, e del supplizio di Vitellozzo e Oliverotto. Considerazioni sul cardinale Orsini, l'abate d'Alviano e Iacopo Santacroce.
Roma, 4 gennaio 1503.
 Per le ultime mie, che furono heri a 24 ore, per el corrier spazzato con le lettere private de Napoli, la Sublimità Vostra averà inteso quello accadeva. Questa mattina, per intender cosa degna da scriver alla Serenità Vostra, mi sum trasferito a Palazzo; et introdutto, trovai Nostro Signore in la sala dei Pontefici assai aliegro, el qual, prima che li dicesse altro, mi domandò de novo, et io respusi che era andato per intendere dalla Beatitudine Soa, perchè non aveva altro da dirli. Disse: – Domine Orator, nui ve contaremo tutto el sucesso, azò che ne diate notizia alla illustrissima Signoria, e perchè la intenda la verità. – E comenzò a dir che, essendo già sentenziato a morte Remiro, disse voler far intender al Duca alcune cose per suo descargo, e li significò, come aveva ordine con li Orsini de darli la terra de Cesena, il che non essendo seguito, per l'accordo che nascette per la Excellenzia Soa e questi Orsini, Vitellozzo se aveva disposto de far ammazzar el Duca, e che a questo era consenziente Oliverotto da Fermo (de li altri non nominò alcuno); e non li parendo aver altro modo defar l'effetto, aveva ordine con un balestrier che, cavalcando el Duca, lo dovesse tuor de mira et ammazzarlo con la balestra. Il che inteso, el Duca se tenne in gran custodia, e mai non se cavò le arme de dosso fina ch'el non fu a Senegagia; dove, avendo dato principio a bombardar la rocca, perchè la terra libere se li dette, quelli che erano dentro se ne mandorono a domandar patti, e si resero etiam loro. Il che seguito, essendo il Duca nella camera del suo allozamento, vi andò lì tutti li ritenuti, armati etiam loro, come amici però; et essendo in camera, el Duca li fece retegnir; e subito dette principio a far el processo contra Vitellozzo, el qual de plano confessò esser vero tutto quello che Remiro aveva deposto de lui, e confessò che Oliverottoli tegniva mano al trattato: per il che il Duca li ha fatti decapitar tutti do. Li altri tiene presoni, e fa el processo contra di loro. – Non sapemo che ne sarà, ma se averanno fallito, saranno puniti anche loro. – Poi disse: – Avendo nui inteso questo, per intendere le cose tutte come sono andate, avemo fatto retignir de qui el cardinal Ursino, quelli di Santa Croce, e l'abbate d'Alviano. – Del quale parlò molto sdegnato, intitolandolo – iotton, traditor, – e che per lui non avea mancato de disconzar le cose de Camerino, e poi a le fine far fuzir quel signor. Poi disse: – L'è vero ch'el se scusa che, come servitor del cardinal Orsino, che glielo aveva comandato, non aveva possuto far altramente. – E lassato parlar dell'abate, disse del cardinale, che l'era in la camera propria de Sua Beatitudine, ben servito da li proprii servitori. – Del qual non sapemo che ne sarà. Se troveremo che sia in dolo, li useremo più presto clemenzia, come è ufficio nostro, che alcuna crudeltà. – Et usò alcune altre parole, che chiaramente manifestano l'animo suo esser de farlo morir; ma per quanto puti conietturar dalle parole sue, aspetterà la venuta del Duca, e vorrà che questo offizio sia suo, per descargarse. Et iudico farà prima morir l'abbate d'Alviano, con far poi nascer una soa deposizione che aggravi el cardinal, che li para licitamente poterlo far, come ha fatto di Remiro contro Oliverotto e Vitellozzo, sì come ho sopradetto; la qual narrandome questa mattina, pareva che lui medemo dicesse de narrar un figmento, e pur l'andava colorando come meglio poteva, et il medesimo serà de li altri retenti del Duca. Parlato che ebbe de questa retenzione, disse che, in quel zorno medemo che Vitellozzo fu decapitato, alle 20 ore, el Duca con tutto lo exercito se lievò de Senegagia, e se inviò verso Civita de Castello, in modo ch'el sperava che ozi o domani l'averà quella terra senza contrasto, perchè el populo non vorrà aspettar ruina, non avendo chi lo defenda; e de lì poi se ne vegnirà a Perosa, dove pareva ch'el facesse qualche poco de difficoltà; pur assegurandose nella gran quantità de'foraussiti, i quali tutti sono partiti de qui mandati da lui, mostrava grande speranza di aver anche quella città, et al conto el feze, fra dieci o quindici giorni alla più longa, el Duca saria de qui expedito di tutte do queste imprese.
 Essendo io con la Beatitudine Soa, Trozo ussite fora de una delle camere, e voltato a lui el Pontefice, li fece atto ch'el se accostasse, e poi li disse forte: – Fallo vignir fora. – Tornò Trozo iterum in camera, e poi ussite fora in compagnia de Iacomo de Santa Croce, e tutti do insieme stettero apozati a una finestra, dove stettero continuamente tutte l'ore ch'io stetti li, et al partir mio restarono ancora in quel medesimo luogo: il che fa nascer questo iudicio, che questo Santa Croce abbi condutto el cardinal al macello, e che lui non sia sta retenuto per altro che per una coperta.

1503年1月4日

 225. Liberazione di Iacopo Santacroce. Notizie del duca d'Urbino, di Pandolfo Petrucci, di Giulio Orsini e dei Savelleschi.
Roma, 4 gennaio 1503.

 Hora prima noctis. El iudizio fatto de Iacomo de Santa Croce, che abbi agabati li altri, si è verificato, perchè lui questa sera, a circa ore 23, è sta' licenziato dal Pontefice, e se ne è andato a casa sua, senza niuna diminuzion de la grazia ch'el aveva cum la Beatitudine Soa: è vero che per dar qualche colore alla cosa, ha voluto ch'el dia segurtà di appresentarse ad ogni comandamento suo, dove el vorrà. Passando per la strada verso casa soa, ognuno li vardava dietro, e chi li dava una imputazione, e chi un'altra.
 Essendo ozi a Palazzo, trovai l'orator di Ferrara, el qual mi disse che, dapoi Nostro Signore li ebe comunicato la decapitazione di Vitelozzo, disse: – Nui non semo troppo contenti che l'abi fatto cusi presto per le cose de Urbino, perchè subito che avessemo aviso de quello aveva animo de far el Duca, li scrivessemo che non facesse altro de Vitelozzo, se prima el non conzava le cose, talmente ch'el podesse aver el duca d'Urbin nelle man. – E poi el Pontefice se medesimo se respose, e disse, che avendo el Duca abuto l'aviso avanti la morte de Vitelozzo, el sperava dovesse aver fatta debita provision ad averlo in le man.

 Intendi, il duca d'Urbino.

L'è vero ch'el disse aver inteso, ma non lo affirmava troppo, che, subito intesa la retenzione, el duca se ne era fuzito da Civita di Castello e redutto in un castello su quel de' Fiorentini, propinquo a Civita di Castello. E mi disse che in aver questo povero duca in le man, el Pontefice mostrava nel parlar suo non poca affezione.
 El trattato de Siena, scritto per le mie de 2 alla Celsitudine Vostra, si è verificato, e ditto esser sta retenuti tre cittadini senesi, che avevano ordine de amazzar Pandolfo, per far el tutto in un punto medemo, azò ch'el pericolo de uno delli colligati non facesse cauto l'altro.

 « In Siena è scoperto uno tractato contro Pandolfo Petruccio, il quale ha facto incarcerare ventidue cittadini, de li quali subito ne ha facti impiccare tre delli principali. » (Lettera d'Isabella d'Este, citata a pag. 301.) Il Pecci (Memorie storico-critiche di Pandolfo Petrucci) non ne fa parola; e qui giova notare come questi dispacci ci diano molte particolarità, finora mal conosciute, sui fatti di Siena, che precedettero e determinarono la partenza di Pandolfo.

Come etiam voleva far el Pontefice qui al signor Iulio Orsino, che heri, de ordine del cardinal, se doveva redur qui appresso Roma miglia uno al Ponte Lementano, per ritrovarse con lui, dove el Pontefice mandò alcuni cavalli per pigliarlo; ma lui, aveduto dell'aguato, se ne fuzite, e furono presi alcuni Romani della soa compagnia, che questa notte sono sta menati qui presoni a Roma.
 Ora che le cose sono discoperte, li Savelleschi, che erano a Palumbara, vengono in Roma descoperti; e tutto ozi Silvio Savello è stato in Palazzo, et ha abuto audienzia dal Papa.

1503年1月5日

226. Notizie di Giampaolo Baglioni. Spogliazione della casa del cardinale Orsini. Il principe di Squillace va a prender possesso delle terre e castella degli Orsini. Opinioni del pubblico su queste materie. Roma, 5 gennaio 1503. « Hora 20. Questa mattina sono qui lettere che avvisano, Zuan Paulo Baion, avendo intesa la reten zion di soi compagni, e che le gente del Duca e lui in persona se aviava verso Civita di Castello e poi a Pe rosa, dubitando delle cose soe, per la gran quantità de forusciti che si accostano a Perosa, se ne è fuzito della terra, con quelli più omeni che ha possuto, non se intende verso che luogo, ma opinion comune è ch'el sia andato a Bologna: la fuga del quale fa certa la presa di Perosa al Pontefice senza niun contrasto, come etiam lui spera de Civita de Castello, dove heri over ozi alla più lunga, si tiene ch'el Duca abbi fatta la intrata. » Tutta questa notte è stata vodata la casa del cardinal Orsino, e portato a Palazzo il tutto fin a la paia. Arzenti li è sta trovati in gran quantità, se sti ma de più de ducati 10,000; bellettissima tapezzeria, et altro mobile de casa; denari contadi non se sa con certezza el numero, ma si dice esser manco de quel che se iudicava. La madre del cardinal è sta cazzada de casa con quello che l'aveva indosso, solamente con * Parola del dialetto, per bellissima. 310 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. alcune garzonette pur della casa; e le meschine vanno remengando per Roma, chè non trovano chi li dia re capito, chè ognuno teme. Il cardinal è sta condutto in Castel Sant'Angelo, del qual ormai non è più al guno che con zertezza non iudicasse che l'abbi ad esser morto. Dell'abate d'Alviano si crede che finora sia stata fatta la festa, et è etiam opinion de molti che, ancora ch'el Papa non dighi, salvo la morte di Vite lozzo e Oliverotto, che anche li altri fin quest'ora siano morti. El signor Iulio, con circa 200 cavalli e quel poco aver che ha possuto portarse adietro, con la moier, un suo fiol, con alcuni putti del signor Paulo, se ne è andato alla volta de Taiacozzo nel stato del signor Zuan Zordano, per assecurarse. » Oziel Pontefice ha mandato el Principe suo fiolo, con tutte le soe gente d'arme e cavalli lezieri de la sua guardia, con alcuni altri che in un tratto ha fatti, con bon numero de fanti, a tuor el possesso de tutte le castelle e terre de questi Orsini. Con lui è andato Iacomo de Santa Croce et il protonotario Orsino con li contrasegni, e se tiene che senza altro li sarà con signato el tutto. » De qui queste cose sono da tutti existimate, e parli che questa sia cosa general che tocca a tutti. L'ora tor fiorentino molto se ne risente; e, benchè questi soi emuli siano malcapitati, non li par de esser troppo sicuri, parendoli non bene a proposito star a descri * Notizia errata, che si ripete più volte nei successivi di spacci. L'abate fu liberato pochi giorni dopo la morte di Alessan dro VI. (Vedi il disp. del 22 agosto 1503.) * Intendi, i Fiorentini. DlSPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 311 zion de chi vuol el tutto per sì, senza aver rispetto più a un che a un altro. El bolognese molto più; chè ormai li par veder la sua festa nonchè la vizilia. Ognuno ha l'occhio alla Celsitudine Vostra, della qual chi parla a un modo, e chi a un altro; e vedendo la in solenza di costoro, parendoli che la nassa da favor che se sentono da altri lochi, non mancano iudicii de grandi uomini che anche la Sublimità Vostra, se non la sarà ben provveduta delle cose sue, ne abbia sen tir danno. » 227. Comunicazioni del Papa in Concistoro relative al cardinale Orsini. Notizie del Valentino. Roma, 5 gennaio 1503. « Hora 5 noctis. Ozi, dopo manzar, è stato capel la, e non è ussito el Pontefice; tamen, dapoi el vespro, fece diralli cardinali che se reducessero dentro da lui, e cusì fecero, e stettero fin passate ore due di notte. La qual convocazione è stata fatta, per aldir le que rele ch'el Pontefice volse far del cardinal Ursino, del quale molto si dolse, commemorando cose moderne et antiche: e disse aver trovato, dapoi la retenzion, es ser sta vero tutti li tradimenti che li era sta'ditti lui aver fatti contro la Santità Sua et el Duca, e molto più di quello si diceva; e su questo si dilatò molto. Poi disse come el cardinal Orsino tutto questo tempo si ha forzato di persuaderlo esser contrario al Re de Franza et accostarse con Spagnuoli, e che li offeriva tutta la casa Orsina a questo effetto, cum 400 homeni d'arme, cum i quali appresso el favor di Spagnuoli si 312 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. averia subito cazzati Franzesi di Italia; e che, avendo resposto el Pontefice: –Come volemo nu'far che Spa gnoli siano scacciati d'Italia? – Li disse: – Pater San cte, cazzemo una volta Franzosi, chè poi cazzaremo Spagnoli. –Le qual parole disse al Pontefice, per met. terlo al ponto con l'una parte e con l'altra. Deinde, per taiar la strada alli cardinali, che non abbino causa di parlar in favor suo, li andò ricercando ad uno ad uno, macime quelli che li pareva lo dovessero favorir, digando che di questo averia detto cusì e di quello colà; e con molte parole sopra ciò fece fine. Tamen non restarono li cardinali, che non facessero l'officio suo di raccomandarlo per onor del Collegio; alli quali el Pontefice respose, ch'el procederia contro de lui con tutte le iustificazion possibili, non li facendo niun torto, ma somma iustizia; e che faria conoscer a tutte le loro Signorie, quanto existimava le soe reco mandazion, e quanto appreciava el Collegio: che sono parole che hanno confirmati tutti in opinion ch'el vo glia far morir. E per dir una grazia che li ha fatto, disse, a prieghi del cardinal medesimo, averlo fatto menar in Castel Sant'Anzolo, perchè lui voleva te nirlo in Palazzo in la soa camera, e farlo ben servir, come si conveniva. Dinotando alla Serenità Vostra º Cfr. Burcardo, sotto dì 5 gennaio: « Hora consueta fuerunt vesperae papales in cappella maiore: officium fecit reverendissi mus dominus cardinalis Alexandrinus, papa absente. Quibus fini tis, omnes cardinales iverunt ad Pontificem, commendantes ei car dinalem Ursinum etc. Papa dixit eis de conspiratione Vitellotii, Ursinorum, Ballioni et Pandolphi, et eorum complicum, ut Ducem occiderent, qui se voluit conti a eos vindicare; et non obtinuerunt a Pontifice gratiam. » (Ms. Magliab., tomo III, a c. 176.) DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 313 ch'el cardinal medesimo non si assicura niente della vita; e, per quanto ho inteso per via fidedegna, si ha voluto confessare disponerse con messer Domenedio, e li par da un'ora all'altra aspettar la morte. » Per via di un secretario del cardinal de Co senza, che continue die noctuque assistit Pontificem, ho inteso che, benchè il Pontefice dia fama ch'el Duca debba vignir a Roma, expedito che abbi le cose di Perosa, tamen la intenzion soa è di ritornar indietro alla impresa de Bologna, et assaltarla lui da una banda e le zente franzese dall'altra; le qual, benchè siano passate da Bologna, stanno a requisizion del Duca, nè passorno de là per altro respetto che per assegurar Vitellozzo e li altri che andassero alla impresa di Se negagia, non li parendo poder esser offesi dalle zente del Duca solo, mancando i Franzesi. » 228. Cattura di due prelati. Sgomento generale in Roma. Ti mori del cardinale de' Medici e di Piero suo fratello. Allontanamento dei Fiorentini dall'amicizia del Papa. Roma, 6 gennaio 1503. « Hora M9. Per Farfarello corrier scrissi heri alla Excellenzia Vostra tutto quello che accadeva. Questa mattina poi è sta'retenuto l'auditor della Camera, che è vescovo di Cesena, e tolto con la fievre del letto e condutto in Castel Sant'Anzolo: tutta la casa li è sta svalisata, e portate le robbe a Palazzo; el me demo si è fatto del protonotario de Spiritibus. Questi º Cfr. Burcardo, sotto la data del 6 gennaio: « Post pran dium Gubernator Urbis equitavit ad domum reverendi patris do mini Petri episcopi Cesenatensis, auditoris Camerae, et eum ad 314 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. duo sono degnissimi prelati e molto reputati in corte, maxime l'auditor della Camera, el qual, per esser de fazion colonnese, altre fiate fu in qualche indignazion de Nostro Signore; tamen, dopoi pacificati (et ha il breve delle indulgenzie) stava qui sotto la fede delli cardinali Orsino, Santa Croce e Santa Brigida (Santa Prassede): tamen Nostro Signore dise averlo ritenuto per novi delitti, i quali non se intendeno. La re tenzion de questi due ha messo in spavento tutta questa corte, e molti cortesani prelati, macime quelli che hanno fama d'aver denari, similiter zen tilomeni della terra, cusì de una fazion come del l'altra, sono chi scampati, chi ascosti, perchè non è più alcun che si tegna sicuro. E questi modi fa che ognun si ricorda quanti peccati ha fatto in vita soa, perchè li omeni adesso qui se punisseno per peccati de' suoi progenitori, e poca colpa li fa aver gran penitenzia. » Li cardinali tutti temeno, macime quelli che si pensano de averse in alcun tempo immaginata, non chè fatta cosa niuna contraria alla volontà del Pon se vocatum, licet infirmum, duxit ad castrum Sancti Angeli.... Equitavit indead Palatium idem Gubernator, et de Palatio addo mum reverendi domini Andreae de Spiritibus, de Viterbio, Sedis apostolicae prothonotarii de participantibus et clerici Camerae apo stolicae, quem similiter de domo sua duxit ad castrum praedi ctum.... Dominus prothonotarius praefatus, videns se captum, antequam exiret domum suam, proiecit claves studi sui et capsae in cloacam, nescio ad quid. Sabbato seguenti (7) idem Gubernator fecit exportari omnia bona tam episcopi auditoris quam protho notarii praedictorum de domibus eorum ad Palatium Papae et alibi; et dictum fuit quod in domo prothonotarii parum fuit re pertum. » (Ms. Magliab., tomo III, a c. 176.) DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 315 tefice. Il cardinal de' Medici potissimum è quel che sta in sospetto, et il magnifico Piero suo fratello, el qual volentieri se torria fora de Roma, quando el vedesse di poterlo far. Quello che più lo fa so spettar è che heri sera, essendo li cardinali con el Pontefice, la Beatitudine Sua chiamò el cardinal de'Me dici, e li fece carezze assai più del solito, e li disse ch'el dovesse menar con sè a Palazzo soo fratello, perchè lo voleva un poco confortar e conferir con lui: che sono parole inconsuete, che hanno dato molto che pensar a questi, siccome ho da domino Antonio di Bibiena secretario suo, che è fratello di domino Pietro residente de lì. E dubitano che non li dia a Fiorentini, per gratificarse con loro, alli quali fa ora el Pontefice carezze, per averli a soi servizii a questo tempo, e mostra far instanzia granda di unirsi con loro, benchè non li prestino orecchie; e se mai ebbero spirito a farlo, ora li è fuzito, chè hanno un specchio troppo grande avanti gli occhi, e sono fatti cauti cum el pericolo d'altri. E per quanto ozi me ha comunicato l'orator suo, siando in capella, in Fio renza, da poi intesa la retenzion fatta per el Duca, e che l'attende all'impresa de Civita de Castello e Pe rosa, per andar poi a Siena e dopo a Bologna, come in publico se ne parla, hanno comenzato a far Varii pensieri; e dice aver lettere questa notte da suo fra tello, da le qual, non che ghel scriva chiaramente, el traze questa conseguenza, che siano per mandar ora tor alla Signoria Vostra, perchè vedeno le cose an * A questa comunicazione fu risposto da Venezia il 13 di gennaio: « Ne le vostre letere del 6 del mese presente, intercetera, 316 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. dar tanto avanti, che quando poi si vorrà, non serà il modo di poterli remediar, perchè si vede chiara mente i cegni di questo Pontefice esser a maggior cosa di quelle che finora abbiamo vedute. Et in con firmazion de questo affirmo alla Sublimità Vostra aver per via fidedigna inteso, de bocca del Pontefice esser uscite queste parole: – Che quanto fin mo è se guito, è niente a quello Che presto si vedrà. - » 229. Disegni del Papa contro Giangiordano Orsini, contrariati dagli agenti francesi; e suo intendimento di distruggere interamente la casa Orsina. Affari di Bologna. Resa di Città di Castello al duca Valentino. Roma, 6 gennaio 1503. « Hora 3 noctis. Ozi dopo pranzo li oratori fran zesi, insieme con Odoardo, varletto regio, che vien da Reame per andar verso Franza, sono stati in audienzia del Pontefice; alli quali molto aggravano le cose de Or sini. E quanto potè messe tutta quella casa al ponto con el Re, et in particolar disèse a la persona de Zuan Zordan, e fece gran instanzia a Odoardo, che persua desse la Maestà del Re a farlo retenir; al quale Odoardo feze la cosa non tantum difficile, ma quasi impossibile, se contien el motivo factovi per l'orator fiorentino circa la deli beration over rasonamento facto per i sui Signori de mandar al presente Orator a la Signoria nostra per le cosse occorrente. Unde volemo et commettemovi, che se per el dicto Orator ve sarà più parlato de questa materia, li debiate dir, come da vui, che ve rendete certissimo, mandando la sua excelsa Signoria oratori a la Signoria nostra, i saranno ben et amorevolmente racolti, veduti et accarezati; et de tuto quello haverete, ne darete noticia per lettere vostre. » (Arch. gen. di Venezia. Senato Secreti, Registro 53, pag. 60.) DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN, 317 per la fede che il Re li ha dato, etiam perchè non ha la Maestà Sua niuna iusta causa de querela contra di lui. E non trovando risposta che li piacesse contro la persona de Zuan Zordan, el disse a Odoardo che, quando ben el Re non vogia che la persona de Zuan Zordan sia retenuta, lui è disposto, non possendo aver la persona, tuorli el stado; et usò stranie parole contrade lui, che iudicano l'animo suo esser di sra dicar in tutto questa casa, non possendo lassar omo di loro vivo, nè lassarli spanna di stado. º Dapoi questi, l'orator bolognese è stato circa mezza ora con el Pontefice, e ritornò fuora molto so speso e di malissima voia, chè vede le cose sue non andar bene. El Papa li mette in difficoltà la expedi zion de la bolla de lo accordo, e, per quanto ho da via bona, li ha ditto (se non expresse, saltem tacite) ch'el non è per averla. Questo ambassador sta qui non troppo seguro della persona, per esser uno delli mazor partesani del Bentivoglio, et omo de autorità, et in queste novità se ha molto operato; e parli non usar el privilegio de ambassador, essendo de terra subdita. » In questa ora 2 di notte, se ha sentito bom bardare in Castel Sant'Angelo, et altri segni de leti zia, e sono per lettere zonte in quest'ora che Civita di Castello se ha dato al Duca, senza aspettar che le zente siano zonte lì, perchè non se intende ancora 1 La dedizione di Città di Castello fu ricevuta dal Duca in Gualdo, a 5 di gennaio: « il Duca ricevè la terra come gonfaloniere della Chiesa, e non altrimenti. » (Machiavelli, Legaz. al Valentino, disp. 48.) - 318 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. ch'el Duca sia mosso de la Marca, nè anche lo exer cito. Se dice etiam de Perosa questo medesimo; ta men el non se affirma, perchè non sono ancora zonte lettere di essa; tamen non è niun che presto non le aspetti.

1503年1月7日20刻

 230. Resa di Perugia al Valentino. Corre voce che dopo tale acquisto il Duca si appresti a fare impresa contro Siena.
Roma, 7 gennaio 1503.
 Hora 20. Questa notte son zonte lettere che avisano la dedizion de Perosa al Duca de Valenza, in nome però della Chiesa. Il modo è, che dapoi la captura de Vitellozzo e li altri, el Duca scrisse alla Comunità, che volessero persuader et anche operar che Zuan Paulo Baglion e li altri soi seguaci partissero de la terra, e la cedessero alla Santità del Pontefice, de chi la era; perchè, facendolo, lui prometteva a quella città ogni grazia di Nostro Signore e favore, et operar talmente, che loro cognosceriano la affezion che l'ha a quella città; quando anco non lo facesseno, li minazava etc. Queste lettere zonsero a Perosa el mercore, che fu 4 del presente, et in quel zorno medemo fo chiamato el Consiglio, e, presenti i Baglioni, furono lette le lettere del Duca. Poi molti cittadini della terra pregarono Zuan Paulo, che non volesse esser causa della destruzion de quella città; e poi ch'el non aveva modo de defenderse, meglio era salvarse in qualche modo lui e li altri, che tutti insieme pericolar. Alle qual parole esso Zuan Paolo respose, che la intenzion soa era defender quella terra, e bastarli l'animo farlo con le zente ch'el aveva; ma, poichè loro volevano cusì, più presto voleva patir lui nel particular suo, che metter la patria sua in niun periculo, e che era contento partirse. E cusì feze el medesimo zorno cum bona grazia et amor de tutta la terra:

 Non il giorno 4, come parrebbe dal contesto di questa lettera, ma la mattina del 5 gennaio, Giampaolo Baglioni e i suoi si partirono da Perugia; la quale si sottomise al Valentino il giorno appresso (Cfr. le cronache del Matarazzo e di Teseo Alfani, in Arch. Stor. Ital., tomo XVI, parte II, pag. 209 e 248, e il dispaccio 226 del Giustinian.)

ben li pregò che, poichè lui partiva, non volessero accettar la parte soa contraria, e li fu promesso. Cum lui se ne andò tutti li altri de la casa, et el signor Fabio Orsino fiol del signor Paulo; el qual dopoi la captura de suo padre, si ridusse lì con tutta la soa compagnia salva, et erave etiam parte de la compagnia de Vitellozzo; e con circa 300 omeni d'arme sono andati alla Volta de Siena, dove etiam se dice (ma però non se affirma) esser andato el duca de Urbino con el vescovo de Civita de Castello,

 Giulio di Niccolò Vitelli.

e tutti faranno massa lì, per difendere quella città, alla quale se dice el Duca indirizzerà l'exercito, poichè ha abute queste do, alle qual prima intendeva. Pandolfo se intende prepararse alla defensione, e va facendo quelle provision ch'el puol, se pur li zoveranno, perchè se dubita che lui etiam forzato convegnirà ceder. La bona fortuna de questo Duca mete ognuno in spavento, e non è alcun che spera ben. Sono etiam chi iudica che, lassata la impresa de Siena, per adesso attenderà a Bologna. Li iudicii sono diversi, da qual delle due abbi da comenzar, ma che le abbi a far tutte do, se altro non l'impedisse, è ferma conclusion de tutti.
 Partito che fo Zampaolo da Perosa, el zorno drieto mandò la Comunità ambassadori

 Furono: Gentile Signorelli cavaliere, e Alfano Alfani tesoriere perugino. (Matarazzo, loc. cit.)

al Duca per consignarli la terra, con questa commissione: Che loro volevano esser boni sudditi, ma che non volevano li forussiti in casa, perchè seria causa de mazor error che prima. Et il medesimo hanno scritto de qui al Pontefice, e de questo molto ben lui se ne è contenta, perchè, mancandoli l'una parte et l'altra, li par dover aver più dominio della terra.

1503年1月7日4刻

 231. Colloquio del Papa coi Conservatori di Roma sui fatti occorrenti in quei giorni. Notizie degli Orsini, e specialmente del conte di Pitigliano.
Roma, 7 gennaio 1503.
 Hora 4 noctis. Vedendo Nostro Signor tutta la terra di Roma in spavento, et ussir fama che ora questo, ora quell'altro era retenuto, che dava causa a tutti de fuzir, ozi da puo' manzar ha fatto convocarli Conservatori con molti zentilomeni romani in Palazzo, alli quali primiter iustificò la retenzion del cardinal Orsino e delli altri, in el modo ch'el feze alli cardinali, ozi è terzo zorno; poi li confortò tutti a star di bon animo, e che non temessero de niun mal, perchè za erano retenuti tutti quelli che meritavano; e che ognuno attendesse a viver con l'animo quieto, chè lui non era per aver respetto che fossero più Orsini che Colonnesi, ma averli tutti in equal grado; e che non li dando causa de nove querele, di tutte le vecchie se voleva desmentegar. E per trazersi più ioco di loro, li disse che attendessero a far feste et altri solazzi in questo carlevar, per tegnir la terra in allegrezza e liberarla da ogni sospetto. E cum questo li dette licenzia.
 Questa sera al tardo se ha da persona che parla de Veduta, ch'el signor Iulio Orsino era a Brazzano con 300 cavalli: dicesi, ma questo non se affirma, che in quel loco medemo se aspettava etiam el signor Zuan Zordano. El signor Iulio dovea partirse da Brazzano, per andar anche lui verso Siena a conzonzersi con li altri, per deliberar de star lì, overo tutti insieme far la via de Pisa e redurse a Bologna, per essere luogo più seguro e più commodo a divertir el Duca dal proceder più avanti.
 Li agenti qui del signor conte de Pitiano stanno in gran sospetto delli stati de Sua Signoria, et ognora mi sono a fianchi; e non manco di confortarli con quelle più accomodate parole ch'io posso. E sopra questa materia ho parlato con Nostro Signore, dal quale ho avuto buone parole, pur con qualche coda, dalla quale nontrazo conclusion che sia troppo bona. L'arcivescovo di Nicosia,

 Aldobrandino del conte Niccolò.

fiol de Soa Signoria, si è tolto via fino el primo zorno che fu retenuto el cardinal, e non senza qualche periculo era redutto fin a Brazzano: de li doveva andar a Pitiano, che è luogo più seguro che sia in tutto el stado de Orsini. De la partita soa el Papa me ne parlò, dicendo che la non era necessaria, chè lui non si è pensato di farli molestia alcuna: io finsi non ne saper niente, ma, pur dato che la fosse, mi sforzai di iustificarla, in modo che Sua Santità restò satisfatta. E per opinion mia bona è sta' questa soa fuga, perchè qui non seria stato senza pericolo di retenzione ad minus, quando altro non gli avesse fatto.

1503年1月8日

 232. (Ai capi del Consiglio dei Dieci.) Notizie di Santa Maura.
Roma, 8 gennaio 1503.
 L'Oratore è informato dal cardinale di Napoli che un Turco, che era al governo di Santa Maura, dopo l'acquisto fattone dai Veneziani, si era assentato di là, « per dubio ch'el suo Signor non li facesse dispiacer, » e veniva a raccomandarsi alla Repubblica.

1503年1月8日

233. Il cardinale Piccolomini, in un colloquio coll'Oratore ve meto, esprime il desiderio che la Repubblica prenda le parti contro il Papa. Roma, 8 gennaio 1503. « Hora 19. Dopoi questa mattina sono ussiti qui duo oratori senesi, che zonzeno ieri sera per recom mendar le cose sue a Nostro Signore. Ognuno qui sta sbigottito e pavido, maxime quelli che hanno da spen der, perchè adesso non par ch'el Pontefice attenda ad altro che recuperar denari. Et è ferma opinion de tutti, i ritenuti, tra robbe e officii e beneficii, debba ascender alla somma de ducati 100,000; perchè, oltre le altre cose, nelli luochi de questi Orsini troverà for menti et altre biave de gran somma de denari e be DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 323 stiame assai che era del cardinal; benchè fin qui non se intende ancora ch'el Principe, con quelle zente che andò fora, abbi abuto altro che Monte Rotondo, ma ch'el debba aver ogni cosa non è dubbio. Questo recu perar denari, con qualche più sede de animo del con sueto suo al Pontefice, fa cadaun più considerar e ponderar le parole che già sono publicate esser sta'ditte da Sua Beatitudine: – che quel che è fatto, è niente a quel che presto se vederà, – come per le mie de 6 scrissi alla Serenità Vostra. E di questo parlandone questa mattina con el reverendissimo Siena, me fece longhi discorsi; el qual si trova non troppo contento per le cose soe, a le qual non li par de veder niuno remedio, come non ha veduto alle altre. E mi disse queste formal parole: – Non vedo niun remedio a questa ruina, se non che la illustrissima Signoria di Venezia si svegli e ponavi mano, se non publice, al meno con qualche modo che ella saprà far con la pru denzia soa, e non aspettar de aprir gli occhi quando la sarà punta nel suo, perchè el serà troppo tardi, e non lo potrà far senza gran interesse: chè questi non toccaranno le cose soe, se prima non se ampliano tanto, che li parà poterlo far e non temer da lei. Ma quella, che die pensar la segurtà soa, die preve der, come prudente che la è, e far sì che la non abbi causa de dubitar in niun tempo: e Dio volesse che za l'avesse fatto li mesi passati; chè seria stato più facile che non serà adesso, e con più che si sta, tanto mazor serà la difficultà. – E molto si extese in que ste parole con gran passion di mente, e me andava recercando de la intenzion de Vostra Sublimità. Al qual io resposi che la intenzion de quella io non la potevo intendere, ma che la cognosceva sapientissi ma, et anche sapea che lei in tutte le azion sue pro cede con somma prudenzia, avendo sempre non manco respetto al futuro che al presente, e cusì me persua deva la dovesse far in queste turbolenzie. Sua Signo ria confirmò quanto io aveva ditto, e ritornò pur a replicar i presenti e futuri pericoli. E cum questo da lei mi parti'. »

1503年1月8日

234. Mala disposizione del Papa contro il conte di Pitigliano; l'Oratore veneto lo difende. Roma, 8 gennaio 1503. « Hora 2 noctis. Ozi, circa le ore 21, Nostro Si gnore mi mandò a dir per uno di soi palafrenieri, che alle ore 23 me dovesse ridur in Castel Sant'Anzolo, dove allora seria la Beatitudine Soa, perchè l'aveva da conferir algune cose. All'ora deputata me ridussi, e la trovai nelli pozuoli che vardano sopra el ponte e ban chi, che publicamente stava a vardar mascare, che tutte fevano capo sotto lui a far li atti soi, con gran fe sta e riso de gran numero de brigata che in quel luogo era ridutta: nè me radegai' molto di quel che la Bea titudine Soa me dovesse dir. Intrato che fui sotto certe zelosie dove el steva, mi dimandò subito quel ch'era del mio secretario, e fece che lui etiam entrò sotto quella gabia. Poi fece chiamar messer Adriano, e non volendo comenzarme a parlar, se lui non era presente, lo fece chiamar ben tre fiate; venuto lui, * Me radegai, sbagliai. chiamò il Governatore che stava lì fuori, e fece etiam accostar el cardinal de Cosenza, che lui etiam era lì sotto; el che feze, per el iudicio mio, azò fossero te. stimonii delle parole me disse, de le qualiudico etiam ch'el Vorà far che messer Adriano fazi nota. E mi disse: – Domine Orator, nui avemo mandato per vui, perchè l'altro zorno ne recomendaste le cose del conte de Pitiano, e ve respondessemo che, facendo lui el suo dover, e siando obediente come nostro vassallo, che nui eramo per averlo per bon servitore e recom mendato lui e le cose soe. Adesso veramente ve di cemo aver aviso da più bande, e macime lettere del Duca, che ne significano come el vescovo di Castello et el duca d'Urbino, fugiti da Civita di Castello, si sono andati a Siena, dove non hanno trovato reca pito, e de li partiti se ne vieneno alla volta de Pitia no. Questi sono nostri rebelli et eXcomunicati, e prin cipalmente questa impresa si è fatta per el duca de Urbino: pertanto ve dicemo che dobiate scrivere a Pitiano a quelli del conte, che ne diano questi nelle man nostre, overo che li scazzino de li, perchè altra mente nui se excusamo cum vui per nome de la illu strissima Signoria, ch'el Duca ne scrive andarà lì con l'exercito, e senza avere respetto a niuno, pigliarà quella terra, e torrà anche el resto del stado al conte. Lui è de questa opinion, e cusì ne scrive ch'el farà. In ogni modo però fative presto qualche provisione, per chè, seguendo cosa alcuna, nui non volemo rendervene niun conto. –Rispusi alla Beatitudine Soa che non era officio mio scriver nè comandar a quelli di Pitiano che facessero più una cosa che un'altra, maxime che la Santità Soa non aveva zerteza dell'esser del duca de Urbino in quel luoco, e benchè li sia sta scritto che l'andava alla volta de Pitiano, potria anche essere, come me persuadeva, de non ; ma quando anche el fosse lì, io pregava la Beatitudine Sua non volesse innovar cosa niuna, fin ch'el signor conte non avesse notizia di questa soa volontà, perchè o veramente el faria la volontà di quella, overo li aduria tale iusti ficazion, che la romagniria sadisfatta; perchè io su bito scriveria a la Excellenzia Vostra, che la faria in tendere al signor conte quanto la Beatitudine Soa mi aveva comunicato subito. Me rispose con la voce più alta, e volse che ognuno intendesse, e disse: – Nui ve dicemo la chiara nostra intenzion, che non volemo aspettar risposta alcuna da Venezia. Scrivete a Pitia no, perchè semo ben contenti di star tanto che ve gni risposta deli. – Iterum replicai che la Beatitu dine Sua, per la prudenzia che era in lei, cognosceva ben che io non doveva nè poteva scriver di questo a Pitiano, et in lei cognosceva ben tanta bontà, che la non vorrà far danno al conte, che li è sta' et è buon servitor, e la Signoria Soa non l'averà meritato. Re plicò: – Vui ben ne avete inteso: fate mo vui quella provision che vi pare, chè nui se avemo voluto excu sar. – E cum questo me parti de li. » Principe Serenissimo, ch'el Pontefice abi abuto questo aviso ch'el duca d'Urbino vadi a Pitiano, io ne credo quello che ne credo della mazor parte de le cose che odo da lui; ma dovendo vegnir il Duca de Valenza alla volta de Siena, ha assunto questa scusa; la qual, quando pur li manchi, perchè el duca de Urbin non sia andato nè sia sta accettato in quel luogo, non ghe mancarà qualcun'altra; perchè al luogo de Pitiano per la importanzia soa molto ha l'occhio el Pontefice, per la comodità che ha quella terra a Siena, et è luogo fortissimo. Ma, tra le al tre cause che li fa sede di quella terra, è che qui è fama, tutto quello che avanza el signor conte del soldo che li dà la Illustrissima Signoria Vostra es ser mandato in deposito là, e spera per l'acquisto di quel luogo fare un ottimo e grasso botin de gran quantità de denari, che se tien aver adunati el conte lì, come in luogo più securo. »

1503年1月8日6刻

 235. Sunto di due lettere del Papa al Valentino, relative specialmente agli affari di Siena e al conte di Pitigliano.
Roma, 8 gennaio 1503.
 « Hora 6 noctis. In quest'ora per via fidedigna sum fatto certo che, dopoi che mi partii dal Pontefice, l'ha fatto scriver al Duca due lettere, el qual ora se ritrova a Sisi (Assisi).

 Itinerario del Valentino dopo la presa di Sinigaglia: 1° gennaio 1503, in Corinaldo; 3, in Sassoferrato; 5, in Gualdo; 7, in Assisi, dove si trattenne fino al 9. (Machiavelli, Legaz. al Valentino, dispacci 44-50.)

In la prima li significa esser zonti li do oratori senesi, alli quali lui ha fatto intender non debino dar recapito alcuno ad alcuno de soi rebelli, e scrive che non hanno promesso cosa alcuna certa, ma che hanno ditto che iudicano el magnifico Pandolfo non farà cosa che sia in displicenzia de Soa Santità, e che fino a marti l'averà la risoluzion de la intenzion de Pandolfo; e pertanto debi sopraseder l'andata soa a Siena, finchè l'averà altro da lui, et eo maxime, perch el cardinal Sanseverino e l'orator franzese l'hanno quasi protestato, per nome del Re de Franza, ch'el se debi astenir delle cose de Pandolfo, per esser recomandato alla Maestà Soa. In questa medema lettera se contien questo altro aviso che, expedito ch'el Prencipe abi queste cose del cardinal et Iulio Orsini, andarà contro i stati de Zuan Zordan, per averne di zo dato notizia alla Maestà del Re, el qual non mostra farne conto; che confirma quanto ho scritto alla Celsitudine Vostra esser opinion di tutti, che de consensu Regis siano stati tutti questi movimenti, che sono seguiti questi zorni avanti; et inter cetera li scrive che a le cose sue de lì debia lassar buon ordine e riguardo, per non aver causa di temer di esse, nè di ritornar più indietro per adesso. E questa è la continenzia tutta della prima lettera. Dopo la quale subito ne scrisse un'altra, per rispondere a una, che allora aveva ricevuta del Duca, nella qual lui scrive andar a Siena; e li replica a sopraseder, finchè l'averà da lui altro aviso, perchè marti aspetta la risposta da Siena; poi li saperà che scriver di questo, perchè, dice, non bisogna metter tante legne a fuoco, et iudico, che, volendo Pandolfo accettar questi suo inimici in Siena, vorrà che la sia iustificazion del danno che li farà; ma li scrive che debbi venir a Pitiano, dove averà el duca de Urbin in mano, el qual avuto, potria riportar quel stato quieto. E li significa averme fatto intender quanto per l'altra mia scrivo alla Celsitudine Vostra; tamen, ch'el vadi pur a Pitiano, perchè venendo lettere da Venezia, che non se segui quella impresa, za la cosa sarà fatta; non venendo, tanto sarà meglio. Il che molto ben dichiara la intenzion soa. Quanto scrivo alla Sublimità Vostra per la presente ho da persona degna di fede, che se introduse in molti secreti del Pontefice, et era presente all'ordinar della seconda. »

1503年1月9日

236. Ancora del conte di Pitigliano. Notizie del Regno. Roma, 9 gennaio 1503. « Ieri furono le mie alla Sublimità Vostra per Pelalosso corrier, el qual è venuto fin a mezza via, e de li ha spazzate le lettere, perche siano più pre ste. Per quelle averà inteso la Serenità Vostra quanto accadeva, e macime per le do ultime. E continuando pur el Pontefice in voler tuor la impresa de Pitia no, mi parse ben conveniente ozi ritornar da la Bea titudine Soa, per far quel che iudico esser la inten zion de Vostra Excellenzia, perchè delle cose del signor conte da lei non ho avuto mai commission alcuna. Et introdutto alla Beatitudine Soa, li dissi aver dato notizia alla Serenità Vostra di quello che ieri la Santità Soa mi aveva comunicato, e che la pregava non li aggravasse aspettar risposta da lei, perchè, quando el stado del signor conte fosse of feso, iudico che la Illustrissima Signoria Vostra lo sentiria con molestia grande. Sua Beatitudine mi ri spose più piasevolmente che non aveva fatto el zorno avanti, e questo più mi fa creder mal; e disse che 330 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. si facesse provision che questi soi ribelli fossero scazzati da Pitiano, chè le cose del contesariano da lui riguardate come le proprie, altramente ch'el du bitava ch'el Duca faria qualche novità, perchè l'è collerico, e gli è molto al core di aver nelle man que sti soi ribelli etc. Pur disse che lui anderia raffre nando al più poter suo questo furor del Duca. Lo pregai a sopraseder, perch'el Duca non faria se non quanto per la Beatitudine Soa sarà comandato, e che io sperava se faria bona provision al tutto, ita che la Santità Soa con rason non se potria doler del conte. Non mi è parso poder far più in questa materia, non avendo altro in mandatis da la Sublimità Vostra. » Essendo cum la Beatitudine Soa, me domandò se io aveva inteso la nova de Reame. Dissi de non, e che aria caro intender de la Beatitudine Soa, es sendo cosa alcuna. Mi disse che l'ambassador fran zese li aveva mostrate lettere del Vicerè, de 5 del presente, che avvisavano in Calavria esser stati alle man Franzesi e Spagnoli, e molti morti et il re sto fuziti, di quali assai avevano lassati i cavalli e Sal vata la persona su per quelli monti. Disse volermi mostrar la lettera, e chiamò alcuno de' suoi intimi, e l'uno diceva che l'altro l'aveva: infine Trozo disse averla mandata al Duca, del che el Pontefice mostrò gravarse ch'el non ne avesse tenuto copia. Di questa quantità la Sublimità Vostra batterà quella parte che a lei parerà, perchè pur die esser sta qualcosa, sic come etiam Spagnoli confessano, ma dicono li Fran zesi aver più perso che guadagnato. Poichè ebbe ditto questo, disse ch'el credeva in ogni modo le cose do DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 331 vessero conzar, e per li avisi che lui avea dal suo º che è in Franza, che non seria carlevar, che se ve daria una bona pace o triegua per qualche anno, e mostrò dirlo con asseverazion. Il respetto ch'el fa dir a mi di questa pace, lasso che la Sublimità Vostra el giudichi; chè officio mio non è scriver a lei el giu dizio che fo delle cose che aldo dal Pontefice, ma scri verle nude e semplice, e lassar che lei le iudichi. »

1503年1月10日

237. Affari del duca d'Urbino e di Siena. Roma, 10 gennaio 1503. Gli agenti del conte di Pitigliano in Roma spac ciano un messo al figliuolo di lui, Lodovico, per in formarlo degl'intendimenti del Pontefice. Quanto al raccomandargli di licenziare o no da Pitigliano il duca d'Urbino, sono incerti; e l' Oratore veneto, consultato da essi, si astiene da dare una risposta decisiva. Sono giunte da Siena le lettere aspettate del Pon tefice (vedi disp. 235, 238); ma non se ne deduce ancora con certezza se i Senesi daranno o no « reca pito a questi descazzati. »

1503年1月11日

238. Ricevimento degli oratori senesi in Concistoro. Affari del Regno. Roma, 11 gennaio 1503. « Ozi è stato Concistorio, dove furono introdutti li oratori senesi con le lettere de heri, le qual sono tanto summesse et umane et ad vota di Nostro Si * Così il ms. – Sottintendi, legato. 332 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. gnore, quanto dir si possi; per le qual quella Comu nità si offere esser fedelissima alla Santità Sua, e fare quanto lei comandarà, in non dar azetto' nè fa vor alcuno a niuno di questi suo rebelli eccepto Zuan Paulo Baglion, per esser suo soldato, al qual non ponno denegar de accettarlo. Lette che furono queste lettere, li oratori dissero: – Pater Sancte, la Santità Vostra vede con quanta realtà” vien la terra no stra alle voglie soe. La supplichemo che, fatto che abbiamo questo, non vogli poi trovar scusa e dir: Rupisti mini potum etc. – Qui el Pontefice li fece of. ferte assai e promissione di non mancar di quanto li prometteva, e li adiunse questo, che se questi anda vano lì, i dovesseno far presoni e dargheli in la man. E vorà che questa li sia un'altra legittima causa, non lo facendo loro, de non li attender a quel che li pro mette; e poi mancando questa, non li mancarà un'al tra, perchè ormai a tutti è noto, quanta fede si possi prestar a sue parole. Questi oratori, inteso che eb bero la voluntà del Pontefice esser che loro li diano questi in le man, sumseno occasione da quelli di Pi tigliano, e dissero che non dovessero essere astretti più di quello erano stati astretti da Sua Santità quelli di Pitigliano, che era solum de licenziarli. Alli quali el Pontefice disse, che li Pitiglianesi avevano legittima causa de quel che li aveva concesso, per rispetto del parentado che hanno con li Orsini, ma ben aveva ditto anco a loro che voleva li desseno el duca de Urbin e vescovo de Castello in le man; il che però non disse Azetto, ricetto. – Manca al Boerio. * Realtà, ingenuità, sincerità. a mi quando el mi parlò, ma solum che li licenzias S0I10. » Expediti che furono questi oratori, serrato il Concistorio, Nostro Signore, con qualche indignazione e con alta voce, si voltò al cardinal di Santa Croce, e disse che sapeva che lui, insieme con l'oratorispano, facevano zente qui per mandar in Reame, e davano denari etiam a quelli che avevano soldo da lui, e li facevano perdere non solamente le zente, ma i de nari e la reputazion: e per tanto li faceva intender, et a lui et all' orator, che desistesseno da questa im presa; se non che, senza aver rispetto a cosa niuna, faria etiam parole molto alte: e dissele pieno de in dignazione. Poi si voltò al cardinal de Lisbona, che ha la cura de Ostia per el reverendissimo ad Vincula, e li disse che immediate, come l'era Zonto a casa, el dovesse spazar a Ostia, e far stretto comandamento tutti, sub poena indignationis di Sua Santità, che non fosse alcun navilio, sia di che sorte e condizione se vogia, che ardisca levar alcun omo fante nè provi sionato per Reame. Il che promesse far el cardinal de Lisbona; e quel de Santa Croce, al meglio potè, se iustificò. » Demum poi el Pontefice feze trovar e lezer in Concistorio le lettere continente la nova de Reame, che terzo zorno a mi fu ditto esser stata mandata al Duca, in le qual, oltra le altre cose scritte per le mie di quel zorno, se contiene che in el fatto d'arme fu morto monsignor de Grigni capitano franzese.

1503年1月12日

 239. Notizie di Giulio Orsini e del duca Valentino. Affare dell'Oratore con Sebastiano Pinzone.
Roma, 12 gennaio 1503.
 Intendendosi qui ch'el signor Iulio Orsino è a Ceri, poco lontan da Roma, con circa 300 cavalli e 400 fanti corsi, el qual va dannificando el paese dove po, et ogni zorno se ingrossa; el Pontefice sta in qualche sospetto, non avendo zente de niuna sorte qui in Roma, e fa bona guardia alle porte, e messo alcuni fanti della sua vardia in Transtevere, e tien serrata la porta di Palazzo da drieto, non lassa intrar niuno con arme in Palazzo. Ha etiam fatto fornir Monte Iordan, perchè teme ch'el signor Iulio non venghi a far novità qui in la terra, e farla andar a romor; e, per quanto intendo da persona fidedigna di Palazzo, el Pontefice li ha mandato a dir che, facendo qualche inconveniente, serà causa da breviar la vita al cardinal suo fratello. Le zente del Papa con el Principe vanno pur acquistando queste castelle de Orsini; pur anche qualche fortezza se mantiene. Si appresentò a Palumbara Iacomo Savello, li dette la terra, e lui è andato alla via del Duca; del qual non si sa certo dove sia al presente,

 Il Valentino, partito il 9 da Assisi, giungeva nello stesso giorno a Torgiano, a quattro miglia da Perugia, l'11 a Spedaletto, e la mattina del 13 a Castel della Pieve.

pur è a quelle bande verso Siena e Pitiano, con deliberazion certa, per quanto publice se parla, di andar dove seranno questi soi inimici, sia a Siena o Pitiano. Ognun sta in expettazion de intender qual via el serà per pigliar.
 Scrissi alla Sublimità Vostra li di passati, el Pontefice aver ordinato a messer Adriano facesse che Sebastiano Pinzon me desse la riserva; el qual li feze el comandamento. Mi tenne

 Intendi, il Pinzone.

in zanze alcuni dì, dicendo darmela de ozi in doman, poi disse che el comandamento li era sta rivocato. Fizi che iterum el Pontefice l'ordinò a messer Adriano, e, me presente, lui feze el comandamento un'altra fiata; tamen, o sia intelligenzia tra loro, o sia pur temerità di questo cavestro, che ne ha per lui e per li soi vicini, non è modo che ghe la possi cavarda le man. Al Pontefice mi par superfluo parlarne di più, perchè mostra indignarse, e far rebuffi a chi se dieno far, che omnino i me la fazzino aver, et tamen nihil fit.

1503年1月13日

 240. Affari di Siena. Notizie del duca Guidobaldo d'Urbino: provvedimenti del Papa per la cattura del medesimo.
Roma, 13 gennaio 1503.
 Ieri furono le ultime mie per Zuan Gobo corrier. Poi questa mattina sono qui lettere del Duca al Pontefice, che avisano lui al tutto esser disposto di andarsene a Siena, non per dannificar quella città, anzi per farli beneficio, restituirla nella pristina soa libertade, e liberarla dalla tirannide di Pandolfo Petruccio, il quale è inimico della Maestà del Re de Franza; e di questo dice averne dato aviso a quelli di Siena. El Papa mòstra pur sentir molestamente l'andata del Duca a Siena; tamen del voler suo poco iudicio con verità se ne po fare, essendo solito sempre aliud dicere et aliud sentire. E fa dir che Pandolfo ha mandato a dirli che, poichè la difficultà se fa sopra la persona soa, che l'è pronto partirse da Siena liberamente; e dicesi aver mandato a tuor salvo condutto da Fiorentini, e non par che l'abbi ancor abuto. Molti anche dicono che Senesi si faran forti, e voranno defenderse; e, per tor via ogni occasione che potesse avere el Pontefice, hanno licenziati quanti erano lì delli inimici del Papa, e solo Zuan Paulo Baglion, come suo soldato, con le zente soe hanno retenuto; et ha circa 100 omeni d'arme poco più. Li altri Baglioni, si dice, sono andati a Fiorenza, et il signor Fabio Orsino a Pitiano, dove etiam con zertezza se intende esservi andato el duca de Urbino; e sono etiam le done de molti, zoè quelle de Vitelli e Baglioni, et alcune degli Orsini, che fa el Papa parlar più altamente, ch'el Duca omnino andarà con el campo in quel luogo. Non mostra però far conto delle donne e fanciulli che sono lì, ma solo del duca de Urbino, sopra la persona del quale è tutta la sete sua; et alla demostrazion ch'el fa, credo contentaria licenziar tutti gli altri, purchè l'avesse lui ne le mano, nè manca da niuna provision che li para necessaria a questo effetto. Ha scritto per tutti i passi e porti, dove el se po immaginar ch'el possi passar, partendo da Pitiano, con stretti comandamenti e pene, che non sia lassato passar da niun luogo; e parli che ogni opera da lui fatta sia vana, senza la persona del duca de Urbin. E qui po iudicarla Sublimità Vostra quello ne avvenirebbe a questo povero signor, quando el capitasse nelle man di costoro, arrabiati della morte e Sangue di questo immaculato agnello!

1503年1月14日

 241. Cattura della moglie di Bartolommeo d'Alviano per ordine del Valentino. Il Papa, a istanza dell'Oratore veneto, spedisce un breve, perchè sia liberata.
Roma, 14 gennaio 1503.
 Questa mattina è stato da me uno mandato del signor Alvise fratello del signor Bartolommeo d'Alviano, e con gran segni di passion mi fece intendere che madonna Pantasilea,

 Sorella di Giampaolo Baglioni, presa in moglie dall'Alviano, in seconde nozze, nel 1498. L'oratore fiorentino Soderini, in una lettera del 24 gennaio, racconta il fatto con qualche variante; cioè, che il Duca aveva « facto torre armata manu la donna di Bartolommeo da Alviano, sorella di Giovampaolo Baglioni, insieme con un'altra sua sorella, donna di messer Giovanni da Todi, le quali erano nel castello della Corvara, contado di Orvieto. » (Arch. Fior. Lettere ai Dieci, ad ann., a c. 105.) Vedansi ancora i dispacci 251, 252, 266, 267, 281, del Giustinian, e la lettera del Valentino al Pontefice, del 29 gennaio 1503, che pubblichiamo in fine a questo volume, sotto il n. IV.

moglie del signor Bartolommeo, la quale si trovava a Corvara, con dui fanciulli soi nipoti ex fratre del signor Bartolommeo, era sta retenuta da uno che disse esser commissario del Papa e menata via insieme con questi do putti nella rócca de Todi. Quando questa donna fu presa e menata via, el signor Alvise non se ritrovava in quel luogo, ma era ancora dove si ritrova, a Tigliano, loco assai forte, dove si è ridutto per sua sicurtà. Pertanto questo nunzio, per nome del patron suo, con ogni instanzia mi pregò che volessi di ciò farne parola a Nostro Signor, per la liberazion di questa donna e putti, per la sicurtà de soi stadi, essendo loro boni servitori di Vostra Sublimità, e mi domandò etiam che, avendo qualche aviso del signor Bartolommeo, li dovesse dar notizia. Inteso che ebbi quanto è sopra detto, li dichiarai quanto molestamente io aveva sentito quel ch'el me aveva referito; e del signor Bartolommeo, dissi, non li saper dir altro; ma che mi persuadeva lui star bene nè poter esser altramente, quando l'averia la gratia de la Sublimità Vostra come l'aveva; e me offersi al presente loro bisogno far quel che io poteva far molto volentiera. E subito andai a Palazzo, et introdutto a Nostro Signore, li fezi intendere la retenzion di questa donna, pregando la Santità Soa, con quella forma de parole che accadevano al proposito, per la liberazione di questa donna, putti etc. Subito ch'el mi ebbe udito, andò o finse di andar in una grandissima collera, zurando, come fa quando el vuol esser creduto, che de questa retenzione lui non ne sapeva niente, nè di consentimento suo era sta fatto, e manco credeva fusse fatto di intenzion del Duca; perchè lui non aveva causa alcuna da lamentarsi di Bartolomeo d'Alviano, nè dell'altro so fratello, quantunque l'avesse in preson questo ribaldo abate suo terzo fratello per soi particolar misfatti; ma a Bartolommeo lui voleva bene et aveva causa de onorarlo; tanto più quanto l'intravegniva el rispetto della Illustrissima Signoria Vostra, alla quale lui era pronto in Ogni cosa di dimostrar l'amor che l'aveva. Poi voltato a me, disse: – Vardate, domine Orator, che questa cosa sia come me la dite, perchè non se potemo Persuader che algun fosse così temerario, che avesse fatto tal cosa in nome nostro, senza aver ordine da nui. – Risposi che io non l'averia ditto, se non l'avessi avuto dal messo che a posta era venuto da me. Per questa cosa subito chiamò messer Adriano, et ordinò che facesse un gagliardo breve al cardinale Arborense, legato di Perosa, sotto la iurisdizion del quale è questo luogo di Todi, che subito facesse licenziar questa donna con i putti, e farli quell' onor che si convegniva, finchè securamente l'andasse a casa sua; et ordinò ch'el scrivesse al legato che subito li respondesse, chi era questo temerario che aveva fatto questo inconveniente. Nè volse Sua Beatitudine che io mi partisse de li, finch'el non fu fatto la minuta ch'el Volse ch'io la vedesse, e stava in ottima forma. Poi volse etiam ch'io aspettasse lì, finch'el breve fosse ingrossato e sigillato, e manibus propriis me lo consignò; el qual io ditti al messo medemo, che aveva portato la imbassata, con ordine che volantissime ritornasse al padron suo.

1503年1月15日

242. Affari del conte di Pitigliano. Roma, 15 gennaio 1503. Lodovico, figliuolo del conte di Pitigliano, scrive all'Oratore veneto di aver accolto a Pitigliano il duca di Urbino, « per pietà e per soli cinque giorni, » e che già è partito: gli altri, ai quali esso aveva dato ospitalità, non sono « che donne e putti, º che non possono offendere lo stato di Sua Santità. L'Oratore º Ingrossato, termine curiale, derivato dalla bassa latinità, che significa scritto in buona forma. Vedi Ducange, alle voci Grossa, Grossare, Ingrossare. ha un colloquio col Papa circa quella lettera, e lo prega, anche a nome della sua Repubblica, di vo ler scrivere subito al Duca, perchè non rechi alcun danno alle cose del conte di Pitigliano. Il Papa glielo promette. « A parte fu da me domandato el messo venuto da Pitiano, se con verità el duca de Urbin era par tito da Pitiano, e me respose ch'el non me sapeva dir, perchè mai non lo aveva veduto, nè quando venne nè anco al partir; pur per el iudicio, che fa el canzellier del conte che è qui, crede che sia an cor li, e tenuto occulto. Domane se aspetta l'altro canzelier del signor conte, che questi zorni andò a Pitiano per lo effetto medesimo: per lui meglio se intenderà la verità.

1503年1月16日

243. Altre notizie di Pitigliano, e del duca Guidobaldo d'Urbino ivi ricoverato. Affari di Siena. Roma, 16 gennaio 1503. « Ozi, al mezo zorno, è ritornato el canzelier del signor conte di Pitiano, che era andato a far là quanto el Pontefice li aveva imposto, el qual ha riportato la medesima risposta, che per avanti el signor Lo dovico aveva per soe lettere data, come per le mie de ieri averà inteso la Sublimità Vostra. » A parte mi ha riferito, el duca de Urbino es ser in Pitiano con el vescovo de Castello, e stanno lì strettamente; et è intenzione del signor Lodovico te nerli in quel luoco, fin a che li vegna ordine dal si gnor suo padre o comandamento de la Illustrissima Signoria Vostra, dalli quali lui non è per partirse in cosa niuna. E mi ha etiam referito, per nome del si gnor duca de Urbin, che quelle fortezze che ancora si tengono in nome suo, zoè San Leo, la Penna di San Marin et un altro, stanno ad ogni obedienza della Illustrissima Signoria Vostra, ad ogni cegno de la qual è pronto a consignarle a chi lei vorrà: e così, ad istanza e preghi soi, lo fazzo intender alla Serenità Vostra. In Pitiano el signor Lodovico sta di bon animo, per quanto questo suo canzelier mi ha riferito, con intenzion de difenderse, quando pur el Duca di Valenza lo voglia offendere, sperando pre valerse con el favor che messer Domene Dio li pre sterà, mediante la iustizia et ombra della Serenità Vostra, da la qual coperto non teme de niun con trario. » Ditto etiam me ha riferito ch'el signor Lodo vico aveva intelligenzia con Pandolfo Petruccio, che, quando pur in Siena non si potessero conservar, per la instabilità dei populi, quantunque tutta la terra si mostrasse ben disposta alla defension, doverse re strinzer tutti insieme in questi tre luoghi: Pitiano, Sorano, che son del signor conte, e Soana, che è luogo de Senesi; tutti tre forti, e sono distanti l'uno dall'altro un miglio e mezzo in due; e po uno SoC corer l'altro, e sperano, restrinzendose in questi tre luoghi, con le zente che hanno Senesi, potersene prevaler tanto ch'el Duca di Valenza non averà la im presa così facile, come forse lui se persuade. El qual, per ditto de questo canzelier, se trovava allora al Castel de la Pieve tra Siena, Orvieto e Perosa; faceva redintegrar zerti ponti, che Senesi avevano fatto rui nar per impedirli el passo, e publice se parla ch'el va a quella volta. » Questo canzelier ozi voleva appresentarse al Pontefice e referirli la cosa; tamen, avendo io ope rato quanto per la mia de heri averà inteso la Sere nità Vostra, l'ho fatto indusiar a domattina, e mena rollo con mi a Palazzo, e referirà a Nostro Signor quello l'ha in commissione dal signor Lodovico, che è conforme a quello che lui scrisse in le soe, che per mi heri furono mostrate alla Sua Beatitudine. Poi fatta questa relazione, per ogni bon respetto, vederò de farlo levar de qui, fin ch'el passa queste furie, azochè, volendo el Pontefice altro da lui aver, non lo possi aver.

1503年1月17日

244. Ancora del conte di Pitigliano. Il Papa sta in sospetto di novità e rumori in Roma e nello stato. Roma, 17 gennaio 1503. Hora M8. L'Oratore veneto fa abboccare nel Pa lazzo pontificio il cancelliere del conte di Pitigliano con messer Adriano, ed insiste presso questo, perchè raccomandi al Papa che scriva al Duca di non mole stare le cose del conte. « El Pontefice mostra star in gran sospetto, e fa più vardie che mai; teme qualche furia per i ru mori che Colonnesi, Savelleschi e tutti gli altri mal contenti sono per unirse insieme con li Orsini e far novità in la terra; che pur questo popolo sta sospeso e li animi di tutti sono proni a far del mal, quando le ne paresse aver el modo. » Questa notte al Palazzo fu qualche sospetto, non se intende donde causasse. El capitanio della vardia si levò, e ragunò insieme tutta la vardia, e tutta la notte son stati con le armi indosso. Il dubio del Pontefice è che non ha zente in Roma, con le qual in un bisogno se potesse sovegnir. Ha man dato a dir al Prencipe che, lassata la impresa di quei luoghi dove l'era, se ne venghi con tutte le zenti in Roma; e questa sera el si aspetta.

1503年1月17日3刻

 245. Accenno alle cose di Francia e Spagna. Ritorno del principe di Squillace in Roma.
Roma, 17 gennaio 1503.
 Hora 3 noctis. In una visita fatta dall'Oratore al cardinale di Napoli si parla delle voci sparse di pratiche per un accordo fra la Francia e la Spagna; delle quali bensì non vi è alcuna certezza. Il cardinale insinua all'Oratore, che il Re di Francia è geloso della Repubblica, e sospetta che essa abbia fatto lega cogli Spagnoli. Ad ogni modo pare che Francesi e Spagnoli siano stanchi ed esausti.
 « Questa sera, a ore circa 24, è intrato il Principe in Roma, con tutta la sua compagnia, e molto si parla etiam della venuta del Duca, del quale se dice per adesso non torrà altra impresa, parendoli aver fatto troppo.

1503年1月18日

 246. Notizie di Siena, di Giulio Orsini e di Pitigliano.
Roma, 18 gennaio 1503.
 I Senesi hanno preparato, per difendersi dalle armi del Duca, circa 3000 fanti forestieri e 200 a 300 uomini d'arme, e si posero in accordo coi Bolognesi. A Ceri, dove è Giulio Orsini, si raccolgono gente e vettovaglie, e nottetempo si fanno ruberie fino presso Roma: è probabile perciò che il Duca torni in questa città. D'ordine del Papa viene mitigato il trattamento del cardinale Orsini e dell'abate d'Alviano. Il Pontefice comunica all'Oratore veneto i mali portamenti degli uomini di Fiano (terra del conte di Pitigliano), i quali concedono passo e vettovaglie ai nemici di Sua Santità; e dice che, in considerazione di ciò, forse non potrà risparmiarli, come aveva raccomandato la Repubblica.

1503年1月18日

247. Colloquio tra l'Oratore veneto e un nunzio del Re d'Ungheria circa alla pace col Turco. Roma, 18 gennaio 1503. Hora 3 noctis. Un nunzio del Re d'Ungheria, per comandamento del suo Re, visita l'Oratore veneto, e gli espone di essere venuto per comunicare al Papa, come esso Re e la Repubblica Veneta abbiano di co mune accordo deliberato di accettare la pace offerta dal Turco; e a chiedere di ciò il consenso a Sua San tità, come capo della lega. L'Oratore si oppone a que sta domanda di consenso; e dopo breve discussione ottiene dal nunzio che anderanno domani insieme dal Papa a fargli una semplice comunicazione della cosa, senz'altro.

1503年1月19日

248. Il Re di Francia scrive al Papa, rallegrandosi dei suoi fe lici successi contro i ribelli, e raccomandandogli Gian giordano Orsini. Apprestamenti di questo per difendersi dal Pontefice. Roma, 19 gennaio 1503. « Questa mattina insieme con el nunzio del se renissimo Re de Ungheria dovevimo andar a Palazzo, per essere con Nostro Signore in la materia della pace del Turco; dal quale ho deliberato non mi par tir, per farlo camminar per quella via che cognosco esser la intenzion della Serenità Vostra, come heri mi disse voler far, e questa mattina etiam più ampla mente me ha confirmato; tamen, perchè questo nun zio non era in ordine de alcune soe cose particolar, avemo differito fino a domattina. E fatto che abbiamo insieme questo officio a parte, io sarò con Nostro Si gnore per far quanto la Sublimità Vostra, per le sue di 13 del presente, in questa sera circa le ore 23 da mi con la solita reverenzia ricevute, me impone, circa le cose del signor conte di Pitiano; e per dar dell'una e l'altra notizia alla Excellenzia Vostra, te gnirò questo corrier, el qual ozi voleva spazar, fin a domani all' ora che sarò tornato da Palazzo. Data etiam opportunitate, farò con l'orator fiorentino quanto la Sublimità Vostra, per le altre soe pur de 13,” mi com .manda, el qual officio farò con li debiti modi, non me partendo punto dall'ordine de quella; del che poi accadendo per zornata, ne darò notizia alla Subli Cioè, dal nunzio. * Vedi la nota 1, a pag. 315. mità Vostra. Alla qual etiam significo, ozi essere qui lettere del Cristianissimo Re al Pontefice, che son responsive allo aviso per lui dato a Sua Maestà de la retenzione del cardinale Orsino e di altri, e decapita zione de Vitellozzo et Oliverotto; el qual scrive alle grandose con la Santità Soa di questa preda fatta e punizione data a questi rebelli, laudandolo che abbi data debita penitenza a questi, poichè avevano mac chinato novo tradimento, ma cime contra la persona del signor Duca. Poi infine supplica la Santità Sua che, in sua gratificazione, vogli dar a Zuan Zordano Orsino parte della terra che torrà a questi soi rebelli, al qual Sua Maestà scrive esser desideroso di far ogni apiacere. E qui parla de lui molto onorevolmente, che indica la intenzione e mente di Sua Maestà esser che a Zuan Zordano se abi respetto, e non se li infe risca alcun danno : che non molto satisfa al Ponte fice, che ha egual sede de la ruina de cadauno de questa casa. Del qual Zuan Zordano sono lettere ad una madonna Bartolomea soa ameda, donna de gran dissimo governo, che ha la cura de tutto el stado suo e de casa soa, che avisano lui omnino, quantunque el sia non troppo sano, esser disposto vegnir alla di fension del stato suo e de casa soa, per voler potius perder la vita che veder la ruina di quella. E za se erano mosse parte delle sue zente verso Taiacozzo, e lui doveva seguitar immediate dopo. Questo resen tirse de cadauno, ch'el Pontefice intende per le novità presente, el fanno un poco più retenuto per adesso, per veder quello serà, con animo però di non perdere niuna opportunità che li sia prestata.

1503年1月20日

249. Comunicazioni del nunzio d'Ungheria e dell'Oratore veneto al Papa circa alla pace col Turco. Colloquio tra il Papa e l'Oratore circa le cose di Pitigliano. v Roma, 20 gennaio 1503. Hora 20. L'Oratore si reca al Papa col nunzio del Re d'Ungheria, il quale, presenti quattro cardinali, gli espone le urgentissime cause che costringevano il suo Re e la Repubblica Veneta ad accogliere le pra tiche della pace offerta dal Turco; e segnatamente il pericolo del Regno di Polonia, invaso dai Moscoviti e dai Tartari, al quale doveva il Re ungherese venire in aiuto per preservare il proprio stato. Il Papa ri sponde a lungo, chiedendo se la pace si farà a nome di tutta la Cristianità, o soltanto dal Re d'Un gheria e dalla Repubblica. Il nunzio risponde che si vuol fare a nome di tutti. Il Papa vuol proporre la Cosa prima in Concistoro: ma il nunzio gli notifica, che, secondo le istruzioni che egli ha, la pace deve aver luogo in ogni modo. L'Oratore veneto poi, a solo col Papa, gli parla delle cose di Pitigliano, e in favore di quel conte. Sua Santità gli dice che gode di non essere stata costretta a fare che il Duca andasse colà coll'esercito, per pu nire i nemici ed i ribelli della Santa Sede; che del resto ciò non sarebbe stato per fare offesa alla Repubblica.

1503年1月20日

 250. Il cardinale Sanseverino è inviato dal Papa a Silvio Savelli, per trarlo alla sua parte contro gli Orsini: il Savelli si rifiuta. Affari di Siena e degli Orsini.
Roma, 20 gennaio 1503.
 Hora 3 noctis. Ozi, alle ore 20, scrissi alla Serenità Vostra quanto accadeva per Aloisetto corrier; e, dapoi partito lui, per via autentica ho inteso ch'el cardinal de Sanseverino heri fense de andar alla cazza, se redusse a Palombara, dove è Silvio Savello, e per nome di Nostro Signore lo persuase a star in la fede de la Beatitudine Sua, e bene intenderse insieme, sicome era la prima intelligenzia loro contra questi Orsini, promettendoli maria et montes, segondo el consueto suo, quando ha bisogno di alguno. El qual constanter li respose aver vedute tante experienzie de la fede che se po aver del Pontefice, che non sa come potersene fidar in niuna cosa; e perchè non desidera de dar ad altri quell'esempio che altri hanno dato a lui, pertanto si excusava con la Signoria Sua, e la pregava ad excusarlo al Pontefice, se non veniva alle voglie sue, perchè li pareva che ognun, iure naturae, era obligato a defendersi, e faria per la defension sua e de casa soa tutto quello che li era possibile. Ritornato el cardinal circa ora una de notte, subito feze intender el tutto a Nostro Signor, el qual se iudica che mosso da questa causa mandò a chiamar uno delli oratori senesi, che sono allozzati in casa del cardinal de' Medici, et alle 6 ore de notte lo mandò in compagnia di Remolines al Duca, con brevi precet tori, che nullo modo facesse la impresa de Siena, ma dovesse accostarse in qua a provvedere alli bisogni occorrenti, perchè questi Orsini se intendono con Savelleschi, et ogni ora se vanno ingrossando e robbando el paese, con manifesto pericolo di far qualche novità. Per scorta de questi mandò el barisello con la soa compagnia fin a Castelnovo, dove poco avanti era passato el signor Fabio Orsino con 150 cavalli, che andava alla volta di Palumbara, chiamato da Silvio; il che si seppe per uno della compagnia del ditto signor Fabio, che rimasto da dietro delli altri fu preso lì a Castelnuovo dal barisello.

1503年1月21日

251. Movimenti degli Orsini. Affare della cattura della moglie di Bartolommeo Alviano. Roma, 21 gennaio 1503. Il Papa sta in sospetto dei Fiorentini e dei Bolo gnesi, ma gli accarezza. « Questa notte fu ditto esser venuto alcuni ca valli di questi Orsini fin a Ponte Lementano, e preso il ponte; il che fece andar a romor tutto el borgo. La guardia se armò, e tutte le zente del Principe; e tutta la notte Trozo è andato a cavallo per la terra, precipue nelli lochi sospetti. Monte Zordano è te nuto in mazor custodia che prima: hanno fatto con dur lì alcuni cavalletti de artigliaria. In Palazzo non lassano intrar alcuno con arme. » In quest'ora è venuto da mi un altro nunzio del signor Alvise fratello del signor Bartolomeo d'Alviano, con la risposta di quanto ha operato el breve man dato ozi sono otto zorni, per la liberazione della donna di esso signor Bartolomeo e due soe nepote, benchè allora io scrivesse alla Excellenzia Vostra nevodi; una delle quali intendo esser zovene di anni 15 in 16, as sai formosa; il medesimo etiam intendo della donna, zoè lei esser bella e zovene de circa 25 anni. El qual nunzio appresso ha una lettera del signor Alvise, che per mazor informazion mando a la Excellenzia Vostra. A bocca me disse che, essendo andato con el breve al Duca de Valenza, parlò col vescovo di Heulna, non potendo aver audienza dal Duca; el qual, dopoi parlato al Duca, li dette questa risposta, che l'andasse con Dio, perchè el Duca non ha che impazzarse in questa cosa, non essendo indrizzato a lui el breve; che è un mandarlo da Erode a Pilato. Perchè l'ora è tarda, convengo differir fin domattina l'andar a Palazzo, per far tutte le debite provision, che a mi saranno possi bile per la liberazion di questa donna e nepote.

1503年1月22日

 252. Ancora della cattura della moglie dell'Alviano, e del rifiuto del Valentino a liberarla. Invasione del Duca nel Senese. Notizie di Siena. Nuovi lamenti del Papa contro il conte di Pitigliano pel ricetto dato al duca d'Urbino, e per il passo dato dagli uomini di Fiano a Fabio Orsini.
Roma, 22 gennaio 1503.
 Questa mattina sono stato con Nostro Signore, e li fezi intendere quanto mi aveva riportato el nunzio mandato per la liberazion della donna del signor Bartolomeo d'Alviano, pregando la Santità Soa volesse in tal modo operar per la liberazion di questa donna, che la Illustrissima Signoria Vostra cognossesse esser tenuto de lei e de suoi raccomandati quel conto, che meritano le operazione di quello excellentissimo Dominio verso la Sede Apostolica e la persona de Sua Santità et Excellenzia del Duca. Il qual, udito che mi ebbe, mostrò sentirne dispiacere singulare et accusar la bestialità e temerità del Duca, excusandose che lui aveva fatto quella dimostrazion che io aveva veduto; e molto si doleva ch'el Duca fusse così di voglia soa, ch'el non avesse voluto prestar quella obedienzia, che meritamente el doveva prestar al suo breve: pur in qualche parte lo volse excusar, digando che forse non l'aveva fatto, perchè el breve immediate non era in dritto a lui. Li respusi, che assai doveva bastar al Duca aver veduto el breve de la Santità Soa in questa efficacia che l'era, per el qual chiaramente si vedeva la intenzion di Sua Beatitudine, e fosse indritto a chi si volesse; ch'el pareva molto da novo a cadaun, che la Excellenzia del Duca non dovesse esser obediente a tutti li mandati di Sua Santità; e dissi che, benchè la Santità Sua dicesse questo, non era però niun ch'el credesse che la Excellenzia del Duca non fosse più obediente. Mi rispose e disse: – E questo è quel che più ne dispiace, magnifico Ambassador, perchè sapemo ben che niun non crede questo, nè par che con rason se possi creder: pur l'è cusì. – E qui disse: – Nui avemo fatto ogni poter nostro che lassi la impresa de Siena, e li abbiamo scritto più fiate, e terzo zorno anco li abbiamo replicato e mandato messo a posta: e tamen lui in ogni modo vol andar a nostro dispetto, et è già entrato su quel de Siena, e preso Chiusi et alcuni altri castelli, che, ve promettemo, dapoi che semo in questo Pontificato, mai non abbiamo sentido cosa che più ne dispiacesse. E tamen bisogna che abbiamo pazienzia: lui vol cusì, e li par pur poter far a sicurtà cum nui quel ch'el fa. E però (disse), magnifice Orator, vi pregamo che ne abbiate per excusato. Nui abbiamo fatto quello che ne avete veduto; et azò che meglio intendiate l'animo nostro, scriveremo un altro breve indritto al Duca in efficace forma. – E, me presente, ordinò a messer Adriano che immediate el facesse; e cusì fo fatto in ottima forma; e prima che mi partisse de Palazzo, l'ebbi consignato al messo però del signor Alvise, che in quell'ora si parti. Quanto intenderò della execuzion, per mie ne serà avisata la Serenità Vostra.
 Expedito di questo, parlò delle cose de Siena, e disse che intendeva Pandolfo se partiria de li: il che seguendo, il Duca aveva mandato dira Senesi che lui non era per darli impazzo. Tamen, per altra via, Sento tutto el contrario, che la terra è dispostissima a defendersi, e sono benissimo in ordene; e che ben è vero che Pandolfo ha mandato i figliuoli a Lucca, i quali furono per un commissario dei Fiorentini ratenuti e poi licenziati. L'evento di questa cosa di Siena qui è molto dubbioso, e si sta in expettazion di sentir quel che ne serà: pur sono chi iudicano le cose se conzeranno d'accordo; fin tanto ch'el Duca vegnirà in qua ad expeller el signor Iulio e li altri de la fazion, che fanno gran danno qui per el paese, in modo che non se può ussir fuora de Roma, che non se sia robbati e spogliati. Et in questo proposito disse el Papa, parlando de la poca obedienzia del Duca: – El va a Siena, e tamen nui vorressimo ch'el fusse qui. Abbiamo più bisogno de lui qui che a Siena; chè semo serrati et assediati da dieci scalzi, i quali ariano di grazia di star quieti, se lui fosse qui. –
 Et in questo proposito entrò a dirme de quelli de Fiano, che pur continuavano in dar recapito a questi ribaldi. Io iustificai le cose di Fiano, et allegai quanto aveva operato el cancellier andato in quel luogo, e lo fezi chiamar dentro, el qual era lì de fori venuto a Palazzo con mi. Et in soa presenzia el Pontefice fece lezer una lettera di un frate dell'ordine San Zorzi mazor (che non so quanto sia degno di laude di quest opera), per la qual el scrive al suo prior ch'el signor Fabio la notte avanti, andando verso Palumbara, era passato dal porto de Fiano, la notte dormitte a Morluffo (Morlupo) terra del signor conte, e la mattina passò per Fiano ; che però non è, per quanto, presente el Pontefice, disse questo canzelier per nome don Zuanne de Castro. Ben disse che l'era vero che l'era passato dal porto, ma questo non se li poteva proibir, perchè lui vene con circa 70 cavalli e pigliò el porto per forza. Poi el Pontefice, voltato a me: – Questi de Pitiano ve dicono queste busie, et anco l'altro zorno dissero ch'el duca di Urbino era partito da Pitiano; e tamen el nostro cavallaro, che andò con el canzelier, dice che l'è in Pitiano. – El CanZelier, ch'era lì presente, non è quel che era a Pitiano; e però disse alla Beatitudine Soa che lui non avea ditto se non quanto scriveva el signor Lodovico, el qual se persuadeva non avesse scritto altro ch'el Vero. Lo ruppe el Pontefice, e disse: – El signor Lodovico se mente per la gola. – Io allora dissi: – Pater Sancte, l'è più presto da credere al signor Lodovico che ad un cavallaro, che forsi, sperando aver bonaman, ha ditto la busia alla Beatitudine Vostra; perchè non è da persuaderse ch'el signor Lodovico sia cusì indiscreto, che quando el duca de Urbin fosse stato in Pitiano, l'avesse lassato veder al cavallaro. – Me respose che non l'aveva miga visto; pur l'era li. Dissi che questo era parlar di arbitrio e per opinion, non però che ne fosse certezza alcuna; e per tanto supplicava la Santità Soa che volesse intender le cose et imitar San Tomaso, avanti ch'el credesse cosa niuna, ch'el potesse indurlo a far cosa contraria all'onor della Illustrissima Signoria Vostra. E me disse: – Magnifico Ambassador, sapete quel che ve avemo ditto assai fiate, ch'el desiderio che abbiamo dell'amicizia dell'illustrissima Signoria, fate ch'el non manchi da vui, perchè da nui non mancherà. – Partendomi, dissi che dalla Illustrissima Signoria Vostra non si vedegia mai altro che figliale operazione verso la i Soa, e paterne verso la Excellenzia del Duca.

1503年1月23日

 253. Notizie di Siena.
Roma, 23 gennaio 1503.
 Hora 19. Heri furono le ultime mie per Zannin corrier, cum quanto accadeva. Poi questa mattina sono lettere ch'el Duca de Valenza era a un castello de Sanesi, per nome Certigiano (Sarteano), lontan da Siena mia

 Mia, miglia.

trenta, et aspettava resposta da Siena de quello el domandava, che, per quanto da bon loco ho, sono tre cose: 1° che debbano licenziar Pandolfo; 2° Zuan Paolo Baglion con tutte le sue zente; e 3" li dimanda le artiglierie, che par strana domanda. El resto del campo era a Cittona (Cetona) e Chiusi. Questi tre lochi se hanno sponte dato al Duca, ma questo loco de Cittona dapoi reso fece novità, per il che è sta' dato a sacco.
 Et è etiam ussita fama questa mattina che Pandolfo era in procinto de partirse da Siena, et il Papa afferma che finora die esser partito, benchè per altra via se n'intenda lo opposito. E sono qui venute persone, che partono sabato mattina 21 del presente da Siena, che dicono Pandolfo fin quell'ora era ancora in la terra, e che del partir suo non se ne parlava; anzi, che tutti erano optime dispositi alla difensione, et insieme se avevano Zurato fedeltà, desmentegandose ogni particolar passione, per attendere alla comune defensione; e che erano provvisti benissimo de Zente a pe et a cavallo, tutti benissimo in ordine e disposti alla defensione; avevano fatto certe imposizion, le quali tutti prontamente avevano pagato, in modo che avevano ricuperato bon numaro de denari; tuttavia li soprazonzevano zente in soccorso, cum speranza de aver denari, e da Bologna ne venivano molti; tamen non se curavamo troppo, chè li pareva avere zente a sufficienza; per gratificarse el popolo, avevano calato el precio del frumento; e, per quanto costui referisce de veduta (che è persona assai ben accorta), Senesi si sentivano ben gagliardi; e dice etiam questo che si intendevano con quelli de Pitiano, per quanto lui aveva inteso parlar in la terra. Dice etiam aver ritenuto don Pepo secretario di Pandolfo, ch'è pochi zorni ch'el partite de qui, al qual vien apposto esser stato causa di persuader al Pontefice quella impresa, con darli ad intender che, facendo pur vista el Duca andarve con il campo, Pandolfo subito se partiria, e senza niun contrasto averia la terra. E dapoi retenuto, dice (ma questo non afferma) aver etiam sentito a dir che li era sta tagliata la testa.

1503年1月23日

 254. Il Valentino fa uccidere Paolo Orsini e il duca di Gravina. Notizie del cardinale Orsini e dell'abate d'Alviano. Altre notizie relative agli Orsini. Voci di pace tra Francia e Spagna.
Roma, 23 gennaio 1503.
 Hora 3 noctis. Ozi, da po'manzar, è ussita fama che vien da più vie, ma cime da Siena e da Fiorenza, ch'el Duca de Valenza ha fatto morir el signor Paulo Orsino e Gravina: el cavalier Orsino, se dice, andava per el campo senza alcuna guardia.

 Il fatto avvenne il 18 gennaio in Castel della Pieve, donde la mattina stessa il Duca levò il campo per Sarteano. Il cavaliere Orsini non è nominato nella celebre Descrizione del Machiavelli; e gli storici venuti dopo, anche i più recenti, che per questi fatti hanno attinto principalmente da quella fonte, non ne fanno alcuna menzione. Stimiamo utile pertanto riunire qui le varie notizie che intorno al medesimo abbiamo desunte dai documenti. Il Gregorovius (VII, 462), citando la Cronaca Ferrarese di Bern. Zambotto, lo annovera tra i gentiluomini del seguito di Cesare Borgia, che accompagnarono Lucrezia, quando andò sposa al duca di Ferrara; non lo troviamo bensì, almeno con lo stesso nome, nella lista che dei medesimi dà il Sanuto. (Brown, Ragguagli di M. Sanuto, II, 192-196.) Il Machiavelli ne fa menzione nei dispacci 6 e 9 della Legaz. al Valentino, dai quali si deduce com'egli trattasse, per mandato del Duca, l'accordo tra questo e gli « Orsini della dieta. » Una lettera della Signoria di Venezia al suo oratore in Francia, 14 gennaio 1503, dice che gli Orsini medesimi, sdegnati contro il conte di Pitigliano, che non s'era voluto unire a loro nel congresso della Magione, « dapoy fatta la reconciliatione cum el Pontefice et il duca Valentinense, operorono et optenono de far tuor el luogo de Fiano al conte di Pitigliano, per darlo al cavalier Ursino. » (Arch. gen. di Ven. Senato Secreti, Reg. 54, a c. 61.) Isabella d Este (Lettera citata a pag. 301) dice che, quando furono presi gli altri condottieri in Sinigaglia, il « cavaliere Ursino » e messer Ranieri della Sassetta « erano cautamente fugiti da Senegaglia et reducti a Ravena. » Ma dal presente dispaccio e da altre testimonianze si desume indubitamente che il Cavaliere fu ritenuto con gli altri dal Valentino. Iacopo Salviati, oratore dei Fiorentini al Duca, scrive il 18 gennaio da Sarteano: « Pagolo Orsini et il duca di Gravina si sono intesi questa mattina esser morti. Cavaliere, per ancor vivo, ne vien dietro prigione. » (Arch. Fior. Lettere ai Dieci, ad ann., a c. 411.) La stessa cosa afferma la citata lettera di Venezia; e il Burcardo aggiunge, erratamente, che il Cavaliere fu strangolato insieme con Paolo e il Gravina. Dal Giustinian ne abbiamo altre notizie, fino alla sua morte. Nel maggio 1503 trovavasi in Roma, e ne fuggì per timore di nuove persecuzioni del Papa. (Disp. 27 maggio 1503.) Negli ultimi d'agosto 1504, essendo inviato da Bartolommeo d'Alviano a Napoli, « per l'interesse delle cose della sua casa, o fu presso Valmontone assalito da quindici sicarii travestiti, ferito e morto; e corse voce che del delitto fosse autore un gentiluomo romano per inimicizia privata. (Disp. 29 agosto e 2 settembre 1504.)

El fundamento de questa fama non se intende troppo ben: pur la vien ditta per tante vie, e tutte conforme, che la brigata inclina assai a crederla. Di questa cosa domandato el Pontefice, freddamente responde e dice non ne saper niente, perchè non ha lettere del Duca; e per dar credulità a quel ch'el dise, ch'el Duca vada alla impresa de Siena senza suo consentimento, fenze da più di in qua non aver lettere da lui.
 Verificandose questa nuova della morte di questi, la brigata ha ferma opinione che del cardinale debba essere el medesimo. Dell'abate d'Alviano da due zorni in qua se fa cattivo iudicio, e credese esser morto per questa coniettura, che ad alcuni soi, che li mandavano el manzar, è sta' fatto intender, che non li mandino più niente, se non li è ditto altro, perchè lui non se cura; ma prima avevano dato licenzia al garzon che li attendeva, che dà mazor credulità alla cosa; pur non se ne ha mazor certezza. El cardinal sta pur all'usato.
 El signor Iulio in Ceri ha assai manco zente, che non se è ditto tutti questi zorni; non passa 150 cavalli, dei quali molti ne sono inutili. El signor Fabio da Palumbara ne è scorso a Nerula, per refrescarse, e non ha più che 70 cavalli. Stanno in speranza de soccorso, zoè che qualcuno della parte de'Collonnesi venga a unirse insieme. Debole speranza! Per segurtà del paese el Pontefice ha mandato verso Castelnovo circa 150 cavalli et alcuni fanti sotto custodia del dispoti de Larta,

 Arta, città d'Albania.

i quali sono andati a Morlufo, terra del conte de Pitiano, e fatto intender che non diano per alcun modo recapito ad alcuno di questi Orsini, se non, che faranno etc. In fin qui non è sta fatta novità alcuna in niuno di questi luoghi del signor Conte.
 La fama de la pace, zoè de la stretta pratica tra Franza e Spagna, qui ogni zorno procede più avanti: Vero è che, per quanto posso con ogni studio intender, non ha altro fundamento che alcune lettere che scrive don Filiberto de Alemagna, benchè se dica esserne anco qualche aviso de Franza. La persona de don Filiberto, cognito in questa corte non troppo veridico, fa alquanto più dubbiosa la cosa, et anco, che pur di Spagna vengono contrarii avisi.

1503年1月24日

255. Colloquio dell'Oratore veneto col fiorentino sulle cose di Siena, e sulle pratiche di amicizia tra Firenze e il Papa. Roma, 24 gennaio 1503. « Hora 18. Questa mattina a caso mi son trovato con l'orator fiorentino a messa, et intrassimo a rasonar di queste cose de Siena. Ricercandolo io della opinion di suo signori, mi disse che l'era bona, e che molto ben vedeno per dependenzia convegnir andar dietro anche loro. Li dissi che li effetti che si vedevano, erano contrarii alle parole della Magnificenzia Soa, perchè avevano negato a Pandolfo el trar alcune arme che aveva comprato in Firenze. Mi disse che adesso le cose strenzeno altramente, e che le mutazion dei tempi fanno mutar alli omini le opinion; e, per quanto puti sotrazar dal parlar suo, al principio di questo moto contro Siena si persuadettero, con promission di aiutarli, aver Montepulzano; pur vedendo non li esser prestate orecchie, non vorrieno per questo che Senesi perisseno. Con reservate et accomodate parole li fezi intendere che adesso era tempo di remetter le inzurie particolar et attender al beneficio comun, e dissi che non manco avevano a risguardar loro che Senesi, perchè io ho per via autentica ch'el Duca de Valenza quanto po va ritirando a sè tutti li foraussiti de le terre loro, come è Arezzo e Borgo; et in par ticolar li dissi quanto ho avuto heri sera da don An tonio de Bibiena, secretario del cardinal de' Medici, che uno Nicolò Mattana, foraussito e capo di parte della terra del Borgo (con el favor del qual questa estade passata Vitellozzo e Medici ebbero quella ter ra; el qual questo tempo è stato qui in casa del car dinal), heri domandò licenzia dal cardinal per andar dal Duca, dal qual era sta chiamado con larghe et ample promesse; e questa mattina doveva partir. Stette molto sopra di sè questo ambassador, dopoi inteso questo, e poi me disse: – Mo la illustris sima Signoria di Venezia, che è restata sola che po provveder alli bisogni de altri, che sta là a far lei? Po esser che non se vogli resentir? – Li dissi che la Illustrissima Signoria Vostra vedeva quelli che ne sentivano più interesse star a veder, e non era one sto che lei sola portasse el peso per tutti li altri. E qui dissi che la Serenità Vostra aveva meglio a star a veder che la Signoria de Fiorenza, la qual adesso cercava de unir sè con nova lega al Papa, per aiutarlo meglio a compir i suoi disegni, con poca sigurtà de le cose de quella Signoria. Li parse esser sta toccato dove li doleva, e disse: – In verità, magnifico Ambas sador, che fin qui non è stato altro che parole lon tane tra nui, e tanto lontane che, se vi dicesse non vi esser niente, non vi direi busìa; perchè di quel che principalmente vorria el Papa, che è, che diamo con dutta al Duca et esser amici de amici et inimici de inimici, non semo per far niente: avisandove (disse) che di questa cosa ne abbiamo scritto in Franza, et avemo risposta che la Maestà del Re non sente troppo volentieri questa cosa, e per dar tempo, ha risposto questa cosa esser de la maxima importanzia, e non la Voleva deliberar fina el ritorno del cardinal de Roan a la Corte. – Li dissi che la Signoria soa sem pre era stata prudente, e che la non volesse nè do vesse mancar anche adesso della soa consueta pru denza; ch'el tempo el richiedeva. Et avendone lui, dopoi molte parole, detto che credevano la Illustris sima Signoria Vostra averli voltata la faza del tutto, e non sapevano declinar, perchè ormai li restava poco vigore, mi parve el tempo di exequir la lettera del l'Excellenzia Vostra, de 13 del presente, e come da me lo confortai a sperar bene della Serenità Vostra; affirmandoli che quando loro vogliono ricognoscere la Sublimità Vostra, la troveranno più pronta ai loro commodi che non credevano, e che da mo, per la co gnizion che ho de la mente de Vostra Excellenzia, li prometteva che, mandando suo orator alla Illustrissi ma Signoria Vostra, seria ben veduto et accarezzato.

1503年1月24日

256, Notizie di Lucca, di Siena e del Valentino. Roma, 24 gennaio 1503. Hora prima noctis. Un messo della Signoria di Lucca viene a parlare all'Oratore, e, narratogli che in quella città « stanno in grandissimo sospetto che dopo Siena non tocchi a loro, o gli chiede che voglia raccomandare le cose dei Lucchesi alla Repubblica di Venezia. L'Oratore gli dà buone parole. Siena è * Vedi nota 1, a pag. 315. disposta ottimamente alla difesa. L'esercito del Duca, nel passare un ponte, sofferse qualche danno in diciotto carri e in alcuni uomini che affogarono.

1503年1月24日

257. Notizie di Siena, e varie. Roma, 24 gennaio 1503. « Hora 5 noctis. In quest'ora sono lettere fresche da Siena che tutto el populo unito alla defensione sta più costante che mai, et hanno fatto intendera Pandolfo che per niente non si parta, perchè voleno morir con lui. Hanno mandato un messo in Franza; e non si move rà, finchè non torni risposta. È etiam questa sera al tardi ritornato Remolines, che l'altro zorno fu mandato al Duca (come scrissi alla Excellenzia Vostra), con el qual non è stato, salvo una notte. La causa della soa andata fu publicata allora, e cusì ancora vuol el Papa che se dica, azò ch'el dica non procedesse più avanti; tamen se dice che non ha voluto obedir, cosa che niun non crede. Per la venuta de costui se in tende, el Duca era a Pienza appresso Siena mia diciot to, et andava di longo verso Siena: al partir di que sto andavano a dar la battaglia ad un castello ditto Montecchio, bello e forte loco. Una gran parte del campo era a San Chiriaco (San Quirico), macume le fantarie, e fanno gran sacchizar per quelli castelli.” º Dell'invasione del Valentino nel Senese e dell'enormezze commesse dai suoi soldati fa ricordo il Burcardo, sotto dì 23 gen naio 1503: « Dictum fuit per UIbem, ducem Valentinensem diebus praeteritissibi subiugasse civitates Clusinam et Pientinam, ac oppida Sarteanum, Castrum Plebis, Sanctum Quiricum, in quo tantum duos senes et novem antiquas mulieres invenerunt, quas per bra » Se affirma etiam la morte del signor Paulo e duca di Gravina. Dopo el zonzer de Remolines, el Papa ha spazzato una bolzetta in grandissima fretta molto secreta, che non si ha potuto intender niente. Non essendo stato Concistorio tutti questi zorni, non se ha ditto altro della comunicazion fatta per el nun zio del serenissimo Re d'Ungaria, el qual aspetta el primo Concistorio per tuor poi licenzia dal Pontefice, e ritornarsene a casa.

1503年1月25日

258. Cose di Siena: colloquio tra il Papa e Gramont a questo proposito. Notizie del cardinale Orsini. Roma, 25 gennaio 1503. - « Quanto fin heri accadette, fu da me scritto alla Excellenzia Vostra per Santin corrier; et ozi pur con tinuano li avisi del star de Pandolfo constante in Siena nel proposito de difenderse. El Pontefice sollecita per brevi spessi el Duca, ch'el fazi ogni suo forzo di as sicurar Pandolfo e pigliar cum lui qualche accordo, perchè pur dubita che, tenendose forte la terra, el Duca non resti con Vergogna e danno; e la bolzetta de heri sera, spazzata in gran secretezza, come scrissi alla Sublimità Vostra, fu per questo effetto. Et el Pon chia suspenderunt gentes Ducis praedicti, igne sub earum pedibus posito, ut tortura huiusmodi faterentur, ubi essent absconsa bo na. lllae autem, bona huiusmodi revelare nescientes vel nolentes, in tortura praedicta obierunt. Eaedem nephandissimae gentes, extractis ex domibus tectis, trabibus, fenestris, portis, capsis, buttis, vino prius per terram emisso, omnia combusserunt. Et quicquid, in locis per quae transierunt, repererunt, abstule runt, etiam in Acquapendente, Monteflascone, Viterbio, et alibi ubique. » (Ms. Magliab., tomo III, a c. 178 t.) tefice etiam ha fatto istanzia con monsignor d'Agra monte ch'el debba assegurar Pandolfo, ita ch'el Vegni a Roma, ch'el farà che partito el vuol de segurtà: al qual lui ha resposo che, se la protezion della Mae stà del Re non fa che Pandolfo sia seguro in Siena, che è cosa soa, perchè la Santità Soa fin lì cerca de offenderlo; come si vorrà fidar Pandolfo in Roma, per la promission di lui, che non è altro che orator della Maestà del Re? E qui esso orator persuase el Pontefice che desistesse da questa impresa contro Siena, essendo come l'è in protezion del Re, perchè lui non se poteva persuader ch'el Re non sentisse con molestia questa cosa. Al qual el Pontefice respose che di ciò el non se pigliasse fastidio, perchè lui sa peva ben quel ch'el faceva, e cum la Maestà del Re se intendevano benissimo. Li fu replicato che, se la Santità Sua aveva qualche intelligenzia con el Re, gliela facesse intendere, azò lui non avesse causa di non essere più molesto alla Beatitudine Soa, de desi ster etc. Li disse: – In conclusion, domine Orator, vui sapete quante fiate vi abbiamo ditto che la impresa de Siena el Duca la fa contra la voglia nostra, nè noi abbiamo della mente dal Re più notizia di quella avete vui; ma el Duca si fa gagliardo, e dice di far tutto de consentimento di Sua Maestà. – E non disse altre parole in questa materia. » La morte del signor Paulo e duca di Gravina è Verificata per la venuta del Remolines, et ora el Pon tefice la dice. Del cardenal molto se dubita, el qual è sta restretto molto più del solito, nè li vien portato più da manzar da li soi, come prima se faceva, da heri in qua. “ L'abate d'Alviano è tenuto da tutti che sia morto.

1503年1月26日

259. Acquisti del duca Valentino nel Senese, e altre notizie relative agli affari di Siena. Cose di Bologna. Roma, 26 gennaio 1503. « El Duca se trova presso Siena mia dodici; ha preso alcuni altri castelli, parte per forza, parte si hanno dato sponte, e tra li altri si è dato un forte, nel quale era sta deposto quasi tutto l'aver di altri lochi più deboli, nel prender del quale è stato grande uccision de omeni de una parte e l'altra. Il Duca era in loco che aveva la campagna aperta a andar fino a Siena: aspettava l'artegliaria per accostarse alla terra. El Papa mostra star sospeso, e teme del successo de questa impresa: li par che la grandezza della terra sia mazor ch'el non se averia persuaso, e che, con tinuando in questo proposito, el non sia per far niente. L'altro orator senese, che era restato qui, si è partito: alcuni dicono ch'el Pontefice li ha dato li cenzia; alcuni anche, che da sè medesimo è andato.” º Cfr. Burcardo, sotto dì 31 gennaio 1503; il quale racconta che « his diebus negatus fuit auditus Antonio de Pistorio et socio suo ad cardinalem Ursinum, cui singulis diebus consueverunt portare cibum et potum, quae sibi per matrem suam mittebantur; » colle quali durezze il Papa riuscì ad ottenere dalla madre di lui 2000 ducati, e dalla sua concubina una grossa margherita di gran valore. « Quibus habitis, Papa commisit quod permitterentur illi duo, ut prius, cibum et potum ministrare cardinali; qui inte rim, ut a vulgo existimabatur, biberat calicem ordinatione etiussu Papae sibi paratum. » (Ms. Magliab., tomo III, a c. 180.) º « Qui venne stamani Romolino, spacciato dal Duca in sulle poste, et oggi è stato molto alle strette con messer Hadriano et con messer Rinaldo del Fungaia mandatario de' Sanesi; il quale è Fiorentini se dice danno ogni favor che possono a Se nesi: il medesimo si dice dei Lucchesi. - » L'orator bolognese dubita ch'el Duca non li ritegni la bolla, perchè el suo feva quella volta, e se doveva appresentar a lui con la bolla avanti che l'an dasse a Bologna. Ditto orator va cercando ogni mezzo di levarsi de qui, chè per niente li par star bene nè con l'animo quieto.

1503年1月27日

260. Affare della pace col Turco. Faccende di Pitigliano e di Siena. Roma, 27 gennaio 1503. Nel Concistoro si tratta la materia della pace col Turco; e si giudica non esser conveniente che il Pon tefice prenda parte al trattato in modo diretto, ma piuttosto dia la sua approvazione con brevi da scri versi al legato in Ungheria. Il Papa invita a Palazzo l'Oratore veneto, per mover querela di certi danni recati dagli uomini di Pitigliano a quelli di un castello del contado di Vi terbo, i quali resero loro la pariglia. L'Oratore tenta di raddolcirlo. stato qui da poi in qua cominciorono queste cose di Siena. Et ser Alexandro (Bracci), che aspectava messer Hadriano, sendo poi in camera sua, vide che li decte due brevi, uno che andava al Duca et l'altro a Siena alla Comunità, et intese come decto messer Rinaldo partiva stasera in compagnia d'un cavallaro del Papa, et che haveva prima a parlare al Duca et a presentarli el breve, et per qualche parola udì andare atorno, comprese qualche apuncta mento o pratiche di accordo, et che Pandolfo si avessi a partire. » Lettera dell'oratore fiorentino Soderini, 25 gennaio 1502, secondo lo stile fior. (Arch. Fior. Lettere ai Dieci, ad ann., a c. 126 t.) * Supplisci messo, e intendi: andava alla volta del Duca. Da Siena Pandolfo scrive a Sua Santità esser pronto a partire per Lucca.

1503年1月28日

261. Affare della pace col Turco. Roma, 28 gennaio 1503. Il messo del Re d'Ungheria, accordatosi coll'Ora tore veneto, si reca dal Papa per prender congedo. Il Papa insiste, perchè rimanga ancora sino al primo Concistoro, ed incarica poi l' Oratore veneto di scri vere alla Repubblica, raccomandandole la difesa dello stato ecclesiastico.

1503年1月29日

262. Affari del conte di Pitigliano. Sospetti del Papa per l'invio di genti d'arme da Venezia a Ravenna. Roma, 29 gennaio 1503. L'Oratore, avendo ricevuto il giorno antecedente lettera dal conte Lodovico da Pitigliano, che lo infor mava dei danni recati a quella terra dai fuorusciti di Viterbo, per ordine del Valentino, prega il Pontefice che voglia far pagare al conte il debito compenso. Il Pontefice promette che lo farà. « Expedita questa cosa, el Pontefice si levò in piede, e mi tirò a parte, che niuno non poteva aldir, dicendo: – Fatevi in qua, domime Orator. –Poi disse: – Ben, che vorrà far la illustrissima Signoria? – Dissi: – De che? – Lui disse: – In queste nostre cose e del Duca. Nui intendemo che l'ha pur assai zente a Ravenna, et ogni zorno ne manda delle altre, e non sapemo a che fin. Dubitemo che l'animo suo forsi sia contaminato contra de nui, e che non sia in quella bona disposizion che è stato per el passato; che non ha rasone, perchè nui sempre si avemo for zati di farli ogni appiacere, e vui sapete quante fiate vi abbiamo ditto desiderar bona amicizia cum quel stado. – Dissi che del mandar de altre gente a Ra Vennaio non ne aveva alcun aviso, ma che dell'animo dell'Illustrissima Signoria Vostra verso la Santità Soa et Excellenzia del Duca li affirmava che sempre era stato bono, e le operazion sue ne potevano esser bon testimonio a tutto el mondo; e certificava la Santità Soa, che non manco bon l'era per essere nell'avve nir, volendo cusì la Beatitudine Soa et il signor Duca. Me disse che Dio sapeva qual era el desiderio suo et animo verso la Excellenzia Vostra, e cum questo me dette licenzia.

1503年1月30日

 263. Notizie del Regno.
Roma, 30 gennaio 1503.
 Si sparge in Roma la voce dell'entrata di Fabrizio Colonna nell'Abruzzo. Il Papa si duole del soccorso dato da Troilo Savelli a Fabio Orsini, per dar battaglia a certo castello della Chiesa.

1503年1月31日

264. Partenza di Pandolfo Petrucci da Siena. Notizie del Valen tino. Vittorie dei Colonnesi nel Regno. Rapporti tra Ve nezia e il Papa. Roma, 31 gennaio 1503. « Questa mattina, a bon'ora, l'orator ispano mi mandò a dir ch'el Pontefice li aveva fatto intender aver avuto questa notte aviso dal Duca, che Pandolfo era ussito da Siena con Zuan Paulo Baglion e un al trozentilomo senese, per nome don Antonio Bizio; º e da poi ussito lui, la terra chiamò el Duca, el qual al presente se ritrovava in Siena. E perchè pur io in tendeva questa nova altramente, per aver la verità, son andato a Palazzo; et introdutto al Pontefice, Soa Beatitudine mi disse aver lettere dal Duca dell'ussita de Pandolfo con li nominati, i quali andavano alla volta di Lucca. Dell'esser del Duca in Siena, me disse non esser vero, anzi che lui vegniria verso Roma, e che ozi doveva alozar in Acquapendente, e che spe rava el saria qui fra tre o quattro zorni con tutto l'exercito. E di ciò mostrava star molto contento, di cendo ch'el Duca non attendeva a questa cosa de Siena, se non dell'onor; e che essendo partito Pandolfo, lui aveva abuto tutto quel ch'el voleva. Questo è quanto ebbi dal Pontefice in questa materia. Tamen, chi ha veduto le lettere del Duca e delli soi primarii, me affirma che del vegnir suo in qua el Duca nè li altri nè le soe lettere non fanno parola, anzi più presto cegnano voler star nel stado, fino tanto ch'el se abbi certezza dell'esser de Pandolfo fuora del paese, e ch'el veda osservadi tutti li capitoli trattati tra loro, che particolarmente non se intendono: il che essendo, è evidente argumento ch'el sia per far altro; salvo se la nova de' Colonnesi, ditta heri, che ozi si ha verifi cata, non lo facesse mutar pensiero. La quale io ho dal reverendissimo Napoli, essere in questo modo: ch'el signor Fabrizio Colonna, el conte de Populi e La partenza di Pandolfo da Siena fu il 28 di gennaio. º Antonio Bichi cavaliere. conte de Montorio erano entrati in Civita de Chieti e stavano per andar a Civita di Penna; se ha ditto etiam de Aquila, ma questo non affirma. Sua Santità ben dubita, che per la venuta di costoro la Montagna non fazi mutazioni: che faria gran furia alle cose del Regno, et anco daria che pensar al Pontefice, el qual, affirmo alla Sublimità Vostra, star molto sopra de sè, per la fama che è qui publicata del mandar de le gente che fa la Sublimità Vostra a Ravenna. Et ozi, da poi che dalla Beatitudine Soa me partii, messer Adriano, preter solitum, venne un poco con mi, mi feze gran carezze, e bellamente intrò in questa mate ria, e mi feze alcuni soi discorsi, quanto faceva bon proposito della Illustrissima Signoria Vostra a ben in tenderse con la Santità Pontificia; il che essendo, se darà leze a tutta Italia; e non si lassar metter suso a parole nè frasche di questi Orsini e Colonnesi, che erano zente rotta e fallita e suddita di Nostro Signore, che per i soi cattivi portamenti meritano ogni mal; e che pur si diceva la Sublimità Vostra mandar zente e munizion a Ravenna e Cervia; che non se persua deva quella, che è prudentissima, volesse far altro che quel che era stato sempre suo natural verso la Sede Apostolica, ma cime essendo lei amata, come è, da Nostro Signore; e molte altre parole in questo pro posito. Al qual in poche parole dissi che in questa materia, parlando con Nostro Signore, molte fiate li aveva fatto intendere qual fosse l'animo de quella Il lustrissima Signoria verso lei; e che a lui non acca deva che altramente replicasse la fede et integrità de quel excellentissimo Dominio; ma che solum li diceva DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 371 questo, ch'el fosse certo che l'animo della Sublimità Vostra verso la Sede Apostolica sarà sempre quello che è stato per el passato; anche verso la Excellenzia del Duca sarà tal qual lui medesimo vorrà, perchè quello illustrissimo Dominio ama sempre et onora quelli che tengono bon conto de lui, come el merita; e cum questo el lassai. Et avanti che mi partisse dal Pontefice, mi disse che, vacando per la morte del - quondam messer Nicolò Malipiero alcuni beneficii, l'aveva provvisto di quelli in la persona del reverendo protonotario da Ca da Pexaro, fiol del clarissimo messer Fantin, per le virtù e meriti del quale, ol tra la cognizion che lui aveva, li era stato dato lo cupletissimo testimonio dal reverendissimo cardinale Capace, del quale lui è famigliare, e da altri; e me disse che io scrivessi alla Excellenzia Vostra, e glielo raccomandasse, dicendo queste parole: – E licito è che nui dobbiamo recomendar alla illustrissima Si gnoria quelli che sono soi. –

1503年2月1日

265. Voci di malattia del Valentino in Acquapendente; e di con gratulazioni del Re di Francia col Papa, per l'abbattimento degli Orsini; l'una e l'altra poco credute. Notizie dei Colonnesi. Roma, 1 febbraio 1503. « Scrissi alla Sublimità Vostra quanto accadeva per Negron corrier; et ozi si ha ditto esser aviso, el duca Valentino esser ad Acquapendente indisposto, se dice de flusso. El Pontefice li spazza questa notte maestro Verardo vescovo de Venosa, suo medico; e quantunque el fazzi ogni segno della malattia, pur la brigata non la crede sinceramente, ma iudica sia fin zion, per aver licita causa di dimorar qualche zorno in quelle bande propinque a Siena, per metter qualche disturbo in quella città, che sia al proposito suo: la Sublimità Vostra di questo farà quel iudicio che li parerà. Non si resta però di preparar li allozamenti per le zente in diversi lochi qui in Roma, et anche nelli lochi dove el die capitar per strada, e dasse fama che, se 'l mal non lo impedisse, fra tre e quattro zorni serà qui: della qual Venuta el Pontefice si mo stra esser cupidissimo. » Et etiam de Palazzo è ussito fama per el ritorno de Grazia (nunzio, ch'el Papa mandò in Franza a si gnificar le novità contra li Orsini) che la Maestà del Re sommamente ha laudato tutto quello ch'el Ponte fice e Duca hanno fatto, e mostra di ciò averne abuto singularissimo appiacere. E qui dirò una parola che, rasonando ozi con un omo de grande autorità, me disse: – Il Re de Franza ha laudato e lauda tutto el mal che ha fatto el Papa, et anche quel ch'el farà per l'avenir. – La verità etiam de questa fama è dubiosa appresso molti, che iudicano la sia levata per favorire le cose soe. Ormai ponno dir quel che i vuol; chè, se ben dicono il vero, non gli è prestata più fede, che quando dicono la busia. » La fama della venuta di questi signori Colon nesi non continua più avanti; pur se affirma che in Civita de Chieti le parte son sullevate, e tra loro si danno delle bote.

1503年2月2日

266. Notizie di Spagna. Affare della cattura della moglie di Bar tolommeo d'Alviano. Il fratello di lui, Alvise (Luigi), è mi macciato dal Papa nei suoi possedimenti. Roma, 2 febbraio 1503. L'Oratore veneto, parlando con quello di Spagna circa la pace fra il Re Cattolico e il Cristianissimo, ne ha risposta, non esservi finora nulla di certo, e l'Arci duca essere partito di Spagna con animo di prepararsi alla guerra. « Questa sera è ritornato el nunzio mandato con el breve pontificio per la liberazion de la donna del signor Bartolomeo d'Alviano, el qual dice che, veden dose menato con parole da ozi in domane, senza niuna conclusione, per lo meglio li parse torse via; il che forsi non li saria sta concesso, se non che dette fama esser cavallaro de Vostra Sublimità. El ditto mi ha riferito, per parte del signor Alvise, come l'ha inteso ch'el Papa manda li commissario per torli alcune terre (che iudico sia quello di che scrissi li di passati alla Serenità Vostra), e voleva ordine da mi de quello avesse a far , dicendo che, se era così voler mio, che lui levaria bandiere de San Marco, e più presto se las saria tagliar a pezzi che cedergli alcuna terra, con molte parole di fedel servitore. Al quale io risposi che, non avendo commissione alcuna dalla Sublimità Vostra, non era officio mio darli ordine alcuno, e ch'el signor Alvise era prudente, facesse lui delle cose soe quello li pareva, con consiglio etiam del signor Bartolomeo suo fratello, che era in loco dove como 374 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. damente li poteva far intendere l'interesse delle cose S00.

1503年2月3日

267. Liberazione della moglie dell'Alviano. Colloquio tra il Papa e l'Oratore sulle voci sparse d'intendimenti ostili della Repubblica Veneta verso gli stati del duca Valentino. Roma, 3 febbraio 1503. « Ozi son stato a Palazzo; et, essendo in camera del Papagà, dove era etiam el cardinal Sanseverino e li oratori franzesi e non altri, Nostro Signore ussite fora con una lettera in man, e subito si voltò a mi, e disse: – Magnifico Ambassador, abbiamo abuto ri sposta dal Duca de la liberazion de la donna del signor Bartolomeo d'Alviano. Pigliè questa lettera, e leze tela vui medesimo, chè intenderete el tutto. – Presi la lettera, e me tirai a parte a lezerla; interim che io lezeva, el cardinal se accostò al Pontefice, tanto che io compiti di lezer; poi lo feze tirar a parte, e mi chiamò, et in corroborazion della lettera me disse molte parole, indicante el desiderio suo, in aver bona amicizia con la Illustrissima Signoria Vostra, e ch'el Duca era bon servitore de quel excellentissimo Domi nio, e desiderava la grazia de quello, e disse in con formità delle parole sepius replicate alla Serenità Vostra. » Mentre ch'el me parlava, Trozo si accostò, e li messe la bocca alle orecchie; tamen disse tanto forte, che Volse che io aldisse; e fense a ricordar alla Bea titudine Sua, ch'el me dicesse quello che li era sta' ditto. Il Pontefice li rispose forte, e disse: – Non Volemo dir niente di questo all'Ambassador, perchè DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 375 sapemo che le son zanze. – E pur tuttavia voleva ch'io l'invidasse a dir. Io che conosceva quel ch'el voleva, volsi che senza niuna mia interrogazion me lo dicesse, e cusì fo. E disse: – Domine Orator, ogni zorno ne vien ditto zanze assai, le qual nui non vo lemo creder per niente, poichè conossemo quella illustrissima Signoria prudentissima assai, e non si move così facilmente, come altri voriano che la si movesse. Pur ne vien scritto e ditto da persone de autorità, che le zente che la manda a Ravenna, sono perchè la vuol tor in sè el castello San Leo del ducato de Urbin, e molestar i stati del Duca; che non è da creder, perchè sa la illustrissima Signoria sua che chi offende el Duca, offende nui e la Chiesa; che seria un metter sottosopra tutto el mondo. Nui desideremo l'amor de quella Signoria, nè li daremo mai causa alcuna de gravame contra de nui nè del Duca; e cusì semo certi che nè anche lei la darà a nui, sapendo esser nostro desiderio di farli ogni appiacere. Queste parole nui non ve volemo dir, perchè se persuademo che siano zanze; ma perchè costui (e volse dir de Trozo) le ha promosse, semo contenti averle ditte, azò che, parendove, le dobbiate scrivere all'illustris sima Signoria, e che li scriviate anche che, benchè le ne siano sta ditte, non le crediamo però. – Respusi alla Beatitudine Soa che non era altro che ben, quando la intende cosa alcuna che li offenda la mente, dirla ingenuamente, perchè, tasendo, facilmente li po restar qualche mala impression, la qual facilmente se pol remover parlando; e che non manco zanze erano ditte alla illustrissima Signoria della Beatitudine Sua et Excellenzia del Duca, di quelle che a lei erano ditte: tamen la illustrissima Signoria iudicava le zanze per zanze, e si tegniva a quel che la vedeva in effetto; e che, essendo così come me diceva la Beatitudine Soa, che nè lei nè la Excellenzia del Duca non fosse per dar causa de gravame alla Sublimità Vostra, la Santità Soa fosse certa che la Serenità Vostra non l'anderia cercando. E però io, come bon servitor de la Beati tudine Soa et affezionato suo, la pregava volesse far che le opere del signor Duca correspondesseno con le parole soe; chè la vederia la Illustrissima Signoria Vostra non mancar dal suo consueto ossequio verso la Sede Apostolica, la qual quello excellentissimo Do minio mai se ha pensato nè penserà de offendere, avendola tante fiate defensata. Parseme dir queste parole della Sedia Apostolica, senza nominar altri, per responder tacite alle parole ditte: – che chi offende el Duca, offende lui e la Sedia Apostolica. – Mi replicò in substantia che le opere saranno molto più buone che quello che sonano le parole. Partendome, mi dette la lettera del Duca de la liberazion della donna, azò che io la mandasse all'Excellenzia Vostra, la quale al ligata li mando. » - * Alla comunicazione di questa lettera la Signoria di Venezia rispose il 14 febbraio, commettendo all'Oratore di ringraziarne il Papa e d'impetrare da lui un salvacondotto per la moglie del l Alviano, affinchè essa potesse liberamente tornare a Venezia. E notevole quanto intorno a ciò scrive l'oratore fiorentino Sode rini, il 4 febbraio: « El Papa hiersera fece leggiere una lettera all'Oratore venetiano, nella quale si conteneva che quelle donne (la moglie dell'Alviano e la sorella di lei) erano sute rilassate a Orvieto e poste in loro libertà: ma da chi hoggi ha parlato a decto 9ratore, mi è suto decto che non vi presta molta fede, se non ne 268. Sunto di lettere del Re di Francia al Papa, dove muove querele dei fatti del duca Valentino, e fa uffici in favore di Giangiordano Orsini e del cardinale Ascanio Sforza. Roma, 4 febbraio 1503. L'Oratore veneto non è ricevuto dal Papa, occu pato a scrivere al Duca: questi è ristabilito. « Per via del reverendissimo Napoli, per cosa certa ho inteso che l'andata de ieri a Palazzo del car dinal Sanseverino con li oratori francesi è stata per comunicar al Pontefice lettere della Maestà del Re, che non li furono troppo grate, in due materie. La prima è in queste novità seguite in Italia, alle quali se dice che prima non li aveva voluto respondere risoluta mente, per aspettar di esser con el reverendissimo Roano; el qual essendo stato dopoi con la Maestà Soa, el scrive dolendose di queste novità, le qual, scrive, sono de tal sorte, che mettono el pacifico vivere in confusion di cadauno; ammonendo la Beatitudine Soa, che l'operi con el Duca ch'el sia più retenuto; se non, che serà forza ch'el veda de le cose, che li da ranno fastidio grande: e con molte parole in questa sustanzia li fece intendere che con molestia aveva sentito tante querele, quante del Duca l'aveva inteso; che è tutto el contrario de la fama levata per loro in questo proposito, per le alligate scritte alla Excellenzia Vostra. Poi, in particolare, li recommanda le cose del vede altra certeza. » (Arch. Fior. Lettere ai Dieci, ad ann., a c. 208 t.) Cfr. pure il dispaccio 275. Da un'altra lettera del Sode rini, 25 febbraio, si desume che non prima di questo giorno la donna dell'Alviano ottenne dal Papa il richiesto salvacondotto. signor Zuan Zordano e li fa intendere che le cose del ditto li sono più a core che le proprie, per molte obligazion che li ha; e per tanto li fa intendere che ogni danno che al ditto si farà, lo reputarà fatto alla persona sua. Furono poi sopra le cose del cardinal Ascanio, e dettero al Papa lettere molto gagliarde in quella materia, accompagnate da brusche parole, che li disse el secretario mandato a questo effetto, el qual fin ora è sta tenuto in parole e menato in tempo. In la qual materia el Pontefice se risolse lassar la vize canzelleria al cardinal Ascanio; ma che la utilità che li vien per il vender de officii, non li pareva onesto darghela, essendo lui fora di Roma. Ei secretario ac cettò la offerta della vicecanzelleria: del resto disse che scriveria alla Maestà del Re, et aspetteria da lei risposta. » 269. Missione del cardinale Sanseverino presso il Duca. Roma, 4 febbraio 1503. Hora 2 noctis. Dicesi che il cardinale Sanseverino, fingendo di andare a caccia, siasi recato invece presso il Duca, per comunicargli ciò che fu detto al Papa da parte del Re; e ciò fece di commissione dello stesso Pontefice. « El qual se scusa in molte cose con la disobedienza del Duca, el qual lui afferma non poter governar, per esser de soa testa e voler quello ch'el vol. » Credesi che il Duca voglia por campo a Ceri, ed abbia chiesto alloggi e vettovaglie a Giangiordano.

1503年2月5日

270. Si sparge voce in Roma che Bartolommeo d'Alviano, col consenso della Repubblica Veneta, stia per muovere con tro il Valentino. Colloquio, a questo proposito, tra l'Ora tore veneto e monsignore Adriano da Corneto. Roma, 5 febbraio 1503. « Heri furono le ultime mie per Zuanin corrier, con quanto accadeva; et ozi Nostro Signore non ha dato audienzia ad algun, perchè ha voluto reposarse ozi, per essere stato tutta questa notte passata parte in Veder recitar comedie, parte in spazar denari al Duca, el qual al presente se attrova a Viterbo con tutto lo exercito, dove die far la mostra e dar paga a tutte le zente: si dice averli mandato ducati 30,000. Nè se parla più del vegnir suo a Roma; ben però se sta dubii dove l'andarà, e quello ch'el farà. Quan tunque, pur tutto questo populo malcontento sia un poco respirato per una fama venuta qui da heri in qua, che vien da Venezia, come la Illustrissima Si gnoria Vostra ha dato licenzia al signor Bartolomeo d'Alviano, el qual, congregatis pullis, se ne viene in qua alla defension della casa; che non è tanto * La deliberazione che diede licenza all'Alviano è del 27 gennaio, e fu pubblicata da Lorenzo Leoni, Vita di Bartolommeo d'Alviano, pag. 207. Ne riferiamo ia parte principale: « Che per auctorità di questo Conseglio al prefato signor Bartholomeo sia data licentia de poter andar a procurar la liberation de la sua dona, et ad assetar le altre facende in quelle parte: la qual licentia sia accompagnata con quelle accomodate et amorevole parole che appareranno al serenissimo Principe nostro: lassando esso signor Bartholomeo fino al suo ritorno al governo de la sua compagnia persona apta et che sia grata a la Signoria nostra. » expettato el Messia da Zudei, quanto è lui da tutto questo paese, parendoli che la venuta soa debba al quanto abassar l'impeto furioso di questo Duca, e dar vigor alli animi depressi, per non aver chi li dia spirito. Et ognun crede che, venendo lui con favor della Sublimità Vostra, come tutti si persuadeno, debba far cose assai; e de questo la Serenità Vostra receve de qui grandissima laude da tutti, et è predicata dover esser lei sola liberatrice d'Italia da questo furibondo flagello: ognun adesso in lei spera, come in solo et unico rimedio a tanta ruina. Per tutti i luoghi di Roma si fa circoli di questa materia, et è andato tanto avanti questa fama, che, ussita da volgari, è penetrata in cardinali et oratori, con questa addizione, che la Illustrissima Signoria Vostra me ha rivocato; e l'ora tor ispano questa mattina, et un altro orator che è del duca de Saxonia, e molti altri, hanno mandato a domandar quando me parto; alli quali ho fatto la con veniente risposta, cum quella circumspezion che me rita la importanzia della cosa; e cusì continuerò a loco e tempo con tutti li altri, dove accaderà. E perchè per tutta Roma era ussita fama che za io era levato de qui, tutto ozi ho voluto cavalcar per Roma etandar nelli lochi più celebri della terra, azò che ognuno ben me vedesse. A casu me trovai con messer Adriano, el qual mi rasonò assai di questo, digando che a No stro Signore erano ditte zanze assai, tamen ch'el non voleva crederle; e me disse: – Che vol far la illu strissima Signoria de tante zente quante la manda a Ravenna, molto più del solito? Voràla mai offender lì le cose del Duca? Per certo l'averia torto, perchè Nostro Signore non li ha dato nè dà causa alcuna, ma sempre è stato buon padre de quello excellentis simo Dominio. –E qui me volse commemorar infiniti beneficii che la Beatitudine Soa aveva conferiti alla Serenità Vostra. Al qual respusi che de mandar zente a Ravenna non ne sapeva niente, e che tamen, quando el fosse, se la Excellenzia del Duca non aveva data nè dava causa de gravame alla Sublimità Vostra, non dovesse dubitar di quella, la qual non era solita mo Verse, se non da poi che la era non solamente da una, ma da più cause provocata et irritata e quodammodo forzata. Poi, per respondere alli meriti pontificii con la Illustrissima Signoria Vostra, li dissi, tuttavia con accomodate parole, che se ben faremo i nostri conti, si troverà molto mazor e più a numero quelli della Sublimità Vostra cum la Santità Pontificia et Excel lenzia del Duca; e dissi che, non per buttarli in oc chio, ma per mostrar che me ne ricordava qualcuno, gheli diria: e discorsi quelli che mi parevano al pro posito, con dichiarirli che la Serenità Vostra non offese mai niuno, se non forzata. Mi respose che li meriti della Serenità Vostra erano grandissimi, e ch'el confessava superavano quelli che lui mi aveva ditto, e però seria mal perderli, e che la Excellenzia Vostra doveria cercar, come è sempre stato suo natural, di multiplicarli meriti con Nostro Signore. Fizi fin con queste parole, che dalla Serenità Vostra non mancarà mai de multiplicarli, purchè li siano conossuti da chi meritamente li die conoscere. » 271. Raccomandazioni dell'Oratore veneto al Papa in favore dell'abate d'Alviano. Roma, 6 febbraio 1503. « Ozi, da poi manzar, son stato a Palazzo, e tro vai Nostro Signore intento a provar certe artegliarie, e mi feze aspettar gran pezzo. Poi, entrato alla Bea titudine Soa, prima li rappresentai una lettera del signor Bartolomeo d'Alviano che, inclusa dalla Su blimità Vostra terzo zorno recevei, per la qualli racco mandava el reverendo abate suo fratello, iustificando le cose sue. Dopoi letta questa lettera, io parlai in conformità di essa, iusta el tenor de le lettere della Sublimità Vostra. Soa Beatitudine me ascoltò con at tenzione; poi me respose e fece gran discorso, in dechiarir li torti et inzurie che aveva ricevuto da questo abate; e dicendo voler lassare le antique, commemorò le moderne in la proxima rebellion de Orsini contra de lui, poi in la pratica de Camerino lo aveva tradito, e lui era stato causa de far fuzir el si gnor, e che l'aveva anche robate cose assai in Came rino, et etiam machinato contro la persona de Soa Beatitudine, e molte altre ribalderie per le qualiu stamente l'era sta retenuto; e contra de lui se pro Cederà con tutte le iustificazion possibile, e da mo quando che con ogni larga iustizia si cognosserà lui meritar punizione alcuna, per rispetto della Sublimità Vostra, ghene darà tanto manco, quanto lei vorrà. E perchè io li aveva ditto che la preson dove l'era, era “Questa parola manca nel codice. troppo aspera, e stagando in quella scorreva gran pericolo de la vita; mi disse che non era in quella preson che io aveva inteso, ma in altra che non era tanto trista; e che da mo, azò che la Signoria Vostra cognosca el desiderio che l'ha de gratificarli, el man daria da quel luogo in un altro manco tristo. In que sto conferimento usò molto bone parole più del con sueto, credo per la fama che per le alligate scrivo all'Excellenzia Vostra. Expedito da questo, me disse ch'el Duca feva le mostre a Viterbo, e per adesso non vegniria a Roma, ma torria la impresa de Palum bara; e che a questo effetto el preparava le artegliarie, che poco avanti l'avea sentito provar per mandarghele. Ussendo io con la Beatitudine Sua, venne el nunzio de la Maestà del Re de Ungheria, al qual Sua Beati tudine consegnò manibus propriis li brevi della ri sposta.

1503年2月7日

 272. Bando del Papa contro Giulio, Fabio ed altri Orsini. Fatti del duca Valentino.
Roma, 7 febbraio 1503.
 Ozi el Pontefice ha fatto publice proclamar, poi ha etiam fatto attaccar polize per li muri in lochi publici, nelle quali el cita li sottonominati Orsini, come rebelli del stado de Santa Chiesa e robatori de strada, per le depredazion fatte questi zorni; e sono, el signor Iulio, Fabio, Organtino e Franzotto suo fiol, Lorenzo, Francesco e Zuanne da Ceri, perchè pretende contro de loro proceder per li soi demeriti. Maxime se mostra irato contra el signor Iulio, che è el capo de li altri, el qual ozi se ha inteso aver dato gran danno alle lumiere

 Lumiere, miniere d'allume. Sotto il pontificato di Pio II furono trovate le miniere d'allume presso Tolfa, che dettero ai Papi una ricca entrata.

del Papa, rotto le caldiere e tutti li altri edefizii, e portato via tutto quello che ha possuto de bestiame e grani; e cusì continua ogni zorno in far qualche danno. Il Duca è pur ancora a Viterbo; ha mandato Micheletto con parte delle zente, et ha preso un castello detto Mugnano et un altro loco, che sono de un coniuntissimo della casa del signor conte de Pitiano, per quanto li soi hanno affirmato a mi; el qual si è ridutto e fortificato in un altro suo castello.
 Si conferma l'andata del cardinale Sanseverino al Duca. Il Pontefice sta in sospetto della Repubblica Veneta per i movimenti delle sue milizie verso lo stato pontificio.

1503年2月8日

273. Notizie relative a Pandolfo Petrucci. Roma, 8 febbraio 1503. Il Valentino fa sapere ai Senesi, per mezzo di un suo cancelliere, che non gli basta la partenza di Pan dolfo, ma vuole che facciano qualche dimostrazione contro di lui: in seguito a ciò dicesi ch'essi l'abbiano sbandito come ribelle.

 Cfr. Malavolti, Histor. di Siena, parte III, a c. 110t; e Pecci, Memorie, ec., di Pandolfo Petrucci, pag. 187. Il decreto della Balìa di Siena, che dichiara ribelle e fuoruscito il Petrucci, è del 30 gennaio 1503 (1502 secondo lo stile senese).

Pandolfo è partito da Lucca, ma s'ignora dove siasi recato. 274. Pratiche dei Savelleschi per ottenere la protezione della Repubblica Veneta. Roma, 8 febbraio 1503. « Questa sera, circa ora una di notte, stravestito è venuto a ritrovarmi a casa uno, per nome di questi signori Savelleschi che sono in Palumbara, e me ha ditto che quelli signori sono molto ricercati dal Duca per l'accordo, e che li fa promissione assai, perchè li par mai poderse assegurar in questi stati de torno Roma, se non ha el favor de una de le parte, con la qual spera tegnir oppressa l'altra; e che, non essendo più via de accordo con Orsini, vorria tirar questi, con boni partidi che li offerisse el Duca, al qual, avendo dinanzi alli occhi le experienze che hanno, non li par dar più fede di quello che meritano le ope razion soe. Vero è che da sè loro non hanno modo de mantegnirse, essendo poveri come sono, e vedeno non poter sperar soccorso da niuna banda, salvo se la Illustrissima Signoria Vostra non li volesse con la clemenza soa abrazar; alla qual loro si volevano de dicare fidelissimi servitori, affirmando che de le per SOne Soe con poca cosa, per el favor che hanno da la parte de la Serenità Vostra, tanto se ne potria servir, quanto de altri in altro loco con assai. E qui disse: – Nui intendemo che la illustrissima Signoria è per romper in Romagna contra el Duca. Essendo cusì, la non p0 far miglior provision che abrazar questi si gnori, i quali, con ogni poco favor di quella, tegnirano el Duca et il Papa tanto impediti, ch'el non potria partirsi de qui, et in questo modo le cose di Roma gna si fariano facillime; e pur partendo, in un momento el perdaria quanto lui ha qui, e facilmente loro intra riano in Roma. – E qui disse etiam : – Nui inten demo ch'el signor Bartolamio d'Alviano ha abuto li cenzia, e che viene in qua; il che essendo, ci uniremo con lui, e con poco favor della illustrissima Signoria faressimo cose assai. – E sopra ciò mi fece grande instanza che ne scrivesse alla Sublimità Vostra, e che la supplicasse in nome loro, si degnasse farli intendere qualche soa intenzione in questa materia, e presto, perchè la impotenzia loro non patirà troppa dilazione; e però desideravano questo, azò che necessità non li constrenzesse fare qualche novo pensier, che ben co gnosseno sarà con gran pericolo suo. – Pur (disse) chi non pol più, se attaca alli rasadori. – Io ascoltai quanto lui volse; poi, non li possendo dir più di quello che posso, per non aver niuna intenzion della Serenità Vostra, li fezi zeneral carezze, e con quelle più accomodate parole che messer Domenedio me inspirò, li ditti quel conforto che per mi se li potè dar, promettendoli che, poi che con tanta instanzia elme pregava, io ne daria notizia alla Serenità Vo stra. Li nomi de questi signori, per i quali el me parlò, sono questi: signor Troilo, signor Luca, signor Ia Como, Silvio, Antonio e Mattio Colonna. » º * Rasadori, rasoi. * La Signoria di Venezia, con lettera del 20 febbraio, lodò l'Oratore della sua riservatezza; «perchè qualche volta potria oc correr che alcuno de questi, che cussì furtivamente vi vengono a parlare, fusse mandato a posta da altri che da chi dicono, et hoc a ºe de sottrazer et intender de bocha vostra alcuna cosa a cativo ºne. » (Arch. gen. di Venezia, Senato Secreti, Reg. 54, a c. 69 t.)

1503年2月9日

275. Operazioni del Papa e del Valentino contro gli Alviano. Roma, 9 febbraio 1503. Un agente del Papa prende possesso di Lugnano, terra tenuta dall'abate d'Alviano. È intenzione del Duca di spianare tutte le terre di Bartolomeo d'Al viano; e dicesi che la moglie di lui sia stata condotta al campo del Valentino.“ L'ambasciatore fiorentino, interrogato dal Giu stinian circa l'affare comunicatogli giorni sono (vedi disp. 252), gli dice non aver finora ricevuto alcuna risposta da Firenze. 276. Notizie del Regno. Smantellamento della terra d'Alviano. Transazione tra Giangiordano Orsini e il Valentino. Roma, 9 febbraio 1503. Hora 3 noctis. Il cardinale di Napoli e l'amba sciatore di Spagna fanno sapere all'Oratore l'arrivo dell'armata spagnuola a Napoli e in parte ad Ischia; ma è notizia dubbia. Alviano fu spianata coll'opera degli abitanti di Narni, Terni ed Amelia, nemici di quella terra, ed eccitati dal Duca. Giangiordano accondi scende a fornire alloggi al Duca nelle proprie terre, tranne però in Bracciano, ma a condizione che gli restituisca i suoi luoghi: al che il Duca annuisce. 277. Sospetti e lagnanze reciproche tra Venezia e il Papa. Roma, 10 febbraio 1503. Hora 19. Monsignor Adriano espone all'Oratore veneto che il Papa vede con meraviglia e rincresci Cfr. la nota 1, a pag. 376. 3SS DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. mento il gran numero di gente e di provvigioni da guerra che la Repubblica raduna a Ravenna; che molti gli vanno insinuando essere questi appresta menti diretti contro di lui; e che tali voci trovano favore, perchè la Repubblica nella Corte pontificia ha pochi amici. Gli riferisce pure essersi detto che sono avvenuti dei moti popolari in Urbino, cagionati dall'opinione ivi sparsa che il duca Guidubaldo fosse in Venezia, e la Repubblica gli avesse promesso di restituirlo nel suo stato. L'Oratore risponde essere tutte queste voci vane, e che la Repubblica è pru dente, nè può dare argomento a sospetti; e alla sua volta ricorda a monsignor Adriano le proprie rac comandazioni circa gli Alviano e le promesse del Papa, alle quali gli effetti furono opposti. Monsignor Adriano replica non saperne niente; che ciò non sarebbe peraltro causa bastante per muovere la Si gnoria di Venezia, perchè quei d'Alviano sono sud diti del Papa. 278. Affari di Giangiordano Orsini. Roma, 10 febbraio 1503. « Hora tertia noctis. Questa sera, per via de Ia como de Santa Crose, per el mezo de omeni del si gnor Conte, son avisato esser ritornato l'uomo del signor Zuan Zordan, che li di passati andò cum el cardinal de Sanseverino dal Duca, per ricomandarli le cose di quel signore; el qual riporta che, avendo eXposto al Duca la servitù che sempre li aveva abuta esso signore, et anche la compaternità che avevano DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 3S9 insieme, lui respose che quanto l'aveva ditto era Vero, e che non manco lui amava el signor Zuan Zordan, che se li fosse fradello; ma che in questa cosa non poteva far se non quanto li era comandato; et azò el fosse più certo de la verità, li faria vederla certezza. E li mostrò un breve pontificio de questa sustanzia: – Che esso Duca non se contentava de es ser andato a Siena contra la volontà soa, ma che anco se rendeva difficile a far quello li comandava facesse contra la casa Orsina soa ribella; e che pertanto li comandava, per quanto l'aveva cara la grazia e bene dizion soa, volesse subito andar contra tutta casa Orsina, e pigliar quanti di loro el poteva aver, non perdonando a femene nè a fanzulli, perocchè inten zion soa era proceder contra questa casa per tre fun damenti: primo, che li erano stati ingrati de molti beneficii a loro conferiti, in pagamento di qual li erano stati rebelli; segondo, che questa casa sempre era stata perturbatrice del stato quieto della Chiesa et occupatrice dei beni di quella; terzo, che avevano machinato contro la Maestà del Re de Franza, e vo levano accordarse con Spagnoli. – Da poi letto el breve, disse al messo che lui era soldato de la Chiesa, e convegniva obedir a quanto li era comandato da Nostro Signore, e che però el signor Zuan Zordan l'avesse per excusato, el qual lui confortava volesse depositar tutto el stato suo nelle mani di esso Duca, fin tanto ch'el vegniva resoluzion da la Maestà del Re de Franza; e venendo segondo el suo desiderio, se offeriva prontamente restituirlo; se anco non, lui prometteva esser bon mezo con Nostro Signore a 390 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. placar l'ira et indignazion soa contra di lui; e li disse che de questo el signor Zuan Zordan si dovesse presto risolvere, perchè lui aveva intertenuto el Pon tefice fin qui, per l'amor che li porta, ma più non poteva indusiar. Questo nunzio ritornato qui ha fatto intender questo al prenominato, el qual subito ha mandato a dir al signor Zuan Zordan, e confortatolo a vegnir a Brazzano et unirse con quelli de Ceri; per chè, possendose soccorrere l'un l'altro, come potranno lì, hanno zente bastante a defenderse finchè da altro loco li vegnirà soccorso. Poi li ricorda a far ogni suo forzo, se dovesse impegnar quanto l'ha al mondo, et imprestar ducati 1000 ali Savelleschi, i quali potranno dar gran favor alle cose sue. Per altra via poi intendo che la oblazion fatta per el signor Zuan Zordan al Duca de darli le terre del suo stato, excetto Brazzano, l'Isola et un altro loco (come scrissi alla Serenità Vostra), è per onestarse, perchè in ogni modo quelli son lochi che, volendo, sempre gheli po tor: cum che intenzion soa è de mantegnirse in li lochi forti, e spera potersi prevaler. Questo poco conto che se tien de Zuan Zordan, fa iudicar a molti intelligenzia tra il Papa e Re de Franza, maxime che con quel favor molto se prevaleno e zercano con questa repu tazion spaventar ognuno. » 279. Apprestamenti del Duca per fare impresa contro Bracciano. Roma, 11 febbraio 1503. Il Duca attende la risoluzione di Giangiordano: intanto, per fare l'impresa di Bracciano, ha raccolto * Cioè, a Iacopo Santacroce. DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 391 in Narni 700 fanti, e in Spoleto 1300; i quali però, es sendo del partito degli Orsini, anderanno con lui assai mal volentieri. 280. Notizie delle terre di Bartolommeo d'Alviamo. Forza dell'esercito del Valentino. Roma, 11 febbraio 1503. Da notizie di Alvise (Luigi) d'Alviano all'Oratore veneto risulta che i danni patiti da Bartolommeo suo fratello, il quale ha perduto la sola terra di Lugnano, sono inferiori alla fama corsane (vedi i dispacci 275 e 276). Nel campo del Duca si trovano 400 cavalli bolo gnesi e fanti assai. « Del campo del Duca ho ettam vedute lettere in domino Ludovico de Castro, agente qui per el reverendissimo cardinal Corner, de 9 del mese, che li scrive un suo fratello, come quel zorno tra il pian di Viterbo e Montefiascon erano sta fatte le mostre, et aveva el Duca circa 600 omeni d'arme, cavalli lezieri 600, boni fanti allemanni 2000, fanti francesi (intendendo per francesi, guasconi e de altre nazione oltramontane) altri 2000; et appresso scrive, ne erano molti che avevano provisione da potersene servir in ogni cosa per capi, e bocche de artigliarie venti su le carrette, con tutte le monizion. Qui etiam in Roma el Papa continuamente fa zente da pe et anche qualche cavallo. » º Marco Corner, veneto, diacono cardinale del titolo di Santa Maria in Portico, creato da Alessandro VI nel 1500. 392 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 281. Affari di Giangiordano Orsini. Roma, 12 febbraio 1503. Giangiordano invoca la protezione del Re di Francia, al cui servizio tiene le sue genti; e chiede da ultimo un salvocondotto per recarsi a Bracciano. Il Papa dichiara di voler quello stato per molte cause: ma Giangiordano non è disposto a cederlo, se non per forza; e intanto va mandando colà soccorsi. 282. (Ai Capi del Consiglio dei Dieci.) L'Oratore li avvisa che il Papa ha continue ed esatte informazioni delle cose di stato di Venezia, e ne sa trarre profitto. Roma, 13 febbraio 1503. « De ogni deliberazione che per la Illustrissima Signoria de li viene fatta, el Pontefice non altrimenti ne è avvisato, che se 'l legato suo, o altri in suo nome, fossero presenti nel loco dove quelle se trattano; e, per intelligenzia che di quelle tiene per frequente let tere, si sforza poi di provveder dove li par al bisogno; come ora fa per la via di Franza, essendo avvisato la Sublimità Vostra aver avuto de li lettere, che non li par sia troppo al suo proposito. Dapoi el qual avviso, tutto el studio suo è de trovar mezzo de far mutar proposito a quella Maestà, e de questo non manca, e per via dei suoi brevi e messi, et anco di questi ora tori, i quali sono facili a tutte le voglie sue, per li mezzi che sa e può tegnir con loro. Questo mi ha parso per il debito mio significar all'Excellenzia Vo Stra. » - DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 393 283. Bando pontificio contro gli Orsini e i Savelleschi. Roma, 13 febbraio 1503. Il Papa fa pubblicare un bando severo contro gli Orsini, i Savelleschi e i loro aderenti. 284. Pratiche del Valentino coi Colonna e i Savelli. Spedizione di fanterie per guardia della Romagna. Roma, 14 febbraio 1503. Il Valentino tenta di stringere accordi con Giulio e Muzio Colonna, e con Troilo Savelli e i fratelli di lui, contro gli Orsini. Il Papa spedisce 400 fanti ad Antonio del Monte per la guardia di Camerino e d'altri luoghi. 285. Il Papa accoglie favorevolmente le risolute proteste dell'Ora tore veneto in favore del conte di Pitigliano e dell'Al viano; e rinnova le sue dichiarazioni d'amicizia alla Repubblica, giustificando i fatti suoi e del Duca. Roma, 14 febbraio 1503. « Hora 2 noctis. Ozi, dopo manzar, son stato a Pa lazzo; et introdutto del Pontefice, li expusi, primo, che, avendo la Beatitudine Soa fatto una crida general contra tutti gli Orsini, nemine eccepto, se s'intendeva etiam il signor conte di Pitiano; che però mi persuadeva non fusse mente de Sua Santità; e però la supplicava se degnasse far una dechiarazion, che in quella zeneralità non se intendesse el signor conte, nè i so' fioli, nè alcun so agente o famigliar; e similmente del signor Bartolomio d'Alviano. Prontamente me rispose che 394 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. per niente non intendeva el conte, al qualet a Bar tolomio d'Alviano, per rispetto de Vostra Serenità, voleva che si avesse ogni risguardo; e che di questo più fiate ne aveva scritto al Duca, et illico ordinò a messer Adriano che facesse un breve aperto, e lo desse alli agenti qui del signor conte in amplissima forma. » Poi, intrato sulle sue consuete parole dell'ani mo bon che l'ha alla Sublimità Vostra, nelle qual molto se dilatò (che non accade che io li replichi, per averle molte fiate scritte), me disse: – Magni fico Ambassador, che pazia e levità saria la nostra e del Duca pensarse de far cosa niuna contro quella illustrissima Signoria, come ogni zorno sapemo che li vien dato ad intendere da nostri inimici, per mo verla contra de noi? Non sapemo nui che le forze no stre sono ineguale? El Duca è un povero signor, e sa che altro è aver a far con un gentilomo o un signorotto, come ha abuto a far finora, et altro con quella Signoria, che l'ha tanta autorità e potenzia, come tutto el mondo intende. Credetivù ch'el sia così pazzo, ch'el se volesse apizzar con lei, nè darli causa de niuna indignazion contra de lui, sapendo certo che, se lei volesse, in un tratto li levaria quanto stato l'ha? Non ve pensate questo; anzi dovete creder quel che di continuo ve abbiamo ditto, che è, non desiderar altro al mondo che vedere el Duca collocato nelle brazze de quella illustrissima Signoria, et esser se guri che, dopoi la morte nostra, con el favor de quella, lui se potesse conservar; nè lui brama altro che es sºli bon servitor. Siate certo che, quando ben la DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 395 illustrissima Signoria ne volesse mal e facesse mal al Duca, li inimici nostri, nè anche lei, potrà mai aver questa allegrezza de averlo fatto perchè li ab biamo dato causa, perchè Ve promettemo, in verbo vicarii Christi, ch'el non serà mai in pensier nostro, non che in opera. – Poi disse: – Nui semo avisati che Bartolomio de Alviano aveva abuto licenzia dalla illustrissima Signoria, e veniva per le cose de Siena, credendo ch'el Duca volesse perturbar quel stato; ma inteso la verità, ch'el Duca non voleva altro che cazzar Pandolfo, che è suo nemico, è ritornato a Ve nezia. “ Et avemo lettere da Venezia, de 7 del mese, che la illustrissima Signoria l'ha revocato da Ravenna, e manda il conte Bernardino in suo luogo a Ravenna. – E, ditte molte parole, subiunse: – Nui semo certi che la illustrissima Signoria, che è prudentissima, e non se move mai senza iustizia contra alcun, non farà male al Duca, che li è bon servitore, quantunque molte zanze se dicano a nui de lei et a lei de nui. E se contra Zuan Zordan femo qualche demostrazion, nui el femo cum ogni iustizia, e mostraremo al Re de Franza, come avemo ditto alli soi oratori, per scrit tura de man de Zuan Zordan, quel che lui ha machi nato contro de nui. – E qui disse: – Domine Orator, * Cfr. la nota 1, a pag. 379. Da altra deliberazione del Senato, del 16 febbraio, ricaviamo che l'Alviano, reduce da Ravenna, rese conto al Doge delle cose osservate; e il Senato, considerate « maximas mutationes, que in paucis diebus successerunt in rebus ducis Valentinensis, o gli ordinò di ritornare alla sua compagnia, « quam teneat bene instructam et accinctam, ita ut ad omnem or dinem equitare et ire possit quo ei fuerit impositum et manda tum. » (Arch. gen. di Venezia. Senato Secreti, Reg. 54, a c. 69.) 306 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. nui ce avemo insanguinate le man con questi Orsini: el Duca ha tagliato la testa a Paulo et alli altri che sapete ; e le cose nostre sono procedute tanto contra di loro, che bisogna che ci asseguriamo da essi, e che provvediamo in modo che non ne possino offendere. – Quanto ho sopraditto, è il sugo di quanto la Bea titudine Sua, in discorso di più di un'ora, con molte parole me disse. » Respusi alla Beatitudine Soa che io conosceva ben tanta prudenzia in lei, che, sapendo la salute et anco la ruina del Duca non depender se non dalla grazia e disgrazia della Illustrissima Signoria Vostra, la se afforzerà de far sì che la Serenità Vostra non averà causa di gravame, e refrenerà alquanto el furor iuvenil de la Excellenzia del Duca, che, a parlar ingenue con la Beatitudine Soa, come era el mio con sueto per la servitù che li ho, aveva di bisogno di qualche temperamento, che ben se li poteva dar da la Santità Soa, che per l'autorità e longa experienza de le cose die proceder più pesatamente; il che seguendo io prometteva alla Beatitudine Soa che la Illustrissima Signoria Vostra l'averia molto recomandato, per reve renzia della Beatitudine Sua; e che la Beatitudine Sua fosse certa che quell'excellentissimo Dominio, come poco avanti me aveva ditto, non semoveva contra alcun, se non con tutte le iustificazion del mondo. Poi dissi che della licenzia data al signor Bartolomio da Alviano, nè de la revocazion soa de Ravenna, nè anche che li el fosse mandato, io non sapevo niente; ma quando la Serenità Vostra (come è solita far, per mutar le zente soe de luogo a luogo, per non le svilir per troppa fa DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 307 miliarità in un luogo) avesse mandato el signor Bar tolomio de Alviano a Ravenna, poi rivocato, et in luogo suo mandato el conte Bernardino; la Santità Sua el doveva accettar in bona parte, perchè la Excellenzia Vostra el doveva aver fatto, per rimover ogni ombra da la mente della Beatitudine Soa, per el suspetto che la podesse aver abuto (che non era però da aver) della persona del signor Bartolomio per l'interesse della ca sa. Qui mi ruppe e disse: – Domine Orator, vui dite il Vero, e nui l'avemo tolto in bona parte questa mu tazion, e cognoscemo che la illustrissima Signoria in tutte le cose soe procede con somma prudenzia. – Alle qual parole dissi quel che se convegniva per el decoro de la Serenità Vostra, in modo che la Beati tudine Soa restò molto satisfatta. E poi, nel darmeli cenzia, ridendo disse: – Orsù, domine Orator, me portarete pur un di una bona nova che quella illustris sima Signoria se degnerà de accettar el Duca per suo bon servitor. – Dissi che, se dalla Excellenzia Soa non mancarà, sarà accettato non per servitor, ma per carissimo fiol, per reverenzia della Beatitudine Soa. » 286. Notizie di Giangiordano e del cardinale Orsini. Roma, 15 febbraio 1503. Giangiordano Orsini, invitato dal Pontefice a ce dergli il proprio stato, accettando in compenso altre terre che il Papa ha nel Reame, di ragione del prin cipe di Squillace, si rifiuta; dice bensì che lo cede rebbe agli oratori francesi, riceventi in nome del Re. 398 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. Dichiara poi al Pontefice che egli non ha nessun de merito verso Sua Santità; chiede che si proceda con tro di lui a forma di diritto, per provare la sua inno cenza; « e non volendo far questo la Santità Sua, lui faria mettere in scrittura tutte le rason sue; e le at taccaria per tutti i cantoni di Roma, et all'ultimo, mancandoli ogni favor, faria cridar in Roma un nome che mai più fu andato. » Queste minacce irritano sempre più il Papa: intanto l'Orsini apparecchia la difesa. Dicesi che il Valentino parta oggi per Viterbo, e vada ad alloggiare a Nepi. Il cardinale Orsini in prigione dà segni di frene sia: « el iudicio che di questa malattia si fa, lasso che la Sublimità Vostra per la sapienza sua el iudica. » 287. Altre notizie di Giangiordano. Roma, 16 febbraio 1503. Avviene una scaramuccia presso la Serra di Fara tra « el signor Orsino fiol del quondam cavallier Or sino vecchio » e gli uomini della terra, con danno del l'Orsini. Il Valentino è a Viterbo; e, contro le pro teste dei giorni passati, tarda a muovere su Bracciano. Giangiordano si fortifica in Vicovaro, sebbene gli am basciatori francesi lo eccitino a dare il proprio stato al Duca. Le esitazioni di questo dipendono forse da qualche risposta che egli attende di Francia. Qui è forse da correggere, cridato. f DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 399 288. L'Oratore comunica al Papa una lettera della Signoria di Venezia, che muove querela di danni sofferti da alcuni mercanti veneti nella presa di Sinigaglia, e di parole in giuriose dette loro dal Duca. Il Papa si sforza di giustifi care la cosa, e promette riparazione. - Roma, 17 febbraio 1503. « Questa mattina per.... º corrier con la solita mia reverenzia ho ricevuto lettere da Vostra Sublimità, de 10 del presente, per le qual la me comanda che io fazi intender a Nostro Signore, in resposta de tante bone parole de Sua Beatitudine et expression de bona volontà verso la Illustrissima Signoria Vostra, che la disposizione desiderio de quell'excellentissimo Domi nio è de esser devotissimo de Sua Beatitudine, purchè versa vice sia tenuto de esso quel conto che merita le ottime soe operazion e meriti di quello; poi dirli de l'excesso commesso per el signor Duca contra quelli mercadanti cittadini e sudditi di Vostra Serenità nell'in gresso suo in Senegaglia. In esecuzion de la qual, son stato a Palazzo, et introdotto alla Beatitudine Soa, con quella accomodata forma de parole ch'el debel inzegno mio me ha suministrato, li explicai tutta la mente de Vostra Serenità, conformando ad litteram le parole mie con quelle della lettera, non variando sillaba de quella. » La Santità Sua molto volentiera me udite; ma aime nella prima parte ne aveva abuto notizia per let tere del reverendo Tiburtino, suo legato appresso la EXcellenzia Vostra, e di essa ne romase molto sati sfatto. Circa la segonda parte, disse che di questo me * Lacuna nel Ms. º Vedi il n. V dei Documenti. 400 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. desimo excesso era avisato, che l'orator de Vostra Serenità in Franza se ne aveva doluto con la Maestà del Re; el qual li rispose che mal si possono conte gnir li soldati, quando entrano in una terra inimica, che non fazzino di questi excessi. Tamen disse la Beatitudine Soa che molto di questa cosa si doleva; precipue mostrò far gran fundamento, dove la Subli mità Vostra mostra dolerse de le colerice e stranie parole usate per el Duca contra quelli mercadanti; e più volte replicò che l'existimava molto quelle parole, parendoli che, essendo sta ditte parole di quella qua lità, che parvoglino inferir la Sublimità Vostra, quella meritamente abi causa de dolersene; e disse: – Noi non crediamo ch'el Duca, che mostra non desi derar altro che farse schiavo de quella illustrissima Signoria, abi usato parole, delle quali lei se ne abi a doler, ma forsi quelli mercadanti (come è consueto delli querelanti, che sempre aggravano le cose) le hanno ditte, per far miglior le sue rasoni. Pur (disse) nui non volemo excusar el Duca, perchè po tria esser che imprudenter le avesse ditte; il che es sendo, lui merita penitenzia. Pur preghemo la illu strissima Signoria che abi respetto alla ioventù soa, macime che quelle parole, avendole pur dette, deb beno esser sta ditte in qualche furia, de la qual non de'esser tenuto conto da quella illustrissima Signoria, che è prudentissima, e che ne ama. – E qui poi se extese in le consuete soe parole multoties replicate alla Excellenzia Vostra, e ultimamente per le mie de 14, che più non accade replicarfe. E disse che con tinue per tutte le sue lettere tien ricordato al Duca DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 401 l'esser devotissimo di Vostra Illustrissima Signoria, et aver risguardo di far alcuna minima opera, che in parte alcuna abi a offender quella ; el qual li responde tanto ben, che non potria meglio, dicendo che, se la Illustrissima Signoria Vostra el vol offender, po trovar che causa li piaze, ma che con verità lui non la darà mai. Pur disse: – Nui li replicaremo ancora, e li ri cordaremo che non vogli lui con le opere soe desfar et impedir quell'affetto che nui desideremo. – Poi, Voltato a me, disse: – Vi preghiamo, magnifico Am bassador, azò che più largamente li possiamo scri vere e corezerlo, che ne diate copia de la lettera che Vi ha scritto la illustrissima Signoria, perchè ghela Volemo subito mandar, et aver sua risposta in questa materia; perchè, essendo come scrive quella illustris sima Signoria, volemo molto ben ch'el se recognossa dell'error soo. – E qui un'altra volta el se dilatò; al qual fu per me resposo con le consuete parole, mul totles alla Beatitudine Soa per mi ditte, et alla Excellen zia Vostra scritte, conforme quello che lei scrive. E parendome che questa lettera non dovesse far altro che bon frutto cum l'uno e cum l'altro, quanto più da loro la fosse considerata, per esser tutta piena de prudenza e gravità, secondo el solito della Serenità ostra, non mi parse negargliela.

1503年2月18日

 289. Movimenti degli Orsini e dei Colonnesi. Il Valentino a Viterbo. Arrivo in Roma dell'oratore del Re dei Romani.
Roma, 18 febbraio 1503.
 Corre voce che Muzio Colonna, Troilo Savello, Franciotto e Fabio Orsini, sieno passati per la campagna di Roma con tutte le loro genti. Un commissario del Duca ha occupato cinque o sei castelli di Giangiordano; ma il Valentino trovasi ancora a Viterbo, « et ha redutto quella terra in tanta penuria, che si morono di fame, con gran querimonie de tutti quelli meschini.
 Giunge in Roma Pre'Luca, ambasciatore del Re dei Romani, si suppone «per cosa di gran momento.

1503年2月19日

290. Notizie di Bartolommeo d'Alviano, del Valentino, e varie. Roma, 19 febbraio 1503. Pandolfo Petrucci e Giampaolo Baglioni, ridottisi a Pisa, deliberano di fortificarvisi; ed è opinione che vi anderà anco Bartolommeo d'Alviano, del quale solo si fa maggior conto che di tutti gli Orsini. Il Ponte fice mostra buona disposizione verso la Repubblica, tanto più che teme di qualche prossimo accordo fra Spagna e Francia. Il Duca è a Sutri, e tutte le sue genti hanno occupato lo stato di Giangiordano, tranne Bracciano, Vicovaro e l'Isola. Si conferma che egli non anderà a Bracciano, se non ha la risoluzione fa vorevole di Francia. 291. Concistoro. Lagnanze del Papa contro il Re di Francia. Si comunicano due proposte di Pre' Luca, per la conces sione al Re dei Romani di toccare i denari della crociata, e per la revoca del cardinale legato Gurgense: soltanto la prima proposta viene accolta. Sospetti di turbolenze in Roma. Roma, 20 febbraio 1503. Il Papa, fatte leggere in Concistoro alcune lettere del Re di Francia, che gli domanda la deposizione di º DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 403 Ottaviano Sforza vescovo di Lodi, per demeriti e per ribellione contro quella Maestà, s'incollerisce e parla del Re con poco rispetto; ma si giudica che ciò sia pura finzione. Comunica poi ai cardinali la proposta di Pre'Luca (« el qual, quantunque sia venuto con fama de orator, tamen dice de non voler tegnir loco de ora tor, ma de semplice nunzio ») per una lega tra il Papa, il Re dei Romani, Spagna e Venezia; e, a forma della proposta, ottiene dal consenso dei cardi nali che al Re dei Romani sia lecito toccare i denari della crociata; dicendo « che con la union delli preno minati voleva far buona guerra al Turco con potente exercito; che feze convertirla cosa in piacevolezza. » L'ambasciatore cesareo domanda anco il richiamo del cardinal Gurcense; «el qual, disse, essere odiosissimo non tantum alla Maestà del Re, ma a tutta la Germania, e che non essendo revocato, scorre pericolo un zorno di non esser taiato a pezzi. » In ciò il Concistoro non prende veruna risoluzione. I « Demum, in fine Concistorii, el Papa se voltò a tutti li cardinali, e li premonite che avvertisseno alle case loro, perchè dubitava di qualche novità in Roma, che la brigata non sa in che modo comentar questa cosa. Le feste che Romani ogni anno soleno far in questo tempo de carnevale, furono sospese, poi dato licenzia a farle, ben però senza arme; ch'el Papa ha º Raimondo Perauld, vescovo di Gurk nell'Illiria, promosso cardinale da Alessandro VI nel 1493; nunzio pontificio in Germa nia per gli affari della guerra col Turco, e per la riscossione dei denari del giubbileo e della crociata. 404 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. dubitato metter le arme ad un tratto in man a que sto populo, come è il consueto, per fuzir ogni sospetto, e non si metter in descrizion de un populo de la qua lità che è questo di Roma. » 292. Sollazzi carnevaleschi del Papa. Concessione del breve del Perdono di Sant'Antonio alla Repubblica Veneta (v. n.206). Colloquio del Papa coll'Oratore sulle renitenze del Va lentino ad assalire Bracciano; e sull'intendimento di esso Pontefice di rendere libero alla Chiesa tutto lo stato in torno Roma. Roma, 21 febbraio 1503. « Tutto ozi, dopo disnar, Nostro Signore è stato in Solazzi, primo a veder correr palii, deinde in aldir re citar comedie, de le qual molto si diletta, e spesso se ne fa recitar qualcuna privata; ma questa è stata pu blica, dove erano molti cardinali, alcuni con l'abito cardinalesco, et alcuni anca da mascara, con quelle compagnie che soleno gradar al Pontefice, e qualcuna ne era a piedi del Santo Padre. Erano etiam li oratori di Franza, et io vi andai invitato da Sua Beatitudine. Finiti li solazzi, li oratori francesi si accostorono al Pontefice, e feceno lezer lettere del Re pur circa le cose di monsignor Ascanio, che fo un confetto che non li piacque troppo dopoi la festa: tamen non fu fatto altro che lezer queste lettere. » Partiti loro, io mi accostai, e modestamente me dolsi di tanta dilazion di quanta mi vegniva data alla expedizion del breve del Perdon di Sant'Antonio, per el qual dissi, sotto fede de la Santità Soa, aver scritto cento volte alla Sublimità Vostra. Se la rise, e disse che questo tempo non era di perdoni, e che però, DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 405 non importando questo, non si avea curato expedirlo; tamen, che l'era al piazer mio. E chiamato messer Adriano, al quale aveva fatto portar il breve in mano, li porse l'anello, e lo sigillò; poi tolto, manibus pro priis me lo consegnò, con gran ceremonie de parole espressive l'amor e benevolenzia soa verso la Excel lenzia Vostra. Al qual fu per me per le consuete rime risposto; e tolto el breve, ringraziai la Beatitudine Soa; el qual alligato mando alla Serenità Vostra. At tenderò mo alli altri, iuxta li mandati di quella. » Mi disse poi el Pontefice: – Che vi par, domine Orator, del Duca, che non podemo farlo andar a Bra zano, per esser compare de Zuan Zordan? Va dila tando la cosa mo cum una scusa mo cum un'altra, e ne tien su una spesa intollerabile. L'altro zorno per Trozo li mandassemo 9000 ducati, e doman bisogna mandarli altri 7000; dà de spesa più de ducati 1000 al zorno, ma el faremo vignir al so despetto. – Quel che io ne creda da queste parole, non bisogna ch'el scriva alla Serenità Vostra. E disse che l'aveva voluto far ogni partito a Zuan Zordan, e darli ricompenso del stato suo in Reame; al che avendo ricusato, li ha of ferto in la Marca stato di assai più utilità che non è il suo; el che disse far, per assecurar el stato de la Chiesa atorno Roma, perchè el vollassar questo don alla Chiesa, e memoria da puo' lui, de aver levati questi baroni, che hanno tenuto sempre Roma in tra vaglio. Nè voleva per el poter suo che niuno avesse a far qui intorno altri che la Chiesa; e quelle terre che aveva dato alli soi (e volse dir questi garzon), che etiam quelle voleva fossero della Chiesa libere, et a loro provederia de altro stato. Ascoltai quanto Sua Beatitudine mi disse, e non mi parendo farli altra ri sposta, sumta occasione dell'ora tarda, chè za erano passate tre ore di notte, presi licenzia dalla Beatitu dine Soa.

1503年2月22日

 293. Notizie di Fabio e Giulio Orsini e del cardinale. Voce della prossima venuta del Valentino in Roma.
Roma, 22 febbraio 1503.
 Fabio Orsini, partito da Tagliacozzo, andò a Bracciano con alcuni fanti, e di là, lasciatavene una parte, scorrerà verso Pitigliano. Giulio è partito da Ceri, e si è ridotto a Ceciano, luogo forte e ben fornito.
 El cardinale Orsino è redutto quasi all'extremo della vita soa, e per iudicio delli medici non è speranza di vita.
 De la venuta del Duca in Roma se ne parla molto, et el Pontefice etiam lo dice; et heri, in quelli solazzi, disse a Pre'Luca, el qualdiseva voler andar a trovar el Duca, ch'el non andasse, perchè lui vegniria presto in qua, benchè de le parole soc se possi far poco fundamento, perchè el dice mo a una via mo all'altra, segondo come li par più expediente. Lui starà tutto questo carlevar ogni zorno intento a feste et a piaceri, delle quali non vol lassar niuna per faccende che occorrono.

1503年2月23日

294. Colloquio dell'Oratore con Troccio sui fatti di Sinigaglia (v. n. 288), e in generale sulle relazioni tra la Repubblica Veneta e il Valentino. Morte del cardinale Orsini. Roma, 23 febbraio 1503. « Ieri scrissi alla Sublimità Vostra quanto mi accadeva, per Negron corrier; e ozi con la consueta mia riverenzia ho ricevute soe de 17, per Lorenzo da Camerin corrier; la qual letta e ben considerata mi afforzerò exequir, avendola in tutte le azion mie per exemplar, non deviando in parte niuna de quel che per la ditta mi vien dechiarito esser la intenzion soa; la qual con ogni debita reverenzia ringrazio, che se degni dechiarirmi la mente soa, azochè per ignoran zia de quella non mi occoresse far effetto contrario di quel che io desidero, ch'è, non deviar da niun suo Voler. » IIeri sera al tardo Zonze qui Trozo, qual vien da Sutri (dove ancora se trova la persona del Duca), con el qual, essendo ozi a Palazzo, sum stato un pezzo. E me disse che, essendo lui cum el Duca, l'altro zorno li fu rappresentate lettere del Pontefice in la materia dei mercatanti de Senegagia, per la qual Sua Santità molto lo ammoniva (ancora ch'el non bisognasse, es sendo pronto a farlo) ad esser devotissimo fiol e ser Vitor de la Serenità Vostra, e non mancar da niun debito verso de quella, con le consuete sue parole. Le qual lettere afferitono molestia grande all'animo del Duca, che fosse de lui data sinistra informazion alla Sublimità Vostra; e s'el non fosse che la cognosse prudentissima, e che non si muove per parole che li sia ditte, ma per quel che la vede cum verità, dubi taria che tanti soi nemici e malivoli, che sono ap presso la Serenità Vostra, che continuamente dieno studiar di metterlo al ponto con quella, non la faces seno mutar el bon anemo, che lui reputa che lei ha verso di lui. E qui me disse: – Avisandovi, magni fico Ambassador, che in verità el Duca non credeva che la illustrissima Signoria avesse scritto quello ch'el Papa li avisava, ma che la fosse sua invenzione per far quello ch'el desidera, che è ch'el Duca stia con timor di quella Signoria, azò che mai non li vegni pensier di far contrario effetto de quel che desidera l'un e l'altro de loro (volse dir, el Papa et el Duca). – E seguitò che lui etiam era uno de quelli che non lo cre deva; – perchè (disselo) nui servitori del Papa in queste cose poco li credemo. – Risposi che quanto il Papa aveva scritto al Duca, vegniva dalla Signoria Vostra, la qual, vedendo Nostro Signore far amorevole dimostrazion et usar benignissime parole verso di lei, come verso li ministri soi, li aveva parso parlar libere con la Santità Soa, e farli intender ch'el desiderio soo era ch'el signor Duca facesse el medesimo e te gnisse quel conto de quell'excellentissimo Dominio ch'el sa dover tegnir, perchè l'Excellenzia Soa molto ben intende quanto pozovar la grazia de quel stado, et anche all'incontro conosser la desgrazia; e ch'el po essere certo che cusì come la grazia de quel stado li ha dato quanto stado che l'ha, cusì etiam la indigna zion ghel potria far perdere: tamen, che io li affir inava che procedendo el signor Duca, filialmente come el dise di voler far, e come etiam par desiderar la Beatitudine Pontificia, e fosse certo che la Serenità Vostra l'averia sempre per carissimo fiol. In risposta si dilatò in molte bone parole, che, per non tediarla Serenità Vostra, le taso; poi disse: – Magnifico Am bassador, el Duca sarà presto qui: Vui li parlerete, e dalle parole sue potrete iudicarli el cuor; e siate certo che mai vi troverete ingannato da lui. - E così facessimo fin. » Con el Pontefice non ebbi conferimento alcuno degno da scriver alla Sublimità Vostra; alla quale significo che heri, circa le ore 20, che fo in quel ch'el corrier se partiva, morite el cardinal Ursino e la sera accompagnato onorevolmente fu portato in la chiesa di San Salvador, dove l'è sta messo in deposito.

1503年2月24日

295. (Al Doge e ai capi dei Dieci.) Schiarimenti sopra le notizie date nel dispaccio 282. Roma, 24 febbraio 1503. Le notizie comunicate ai capi dei Dieci a di 13 del corrente mese, l'Oratore le raccolse da colloquii avuti col Papa e coll'arcivescovo di Firenze: dai quali ricavò che il legato pontificio in Venezia spe Da una lettera dell'oratore fiorentino Soderini, 23 febbraio: cto Salvatore, chiesa delli Orsini, edificata dal cardinale Latino; et per ordine del Papa fu accompagnato el corpo dalla famiglia sua et da quelle del cardinali di Palazzo. Era schoperto in su uno panno d'oro, con una pianeta indosso di damasco pagonazo a fiori d'oro, la mitra in capo di boccaccino bianco, e con due cappelli a piedi, ad uso di cardinale. Alle e equie furono alcune regole di frati et circa 60 in 70 torce. Requiescat in pace. » (Arch. Fior. Lettere ai Dieci, ad ann., a c. 7.) disce al Papa frequenti e lunghe lettere in cifra in materia politica. Lo stesso Papa, « che è assai facile in dir quel che l'ha a chi el satuor de volta, o aveva letto all'Oratore uno dei detti dispacci, che conteneva cose importantissime. Gli aveva anche chiesto quali nuove esso Oratore avesse della pace col Turco, diffe rita, secondo particolari notizie del Pontefice, per ri spetto di Santa Maura. La notizia che il Papa tentava ogni via per volgere ai suoi propositi il Re di Fran cia, l'Oratore l'ebbe dal cardinale di Napoli, affeziona tissimo alla Repubblica.

1503年2月24日

296. Giangiordano Orsini si rifiuta a ceder Bracciano agli oratori francesi, conoscendo che essi favoriscono il Papa. Breve di questo al Valentino per costringerlo a far l'impresa di Bracciano. Convocazione di medici a giustificazione della morte naturale del cardinale Orsini. Roma, 24 febbraio 1503. « Parendo al Pontefice ch'el faci più a proposito suo aver Brazzano de plano che per via de battaglia, è iterum entrato in pratica de la materia e persuaso li oratori francesi, e macime monsignor di Agramonte, ad accettar lui per nome della Maestà del Re la rocca de Brazzano, sicome Zuan Zordano si offeriva li pro Ximi zorni volerli dar. Et a questo effetto è sta'man dato un omo a Vicovaro da Zuan Zordano, el qual, Vedendose de la poca fede che po avere in questi ora tori, ha fatto questa risposta: che, non avendo loro accettato el partito quando che lo offerse, lui deliberò scrivere in Franza alla Maestà del Re et in Reame al Vicerè; e che, avendo scritto, non li par di far altra DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 411 nova deliberazion, se non ha risposta da uno over da l'altro. Questa risposta fu fatta al Pontefice, presenti li oratori; de la qual Sua Santità parve che si sde gnasse, e cargò i panni adosso a Zuan Zordan, dicendo verso li oratori: – Non ve l'avemo ditto che costui è un ghiotto, e che calefà nui e vui a un tratto, e che de queste soe oblazion non aveva animo di far niente, ma tutte erano per tegnirne in tempo? – Disse di lui quel che li parse, et ordinò li, presente tutti, con col lera a messer Adriano, che scrivesse un breve ga gliardo al Duca, ut, nullo habito respectu, volesse subito drizzar le genti verso Brazzano; che si iudica fosse per una dimostrazione, più presto che perchè vogli ch'el si fazzi per adesso. Poi mostrò, parlando delli errori de Zuan Zordan, quella scrittura de man soa, sopra la qual fa tutto el fondamento, come za scrissi alla Sublimità Vostra; la qual non è scrittura, ma un foglio bianco, sottoscritto di man propria de Zuan Zordan, trovato nelle scritture del cardinal Orsino; el qual, disse, aver confessato in morte averlo avuto da Zuan Zordan, el qual si contentava de intravegnir in tutte le cose cum lui e li altri contra cadauno; e che li aveva dato quel fogio, azò che scrivesse tutto quello che li pareva, perchè del tutto lui se voleva contentar e za li aveva posta la man soa; che è fundamento, che val tanto quanto po iudicar la Sublimità Vostra per la prudenzia soa; el qual etiam mai è sta mostrato, se non da poi la morte del cardinale, per darli la con firmazion delle parole soe. » Ozi el Pontefice ha fatto convocar i medici che hanno abuta la cura del cardinale Orsini, per iusti ficar la morte del ditto esser stata natural, e non per alcuna violenzia di veneno nè altro; e li ha fatti tutti deponer per sagramento el caso et infermità soa, de le qual disposizion et altri atti ne ha fatto formare un processo.

1503年2月25日

297. Movimenti dei Colonnesi e degli Orsini. Roma, 25 febbraio iso. Si dice che sia entrato in Bracciano un araldo del Re di Francia, per custodia e difesa di quel luogo; ma è voce non confermata. Troilo Savello e Giulio e Mu zio Colonna si trovano in alcuni luoghi di Giangior dano, e tengono insieme buona intelligenza, respin gendo ogni accordo col Duca. Forse era intenzione dei suddetti e degli Orsini di entrare in Roma; da ciò le parole dette dal Papa in Concistoro, « che dovessero tegnir in ordine le cose, fin qualche zorno ch'el Duca vegniria a Roma. » La notte scorsa alcuni cavalli si spinsero fin presso la porta di San Paolo, e portarono via poco bestiame.

1503年2月26日

298. Venuta del Valentino in Roma. Notizie sull'impresa di Bracciano. Roma, 26 febbraio 1503. « Le ultime mie furono heri per Pelalosso cor rier; poi, ozi sull'ora del disnar, è venuto a Roma el duca Valentino, el quale venne fin qui fora de Roma a una villa, con circa cinquanta cavalli in compagnia del cardinal Borgia e del cardinal de Libret suo COgnato ; º ºmandata indietro la compagnia, tutti tre loro con tre servitori, in abito di mascara, sono intrati in Ro ma. Causa di questa sua venuta cusì inopinata se dice esser (e questo ho da bona via), perchè Alessandro Gisi, retrovandose alle soe lumiere, ritenne un omo del signor Zuan Zordan, che vegniva de Franza al ditto con lettere della Maestà del Re in favore suo, con le qual par li prometteva mandar un uomo a posta dal Pontefice, per recomandarli le cose soe alla Beatitu dine Soa. Questo omo, ritenuto con le lettere, fu con dutto al Duca; e letto quanto si conteneva in le lettere, per consultar questa materia con el Pontefice, ha vo luto lui in persona vegnir a Roma.» Le genti del Duca vanno sperdendosi, e l'impresa di Bracciano non par più tanto sicura, com'era a prin cipio. Il Duca però ebbe da ultimo l'Isola, e fece spia nare la fortezza e la città.

1503年2月27日

299. Il Valentino in Roma. Voci d'accordo tra il Duca e i Savelleschi. Roma, 27 febbraio 1503. « Tutto ozi el Duca è stato mascarà per Roma, e questa sera etiam in Palazzo el fu presente al recitar di una commedia coram Pontifice, e quantunque avesse la mascara al viso, poteva anco star senza, perchè el cavarse de quella non lo poteva far più cognito di quello che l'era de tutti. È opinion ch'el se debbi affirmar qui in Roma, e per adesso non ritornar più in campo; e che se pur el doverà tuor l'impresa de Brazzano (della qual se dubita, e più presto se crede il no che il sì), ch'el non andarà in persona, ma man darà le zente sotto el governo de alcun altro. El partir 414 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. del Duca di campo ha fatto gran dissipamento alle zente sue, et ognora si vede entrar in Roma diverse compagnie con le armi et altri soi cariazi, in modo che, non si facendo altra provision, si tien che tutte queste zente presto si dissolveranno tutte. Ozi è venuto qui un omo da Palumbara, a far intendere come la terra aveva levate le bandiere del Duca, e mandato a chia mar zente che pigliasseno la possession de la terra, dove li era sta mandato circa trenta cavalli; tamen, fin all'ora del partir di questo messo, non erano lassati intrar in la terra. Questo ha fatto ussir fama, che parte de questi signori Savelli, zoè quelli che erano in Palumbara, sono per necessità del vivere accordati cum el Duca, et a quel si dice, averanno assai minor partito di quello che per il Duca li era offerto a prin cipio, benchè cusì si potranno fidar del poco come del l'assai. Luca Savello, che si dice esser el miglior omo de la casa, andando per ritrovar el Duca, fu ritenuto e condutto in Roma preson; è sta' liberato e stassene qui senza suspetto; per il che si crede che questi Sa velleschi si abbino a conzar con el Duca per ben , ben chè di questa cosa non se possa intendere niuna partico larità con bon fondamento, e da diversi ominide conto se fanno diversi iudici. Quel che se vederà riussir con Verità, sarà per mi significato alla Serenità Vostra. » 300. Apprestamento del campo contro Ceri e contro altre castella degli Orsini. Roma, 28 febbraio 1503. Le genti del Duca che si trovano in Roma hanno ºvuto ordine di andare al campo dentro oggi. Saranno DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 415 divise in due parti; una moverà verso Veralla ed al tri castelli, l'altra verso Ceri. Si dice che sia inten zione del Duca di erigere un bastione contro quest'ul tima città, e tenerla assediata. - 301. Colloquio del Papa coll' Oratore circa alle faccende di Bracciano, ad alcune lagnanze del conte di Pitigliano, e alle fortificazioni dei Veneziani in Ravenna. Roma, 1 marzo 1503. Il Papa si mostra di malumore per l'arrivo di un Valletto del Re di Francia in favore delle cose di Giangiordano. L'Oratore veneto riferisce al Papa le lagnanze del conte di Pitigliano, per le genti sover chie che si mandavano colà ad alloggio. Il Papa le accoglie favorevolmente ; e si lamenta poi a sua volta coll' Oratore delle fortificazioni che fanno in Ravenna i Veneziani, le quali, si dice, vadano molto innanzi. 302. (Al Doge e ai capi dei Dieci.) Notizia d'una spia che il duca Valentino tiene in Ravenna. Roma, 2 marzo 1503. « Ozi, per via di un bergamasco, che è soldato del duca Valentino, ho inteso che un Zanetto de Sivillia, che già stette con el prefato Duca con buona condi zion, et aveva 300 fanti da comandar, consulta opera, è stato casso dal Duca e datoli combiato; el qual, per quanto el prefato me ha ditto, se retrova a Ravenna a soldo della Illustrissima Signoria, ma non sa con che condizione. Questo Zanetto scrive al Duca tutto 416 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN, quello che ora per ora se fa in Ravenna, et anche quelle altre cose che undequaque el puol intender, che fac ciano al proposito del prefato Duca, sotto gran cre denza. » 303. Accordo del Valentino con i Savelleschi di Palombara. Notizie della guerra contro Giangiordano Orsini. Roma, 2 marzo 1503. « Per Pasinetto corrier scrissi heri alla Sublimità Vostra quanto accadeva. Ozi sono stato a Palazzo; et introdotto al Pontefice, Sua Santità mi disse l'accordo seguito tra il Duca e parte di questi Savelleschi che erano in Palumbara, zoè el signor Troilo et Iacomo fratelli, Silvio zerman di prenominati, e Luca, che al presente è qui in Roma: li altri sono in Palumbara, e saranno, iuxta li patti loro cum el Duca (quali Dio vogia che li siano attesi), in ditto loco fin a tanto che li sia dato ristoro di altro stato equivalente in altro luogo; et appresso etiam li dà certa condutta. Di que sto accordo el Pontefice mostra di non se ne contentar molto, et accusa il Duca che eo inconsulto l'abi fatto, chè non era da far, perochè questi in ogni modo li seranno inimici e traditori, e che de loro non se potrà mai fidar, perchè ogni ora che se li presti la occa sione, volteranno le spalle. E disse quel che pluries ha ditto, che le inimicizie contro tutte queste case Sono tanto procedute, che l'è necessario vederne el fin e lievar tutti li sospetti. » Ceri, circondata da una parte dell'esercito ducale, si difende: il bombardamento non cominciò allCOI'd. DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN, 417 L'altra parte dell'esercito, capitanata dal vescovo di Elna, composta di cavalleggieri e fanti, passò per al cune terre già del duca di Gravina: ma l'importante dell'impresa sta in Ceri, Bracciano e Vicovaro. Il val letto del Re di Francia non ebbe ancora udienza dal Papa. 304. Il Duca dà udienza al valletto del Re di Francia, giusti ficando l'impresa contro Giangiordano, e riversandone la responsabilità sul Papa. Notizie varie della dimora del Duca in Roma. Roma, 3 marzo 1503. « Nell'audienziach'el Duca ha dato al Varletto regio, intendo lui averse excusato che volontà sua non è di molestar Zuan Zordano, per la reverenzia ch'el porta alla regia Maestà, ma ch'el Pontefice era di questa vo lontà constantissima, al qual lui aveva fatto fin ora ogni possibile resistenzia, con la qual aveva differito fin qui la cosa; che za seria sta expedito el tutto fin quest'ora, quando lui avesse voluto exequirli coman damenti del Papa: e per bona via intendo che questa medesima scusa ha fatto per altra via za alcuni zorni intendere alla Maestà del Re, per gratificarsele; et in questo modo l'un dà la colpa all'altro in diverse cose. Li di passatiel Duca pretendeva alle cose di Siena invito Pontifice, et ora el Pontefice vorria l'impresa di Brac ciano al dispetto del Duca; e buttandosela un all'altro, non restano di far li soi disegni. Questa risposta del Duca è causa di far desiderar a questo varletto l'au denzia del Papa, la quale nè anche ozi ha possuta aver: ben intendo esserli promessa per diman. Tut GIUSTINIAN. – I. 27 A 18 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. tavia el Pontefice non manca di far quel che puol, e questa notte passata ha expedito Mosimpo secreta mente per Franza, con tutte le iustificazion che lui ha contra Zuan Zordano, che la principal però è quel fogio bianco subscritto de man de Zuan Zordano, con dir la propinquità di questi stadi a Roma e la impor tanzia del luogo; el qual, mantegnendose, potria sem pre molestata tegnir la Santità Soa, con dar recapito alli Orsini, con i qual besogna veder el fin al tutto, essendo le cose tra loro tanto inimicate per la de quelli che son sta fatti morir, che non è più loco de accordo nè de alcuna fede tra loro. El Duca è ancora qui in Roma: va mascarà, quando li accade de andar da luogo a luogo, che pur alle fiate se reduse da Pa lazzo alla casa che fo de San Clemente, º che ora è te nuta per lui; e quantunque l'esser suo qui sia publico a tutti, non però si ha voluto scoprir, se non con chi li ha parso a lui. Io etiam, parlando con el Pontefice, ho fento non ne saper niente, non me ne avendo lui fatto motto; e cusì continuerò, finchè lui mel dica. Non se intende con verità, perchè le fantasie sue sono inintelligibili, quello el farà, s'el affermerà qui in Ro ma, oppur se l'anderà via. Si parla variamente; pur, deliberando di affermarsi, sarà forza ch'el se cavi la II10SC8I'a. º Manca una parola nel codice: forse, cagione o simile. º La casa edificata presso la Basilica Vaticana da Domenico della Rovere, torinese, cardinale del titolo di S. Clemente, morto nel 1501. DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 419 305. L' Oratore veneto si lamenta dei danni e rubamenti fatti dalle soldatesche del Valentino, alloggiate nelle terre del conte di Pitigliano. Il Papa si scusa, dicendo essere a lui e al Duca impossibile frenare la malvagità di co desta gente. Roma, 4 marzo 1503. « Avendomi heri sera qui li agenti per el signor conte di Pitiano fatto intendere che in Filaciano, ca stello de Soa Signoria, era sta' fatto grandissimo danno dalli soldati del duca Valentino, che ivi erano allozati (come per le mie del primo del presente scrissi alla Se renità Vostra), questa mattina sono stato a Palazzo, et essendo con Nostro Signor, modestamente me dolsi con la Beatitudine Soa, dicendoli che io non tro vava troppo concordanzia tra le parole di Soa Santità, che sempre erano ottime, e li effetti, i qual manca vano de quella bontà: dissi però che questo mi persua deva non proceder da la mente de Soa Beatitudine, ma dalli cattivi ministri: al che la Santità Soa, con la prudenzia soa, poteva molto ben provvedere, volendo. E qui li dissi, quanto immodestamente e da inimici si avevano portato li omini del signor Duca in questo castello del signor Conte, i quali non solum non se ave vano accontentato del danno fatto a quelli poveri omeni stando lì, ma etiam al partir loro avevano por tato via quello che non avevano possuto consumar, e già si preparavano andar in li altri luoghi; al che non provedendo la Santità Soa, anche quelli sariano ruinati con gravissimo danno et iattura del signor conte e qualche incargo dell'Illustrissima Signoria Vostra, la quale aveva quelli luoghi in protezione, et 420 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. anche con poco onor della Santità Soa, che mi aveva promesso conservar le terre, del conte illese. La Bea titudine Soa mi rispose umanissimamente, premit tendo le consuete soe bone parole; e poi disse: – Magnifico Ambassador, siate certo che niuno di questi inconvenienti non procedeno dalla mente nostra nè del Duca, e ch'el sia el vero, vui elvedete, come hanno trattato le terre nostre proprie, e precipue quelle alle qual nui avemo affezione. – E disse di Nepe, e poi connumerò Viterbo, Sutri e tutti li altri luoghi, dove erano stati, i quali avevano redutti in gran calamità. – Questi danni (disse lo) sapete che non dovemo esser contenti che si faccino alli lochi nostri; e pur i sono fatti; e di questo se ne avemo doluti con el Duca, che, pagando le zente soe ben come el fa, non dove ria comportar queste extorsioni. El qual me responde ch'el non puol per via niuna provvederli, perchè queste zente francese, guascone, sguizzare sono bestial, et hanno introdutto questa maledetta usanza in Italia de far questi danni. E se non potemo provveder alle no stre terre, pensate che mal potemo etiam provveder alle altre. – Poi disse: – Se questi omeni fossero andati lì a posta a far questo danno, che la non fosse stata Via dritta ad andar dove li abbiamo mandati, aVereste qualche causa de iusta querela; ma essendo el suo passo dretto, avendovi fatto el danno, se ne dolemo assai; ma forse non die nianche esser tanto mal, quanto lo fanno chi ha ricevuto el danno, essendo questa usanza di querelanti sempre agravar le cose, Pºrchè semo certi che li nostri, che hanno cognizion ºella mente nostra, averanno abuto più reguardo DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 421 alli luoghi del conte che alli nostri medemi. Pur nui semo pronti, per dimostrarvi l'animo nostro, far quella provisione che si può fare. Et ordinò subito a messer Adriano che facesse un breve aperto in am plissima forma, dove el comandava a ciascun capita nio, conduttier etc., che per niun modo via o forma dovesseno più allozar alcun soldato in alcuna terra del signor Conte, e nominò tutte le terre ad una ad una per nome, con eXpresso mandato che non do Vessero molestar niun subdito del conte in aver nè in le persone, ullo pacto, e che non potessero essere astretti a dar vittuarie nè altra cosa; ordinò che non si dovesse far un certo ponte, che questi omini del signor conte si dolevano fusse fatto; e tanto quanto se li seppe domandar, et aliquid ultra; el qual breve fu de presenti dato al canzelier del conte. E voltato el Pontefice a Trozo, disse che ne facesse far un altro simile al Duca; el qual etiam si attenderà ad aver. Sopra questa materia molto se excusò el Pontefice, mostrando de dolerse ch'el fosse dato causa de niun minimo gravame alla Sublimità Vostra, verso la qual adesso si mostra tanto pronto, che più el non potria dir in parole, perchè l'animo e le opere lasso che la Sublimità Vostra iudichi. » In questa buona disposizion mi parse ben de domandarli el Perdon de San Zaccaria e de la Pietà, e me promesse concederli. Non so mo s'elme farà sten tar come ha fatto de quel de Santo Antonio, chè in vero dago più colpa a messer Adriano, che ha poca attitudine al servir, che a la Beatitudine Soa.

1503年3月4日

306. Persistenza del Papa nel volere far l'impresa contro Giangiordano Orsini. Roma, 4 marzo 1503. « Questa sera se ha inteso che, volendo el signor Zuan Zordan far spianar duo di soi castelli, zoè ca stel Sant'Anzolo e castel San Paolo, e voleva che li omeni di questi lochi se riducessero in Vicovaro, loro non li hanno voluto consentir a questo; et avendo mandato a domandar alcuni di loro per esser sopra questa materia, non hanno voluto andar; per lo che sdegnato mandò lì con alcuni fanti Fabio Orsino, il qual, con furia iuvenil procedendo contro di loro, ne amazzò alcuni, i quali, sentitosi offendere, pigliarono le armi contro Fabio, e lo fecero fugir. Questa cosa intesa per Zuan Zordan li ha fatto suspicar di qual che trattato, ma cime che alcune zente del Duca erano poco lontano; e dubitando el medemo di Vicovaro, si è levato de lì e reduto in un altro suo castello verso Reame, nominato le Zelle, che darà più facilità al Pontefice contro de lui. El qual omnino dimostrasi di spostissimo di voler continuar quella impresa, e gli è data un'altra causa contra de lui, ch'è questa. Ditto Zuan Zordan ha donato a Iulio e Muzio Colonna un suo castello ditto San Gregorio, i quali per questa via dannificano le cose del Papa, et avevano alcuni trattati in tre terre del Pontefice, zoè Ardea, Palliano e Rocca de Papa, i quali son sta scoperti, et alcuni delli conscii sono sta'.... Del che avendosi doluto li “Manca una parola. Forse, presi o fatti morire. DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 423 oratori franzesi, li ha risposto averlo fatto, per es ser officio di ogni zentilomo a non mancar all'altro, e che essendo redutti quelli zentilomeni in quella ne cessità che se avevano ridutto, li avea parso usar questa zentilezza; subzonze queste parole: – benchè non bene conveniant Iudei cum Samaritanis. – Le qual lettere essendo sta mostrate al Pontefice dalli oratori franzesi, si fa molto cavalierº sopra quelle, parendoli che siano sufficiente causa a metterlo al ponto colla Maestà del Re, dando favore a Colonnesi suoi nemici, siccome questa mattina, essendo con el Pontefice, Sua Beatitudine disse che un zorno mi voleva mo strar, come da lui tornava, tutte le scritture et iusti ficazion che l'aveva con Zuan Zordan: – perchè (disse) volemo che ne diate aviso alla illustrissima Signoria, azò che la intenda che non si movemo senza gran causa, benchè tutto il mondo ne calunnii che femo e che disemo. – Poi disse: – El Duca non vuol, per la reverenzia ch'el porta al Re de Franza, andar contra Zuan Zordan. In bon'ora faremo questa impresa senza di lui. – Infine, volendo pur mostrar la costanzia dell'animo suo in far questa impresa, disse: – Se 'l Re di Franza non vorrà, per questo, non restaremo, perchè volemo che lui se impazzi nelle cose de Franza, chè non li damo impazzo; e nui se impazzaremo de quelle de Roma. – » * Verisimilmente questa parola è errata, e dovrebbe correg gersi cavedal. 424 - DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 307. Il Papa offre a Giangiordano tregua d'un mese, e compenso di territorio. Roma, 5 marzo 1503. Il Papa dichiara al valletto del Re di Francia le ragioni che ha di combattere contro Giangiordano. Si offerisce in pari tempo di dargli in ricompensa un « miglior stato, » e intanto soprassederà un mese al l'impresa: se poi Giangiordano non accetta l'offerta, farà continuare la guerra. Pare che il messo siasi pie gato alle dichiarazioni del Pontefice. Si crede che nel detto mese di proroga questi voglia espugnare Ceri. 308. Sospetti di pratiche del Valentino per insignorirsi di Siena. Roma, 6 marzo 1503. Il cardinale di Siena, ricevendo in visita l'Ora tore veneto, gli esprime il timore che il Duca abbia pratiche in Siena, per insignorirsi di quella città, non senza qualche favore di cittadini e di fuorusciti. Tale impresa sarebbe per il Duca di grande importanza, perchè, avendo Siena e Pisa (la quale pare pronta a sottometterglisi), diverrebbe facilmente padrone di tutta la Toscana. Pertanto il cardinale raccomanda la libertà di Siena alla Repubblica Veneta. 309. Pratiche dell'oratore di Bologna, perchè il cardinale San severino non sia nominato legato di quella città. Notizie del Regno. Roma, 7 marzo 1503. L'ambasciatore di Bologna si adopera viva Vºmente presso il Papa, perchè non conceda la lega DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 425 zione di quella città al cardinale Sanseverino, il quale, essendo parente dei Malvezzi, potrebbe esser cagione di disturbo alla pubblica quiete. Il Papa gli dichiara esser questa nomina desiderata dal Re di Francia, ed avere egli già promesso la legazione a quel cardinale. L'ambasciatore ne parla quindi cogli oratori francesi, ma parimente senza frutto. Giungono a Roma nuove che Francesi e Spagnuoli siano venuti alle mani in Puglia, con vittoria di que sti ultimi, ma sono notizie dubbie. 310. Revoca del cardinale Gurgense dalla legazione di Germania. Proposta del Papa di creare nella Curia nuovi uffici da vendersi, per ritrarre danari. Voci di nuove nomine di cardinali per la prossima Pasqua. - Poma, s marzo 1503. « Oggi è stato Concistorio, dove el Pontefice, primo, propose la revocazione del reverendissimo Curzenze, legato in Alemagna, allegando che, essendo già seguita la pace del Turco, mancata la causa per la quale il ditto era sta mandato a quella legazione, li pareva conveniente revocarlo, essendo macime dal ditto cardinale con istanzia desiderato el suo ritorno in corte; il che fu concluso per voto di tutti i reve rendissimi cardinali. Poi el Pontefice propose di voler far un certo officio novo, al quale ancora non ha dato nome, tamen l'esercizio suo sarà a scriver brevi; e faràne buon numero de questi, perch'el disse che in tenzion sua era di farne ventiquattro, tamen, ch'el trova più di sessanta che fanno instanzia de aver que sti officii, e cegnò di volerne far molto più; dei quali 426 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. officii se stima ne caverà da 40,000 ducati. E disse voler recuperar questi denari, per li bisogni e neces sità occorrente per extirpar queste male spine de questo paese, et acquistar tutti questi stati alla Gesia, per lassar da puo'de sì questa memoria, alla qual tanti suoi predecessori si avevano affaticato e non lo ave vano potuto far. E qui zurò su quella fede che lui ha, che la intenzion sua non era de far altro de tutti questi stadi, che de darli alla Giesia, per liberarla dalle in quietudini che de continuo l'aveva da questi baroni. » È etiam divulgata fama, benchè di questo non se ne abbi certezza molta, che per Pasqua Sua Beatitu dine farà una frotta di cardinali, dalli quali l'è per toc car gran quantità di denari ; il che fa dubitar la bri gata che l'aspiri a qualche alta impresa, alla quale li par sia necessaria maggior somma de denari di quella che per zornata el potesse recuperare, s' el non fa un de questi tratti; e qui se fa varii de questi iudicii, i quali la Sublimità Vostra, per la sapienza soa, ben puol considerar. » Quanto ho scritto sopra alla Sublimità Vostra delle cose concistoriali messer Piero Grimani mi è venuto a referir per nome del reverendissimo cardi male suo fratello. » 311. Notizie del Regno. Il Gran Capitano prende Ruvo. Sconfitte dei Francesi. Roma, 9 marzo 1503. « Per Zuane d'Ambruoso corrier scrissi ieri alla Sublimità Vostra quanto accadeva ; e per le mie de 7 * Gesia, Giesia, Chiesa. DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 427 del presente li significai la nova, ditta qui per più vie, del danno dato a Franzesi per Spagnoli, la qual que sta mattina per molte lettere di Napoli si ha con firmata. E non avendo avuto lettere del consolo alla Sublimità Vostra segondo il consueto (che me ne maraVegio), azò quella sia avisata di quelle cose con più particolarità, li significo esser stato a visitazion del reverendissimo Napoli, il qual mi ha mostrato lettere de'5 del presente, da le qual ho tratto questo som mario: che volendo il Vicerè far Vendetta della novità seguita li zorni avanti in Castellanetta, se parti da Canossa et andò a quella volta; et essendo za allonta nato una bona zornata, el Gran Capitano de Spagna ussite di Barletta di mezza notte con tutto el suo forzo, si cavalli come pedoni, e tre canoni, andossene alla volta di Ruvo, dove si ritrovava monsignor de la Pelizza e sua compagnia con la compagnia del duca di Savoia, e do ore avanti zorno comenzò a dar la battaglia. Quelli della terra se difesero fino al terzo assalto ; ultimo loco i Spagnoli intrarono dentro, pre sero tutti li omeni d'arme ed arzieri, che da ognuno viene affirmato erano 150, benchè in queste lettere di Napoli non sia expresso particolar numero, i quali son sta menati a Barletta: se doveva mandar ducati 10,000 per el suo recatto. Nel fatto d'arme monsignor de la Pelizza fu ferito e fatto presone di don Diego Men dozza. Similmente le quattro galie del gran maestro de Rodi, che stavano in favor de Franzesi, da otto galie e tre barche spagnole sono sta affondate, benchè al cuni dicano ch'el capitano, vedendo non le poter sal vare, le tirò in terra disarmate, e le brusò: pur dise 428 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. nella lettera che la verità è che son perse o brusate o affondate. Monsignor de Allegra, e tutti i altri Fran zesi che erano in Napoli, se ne andavano in campo e menazzavano la vendetta. E che in ditto luogo de Na poli era sta stridato el stado del marchese del Basto e de Pescara, Nola e Tripalda, et essendo alcun che vogli comprar detti stadi, vadano a trovar el ge nerale, chè se li farà ogni cauzion necessaria. Monsi gnor de 0bigni se trovava alla Mota Bigolina per as sediarla, dove sono 200 cavalli e 400 fanti, i quali molto pativano di fame; e ch'el ditto monsignor stava molto attento per aver Montelione, che è ben fornito di vittuaglie, chè molto li serà al proposito per el bi sogno che hanno, adeo che, per la penuria, li principi si erano ridutti alli loro stati. Erano sta mandati per Franzesi 200 cavalli a Conegliano, dove se ritrovava el baron, e se tegniva per assediato. In Termine erano 400 fanti spagnoli e 200 cavalli.... Questo è quanto in sostanza se contegniva in dette lettere. » 312. Notizie della guerra contro gli Orsini. Movimenti degli Svizzeri e dei Francesi di Lombardia. Roma, 10 marzo 1503. Si mandano da Roma munizioni al campo per una battaglia che deve aver luogo a Ceri: furono presi tutti i castelli che erano del duca di Gravina, e da ultimo Nerola. Gli Svizzeri della lega dei tre Cantoni si mossero; e in Bellinzona ne sono radunati quattromila. Hanno presa Locarno, « il che si giudica sia opera del re * Stridato, bandito. DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 429 Maximiliano e de Spagna. » Le genti francesi di Lom bardia e del Piacentino si raccolgono sotto il comando di Giangiacomo Trivulzio e di « monsignor di Zian con: » scorreranno fino a Varese, e di lì si gover neranno secondo il bisogno. 313. ll Re di Francia invia un messo ai Fiorentini e ai Senesi in favore di Pandolfo Petrucci. Sbandamento delle sol datesche del Valentino. Roma fatta spelonca di ladri. Assedio di Ceri. Roma, 11 marzo 1503. « Ozi per via bona ho inteso esser lettere de Sie na, de 9 del presente, come el Cristianissimo Re ha mandato un suo messo a Fiorenza a dir a Fiorentini, che debbano prestar ogni favore et aiuto suo al ma gnifico Pandolfo, perchè intenzion sua è ch'el ditto sia rimesso in Siena; e questo medemo messo si aspettava in Siena pel medesimo effetto, che ha dato maraviglia grande a ciaschedun; pur questo si crede che li sia poco favore. Non avendo altro di questo aviso, fin qui el Pontefice in questo primo congresso non ha mostrato di farsene niun conto. - » Le gente del Duca ogni giorno vanno mancando per desasio, si partono di campo, tutti malissimo in ordine, così loro come i cavalli; adeo che attorno Ceri (per quanto mi riferiscono alcuni di nostri che sono in campo, et ogni zorno vengono a Roma) non se attrovano poco più de 1000 persone tra fanti et omeni d'arme, i quali però sono senza cavalli, chè per mancamento di strame non si ponno tegnir in campo. Tutti se reduseno qui in Roma, la qual è 430 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. fatta una spelunca de ladri, che di zorno non chè di notte le persone sono spogliate in mezzo la strada. L'è anche vero che vien trovato alcun di loro morto; e questa notte passata da una compa gnia, che si è messa in aguato appresso Campo di Fior, son sta morti circa otto franzesi, di questi malfattori, che si voleno affrontar con loro. Nostro Signor è intento a proibir questi inconvenienti, ma non po remediarli, come saria el bisogno. El Duca attende a darse piacere, ogni zorno va a cazza, pur non se lassa Vedere per la terra. Cum lui etiam do veva andar, ozi terzo zorno, el Pontefice, ma el mal tempo lo impedite. Al governo del campo de Ceri è Micheletto da una banda e quel della Mirandola dal l'altra. La terra se difende benissimo, e fa gran danno al campo con schioppetti et altre menude artigliarie. Quelli del campo tranno di molte artigliarie; ruina qualche casa, ma poco danno fa alla fortezza, e per indizio di tutti, non andando più zente, non faranno niente, e macime che le fanterie non voleno dar la battaglia, se non se le provede de denari. Fracasso et Antonio Maria stanno qui in Roma, e con poca repu tazion vanno per la terra; pur di Fracasso si dice andarà in campo. »

1503年3月12日

 314. Cose di Siena.
Roma, 12 marzo 1503.
 Pandolfo Petrucci, che trovasi in Poggibonsi, sta per entrare in Siena, favorito dal Re. La città sente questa cosa mal volentieri, essendo contenta del presente reggimento, e manda lettere al Papa e al Duca, per mezzo del vescovo di Massa,

 Ventura Benassai, senese, tesoriere pontificio.

per chiedere consiglio. Il Duca risponde che quanto egli ha operato contro Pandolfo fu per volere di Sua Maestà; che, a parer suo, il favore presente deriva non direttamente dal Re, ma da qualcuno della corte: e che in ogni modo esso Duca non è disposto a dargli alcun aiuto. Il cardinale di Siena non vorrebbe il ritorno di Pandolfo « per rispetto del fratello suo, »

 Andrea Piccolomini, ch'ebbe assai parte nel governo, dopo la partenza di Pandolfo, e fu tra i deputati della Balìa di Siena, che nel 30 gennaio 1503 stabilirono l'accordo col Valentino, in virtù del quale Pandolfo venne dichiarato ribelle. Cfr. Pecci, pag. 187.

ma neppure che di Siena si mischiasse il Valentino.

1503年3月13日

 315. Notizie dell'assedio di Ceri.
Roma, 13 marzo 1503.
 Il Duca è mandato dal Papa a por fine alla ormai lunga impresa di Ceri. Egli conduce colà maestri e ingegneri e altri periti. « Tutta la speranza de aver per battagia questo loco è una zerta machina che un inzegner tuttavia lavora qui in Roma, in la qual staranno circa 300 omeni combattenti, e sarà tanto alta che equipararà le mura della terra, alle qual la se porrà accostar, se la cosa li riesse; benchè molti pratici di inzegno e guerra iudicano l'opera vana e la spesa persa. E se pur delibereranno darli battagia, non se li darà, se prima quest'opera non se compie; alla qual se attende con ogni diligenzia, et ogni zorno el Pontefice la va a vaghizzar per un pezzo, perchè la fa lavorar dritto al Palazzo verso Belveder. » La difesa di quei di Ceri è ottima.

1503年3月14日

316. (Al Doge e ai capi dei Dieci.) Consulto del Papa col Valen tino e con monsignor Adriano sopra lettere ricevute dal legato pontificio in Venezia. Roma, 14 marzo 1503. ' « Per buona via ozi son avisato che sabato pro ximo, 11 del presente, el Pontefice ha avuto lettere dal suo legato residente appresso la Serenità Vostra, che li scrive, come el messo de Pandolfo Petruccio era stato al conspetto de Vostra Serenità a supplicarla che volesse anco lei essere contenta e favorir esso Pandolfo a ritornar in casa, in che li dava favor il Cristianissimo Re et anche Fiorentini; e che la Signo ria Vostra li respose, quasi maravigliandose che fin quell'ora el non fosse intrato, ma disse: – Che stallo a far ? Diteli che l'entri, chè noi non siamo per man carli in alcuna cosa. – Scrive preterea el prenomi nato legato che la Serenità Vostra de ora in ora aspet tava la conclusion della pace del Turco, la qual con grandissimo iubilo di tutta la città era aspettata, e seria preparatoria a molte gran cose che la Illustris sima Signoria Vostra pretendeva far in Italia questo anno, delle qual ognuno avria che dire. Sopra que ste lettere sono stati in stretto consulto il Papa, Duca * Nel codice questo dispaccio ha la data del 13 marzo; ma, trovando in fine del medesimo ricordato il colloquio che l'Ora tore ebbe col Papa nel giorno 14, e del quale egli rende conto nel dispaccio 317, non abbiamo dubitato di correggerne la data. DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 433 e messer Adriano soli, ut supra. La prima parte, de Pandolfo, si sentono molto gravati dalla Serenità Vo stra e da Fiorentini, accusando l'uno e l'altro, che li davano buone parole, e tamen mancavano da le pro vision. Sopra la seconda parte, della pace, sono stati fatti varii commenti, che cosa grande possi esser quella che pretende far la Sublimità Vostra in Italia; e tra loro se depensero varie immaginazioni, secondo come li ha parso. De qui credo che sia causata la af, fettuosa interrogazione ch'el Pontefice ozi, retrovan dome con la Beatitudine Sua, mi ha fatto sopra la pace del Turco, et anche le parole ditte, ch'el Duca desiderava de parlarme, come per le mie ozi scrivo all'Illustrissima Signoria. Del Re de Franza non fuit factum verbum. » 317. Colloquio tra l'Oratore e il Papa. Si discorre dell' assedio di Ceri, del duca Valentino, dei movimenti degli Sviz zeri, e della pace col Turco. Roma, 14 marzo 1503. « Non essendo io da alcuni zorni in qua andato a Palazzo, per non mi esser accaduto cosa degna di appresentarmi al conspetto di Nostro Signor, ozi ho voluto andar, non per faccende che avesse, ma per non star in contumazia. Et introdutto, trovai el Pon tefice con l'orator ispano, el qual più de quaranta zorni avanti non era stato a Palazzo, et Ozi etiam chia mato era redutto; e parmi comenzar aver un poco de condizion, ch'el Pontefice vogli entrar in qualche nova pratica cum lui, de la qual non ho ancora fon damento degno da scrivere alla Serenità Vostra; ma GiUSTINIAN. – I. 28 434 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. con dextrezza vado investigando, e spero, essendo cosa alcuna, intenderla, de la qual subito ne sarà avi sata la Serenità Vostra. Appresentato ch'io fui din nanti alla Beatitudine Soa, mi dimandò quello che io aveva di nuovo. Dissi, niente, e che solum era an dato per far reverenzia alla Santità Sua, et aldir da nuovo da quella, che era copiosa di quelle. Fece bocca da ridere, poi disse che lui etiam aveva poco per adesso; e mi disse la causa dell'andata del Duca verso Zeri, che è quella che per le mie de ieri scrissi alla Sublimità Vostra, dicendo: – Domine Orator, nui non potressemo durar a questa spesa, se la dovesse continuar de longo. – E se lamentò, fra le altre cose, della polvere che consumava infruttuosamente; e disse che l'ordine del Duca era veder, che se in otto o dieci zorni se poteva expugnar la terra, far una gagliarda spesa; aliter, se dovesse far el bastion, come è ditto.” » Finito di dir questo, mi comenzò ad interro garmi: e primo, mi domandò quello che io intendeva de la novità di questi Sguizzari. Li dissi quel che aveva, che foguel che succinte toccai alla Serenità Vostra per le mie de 10 del presente. E mi domandò, se 'l si diceva che questa cosa fosse opera del Re dei Romani e de Spagna. Risposi che troppo el se diceva, tamen, ch'io non ne sapeva altro; ma che la Santità Soa dovesse domandar questo magnifico orator che era lì, dal qual el potria intender non solum quel che se diceva, ma la verità della cosa. Tuttavia con atto de rider dissi queste parole, e l'uno e l'altro etiam * Intendi, di notizie. * Cfr. i dispacci 300 e 318. DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 435 de loro se la rise. Poi el Pontefice disse: – In verità, ch'el Re de Franza averà da far da ogni banda, se questi Sguizzari continuano. – » Lassato parlar de questo, con grande instanzia et affettuosamente Soa Beatitudine me domandò, se la Sublimità Vostra aveva la resoluzione della pace con el Turco. Resposi che credeva de no. Me instò iterum, se la vegniria presto. Dissi che io non poteva Saper questo, ma me persuadeva che, subito che la Sublimità Vostra l'avesse, la comunicaria subito alla Beatitudine Soa, come l'aveva tutte le altre cose per tinenti a questa materia. E pur me interrogava, se gh'era alcuna difficoltà, o vero speranza che omnino la dovesse seguir. Respusi che non sapeva altro, ma che credeva, essendo sta richiesta dal Signor Turco, come la Santità Sua aveva li di passati inteso dal messo del serenissimo Re d'Ungheria e per lettere della Sublimità Vostra, che omnino la seguiria, es sendo presertim sta iudicata esser necessaria per la conservazion e salute della religion cristiana. » Da poi ch'el mi ebbe un pezzo examinà sopra questo articulo, me disse ch'el Duca desiderava de parlarme; e ch'el zorno avanti ch'el se partisse, che fu domenica, voleva mandar per mi, se non fusse sta che stette tutto el zorno fin a notte OCCupat0 attorno questa macchina bellica ch'el fa far. Respusi che, ogni ora che piazeria alla Excellenzia Soa, io seria al piacer suo. – Ben (disse el Pontefice), come el sia tornato, che sarà questa sera o doman, nui vel fare mo asaper, quando doverete vegnir. – E cum questo dette licenzia a tutti do, e disse: – Andèvene a casa 436 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. de compagnia, chè de casa sete vicini. – Ussiti che fossemo fora, mi parse per lo meglio fenzer de aver altre faccende in Palazzo, e non andar in compagnia con l'orator ispano a casa, per non dar che dir a chi sta sempre su far novi pensieri, i quali facilmente se averian possuto imaginar qualche chimera, intendendo precipue che tutti do insieme fossemo stati con el Pontefice; e tolta licenzia de Sua Signoria, restai per un pezzo a Palazzo. » 318. Difficoltà dell'impresa di Ceri. Timori del Papa rispetto alle intenzioni della Repubblica Veneta. Si tenta di rin novare la pratica del matrimonio tra la figliuola del Va lentino e il figliuolo del marchese di Mantova. Roma, 15 marzo 1503. « Ozi è ritornato el Duca da Ceri; e, per quanto se intende, la opinion de la mazor parte è che la im presa sia molto difficile, quantunque dicano che pur con un gran forzo de battagia la se potria ottegnir. El Duca pur mostra de bravizar che, s'el dovesse far e dir, che vuol vincer questa pugna; pur se iudica che tandem declineranno a quel che ha ditto el Ponte fice, de far el bastion, e levar de lì el campo; perchè, iudico, el Pontefice farà altri pensieri, perchè questa nuova de Siena pur li è a cuor più di quel el dimo stra, ma cime che l'ha suspetto che la cosa vegni dalla Serenità Vostra, alla quale a questo tempo lui riguarda più che a niuna altra potenzia, come a quella li par abbi più facilità di offenderlo che altra, e li par che, possendose assegurar de quella, ogni cosa li serà li Vedi il dispaccio 316. DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 437 cito e facile da far. El qual da alcuni zorni in qua par abi iterum renovata la pratica de le noze della fiola del Duca nel fiol del marchese de Mantua, e maniz zase la cosa per mezzo del duca di Ferrara; pur la cosa non è ancora dedutta in niuna strettezza. » Giangiordano tornò in Vicovaro, ben fornito di genti. 319. Lettere di Francia in favore di Giangiordano. Ambiguità del Papa tra Francia e Spagna. Desiderio del Valentino di avere un colloquio coll'Oratore veneto, e determina zione di questo di non andarvi, se non chiamato espres samente. Roma, 16 marzo 1503. « Heri scrissi quanto accadeva per Martin corrier, e poi ozi se hanno abude lettere di Franza pur in fa vor de Zuan Zordan, molto calde, che però non fa ranno altro frutto per adesso, perchè el Pontefice starà aspettar la resoluta resposta circa la determina zion fatta in questa materia con el varletto regio, che de qui partì li proximi zorni, come allora scrissi alla Serenità Vostra. Pur el Pontefice sta molto sospeso, chè li par non aver da Franza quel ch'el vorria; e sta anche in qualche ambiguità delle cose di Siena, chè iudica finora che don Francesco da Narni, man dato dal Re a questo effetto, sia za zonto a Fio renza, perchè se ha qui del passar suo da Bologna; e benchè li sia scritto da Senesi che per niente non voleno ammetter Pandolfo, questo non compie de quietarli l'animo. Se aforza ora de tegnir più che mai in gelosia de Spagnoli li oratori franzesi, e da alcuni zorni in qua l'orator ispano è molto più acca 438 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. rezzato che li franzesi, che prima era contrario; et iudico sia de ordine suo levata fama che omnino el darà volta con Spagnoli, non essendo compiaciuto dal Re di Francia più di quel che l'è. E fenzeno el Duca e lui esser venuti alle man, e che heri sera alterato el Duca se partisse da Sua Beatitudine, cum la quale erano stati sopra questa materia. Et è contento ch'el Duca se mostri affezionato franzoso, e lui mostrar ambiguità, e più presto declinar a Spagnoli che a Franzesi, e con questi tratti dar posto ad ognuno, e redur le cose al proposito suo. » Questo Duca ha desiderio de parlarme, e pur vorria che io li mendicassi l'audienzia e farmi an dar quattro o cinque volte a Palazzo indarno, come fanno questi ambassadori di Fiorenza e Bologna; che a mi non par conveniente metter la reputazion de Vostra Illustrissima Signoria a quel paragone, non avendo per la Dio grazia bisogno di lui, ma ben lui l'ha di Vostra Serenità. Questo digo per le parole ch'el Pontefice terzo zorno me disse, scritte per mi alla Excellenzia Vostra, che disse farmelo inten der, quando dovesser andar, e non l'ha fatto. Ozi poi, siando io a Palazzo, per sollicitar questi brevi di perdoni (chè cusi convegno far, contro ogni do Vere, se li Vogio cavar de man a questo messer Adriano), uno dei palafrenieri del Papa me disse che me aveva aspettato più de do ore, de ordine del Duca, che io non dovesse più vegnir a Palazzo, chè za l'ora era tarda, avea cavalcato, e che dovesse tor nar doman. Li dissi ch'el dicesse all'Excellenzia Soa, ch'el mi dovesse dar l'ora ferma, chè io vegniria DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 439 molto volentiera, e mi partii. Prima che io arrivasse a casa, me venne drieto uno a dir, per nome de Trozo, che questa sera a un ora de notte mi man daria a dar ordine fermo cum ora. Son passate due, e non è aparso niuno. Se l'arà besogno, se degnerà deponer la reputazion, e non vorrà contender de su periorità con la Serenità Vostra, la qual non ha biso gno che un suo orator li debba mendicar audienzia, non avendo a trattar con lui cosa del mondo. » 320. Colloquio dell'oratore spagnuolo col veneto, per indurre la Repubblica a un'alleanza col Papa e con Spagna. Roma, 17 marzo 1503. « Questa mattina a casu se trovassemo alla predica con l'orator ispano, e da poi quella pazzisassimo un pezzo per giesia, chè lui volse cusì, dicendo che l'aveva da conferir cum mi cose de importanzia; e mi disse: – Magnifico Ambassador, vui vedete adesso come questo Pontefice sta ambiguo e tutto suspeso, e non sa lui medesimo quel ch'el faza, et è molto malcontento de averse inviluppato in cose, de le quali non se sa desbrattar. Adesso saria tempo de far qual che pensier sopra le materie che za altre volte vi par lai, perchè el Pontefice, che non si trova troppo ben satisfatto de Franzesi, facilmente se reduria a far tutto quello che volesse la illustrissima Signoria, alla qual el vedo molto inclinato. – E subiunse ridendo: – Non so s'el vien da soa bontà o da paura; pur credo (disse lo) che l'interesse proprio el faria fedel; chè lui vede e conosce certamente, e molte fiate me l'ha ditto, che s'el non se intende ben con la Vostra 440 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. Signoria, tutto quello che l'ha fatto non è niente. Poi anche el vede che le cose de mei Cattolici Re vanno adesso più prospere che le franzese, et ogni zorno anderanno di bene in meglio, per le gran provision di guerra che si fa in Spagna; in modo ch'el Ponte fice, che vede e cognosse tutte queste cose, non se lasserà pregar troppo ad unirse cum Vui e cum mi, perchè la va per lui chi l'assicura le cose sue, e sta in speranza de mazor cose. – Non se lassò intender expresse, ma quasi cegnò el Regno de Napoli, zoè de la parte de Franza; e disse che non solamente se las seria pregar a vegnir a questo, ma, quando el cre desse che la Illustrissima Signoria li volesse prestare orecchie, lui la pregaria lei, ma l'è pur Papa e non vorria comenzar, perchè non li fosse resposto; e poi, a dir el vero, iudicando li altri con el iudizio ch el fa di sè stesso, non se fida troppo, che quando el se avesse slargato con la Illustrissima Signoria Vostra, non li ritornasse in qualche danno. Da poi se sforzò de persuaderme, con molte sue rason, che non ac Cade recitarle alla Serenità Vostra, la necessità de quella union, exortandome che, per beneficio comun, io dovesse dar qualche animo al Pontefice e speranza della Illustrissima Signoria Vostra; chè forsi, paren doli de non esser reietto, lui me apriria el cuor, el qualinteso, se potria far qualche bona deliberazion. Ditto che l'ebbe quanto el volse, lo domandai, pri mo, se queste parole lui me le diceva da sè, oppur se 'l Papa ghele feva dir. Me disse che da sè el di Ceva; tamen, che tutto quello el me aveva ditto, pen Sava fosse la intenzion del Pontefice. Allora li re DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 441 sposi che questa cosa era di mazor importanza di quelle che io poteva far senza ordine di Vostra Si gnoria Illustrissima, dalla qual non avendo particolar commission, io non parleria nè con el Pontefice, nè con altri; ma quando paresse alla Beatitudine Soa dir me qualche parola, l'officio mio era descriverle, come e da chi l'aveva, alla Serenità Vostra, e lassar che lei la iudicasse e deliberasse come a quella pareva el meglio. » - º 321. Affari di Giangiordano e di Pandolfo Petrucci. Roma, 18 marzo 1503. Il Papa manda in Francia un messo, per indurre il Re ad assentire che si faccia l'impresa contro Gian giordano. Francesco da Narni persuade i Senesi ad accettare Pandolfo, essendo questo fermo volere del Re di Francia. Pandolfo si trova in Firenze, ed ha scritto in modo assai sommesso alla Balia di Siena. 322. Affari di Siena. Roma, 19 marzo 1503. I Senesi sono contrarii ad ammettere Pandolfo; ne scrivono al Papa ed al Valentino, che si mostrano loro favorevoli. 323. Arrivo d'una staffetta di Francia. Affare della legazione di Bologna. Roma, 20 marzo 1503. Una staffetta di Francia reca lettere che si sup pongono favorevoli a Giangiordano, e assai contrarie al 442 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. Papa. L'oratore bolognese continua a far pratiche presso il Sacro Collegio, perchè non sia data la lega zione di Bologna al Sanseverino. Il Papa pare che di queste rimostranze si contenti, e differisce la cosa al prossimo Concistoro. 324. Proposte del Re di Francia in favore di Giangiordano, contrariate dal Papa. Notizie varie. Roma, 21 marzo 1503. Si conferma che le lettere di Francia si riferiscono a Pandolfo e a Giangiordano. Rispetto a questo, il Re di Francia commette ai suoi oratori e al Sanseverino di occuparne lo stato e tenerlo a nome di Sua Maestà, e intanto far pratiche d'accordo; alla quale cosa il Duca si accomoderebbe, ma il Papa gli si oppone, dicendo che «avendosi insanguinate le man con questa casa Orsina, si debba pensare di non aver fatto niente, se non li estingua tutti: tuttavia sta in qualche pen siero. » Francesco da Narni sollecita i Fiorentini a raccogliere fino a 500 soldati per aiutare Pandolfo. L'impresa di Ceri pare al Pontefice quasi disperata. 325. Colloquio dell'Oratore veneto col Papa sul conferimento del vescovato di Capo d'Istria, sulle relazioni tra Ve nezia e Spagna, e sulla pace col Turco. Roma, 22 marzo 1503. L'Oratore si presenta al Papa per domandargli che conferisca il vescovato di Capo d'Istria a don Luca Viario, a forma delle raccomandazioni fattegli dalla DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 443 Signoria di Venezia. « Trovai Soa Beatitudine non troppo ben disposta. Disse che za più di avea di sposto di questo episcopato, e commesso el processo al cardinal Santa Breseide; e volendo io intender per chi, non me vosse dir altro che questo: – Basta, che l'è de' vostri. – Instai iterum, che la cosa erat adhuc in integrum et in disposizione di Soa Beatitudine, la qual merito dovea gratificarla Serenità Vostra de una così piccola cosa. Non se Vosse risolver altramente nè al sì nè al no, et iudico vorrà veder se alcun si offerisse a far el consueto della corte a questi tempi. Io non resterò, per el debito mio, usque ad ultimam resolutionem, usar la debita diligenzia, che la Serenità Vostra sia satisfatta. " » Compido parlar de questo, con grande istan zia, me domandò e disse: – Ben, Ambassador, come la fenirà con questi Spagnoli? – Fensi non lo inten der, e dissi: – Circa che ? – Mi replicò: – Di que sta liga, che si dice vui volete far cum loro? – Feci bocca da ridere, e dissi che non sapeva che la Sublimità Vostra fusse per far altra nova liga, ma ben la continuaria in l'antiqua e bona amicizia che l'aveva con quelli Cattolici Re, conservando etiam la confederazion e lianza che l'aveva con il Cristianis simo Re. Me disse che questi erano do contrarii, che non se compativano insieme. Respusi che non dovevano manco compatirse in la Sublimità Vostra de quel che fevano in la Beatitudine Soa, che con l'amici * Il vescovato fu conferito a Bartolommeo Assonica, berga masco. Cfr. Ughelli, Italia Sacra, tomo V. 444 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. zia de una delle parte non voleva però esser inimiga dell'altra. A queste parole me vardò fisso nel viso e scorlò la testa; poi disse: – Ditene el vero, per vo stra fè, Ambassador, che farà la illustrissima Signo ria? E non abbiate respetto a dirlo, perchè non ve domandamo senza misterio; e da mo Ve promettemo che tutto quello ne direte, sarà secretissimo. – Re spusi che io non aveva rispetto che quel che dicesse la Beatitudine Soa, non fosse ben ditto, nè mi per suadeva che fosse altra la mente della Sublimità Vo stra. Me disse: – Saria pur bon far qualche pensier alle cose d'Italia. – E fece fin a questo, e me do mandò della pace del Turco. Dissi, non aver altro. Allora la Beatitudine Soa disse: – Nui avemo aviso de Ongaria, che era za conclusa; et el nostro legato ne ha mandato tutti i capitoli, e dato particolar aviso de ogni cosa; e come el vegniva un ambassador del Turco in Ongaria, el qual però non era ancora in trato nel Regno, perchè voleva prima che un altro orator, ch'el Re de Ungheria mandava al Turco, pas sasse in Turchia. Rispusi che tutto poteva esser, ma che io non aveva alcuna notizia. »

1503年3月23日

 326. Notizie del Regno.
Roma, 23 marzo 1503.
 L'ambasciatore di Spagna annunzia come sicuro l'arrivo dell'armata regia in Sicilia ed in Calabria: Sono trenta navi con 2550 uomini d'arme. La fanteria tedesca è giunta a Barletta. L'Arciduca è lontano da Lione tre giornate.

1503年3月24日

 327. Gli Orsini in Ceri rifiutano un accomodamento proposto dal Papa. Notizie di Giangiordano. Notizie di Siena.
Roma, 24 marzo 1503.
 Le proposte fatte dal Papa a Giulio Orsini e ad altri che si trovano in Ceri (di dar loro 20,000 ducati e di assicurarli nelle persone) sono rifiutate; dimodochè il Papa si determina a fare un ultimo tentativo colle armi. Giangiordano è disposto a dare il proprio stato in mano del Re di Francia, ma vuole che il Papa gli restituisca le castella che gli ha tolte. Siena è divisa in due partiti a favore e contro Pandolfo.

1503年3月25日

328. Il cardinale di Santa Croce (Carvaial), in un colloquio col l'Oratore veneto, caldeggia la proposta di una lega tra Venezia, Spagna e Papa. Roma, 25 marzo 1503. « Desiderando el Pontefice veder qual sia l'animo di Vostra Serenità circa le cose spagnole, non resta per ogni via farme tentar e mostra desiderar di Ve derla inclinata a Spagnoli; ma qual sia la intenzion soa, et a che fin, non è officio mio iudicarlo, ma las sarlo allo infallibil iudicio dell'Excellenzia Vostra. Non se contentando adunque delle parole che i proximi zorni me disse l' orator ispano, scritte a quella per le mie de 17, che tutte furono prima consultate con la Beatitudine Sua, ozi mi ha fatto tentar dal cardi nal di Santa Croce; el qual, mandatomi a chiamar, sotto coperta di volermi parlar sopra la materia del medico retenuto de ordine di Vostra Sublimità per 446 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. sospetto de heresi, entrò in altra materia, e larga mente mi parlò in quella sostanza medesima dell'ora tor ispano, che me ne avea parlato, forzandose di persuadermi, quanto utile e fruttuosa saria alla con servazione de Italia, e liberarla dalla servitù dove la è, una vera union et intelligenzia tra il Pontefice, li soi Reali di Spagna e Vostra Signoria Illustrissima, e quanta confidenzia doveva aver la Serenità Vostra de quelli Cattolici Re, i quali erano boni, iusti e non avidi del stado di altri, dicendo l' opposito del Re de Franza. Se affaticò etiam in dirme, con molte soe ra son, che la necessità et il proprio interesse del Pon tefice convegniva che lui etiam seria fidele a questa union, et appresso a questo si troveria qualche modo de assecurarse de lui. E qui disse: – Magnifice Ora tor, non fa per la illustrissima Signoria star su questa neutralità: basta alli Re di Spagna a cazar Francesi di Reame, et anche a conservarlo molto ben; e poi po tria esser che seguisse accordo tra quelli do Re, chè ormai una parte e l'altra è stracca; el qual seguendo, siate certo che non seria senza pericolo grande de Italia. – Poi seguitò: – Io son per vivere e morir in Italia, e mi reputo italiano; però desidero el ben de questa patria, la quiete e conservazion soa, che facilmente serà, se quella illustrissima Signoria vorrà. – E da alcune altre parole ch'el disse trazzo questa conclusion: che de ordine del Pontefice lui abi scritto de lì all'orator ispano, perchè me disse: – Io aspetto risposta da Venezia sopra questa materia. Vi prego, fate per il poter vostro che la venghi bona. – Ri sposi a Soa Signoria Reverendissima, e dissi che a DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 447 me non stava a farli aver bona nè ria risposta, per chè l'officio mio non era di persuader la Sublimità Vostra a niuna deliberazion, ma solum exeguir quelli mandati che io aveva da lei, e che in questa materia non ne aveva alguno; e però io non poteva nè par larne nè scriverne, presertim essendo appresso la Si gnoria Vostra uno sapientissimo orator de quelle Al tezze, che era attissimo instrumento ad exeguir ogni ordene de Soe Maestà, senza che io me interponesse dove non era l'officio mio. » Intorno a questi maneggi degli Spagnuoli e del Papa (vedi anche i dispacci 320 e 325) scriveva il 4 aprile la Signoria di Venezia al suo oratore in Francia: « Volendo nuy continuar el solito instituto nostro de comunicar ingenuamente cum la Chri stianissima Maestà ogni occorrentia che per zornata accadi degna de sua notitia; et etiam desiderando che la sii certificata de la nostra syncerità, cum la quale incedemo verso la Maestà Sua; volemo et commettemovi che, retrovati solus cum sola, debiate nostro nomine comunicarli, come in questi zorni proximi da la Santità del Pontefice siamo sta' per diverse vie et mezi tentati et facti tentare de far nova confederatione et liga cum Sua Beatitudine et li Catholici Reali de Hispania, inuendo etiam de l'intervento del serenissimo Re de Romani. Nuy veramente a tale proposi tione non habiamo prestate orechie, nè pur resposto, per servar illesa la naturale rectitudine et fede del stato nostro. De questo, come è dicto, farete participatione secretissima cum la prefata Christianissima Maestà, et pov etiam cum el reverendissimo Rothomagense, pregandoli instantissime de taciturnità, aziò pos siamo continuar in far questo officio, sì come per zornata acca derà, cum la Maestà Sua. » (Arch. Gen. di Venezia. Senato Secreti, Reg. 54, a c. 76 t.) 448 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 329. Colloquio dell'Oratore col Papa e col Valentino. Il Papa parla a lungo delle voci che corrono circa gl'intendi menti ostili di Venezia, e torna a raccomandare, come altre volte, le cose sue e del Duca alla Repubblica. Roma, 26 marzo 1503. « Questa mattina, dopoi capella, siando in camera del Papagà, el Pontefice mi chiamò e disse che dovesse tornar dapoi disnar alle 21 ora, perchè el me voleva parlar. Resposi andar volentiera, e così ho fatto. Et introdutto dalla Beatitudine Soa, che stava nelli po zuoli sopra la piazza de San Piero, la trovai cum el Duca senza niun altro; e questa è stata la prima fiata che scoperto l'ho veduto; el qual con allegra cera si mosse dal luogo ove era, e mi venne un poco incontro, e me abbrazzò. Avendo io cominciato a farli le debite general parole, per nome di Vostra Serenità, el Ponte fice disse: – Andate là, e parlate tra Vui e lui. – Restò solo alla fenestra, dove dopoi vene Trozo; et il Duca et io se tirassemo a un'altra fenestra, e qui tra nui non fu altro che general parole hinc inde, ne le qual lui se aforzò de chiarir el bon anemo che l'aveva verso la Sublimità Vostra, et il desiderio di dimo strarlo con ogni experienzia, quando quella volesse adoperarlo contra ogni persona, excettuando el Papa e Re di Franza: alle qual parole fu per me convenien temente risposto. E non compite queste parole, el Papa ne chiamò a sè, e voltato verso de mi, disse che, fidandose delle parole che io li aveva ditte di Vo stra Serenità, et anco de le lettere de quella, commu nicateli per mi pochi zorni sono, li pareva conveniente DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN, 449 farme intender tutto quello che lui aveva, con ogni sincerità et ingenuamente, come dieno fare i boni amici; pregandome poi che io ne dessi notizia alla Serenità Vostra, la qual io pregasse in nome suo che la facesse tal demostrazion, ch'el potesse conoscer l'animo di quella esser corrispondente alle parole. E ditto questo, lui medemo mi lesse due lettere che sun date da Urbin, a 23 del presente: una li scrive don Antonio de Montibus, governator general di Roma gna, l'altra un don Zuan Sella da Furlì, ne le qual in conformità se contigniva che ogni zorno multipli caVano le zente a Ravenna; e che per tutto el paese era fama publica che la Sublimità Vostra voleva rom perli; e più, che da Ravenna si mandavano zente e monizioni et artigliarie a Castelnuovo, e de lì poi se mandavano a castel San Leo; el qual Vegniva ditto aver tolto in sè la Serenità Vostra, con grandissimo suspetto e paura di quei populi, i quali tutti stavano ambigui, cum animo però di rivoltar subito che ye dessero mover la Sublimità Vostra; e che queste mu nizion mandate a Castelnuovo passavano circa otto mia per el paese del Duca, e quelli di Ravenna di cevano volerle a punto mandar de là, per veder chi ghel vorà proibir: e scrive che loro, zoè quelli del Duca, non li davano impazzo alcuno, anzi usavano ogni modestia, per rimovere ogni causa che se potesse trovar. Poi disse el Pontefice (ma questo non se con tegniva nelle lettere) che uno dei soi castellani, non nominò però chi, era stato tentato di rebellion da Zuan Paulo Manfron; e breviter l'una e l'altra lettera, º Sottintendi, guerra. GIUSTINIAN. – I. 29 450 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. e le parole del Pontefice e Duca erano piene di su spezion e paura, come se allora se vedessero tuor quel stado dalle man. El Pontefice però, come più prudente, mostrava non prestar fede a queste zanze, fidandose de la bontà et integrità de quello excellentis simo Dominio, e de le lettere soe pochi zorni avanti scritte, che dicevano, non li essendo data causa, non dover esser de altro che de bon anemo verso le cose sue; la qual non li essendo sta data, iudicava che la Sublimità Vostra non li mancaria de la fede. Pur disse ch'el me pregava che io scrivesse el tutto alla Sublimità Vostra, et in nome suo la pregasse che, se ben la deva recapito al duca de Urbino e tutti li altri soi nemici, non volesse però darli tal favor contra le cose de Soa Santità, non li prestando lei causa, che le desse causa de gravarse e dolerse che la Serenità Vostra li avesse mancato della fede; cosa che quel se renissimo Dominio non è consueto a far contra niuno, ma tanto manco contra la Santità Soa, che desidera l'amore benevolenzia de quello, e darli in protezione el Duca con el suo stado, e ricomandarghelo, e Ve derlo talmente abbrazzato da quella Signoria, che, morendo, lui possi morir contento e seguro della conservazion del Duca; chè altramente, senza veder questo effetto, non moriria mai contento. E qui si di latò in molte ample e larghe parole, per le quali el mostrava certezza che, senza l'ombra e grazia de la Excellentissima Signoria Vostra, tutte le opere sue erano Vane. Ascoltai quanto mi disse la Beatitudine Soa, alla qual poi io succincte respusi in conformità di quel che sepius in questa materia li ho resposo, DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 451 non mi partendo da la intenzion di Vostra Sublimità a mi ben nota per le lettere di quella, affirmandoli che la Beatitudine Soa troveria quanto in quelle let tere se contegniva esser delle consuete zanze, tante fiate ditte senza niun fondamento di verità, che or mai era vergogna più a parlarne; e che facesse pur la Beatitudine Soa et Excellenzia del Duca con opere quel che dicevano cum parole, e non dubitasseno della fede di Vostra Sublimità, la qual non mancava mai a chi l'era una volta data, se da loro non mancava: adeo che la Beatitudine Soa et il Duca restarono sa tisfatti, et il Pontefice con grande instanzia più volte mi pregò che io pregasse la Serenità Vostra, si de gnasse farli per el mezzo mio resposta a queste let tere. Et avendoli io ditto, che non accadeva che la Serenità Vostra scrivesse più di quel che per il pas sato l'aveva scritto, che ben se lo ricordava la Beati tudine Soa, et io etiam ghel diceva adesso, mi replicò: - Non Ve sia grave, magnifico Ambassador, a pregar per nome nostro la illustrissima Signoria che ne com piasa de questa risposta, che è poca cosa a lei, et a nui sarà di gran satisfazion. – Et a questo mi strinse con ogni efficacia, e non me parendo cosa che non ghela dovesse prometter, dissi di farlo, non me ob bligando però, se non tanto quanto pareva alla Subli mità Vostra, la qual sapientissima farà quel che li parerà: ma ben li affirmo che a questo tempo forse el Pontefice non faria manco conto di bone parole di quel che forsi un'altra volta faria de boni fatti. » 452 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN, 330. Notizie di Siena. Voci di nomine di nuovi cardinali. Roma, 27 marzo 1503. Accadono in Siena dei rivolgimenti. A di 25 il Monte dei Nove assalisce con 1500 armati circa 300 della parte del Monte del Popolo: si crede che questo movimento sia opera di Pandolfo. “ « In far di cardinali par ch'el Pontefice sia reso luto per adesso in quattro, i quali sono el vescovo di Heuna, messer Adriano, el vescovo de Frigiù, che è di quelli dal Fiesco da Zenoa, et el vescovo de Vol terra, fratello del Confalonier de Fiorenza, dai quali traze, per el conto che publice se fa, e per quel che appar per i denari che già sono depositadi, da sessan tamila ducati in suso. E questi si è publicato per tutto che si faranno avanti Pasqua; e poi per la Pentecoste si farà la frotta infino al numero di dodici, et in quelli si satisfarà etiam alle potenzie. » Vedi Pecci, pag. 190, e Malavolti, parte III, a c. 110 t. Chiamavansi Monti, in Siena, le fazioni, nelle cui mani era pas sato successivamente, per rivoluzioni di popolo, il governo della Repubblica; e che, riconosciute poi come ordini distinti, con corsero in parte uguale o maggiore o minore, secondo la reciproca potenza di ciascuna fazione, a formare il Magistrato supremo della città. Nel tempo a cui si riferiscono questi dispacci, il governo era diviso in parti eguali nei tre Monti dei Nove, del Popolo e dei Gentiluomini; ma dei tre, il più potente forse, e certo il più irrequieto, era quello dei Noveschi, composto di mercatanti e di agiati popolani, e ricco di tradizioni gloriose, avendo tenuto esso solo il potere dal 1285 al 1355, con molto lustro e utilità della Repubblica. A questo apparteneva Pandolfo Petrucci. * Niccolò Fieschi, genovese. Ebbe il vescovato di Frejus in Francia nel 1496 da re Carlo VIII, al quale lo aveva mandato ora tore papa Alessandro, DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 453 331. Affari di Francia. Roma, 28 marzo 1503. Il Papa dimostra di essere disposto alla lega con Spagna, ma forse lo fa solamente per mettere gelosia al Re di Francia, e piegarlo ai suoi voleri, circa le cose di Siena e di Giangiordano. I movimenti degli Svizzeri danno noia ai Francesi, i quali chiesero aiuti ai Bolo gnesi ed a Mantova. 332. Creazione di nuovi ufficii venali in Roma, con grande guadagno del Pontefice. Notizie dell'assedio di Ceri. Roma, 29 marzo 1503. « Ozi in Concistorio el Pontefice ha fatto che tutti i cardinali hanno sottoscritta la bolla della crea zione di novi officii. Li compradori cominzerano da primo aprile scuoder la porzion dell'intrata; dei quali ne è stata gran quantità, e chi li ha voluti avere, ha convenuto usar favor dei cardinali et altri gran mae stri; e perciò è stato ducati 760 l'uno, e sono fatti al numero de 80. La Sublimità Vostra fazi el conto, e Vederà quanti denari ha toccato el Pontefice da venti zorni in qua de questi officii. » Continuano le difficoltà dell'impresa di Ceri. L'inge gnere che inventò la macchina (citata nel dispaccio 315) è morto d'un colpo d'artiglieria, mentre la rizzava. º Scuoder, riscuotere. 454 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 333. Pratiche tra il Re dei Romani e il Papa: dell'uno, per con vertire a suo pro i denari della crociata; dell'altro, per avere l'investitura di Pisa e di Piombino a favore del Duca. Deliberazione della Repubblica Veneta, che vieta la compra degli ufficii venali di Roma. Roma, 30 marzo 1503. « Questa sera me son incontrato con Pre' Luca, el qual vegniva da Palazzo, e me disse che l'andava a casa per scrivere in Alemagna, perchè lungamente era stato con el Pontefice, che li aveva ditto scrivesse alla Maestà del Re, che ogni volta ch'el vogli far qualche cosa de opere, e ch'el se veda la experien zia, che lui non è per mancarli, ma farà ogni bona demostrazion; e ch'el dovesse provedere in modo, che se podesse mandar presto lettere al luogo dove sarà la Sua Maestà, perchè fra pochi zorni forse ac caderà scriver delle cose che gli piaceranno; del qual ordine Pre Luca era tutto allegro. L'uno e l'altro, zoè Pontefice e Re, cerca radur el compagno alle soe vo glie. El Re, primo, far ch'el Pontefice lassi ch'el tocchi i denari della cruciata, alli quali aspira forte, e però dice voler far etc., e che ha bisogno de questi denari; e quanto po, Pre' Luca se aforza de persua derlo. A l'incontro el Pontefice li fa carezze per ca Varli da le man la investitura de Pisa e de Piombin per el Duca, la qual el Re dice voler far, immo za l'ha fatta, e Pre Luca ha cum sì el privilegio de la inve stitura; ma la difficoltà è ch'el Re per questa inve stitura vorria ducati 30,000, et il Pontefice la voleva de bando, e pur se ha condennato fin 10,000 ducati, º De bando, gratuitamente ma non la puol aVer; e su queste pratiche stanno tutti do, lusingandose l'un l' altro. I » La fama venuta poi qui, per molte lettere pri vate, de la deliberazion fatta per l'Illustrissima Vostra Signoria, circa el comprar de officii e beneficii," ha dato assai da dir a tutti, et alli boni è piaciuta mira bilmente; da li quali la Sublimità Vostra è stata som mamente commendata, affirmando che l'averà dato eXempio alli altri principi cristiani, che a sua imita zion faranno il medesimo, e desiderano veder di essa parte qualche bona execuzion. Vero è che ad alcuni ha parso stranio, quanto alli officii, che molti sono che non sono spirituali, ma possono esser tenuti da puri laici e maridati, et è gran monumento de'corte sani.” El Pontefice, benchè non abbi detto niente, pur li par esser sta offeso nell'onor, e per più soa sati sfazion desiderava veder la forma delle parole de la parte; e per terza man, che paresse la cosa non ve gnisse da lui, mi ha fatto rezercar se io aveva copia di essa. » º « Sonci etiam lettere pure da Vinegia in più merchatanti, che nuovamente quella illustrissima Signoria ha mandati bandi per tucto il Dominio, per li quali probibiscono, sotto pena di re bellione et di confischatione delli beni, che non sia alcuno dei loro cittadini o subditi, che impetri benefizi per mezzo di com positione col Papa o con altri, chiamandola pel nome suo; la qual cosa non pare che passi senza qualche nota della Santità del Papa.» Lettera dell'oratore fiorentino Soderini, 29 marzo 1503. (Arch. Fior. Lettere ai Dieci, ad ann., a c. 260 t.) º Parte, deliberazione, partito. º A migliore dichiarazione di questo periodo, cfr. il dispac cio 337, ultima parte. Il vocabolo monumento par che significhi mezzo, vantaggio, e manca in questo significato ai vocabolarii. 456 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 334. Notizie di Pandolfo Petrucci. Altre dell'assedio di Ceri. Roma, 31 marzo 1503. Corrono voci dell'entrata di Pandolfo in Siena, ma non sono confermate: egli è peraltro nel contado con circa 200 cavalli, ed è probabile che possa di fatto entrare in Siena. Continuano i discorsi a danno della Repubblica Veneta, messi fuori anche dal Papa, per conoscere qual conto possa fare sull'aiuto di essa. Quei di Ceri fanno grandi danni agli assedianti: per la quale cosa nel Papa si accresce viepiù lo sde gI10. 335. Ritorno di Pandolfo in Siena. Notizie di Francia e di Spagna. Roma, 1 aprile 1503. Pandolfo è entrato in Siena quietamente, e accol tovi con amorevolezza. Ebbe anche il favore dei Fio rentini, che ne avevano ordine dal Re di Francia. Il Papa non vuole ancora prestar fede a tal fatto. L'Arciduca entrò in Lione a dì 24 marzo con gran pompa, e credesi con 1000 cavalli. Si parla molto di pace, sebbene gli Spagnuoli non vi consentano. - Pandolfo Petrucci fu riammesso il 29 di marzo, per decreto della Balìa di Siena, e rientrò in città il giorno stesso, accompa gnato dagli oratori francesi, che avevano trattato il suo ritorno. Cfr. Pecci, pag. 194. DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 457 336. Mal umore del Papa per le ostilità che si manifestano da ogni parte contro la sua politica. Roma, 2 aprile 1503. Il Papa è di malumore per l'entrata di Pandolfo in Siena, ora confermatasi. Si teme pure l'entrata di Giampaolo Baglioni in Perugia, onde il Duca manda a dire a Carlo Baglioni, che si trova in campo, che corra tosto a quella città. Il Papa è anche malcontento del contegno dei Fiorentini, e irritato contro la Repub blica Veneta, per le notizie che gli vengono della for tificazione di alcuni castelli, che ancora si tengono a nome del duca di Urbino. L'impresa di Ceri volge a male. Si aggiungono lettere di Francia, che proibi scono al Pontefice di continuare l'impresa di Vicovaro e Bracciano, ed ordinano la restituzione a Giangior dano dei luoghi che gli furono tolti. Ma più che d'ogni altra cosa il Papa è preoccupato dalla deliberazione della Repubblica circa la compra dei benefizi." * Da una lettera dell'orator fiorentino Soderini, 3 aprile M503: « Questa cosa di Giovangiordano, la prohibitione de Veni tiani facta sopra li benefitii nel modo haranno inteso le S. V., la ritornata di Pandolfo in Siena, la difficultà truova in haver Ceri, et ultimamente la gelosia dello accordo tra Francia et Spagna, tenghono la Santità Sua, secondo mi è decto, in non pocho tra vaglio et angustia di mente. » (Arch. Fior. Lettere ai Dieci, aprile maggio 1503, a c. 23 t.) 458 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN, 337. Affare della compra dei benefizii e ufficii nuovi creati dal Papa, e della proibizione fatta dalla Repubblica Veneta ai suoi sudditi di acquistarne. - Roma, 3 aprile 1503. « Avendomi ritrovato ieri sera con messer Adriano, intrò a parlarmi della deliberazion fatta per Vostra Serenità circa el comprar dei beneficii etc., e me disse assai de la mala contentezza ch'el Pontefice ave abuto de questa cosa; al qual pareva che fosse inferito troppo grave incarco et ignominia per questa parte, e si maravigliava che la Sublimità Vostra, che era prudentissima e piena di bontà, la qual sempre era stata ossequentissima di Nostro Signor, avesse processo in far cusì notabil nota a Sua Beatitudine. Non mi parti da lui, che li iustificai in tal modo la parte della Serenità Vostra, che romase ben satisfatto, e me disse che l'averia a caro che sopra questa materia dovesse parlar con Sua Santità, e darle queste iusti ficazion, chè volentieri l'aldiria. Dissi che la prima fiata che io mi ritrovasse con Sua Santità, facendomene parola la Santità Sua, sperava di satisfarli benissimo. Questa mattina mo messer Adriano mi mandò a dir aver parlato con Nostro Signor e referito quanto io li aveva ditto, e che la Santità Sua li aveva ordinato che io dovessi andar alle 21 ora a Palazzo, chè mi parlaria. Così ho fatto. Introdutto subito a Nostro Si gnor, lo trovai solo con messer Adriano; el qual, in Vero con qualche passion, sempre però parlando modestissimamente, senza dir parola men che con Veniente, nè diminuente in parte alcuna l'onor di Vo DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 459 stra Illustrissima Signoria, si dolse dicendo: – Am bassador, Vui sapete quanto desideremo la union cum quella illustrissima Signoria e la benivolenzia sua (e qui mi replicò le parole sepius replicate); e tamen par che la sorte nostra vogli che, quanto più li facemo intender questo desiderio, tanto più lei cerca de lontanarse da nui, e non solum non vuol far quel che nui desideramo e la pregamo la facci, ma cerca de farne inzuria e Vergogna. – E disse che per lettere di molti aveva inteso la delibera zione fatta in suo vituperio; il che non sperava da quell'excellentissimo Dominio; e che queste dimo strazion di poco conto tenuto di lui li davano una mala contentezza de animo; ma che per questo non voleva però pigliar le cose per la punta, come vor riano molti ch'el facesse, e forse altri potriano far, i quali indignati da questo potriano dar tutti i beneficii a forestieri; e quando ben la Signoria Vostra non li Volesse dar el possesso, per questo lei non saria sa tisfatta, poichè le cose restaria intrigate e con cargo de coscienzia de quella. E potria º dar le chiesie et altri beneficii grossi a cardinali, che sono persone privile giate, che procederiano poi, quando non avesseno el possesso, per via valida, ponendo interditti e censure, con gran confusion del Dominio, che è spiritual e cat tolico, et ha in riverenzia le cose divine. Tamen, che lui non pensa far niuna di queste cose, ma tegnir sempre bon conto della Illustrissima Signoria Vostra, con fargli ogni demostrazion de benivolenzia; e che lui non forzava nè pregava niun che accettasse i be Intendi, il Papa. 460 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. neficii da lui, nè anche che comprasse i officii, dei quali tanti ne avesse lo, quanti trova chi lo prega; e de questi novi ora fatti, che son ottanta, tro vava compradori per più di 150, che za avevan fatto el deposito de danari, e tamen non sono altri che tre subditi di Vostra Serenità. E ditto questo in substantia in molte parole, mi disse: – Domine Orator, nui abiamo voluto parlar cum vui domesticamente, e vi pregamo che queste nostre parole vogliate representar alla illustrissima Signoria cum quella sincerità che nui ve le abiamo ditte, chè in vero l'abiamo fatto paternalmente et in carità. – Ascoltai quanto vosse dir la Beatitudine Sua pazientemente, e poi, illuminato da quel lume che ha inspirato la Sublimità Vostra a questa santa deliberazione, talmente iustificai la Bea titudine Sua, che restò molto queta e benissimo sati sfatta, e mostrò di avermi aldito cum appiacer, e disse che in tutte le operazion soe la Excellentissima Signoria Vostra ben dimostrava la prudenzia sua. Et cum questo mi parti dalla Beatitudine Sua. » Ben però significo alla Sublimità Vostra che, cusì come la parte del comprar i beneficii è sta da tutti commendata, cusì ha parso rigoroso el proibir del comprar i officii, che non sono cose che laici non li possi aver; il che era gran monumento a tutti che voleno curtizar; chè con li denari che si trovano comprariano un officio, con el qual averiano el viver, e si exercitariano e stariano alla speranza di Dio, che ora converanno consumar el cavedal. E però molti della nazione me hanno pregato che io in nome suo supplichi la Serenità Vostra, che si degni per sua cle DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 461 menzia far dechiarir la parte circa la clausola de of ficii, e da mo (per rimovere ogni ombra che per via di questi officii non se fazi i medemi contratti, con lassar li officii come alcuni fevano) tutti sono contenti che la Serenità Vostra provedi a questo, e fazi sotto zaser sotto le medeme pene de quelli che con danari comprano i beneficii, tutti quelli che lasserano officii per aver beneficii, chè di questo tutti restaranno sa tisfatti, chè aliter si vedeno privi de una gran como dità. Non ho voluto negar di scriver questa per nome di tutti della nazion alla Sublimità Vostra, la quale prudentissima farà quanto li parerà il meglio. Ben la fo certa che de' subditi soi sono molti pochi che ab bino officii; nè credo in tutti siano da circa dodici di tutto el corpo dell'union, di quali non è alcuno ve neziano, nè Zentilomo nè popolar, salvo el protono tario Lippomano, che ha un protonotariato za molti anni, et un secretariato el fiol de don Luca Arian; e uno de questi novi ha comprato el protonotario da Ca Pesaro, fiol del clarissimo messer Fantin, e fo avanti lo aviso della parte, el qual però con tutto quello è ve. nuto a offerirse ad ogni cegno de Vostra Sublimità esser pronto refudarlo, quando ben el Papa non volesse re stituirli i soi denari; el qual affirma solum averlo com prato, quantunque el sia dei minimi officii della corte, non per altro che per essere privilegiato. » 462 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 338. Interdetto della chiesa di San Bartolommeo di Venezia Roma, 4 aprile 1503. L'Oratore ha un colloquio col cardinale Beneven tano circa l'interdetto posto sopra la chiesa di San Bartolommeo di Venezia. Il cardinale promette che verrà sospeso fino a tutto giugno. 339. Notizie varie. Roma, 4 aprile 1503. Si confermano le onoranze avute dall'Arciduca in Lione, e l'entrata prossima del Re in quella città, che paiono segni di pace. Il Papa però ne dubita, ed è mal disposto contro Spagnuoli e Francesi. Gli affari di Siena e di Ceri continuano ad affliggerlo. 340. Affare di Giangiordano Orsini. Cose di Venezia. Roma, 5 aprile 1503. Il segretario del duca Valentino, Agapito (d'Ame lia), ringrazia l'Oratore che la Repubblica abbia ope rato in modo da togliere i sospetti che il Papa nutriva contro di essa nei giorni passati. Monsignor di Gra mont è andato a Vicovaro per prendere possesso, a nome del Re, di quel luogo e di altri castelli che appartengono a Giangiordano; ma di Bracciano e degli altri luoghi non si parla. Il Papa ha mandato con Lorenzo Cibo, genovese, arcivescovo di Benevento, pro mosso cardinale da Innocenzo VIII, suo zio, nel 1489: ebbe il ti tolo di Santa Susanna, poi di Santa Cecilia. Gramont anche l'arcivescovo di Firenze

 Rinaldo Orsini: cfr. la nota 2 a pag. 300-301. Scrive il Soderini, a dì 4 aprile 1503: « Lo arciveschovo nostro questa sera escie di Palazzo, et va a starsi in casa e' Rucellai; et debbe domani o l'altro andare con monsignore di Grammont et col veschovo di Renes a trovare Giovangiordano, chè così ha detto ser Alexandro, il quale andò a congratularsi per parte mia con la Signoria Sua della sua liberatione. » E a dì 5: « Hoggi l'arciveschovo nostro, el veschovo de Renes, monsignore di Gramont et Romolino sono iti per abboccarsi con Giovangiordano a Vicovaro. » (Arch. Fior. Lettere ai Dieci, ad ann., a c. 39 t e 51 t.) Tornato poi dalla sua commissaria, l'arcivescovo fu nuovamente ritenuto in camera di monsignor Adriano.

per cercare una via di un componimento con Giangiordano. Di cesi che il Re di Francia abbia pensato a sostituir altri agenti al cardinale Sanseverino ed a monsignor di Gramont, perchè questi nell'affare di Giangiordano non l'hanno servito a dovere. Il Papa sospende l'interdetto della chiesa di San Bartolommeo di Venezia (v. n. 338) fino a tutto giugno.

1503年4月6日(木)

 341. Resa di Ceri e sottomissione di Giulio Orsini al duca Valentino.
Roma, 6 aprile 1503.
 « Per Pasinetto corrier heri scrissi alla Celsitudine Vostra quanto fin allora accadeva, e mandai a quella la suspension, vive vocis oraculo, di Nostro Signor nell'interdetto della chiesa di San Bartolomeo. Questa mattina poi, a bon'ora, venne a ritrovarmi a casa un palafrenier del Papa, nomine Sue Beatitudinis, a farme intender come Ceri si era dato al Duca a sua discrezion. Lo adimandai del modo: non me seppe dir. Per intender la verità del modo della cosa, per poterne dar vera notizia alla Sublimità Vostra, andai a Palazzo; e subito zonto, fui introdotto al Pontefice, el qual ritrovai a quei pozuoli che guarda sopra la piazza de San Piero con quattro reverendissimi cardinali, Capace, Cosenza, Salerno et Alborense, in tanto iubilo e tanta allegrezza, quanta dir si potesse. Mi chiamò appresso di sè, e disse: – Ben, Domine Orator, che Vi pare de Ceri inexpugnabile, che non ha ancora expettata battaglia, e si ha arreso? – Dissi ch'el mi pareva bene, e non mi era cosa nova, perchè sapeva bene che un loghetto come quello non era sufficiente a resister alla potenza della Santità Sua, e diligenzia et experienzia del signor Duca, el qual averia mandato ad ottimo effetto molto più belle imprese che questa. Addimandai del modo; mi disse che, avendo el Duca incessanter da domenica fin heri fatto trazer da circa 800 colpi di artegliaria, quasi come disperato di quella impresa, e za ruinato tutti i muri, repari e case, tutti i soldati se erano impauriti, e dicevan volersi rendere per non essere taiati a pezzi; per il che, per miglior expediente, ha parso al signor Iulio de andarse a buttar a piedi del Duca; e tolta una correzza, postasela al collo, è andato a ritrovar el Duca, et hasse dato in discrezion soa, sè, la moglie e li figlioli e la terra. El Duca benignamente l'ha accettato et Onorato, e non ha permesso che la terra vadi in preda, ma sia conservata illesa, perchè i soldati questi zorni hanno ben avuto tanti denari, che ponno esser contenti.

 I patti della dedizione di Ceri furono, secondo il Guicciardini (lib. V), i seguenti: « Che a Giovanni (Orsini), signore della terra, fosse pagata dal Pontefice certa quantità di danari, e che egli e tutti gli altri fossero lasciati andar salvi a Pitigliano: le quali cose, fuora della consuetudine del Papa, e contro l'espettazione universale, furono osservate sinceramente. »

Et disse: – In verità, domine Orator, che Ceri fin ora ne costa dei ducati 40,000, ma molto

 Sottintendi, più.

stimavamo l'onore che i denari. – E ditto questo, mi disse che ne dovesse dar notizia alla Celsitudine Vostra, perchè la Beatitudine Sua si rendeva certa che de ogni contento suo quella ne riceveria piacer; e subionse che io eiiam li recomendasse el so Duca, el qual 0gnor più desiderava che la Celsitudine Vostra facesse experienzia de la ottima disposizion dell'animo suo verso di quella. In poche parole ringraziai la Santità Sua de la partecipazione, e de ogni suo felice successo me allegrai, promettendoli darne subito aviso alla Sublimità Vostra. Quanto è sopra ditto ho avuto da Nostro Signor. Tamen per altra via intendo che, dubitando el signor Iulio de le zente soe, li ha parso per il meglio di pigliar partito de accordo, che se crede esser con salute soa e dei soi, quantunque le condizion se tenghino secrete, per volerse servir el Pontefice e 'l Duca de questa riputazion de averlo abuto a discrizion. »

1503年4月7日

342. Altre notizie della resa di Ceri. Venuta in Roma di Giu lio Orsini e suo colloquio col Pontefice, che lo accoglie con molto favore. Roma, 7 aprile 1503. « Heri scrissi a Vostra Sublimità, per Santin cor rier, quel che aveva abuto dal Pontefice circa al pren der de Ceri, e quel che etiam per altra via intendeva. Poi ozi meglio son certificato de la verità per bocca propria del signor Iulio, el qual circa a ora de vespro è venuto in compagnia del Duca a Roma, e cum lui desmontato a Palazzo, stette per spacio di più di un'ora cum Nostro Signor, el quale li feze carezze, per quanto se ha inteso, e li ha dato ogni segurtà; pro mettendoli che, poichè liberamente ha voluto vegnir alla fede soa, lui è per usarli ogni clemenzia, per far intender al mondo che, se ha usato contro casa Orsina qualche severità, è stato fatto con ogni rason contra quelli che l'hanno offesa; non però voleva far mal a tutta la casa, nè a quelli che li erano stati fideli e boni vassalli, come era stato lui. E da poi ch'el fu fatto con Sua Beatitudine, sopra questo, parole per el spazio sopraditto, li dette licenzia, e lo fece accom pagnar da don Agapito e Trozo e molti altri fin a casa della madre, e l'è stato lassato libero senza niuna custodia, e starà questa notte con lei; doman poi partirà, e, con bona grazia de Nostro Signor, lui, moier e fioli si riduranno a Pitiano. » Circa la cessione di Ceri l'Oratore ha saputo che la pratica fu cominciata da Troccio: il signor Giulio si diede a discrezione del Duca, chiedendogli favore soltanto pei maggiorenti della città. Il Duca prenderà possesso di questo luogo a nome del Papa, il quale non è ancora determinato se debba fortificarlo o spia narlo. DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 467 343. L' Oratore comunica al Pontefice lettere della Repubblica piene d'amicizia per Sua Santità. Il Papa se ne ralle gra, e insiste sulla proposta ripetutamente fatta d'una alleanza aperta con Venezia per la salute d'Italia. An cora del colloquio tra il Papa e Giulio Orsini: partenza di questo per Pitigliano. Affari di Giangiordano. Roma, 8 aprile 1503. « Questa mattina, a ore circa 14, con la consueta e debita mia reverenzia, per Farfarello corrier ho ri CeVuto due lettere di Vostra Sublimità: una è del primo del presente, da esser subito comunicata alla Beatitudine Pontificia, e subsequenter poi al signor duca Valentino, in risposta del conferimento abudo per mi con l'uno e l'altro a 26 del passato, come quel zorno scrissi alla Sublimità Vostra; e l'altra è de 3 del medesimo in la materia turchesca, da esser tre zorni da poi comunicata a Nostro Signor, per el savio respetto de Vostra Serenità, significatome ne la polizza inclusa in le sue. Lette che ebbi le preditte lettere reverentemente, e diligentemente considerate quelle, subito andai a Palazzo per far comunicazion de la prima, tasendo adesso la seconda, iuxta i man dati de quella; et introdutto da Nostro Signor, senza altramente lezerli la lettera, per aspettar che lui me la domandasse, come feze, oretenus, con quella acco modata forma di parole che rezercava el bisogno, li explicai la continenzia della lettera, dove non era altri che Trozo. Soa Beatitudine benignamente mi ascoltò, poi con una alegra cera ridendo mi disse, ch'io li fa cesse lezer la lettera; e cusì fezi; la quale intensis sime fu da Soa Beatitudine ascoltata, et infine disse: 408 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. – Questa è una perfetta lettera, piena d'amore be nivolenzia di quella illustrissima Signoria, alla quale semo molto obligati. – E voltandosi verso Trozo, li disse da se medesimo: – Trozo, fa che l'Ambassador in ogni modo parli ozi con el Duca. – E questo or dene dell'ora e tempo li ricordò tre, quattro volte in diverse fiate, con expression forsi de non minor allegrezza de queste lettere, de quel ch'el zorno avanti faceva de l'acquisto de Ceri. Poi me disse: – Magnifico Ambassador, scrivete alla illustrissima Si gnoria, e fatili intender che con singular appiacer ab biamo sentito e le parole vostre et anco la lezion de le lettere de quella, le qual ne sono più che gratis sime; e per nome nostro la ringraziarete tanto affet tuosamente, quanto conoscete per le parole nostre essere el desiderio nostro. E promettetele in nome nostro tutti quelli grati e paterni officii, che per noi in ogni tempo se li possi prestar; la qual, facendone eXperienzia, cognoscerà che le parole che ve dicemo non sono per agabarla. – E qui in molte parole se dilatò, eXprimente la sincerità dell'animo suo verso la Excellenzia Vostra. Poi disse: – Domine Orator, questa umanità, in la qual vedemo continuar quella illustrissima Signoria verso le cose nostre et il nostro Duca, ne dà più speranza che lei se debbi prestar più facile in far quel che continuamente, da poi che Vui sete qui, in diversi tempi vi abbiamo ditto; zoè, unirsi con nui, e che facciamo del suo e nostro uno e medesimo stato, un voler et un animo. Et oltre la speranza che pigliamo da queste amorevole dimostra zion, se adionze etiam la opportunità del tempo et il DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 46) bisogno della salute de Italia, a la qual nui semo af fezionati, perchè quel che semo l'abiamo da questa patria. Vui vedete come questi Signori oltramontani se strenzano insieme, senza niuna participazione nè Cum nui nè cum Vui; il che non può essere a niun Commodo de nui altri: però saria ben fatto che an che nui riguardassemo al fatto nostro, e far una bona intelligenzia insieme, non per offender alcun, ma per segurtà e conservazion de stati nostri. – E poi disse: – Siate certo, Ambassador, che quando nui do se intenderemo assieme, saremo più riguardati che non Sem0, e cadaun ne farà miglior cera; perchè, siando ben ligati insieme, se non potremo offender altri, non Se lassaremo nè anche offender da loro. Nè alcun se potrà lamentar de questa nostra union, facendola a comun beneficio de nui Italiani, come loro oltramon tani fanno el suo. – Queste parole Soa Beatitudine me disse con demostrazion de gran desiderio, dicendo che questi zorni con el Duca aveva discorso sopra questa materia, e che tandem avevano concluso di participarla con mi confidentemente, e che ora tanto più volentiera me lo diceva, quanto che la benignità di Vostra Excellenzia li dava segurtà. E poi tre volte replicò, che io dovessi rappresentar alla Sublimità Vostra questo discorso con quella sincerità che lui me l'aveva comunicata. Respusi alla Beatitudine Soa circa el bon anemo suo accomodatamente. Circa la union andai per le consuete rime, sepius scritte per mi alla Serenità Vostra, e promisi, per obbedir alla Santità Soa, darne aviso alla Excellenzia Vostra. » Compito questo discorso, la Santità Soa me 470 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. disse l'esser stato heri con lei el signor Iulio, e le pa role usate, che sono in substantia quelle che per le alligate intenderà la Excellenzia Vostra. E poi mi disse che, avendoli ditto el signor Iulio Voler menar le sue donne e fioli a Pitiano, et andar etiam lui in quel luo go, che Sua Santità era molto contenta, quanto se appartiene a lei, ch'el vadi e ch'el stia, e fazi quel che li piace, perchè di lui non si tiene offeso in parte alcuna, e che lo vuol aver per buon servitor. E me disse, che questa soa volontà dovesse far intendere alla Serenità Vostra et anco al signor conte di Pitiano per mezo di soi agenti qui, prima che io partisse da Palazzo. Ditto signor Iulio vene a basar el piede a Nostro Signor, e tuor licenzia dal Duca; al qual “ hanno prestati certi muli per el cariazzo, per condur le robe Sue con le donne verso Pitiano: circa le ore 20 è partito de qui. Doman se expedirà da Ceri, e las saràlo libero in man del Pontefice, e li altri vegni ranno a Roma assegurati anche loro, e cum grazia de Nostro Signor. » - Il Papa riferisce all'Oratore che Giangiordano sembra ben disposto a ricevere un compenso qua lunque da esso Pontefice. In ogni modo questi atten derà la fine del secondo mese di proroga della tregua, che avrà termine a dì 4 di maggio, e se non avrà luogo la composizione desiderata, manderà il campo a Brac ciano e Vicovaro. L'Oratore veneto, visitando il duca Valentino, si congratula con esso dell'acquisto di Ceri. Cioè, a Giulio. DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 471 344. Notizie di Francia, di Firenze, e varie. Roma, 8 aprile 1503. Hora prima noctis. Confermasi l'entrata del Re, a dì 29 marzo, in Lione colla Corte. Lettere di Firenze annunziano l'imposizione di quattro decime a somiglianza della Repubblica Veneta, le quali produranno 150,000 ducati. Pandolfo Petrucci scrive al Papa e al Duca lettere di molta sommissione. Giampaolo Baglioni è su quel di Firenze, e spera di es ser accettato al soldo dei Fiorentini, i quali preparano genti con dispiacere del Papa. Il cardinale Sanseverino e monsignor di Gramont non furono altrimenti rivo cati, ma quindi innanzi non potranno far nulla senza l'intervento di monsignor di Rennes, « del qual però non facevano troppa reputazion. » 345. Pace tra Francia e Spagna. Notizie di Giulio Orsini. Roma, 9 aprile 1503. « Heri scrissi alla Sublimità Vostra quanto mi accadeva, per Lorenzo da Camarin corrier: poi que sta mattina, avanti che se intrasse in capella, se di * Furono imposte per provvisione del Consiglio maggiore, 1 aprile 1503: « Che per virtù della presente provvisione s'in tendano essere et sieno imposte a cittadini fiorentini et ad cia schuna posta descripta nella Decima, la quale et come al presente veghia, due decime semplici a chi non havessi schala, et due schalate solo con la metà della schala a chi havessi tale scha la, secondo l'ordine della provvisione che di tale decima scha lata dispone, nel mese di gennaio 1499 obtenuta. » (Arch. Fior. Consigli Maggiori, Reg. 195, a c. 1.) La decima era l'imposta del dieci per cento sulla rendita; la decima scalata, l'imposta progressi va; la Scala, la progressione con cui la decima si aumentava. 472 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. vulgò fra tutti i cardinali e prelati, che questa notte erano zonte lettere da Lion alli orator, che avisavano la conclusione della pace tra li serenissimi Re di Franza e Spagna, e non se intendeva alcuna partico larità. Siando poi in capella, furono portate lettere all'orator fiorentino, le quali lesse in presenzia de noi altri oratori, che contegniva questo medesimo aviso, in tal forma de parole: che a dì 2 del presente la pace era sta conclusa, et a di 2 publicata, presenti tutti i signori e baroni del Re e dell'Arciduca, il quale ha promesso per il Re di Spagna; sèguita: le condizion non se intende. El Pontefice, che di questo non aveva La Repubblica Fiorentina ricevette avviso di quest'ac cordo, a dì 2 d'aprile, dai suoi oratori, vescovo di Volterra e Francesco Nasi, che trovavansi in Lione, in questa forma: « Hoggi questi Signori tra loro hanno pubblicato havere fa cto et concluso la pacie: il modo anchora non exprimono, chè dicono sono in sul mettere le scripture al necto. Mandono Adovardo nel Reame, et con lui uno homo dello Arciducha, per pubblicare la pacie et per levare le offese, chè a tutto si dicie l'Arciducha havere possanza. Et non di meno ci è chi afferma si manderà anche in Hispagnia per nuova ratificazione; et potrà es sere, tractandosi di cose feudali della Chiesa, vorranno che tutto si confermi autoritate appostolicha cum appositione censurarum. Come si habbi più largha notitia, se ne scriverà ad sufficientia; benchè si stima li capitoli fieno doppi, uno paio secreti et uno paio da mostrare. » I Dieci di Balìa mandarono la notizia al loro ambasciatore in Roma, con lettere del 7: questi (come si deduce dal suo dispaccio del 10) la ricevette la mattina del 9, «sendo alla messa papale in cappella, e la comunicò, dopo messa, al Papa. « A me parve (scrive egli) che se ne passassi leggiermente, et di mostrassi credere più presto che tale accordo non potessi durare lunghamente, per le parole mi dixe.... E così è la comune opinione; e questi Spagnuoli credono questa nuova difficilmente, nonobstante ce ne sia adviso in più persone. » (Arch. Fior. Lettere ai Dieci, apr-magg. 4503, a c. 14 e 110; Lettere dei Dieci, 1502-03, a c. 414.) DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 473 finora altro aviso, vose º veder queste lettere, e stava pur cum qualche sospetto, ancora ch'el fenza non creder che questa cosa possi aver vero effetto, ma che la sia potius un dar pasto al Re de Franza, e far che l'Arciduca passi securo. Di questo l'oratore ispano non ha aviso alcuno, nè anche el cardinal de Santa Crose, e tutti i Spagnoli pertinacemente la niegano. » Giulio, colla sua brigata ed il poco che aveva, partì da Ceri, diretto a Pitigliano, scortato da quattro uomini del Duca; e quando si troverà in luogo sicuro, la terra sarà consegnata agli agenti del Papa. 346. Ancora della pace tra Francia e Spagna. Notizie di Giangiordano Orsini. Roma, 10 aprile 1503. Si conferma la pace tra Francia e Spagna, con que ste condizioni: il Re di Francia dà in dote a sua figlia la parte del Regno di Napoli a lui spettante, e quello di Spagna dona la parte sua al nipote figlio dell'Arcidu ca; « interim, che siano gubernatori del fiol e fiola el cardinal di Roano e l'Arciduca, i quali d'accordo deb bano mandar un governator che abbi cura del Regno fino alla età legitima. » Gli ambasciatori francesi tornarono da Vicovaro, non avendo Giangiordano voluto dar loro in consegna il proprio Stato, perchè non ne avevano avuto man dato dal Re. º Vose, volle. Altrove, vosse. i 474 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 347. Morte del cardinale Michiel, con sospetto di veleno. Il Papa s'impadronisce delle sue copiose ricchezze. L'Ora tore si riserba di far valere i diritti della Repubblica sul conferimento del vescovato di Verona, rimasto vacante per questa morte. Roma, 11 aprile 1503. « Questa mattina, a bon ora, che non era apena zorno, don Anzolo Michiel, nipote del reverendissimo cardinal Sant'Anzolo, piangendo venne a farmi in tender che questa notte, circa le 3 ore, el reverendis simo cardinal suo barba inopinatamente ha resa l'ani ma al Signor Dio; che tanta ammirazion mi dette, quanto che del mal suo non se aveva ditto, se non quel che sempre si diceva. Tamen el ditto me ha riferito che da due zorni in quali era zonto un de stemperamento de stomego con gran vomito, et anche un poco di flusso: el sospetto è grande ch'el sia sta avvelenato, e non mancano evidente conietture. Subito in quel punto el Pontefice l'intese, mandò el governator a casa, et avanti che fosse zorno la casa fo tutta svalizata. La morte di questo cardinal li dà più di 150,000 ducati, tra denari, argenti et altre ta pezzarie de casa: aveva formenti assai in magazen, e di seminati tanti, che se averà da 5 in 6 mila ruzzi di formento al raccolto; aveva razze de cavalli, Vac che e bufali, che largamente, ho inteso per chi ma nizzava i fatti soi, passano la sopraditta somma; e di zonta aveva undici forzieri de roba del cardinal * Intendi che, aggiungendo queste razze di cavalli ec. al l'altre ricchezze, si supera d'assai, nel totale, la somma sopra in dicata di 150,000 ducati. DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 475 Colonna, i quali lui aveva in salvo, che si stima pas sino 20,000 ducati. In denari contadi si hanno ritro Vati da ducati 50 in 60,000, sì come me ha detto mes ser Francesco Candi suo secretario; de argenti, circa 20,000; el resto è in altre cose sopraditte, fin alla somma. Se zudega che l'avesse anche denari in qual che altro luogo, che da poi si trovaranno. » Subito questa mattina andai a Palazzo, per far la debita provision che Nostro Signor sopraseda la colazion de la chiesa di Verona, fina che la Serenità Vostra per li ordeni soi facci la elezion de lì. Trovai tutte le porte serrate, e Nostro Signor occupato in contar denari. Vennero la mità di cardinali di corte e palatini, e fuora de Palazzo a tutti fo data licenzia; pur instando io per aver audienzia, Nostro Signor mi feze dir che dovessi tornar alle 22 ore, e cusì farò. Di altri beneficii che ha in el dominio di Vostra Sublimità, che sono molti, le raccomando tutta la nazion in genere, non discendendo a niuno partico lare, come se convien all'officio mio. Essendo io a Palazzo, don Piero Grimani, de ordine del reve rendissimo monsignor suo fratello, me venne a dirmi, essendo prima stato a casa mia, ch'el reverendis simo cardinal voleva cavalcar a Palazzo, per esser Con mi in far suspender la colazion del vescovado: il qual ringraziai, e dissi che non bisognava. Tamen, ritornando a casa, scontrai per via Sua Signoria che l'andava a Palazzo : li fezi intender el tutto, e tamen non restò di continuare el camino; disse, per far el debito suo e mostrar la debita diligenza; tamen anche lui andò indarno, come avevano fatto li altri. » . 476 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 348. Colloquio dell'Oratore col Papa sugli armamenti dei Tur chi e sulla pace tra Francia e Spagna. Il Pontefice in siste nella proposta d'un'alleanza tra esso e Venezia, per difendere l'Italia dalle potenze oltramontane. Roma, 11 aprile 1503. Hora 2 noctis. L'Oratore riferisce di avere par lato col Papa intorno agli armamenti dei Turchi: disse, essere utile che Sua Santità e i principi cristiani stiano in guardia, come fa la Repubblica Veneta, la quale, nonostante che sia in trattato di pace, fa sempre valide provvisioni di difesa, avendo non meno rispetto « al beneficio pubblico della religione cristiana che al suo particolare.... Laudò' quanto io aveva ditto; e, voltato a messer Adriano, disse che ben seria scriver una lettera all'orator suo in Franza, azò che di questo ne desse aviso alla Maestà del Re, che anche lei si ri sentisse; il che io approbai. E disse farlo; pur io credo che, oppresso da altri pensieri, facilmente questo, come el minimo che l'abi, li ussirà di mente. Lassato parlar di questo, ben mi disse: – Domine Orator, che vi par de questa pace de Franzesi e Spagnoli? Credete vui che la sia vera? – Risposi che la verità meglio sapeva la Santità Sua, perchè io non aveva se non quel che vulgariter si diceva. Mi disse: – Nui credemo, ma gnifico Ambassador, che quel che già abbiamo ditto in questa materia; “ ma pur saria savia cosa che an * Intendi, il Papa. “ Così il testo, con costruzione incompiuta. Il Papa si riferisce alle cose discorse nel dispaccio 343 e in altri sulla probabile pros ºlma unione delle potenze straniere a danno dell'Italia. che nui provedessimo al bisogno nostro, et unir que sta povera Italia, la qual saria tutta unita, quando la illustrissima Signoria se degnasse far quel che sepius li avemo ditto, e mai ne ha voluto risponder; per chè, in verità (disse lo), essendo noi uniti, saressimo molto più riguardati et onorati. – E seguitò: – Scri vetelo alla illustrissima Signoria, che adesso è il tempo proveder al fatto nostro ; chè questa pace, essendo, non po esser se non a danno nostro. – Resposi alla Beatitudine Soa che ben e prudentemente la diceva; che se vorria unir l'Italia, non tantum l'Italia, ma tutta la Cristianità, et unitis viribus invader el comune . inimico, e liberarse una fiata dalli continui sospetti, nelli quali stava la Cristianità, con non mediocre pe ricolo. Rise e disse: – Vui burlate, Ambassador: nui ve dicemo da vero. Scrivete pur el desiderio no stro a quell'illustrissima Signoria, che la cognosserà ben che quel che li proponemo è a comun benefi Z10. - » 349. Affare del vescovato di Verona. Notizie della pace col Turco, e di quella tra Spagna e Francia. Roma, 12 aprile 1503. L'Oratore ha un colloquio col Papa circa il con ferimento del vescovato di Verona, rimasto vacante per la morte del cardinale Michiel. Il Pontefice vor rebbe darlo tosto al cardinale Borgia suo nipote ; ma poi aderisce a differirne il conferimento fino alla no mina che sarà per fare la Repubblica. Il Papa comunica quindi all'Oratore la conclusione della pace col Turco. Circa a quella tra Francia e Spa 478 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. - gna si dubita ancora. « I luoghi della differenzia, zoè Capitaneata etc., si rimetteno in arbitrio dell'Arcidu ca, a darli a chi lui vorrà; che si crede sia fatto, azò che con più reservazion dell'onor del Re de Franza se diano a Spagnuoli. » 350. Il Papa fa ricerca all'Oratore dei denari che il cardinale Michiel aveva a Venezia, e chiede che gli siamo dati nelle mani. Roma, 13 aprile 1503. « Questa mattina, avanti ch'el Pontefice uscisse per andar in capella, mi fece chiamar dentro; e, per darme ad intender, come se io ghel volesse creder, che non avesse avuto più denari dal quondam reve rendissimo cardinal Michiel, mi condusse in una ca mera, dove si contavano i denari, i quali non furono più di ducati 23,832, dicendome: –Vardate, Ambas sador, tutta questa terra è piena che avemo abudi in contadi da 80 in 100,000 ducati del cardinal; e tamen non avemo trovati se non questi. – E domandava el testimonio de quelli che erano lì, quasi ch'el fosse gran cosa che loro el dovessero servir de una busia. Mostrava però ben de maravigliarse che, alla intrada del cardinal e poca spesa ch el faceva, non si do vesse aver trovato più denari, e me domandò se aveva denari a Venezia. Dissi che non; e voleva pur ch'io consentisse che l'avesse mandati i suoi denari a Venezia; al che fu per me convenientemente respo sto. E poi me disse che l'intendeva che un suo commesso, per nome messer Tomaso, vegniva, e za era partito da Venezia e portava gran quantità de de DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 479 nari; e perchè forsi, intendendo la morte del patron ritorneria de là, mi pregò che scrivesse alla Subli mità Vostra, che 'l facesse retegnir, torli i denari e mandarli qui, perchè el cardinal non aveva fatto te stamento, nè lo poteva far, che non aveva licenzia. E non compito di dir queste parole, li venne aviso che questo messer Tomaso era intertenuto a Civitacastel lana, che li parse buona nuova: tamen per bona via ho inteso ch'el non porta con sè altro che mille du cati in circa; el resto, che sono da ducati diecimila in suso, ha lassati a Verona a uno Alberto Salutello, fattor general de lì, e noder in vescovato; del che mi ha parso darne aviso alla Sublimità Vostra. » 351. Le soldatesche del Valentino si riducono in Roma, con danno della città. Notizie varie. Roma, 14 aprile 1503. È ancora in dubbio la pace tra Spagna e Fran cia. Il Re di Francia si avvia verso la Fiandra per abboccarsi con re Massimiliano. Il Papa mitiga la sua severità verso Giangiordano. « Tutte le zente del Duca sono venute in Roma, con grandissimo danno di questa terra, perchè senza rispetto niuno robbano e pigliano la robba per forza, dove la ponno avere, et hanno indutto una carestia tanto che, continuando, non se potrà durar; in modo che, se io prima poteva mal resistere alla gravezza della spesa, e convegniva ogni mese rimettere del mio qualcosa, per non mancar di far quell'onor che º Noder, notaro. 480 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. posso alla Sublimità Vostra, consideri quella che da mo avanti farò male e pezo. » - - Il Papa pensa di andare a Ceri. Giulio Orsini è giunto in Pitigliano insieme con Renzo da Ceri, il quale non ha voluto dar fede alle offerte del Duca di prenderlo al proprio soldo. 352. Colloquio dell'Oratore veneto collo spagnuolo sulle notizie degli armamenti del Turco e sul divieto fatto dalla Re pubblica di comprare benefizii in Roma. Roma, 15 aprile 1503. L'Oratore veneto dà notizia a quello di Spagna degli armamenti del Turco, e gli fa intendere quanto importi che le potenze cristiane si mettano in difesa. Lo Spagnuolo risponde dispiacergli questa notizia, che gli giungeva anche inaspettata, tenendo egli che la pace del Turco fosse generale a tutti i principi cri stiani. « Poi entrò a parlar della parte del comprar benefizii et officii, e laudò sommamente la Serenità Vostra, dicendo che de una cosa sola el se doleva, che è questa: che la Sublimità Vostra in questa bona opera avesse prevenuto i soi Catolici Re, i quali lui se persuadeva certamente fariano el medesimo. » 353. (Al Doge e ai capi dei Dieci.) Mal umore del Papa con tro la Repubblica Veneta per voci a lui contrarie per venutegli di là. Roma, 16 aprile 1503. Una falsa notizia, riferita da un agente in Vene zia del defunto cardinale di Sant'Angelo (Michiel) al Pontefice, lo ha mosso a sdegno e « fattolo straparlar - DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 481 della Repubblica fra suoi domestici. » La notizia di ceva che a quest'agente la Repubblica aveva racco mandato d' indurre il cardinale a restituirsi a Vene zia, per suo onore e sicurezza; ma più veramente, per potere, alla sua morte, impadronirsi delle sue ric chezze, come già aveva fatto alla morte del cardinale di Santa Maria in Portico. Accrebbero ira al Pontefice « mille bestialità » scrittegli dal vescovo di Tivoli 3 come, per esempio, essersi fatta una legge, che niuna causa ecclesiastica possa più venir definita in Roma, ma solamente in Venezia ; la Repubblica Cre scer gente nella Romagna a minaccia dello stato pon tificio; l'armamento del Turco non farsi a danno della Repubblica, ma a suo vantaggio. 354. Conferma della pace tra Francia e Spagna. Roma, 16 aprile 1503. Monsignor di Gramont conferma all'Oratore ve neto la notizia della pace tra Francia e Spagna, e dice che diverrà pace generale tra le potenze cristia ne. L' Oratore se ne rallegra, affinchè tutte possano riunire le armi contro il Turco. 355. Gita del Papa a Porto. Notizie del duca Valentino e delle sue soldatesche. Roma, 17 aprile 1503. « Questa mattina, da poi fornita capella, el Pon tefice disse a tutti i cardinali che domattina si doves º Battista Zeno, promosso cardinale nel 1468 da Paolo II suo zio, morto in Padova nel 1501. - GIUSTINIAN. – I. 31 482 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. sero redur a bon'ora in capella, poichè, subito for nita la messa, el voleva montar a cavallo, per andar un poco a solazzo. Va infina a Porto solamente, et un'al tra volta anderà fino a Ceri, perchè in quel luogo non vuol andar senza il Duca, el qual per adesso non pol cavalcar per sentirse indisposto de certi bo gnoni. El qual Duca ha deliberato per ora mandar le sue gente alli allozzamenti, e manda una parte in Campagna, l'altra in sul Perusino, et un'altra nel Pa trimonio alla volta de Siena; se dice etiam de parte in Romagna: che sarà un gran alleviamento a questa povera terra, che tutta va in preda, et ogni zorno vi è molta brigata a butarsi a piedi del Papa a quere lar dei robbamenti e violenzie che le vien fatte, et a niuno è fatta altra giustizia che de: – Ben faremo. – o 356. Vertenze tra Venezia e il Papa in materia ecclesiastica. Roma, 18 aprile 1503. Continuano le pratiche circa i benefizii rimasti vacanti per la morte del cardinale Michiel. La Repub blica desidera che il vescovato di Verona sia conferito a qualche suo benemerito ; che l'abbazia di Sesto si unisca allo spedale di Sant'Antonio; e che si dia al cardinale Strigoniense un'altra delle abbazie già possedute dal defunto Michiel. Ma il Papa non è molto ben disposto ai desiderii della Repubblica, dicendo: « – Quanto più noi la onoramo, tanto più lei cerca l'incargo nostro, cum aver poco respetto alla dignità Bognoni, bubboni, ingorghi all'anguinaia. DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN, 483 nostra e libertà ecclesiastica, perchè, non contenta dell'editto fatto li zorni passati circa gli ufficii e beneficii, noviter semo avisati aver fatto un altro or dine novo, che tutte le cause ecclesiastiche se iudi chino de lì, e che niun vemghi a Roma. – » L'Ora tore difende e giustifica la Repubblica. - 357. Notizie di Giampaolo Baglioni e del Valentino. Roma, 19 aprile 1503. Giampaolo Baglioni si trova a Borgo San Sepolcro Con 300 cavalli e circa 500 fanti, dicesi, con animo di entrare in Perugia, la quale è in armi e in di visione. I Fiorentini lo sostengono. Il duca Valentino ha licenziato tutti i soldati guasconi, ritenendo solo alcuni Svizzeri, Tedeschi ed Italiani, forse per man darli in Romagna a por termine alle cose dello stato di Urbino e ricuperare il castello di San Leo. 358. Colloquio dell' Oratore veneto col Valentino sopra fac cende beneficiarie. Il Duca gli dà notizia d'acquisti fatti dalle sue genti in Romagna, e fa profferte di devozione alla Repubblica. Roma, 20 aprile 1503. « Per obedir alli mandati di Vostra Sublimità che, per le sue di 14 del presente, mi comanda che io debba tegnir el mezzo del signor duca Valentino per la im petrazion de le cose, che per le prenominate sue la Excellenzia Vostra mi comanda, abuto così ordine, ozi dopo manzar mi son ritrovato cum lui, al qual eXpusi, cum quella accomodata forma di parole che 484 DI SPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN se convegniva, la mente della Serenità Vostra, e con quelle rason che l'ingegno me sumministrò, li de chiarai quanto era onesto quel che la Sublimità Vo stra domandava. Il qual, da poi che gratamente mi ebbe udito, rispose che assai li doleva che la Sere nità Vostra (alla qual lui con tutto el cor desiderava di servir, per farli cognoscer quanta sia la reverenzia e servitù che li porta) l'avesse aoperato in queste cose, in le qual manco se impazzava che in niun'al tra, che sono materie ecclesiastiche e de beneficii, in questo tempo precipue, nel qual la Beatitudine Ponti ficia, se non in tutto, in la mazor parte de questi beneficii aveva provisto come l'afirmava. – Avisan dove (disse lo), magnifico Ambassador, che una delle principal cause che fa che non me impazzo in bene ficii, è ch'el Pontefice de quelli ne vuol disponere al modo suo, et in queste materie con lui ho poca au torità; e però poco ghene parlo, per non aver causa de scandalizzarme con la Beatitudine Sua. Pur tutta via (disse lo), per mostrar quell'ossequio che io porto a quell'illustrissima Signoria, come suo devotissimo e bon servitor, vi prometto che subito che la San tità Soa sia tornata, l'affrontarò, et usarò in questo tutta l'autorità mia, azò che la illustrissima Signoria sia satisfatta di quel più che potrò, quando el Pontefice non avesse de parte de questi beneficii provisto, ben ch'el dica averlo fatto. – Di tutto lo ringraziai cum quella forma di parole che si convegniva, et anche li dissi sopra ciò quel che mi parse esser conveniente all'onor e decoro di quell' excellentissimo Dominio, e fessemo fin a questa materia. DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 485 » Poi lui me disse che, avendo già fixo nell'animo de continuar in reverente filiazion e servitù con la Serenità Vostra, non voleva restar di parteciparli tutte le cose soe. – Benchè (disse) quanto ora ve diremo, magnifico Ambassador, la illustrissima Si gnoria, per esser più propinqua, el die aver inteso, tamen Vogio che lei l'abi etiam da mi. – E me disse quel che fin questa mattina me era notificato per al tre vie, et anche per bombarde de allegrezza tratte in Castel Sant'Anzolo, zoè che li soi in Romagna avevano preso castel Magiolo, che ancora se tegniva per el duca de Urbin, e lo avevano abuto per forza, e stavano etiam in speranza di aver San Leo, che per la propinquità di questo loco di Magiolo restaria as sediato; e de questo mostrava non poca allegrezza. E fece verso la Excellenzia Vostra tutte quelle demo strazion de bone parole che desiderar si ponno: l'in trinseco veramente lasso iudicar al Signor Dio et alla Excellenzia Vostra, che è prudentissima; ma ben li. dico, per el parer mio, creder che quel che l'amor non fa faralli omeni, alle fiate la necessità li costrinze, come forse ora costrinze questo, che, se non in tutto, saltem in bona parte, vedendose mancar la speranza de Franza, non habet ubi etiam declinet caput, se non alla Serenità Vostra, dalla quale sola lui molto ben cognosce depender la salute soa. » 486 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 359. Notizie di Francia, di Svizzera e di Lombardia. Roma, 21 aprile 1503. L'ambasciatore di Ferrara dice al veneto ch'egli ha da comunicare al duca Valentino, come le cose degli Svizzeri e dei Francesi sono accomodate, e quelle di Lombardia quietate. Crede la pace essere dannosa ai principi italiani e specialmente alla Repub blica. 360. Ritorno del Papa in Roma. Rassegna delle fanterie del Valentino. Notizie varie. Roma, 22 aprile 1503. « Heri sera venne el Pontefice da Porto, dove è stato non solamente per Solazzo, ma etiam per recu perar quel che li pareva poter recuperar del residuo del quondam reverendissimo cardinal Michiel, el qual aveva lì gran quantità di bestiame, presertim buffale e vacche; et anco, per designar far in quel luogo un palazzo, per esser opinion sua tegnir tutte quelle en trade per sì, e dar solum el titolo del vescovado a qualcheduno dei cardinali, a chi de iure se aspetta. E questa mattina poi con una bona ziera de solazzo è ussito in capella, et apparandose in camera del Pa pagà, mi chiamò e disse, se io aveva avuta qualche nova questi zorni de la Serenità Vostra; et avendoli io detto di no, mostrò maraveiarse; tuttavia l'inten deva de le nove de beneficii presertim circa l'episco pato di Verona. Essendo però io ritornato a casa, non fui così presto io a desmontar da cavallo, che sopra * Per sì, per sè. DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 487 zonze Marchiò corrier, con molte lettere di Vostra Serenità de.... del presente, da mi colla solita mia reverenzia recevute, per le quali, primo, ho inteso la nominazion fatta del reverendissimo cardinal Corner al vescovado di Verona, e quanto in quelle la Sere nità Vostra mi comanda che io debba operar circa la confirmazion da esser impetrata da Nostro Signor; et anche per un'altra soa, pur del medesimo zorno, circa la expedizion gratis, come in quelle. Per exequir dunque quanto in quelle se contien, et etiam in le altre scritte in favor dell'ospital della Pietà, e del magnifico messer Andrea Malipiero, a ora debita me trasferii a Palazzo, e trovai el Pontefice che era alle fenestre sopra la piazza de San Pietro, insieme con el Duca, a guardar circa 500 fanti de quelli de Romagna, tutti vestiti a un modo alla divisa del Duca e giponi bianchi, con i suo petti, molto bella gente, li quali voltizzavano atorno la piazza a son de tamburini, con le soe bandiere avanti. Trovai etiam a Palazzo l'ora tore ispano; e de questa pace sua con Franzesi me disse non aver altro, e più presto vuol che si creda de no che di sì: alli quali tutti do º el Pontefice fece dire che per ozi l'avessemo per excusato, perchè vo leva far segnatura, benchè sia zorno straordinario, essendo ancora le ferie. E questo fa, perchè luni fa pensiero de tornare fuori alla volta de Ceri con el Duca, dove dice non starà più di tre o quattro zorni, benchè alcuni dicano di molto più. Doman darò ogni opera de ritrovarme con la Beatitudine Soa, per aver * Lacuna nel codice. * Cioè, agli oratori veneto e spagnuolo. 488 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. la risoluzione di quanto lei mi comanda, e darli aviso; e per tal causa retegnirò fin domani el presente corrier, el qual questa sera doveva expedir con quel che aveva. » Siando questa mattina incapella, fono' lette alcune lettere di Napoli, come el dì di Pasqua quelli di Ischia con gran solennità e demostrazion de allegrezza han levate le bandiere de Spagna. » 361. Dimande dell'Oratore veneto al Papa in materie ecclesiastiche. Roma, 23 aprile 1503. L' Oratore veneto fa istanza al Papa per la con ferma della nomina del cardinal Corner al Vescovato di Verona; e per le abbazie da unirsi allo spedale di Sant'Antonio e all'ospizio della Pietà. Al primo desi derio della Repubblica il Papa annuisce, agli altri no. 362. Gita del Papa a Ceri. Atti del Re di Francia in favore di Pandolfo Petrucci e di Giangiordano Orsini. Roma, 24 aprile 1503. Il Papa, dopo il Concistoro, si reca a Ceri col Duca. Questi licenzia una parte delle milizie, e altre ne spedisce verso Perugia. Giunge in Siena un altro messo del Re di Francia, per assicurare le cose di Pandolfo. Il Re scrive nuovamente in favore di Gian giordano: dal che il Papa prende argomento per dir male dei Francesi, accusandoli di ingratitudine, inso lenza e rapacità. Il Duca è più moderato. º Fono, furono. DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 480 363. - Pace di Venezia col Turco. Roma, 25 aprile 1503. L' Oratore veneto comunica per lettera al Papa (che si trova alla caccia) la notizia della pace della Repubblica col Turco, ricevuta da Venezia con let tera del 21.“ 364. Ancora della pace col Turco. Lettere di Francia contrarie al Papa. Considerazioni del cardinale di Napoli intorno al medesimo. Roma, 26 aprile 1503. L'Oratore comunica la notizia della pace ai cardi nali di Lisbona, Santa Croce e Napoli, e all'ambasciatore spagnuolo, che se ne congratulano. Lettere da Lione al cardinale di Napoli contengono minacce contro il Papa, e fanno intendere « questa pace tra Spagna e Franza doverse convertir tutta in danno di Sua San tità, s'el non provede di assicurarsi. E qui mi disse Sua Signoria Reverendissima: – Non credete, ma gnifico Ambassador, ch'el Papa vadi a solazzo per vo Copia di questa lettera sta nel codice Giustinian, a c. 54 i ; e v'è allegato il seguente documento: « Io Mustafà Bey, signor de la Valona et de l'Albania, a vui magnifico et clarissimo messer Andrea Gritti salutem plurimam. A dì 10 de april zonse qui da mi un Valachio con lettere del Gran Signore, le qual me comanda che per nissun modo dovesse lassar molestar cosa alcuna delle robe della Signoria de Venetia, perchè la pase è fatta et che lo Am bassador de Venetia insieme con el nostro va alla volta de Vene tia. Sicchè, fradello carissimo, de tal cosa ho recevudo grandis simo piacer, e cusì ipso facto avisar Sua Magnificentia, acciò habi a participar de tal consolation. Che Iddio sia laudato! Datum Valone, a dì xj aprilis 1503. » A90 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN, glia che l'abi, ma potius per sborar qualche sua pas sion, come è solito far sempre, quando l'ha qualche mala nova. – Et allegò molti exempii, e disse: – Lui è molto ben informato ch'el Re di Franza non li vuol troppo ben. Spagnoli etiam hanno poca causa di volerghelo, in modo che da niuno di loro aspetta altro che male, e tutta la sua speranza adesso serà la illustrissima Signoria di Venezia. – Seguitò che pur ancora el stava in qualche opinion, che la pace non avesse l'effetto che si divulgava. » 365. Notizie del Regno. Roma, 27 aprile 1503. Si dubita della pace tra Francia e Spagna, dac chè si hanno nuove che la guerra procede ed ave vano avuto luogo scontri fra il Consalvo e monsi gnore d'Aubigny, e che il marchese di Bitonto, che parteggiava pei Francesi, era stato fatto prigione. Le cose degli Spagnuoli prosperano; i Francesi pensano a spedire nuove milizie nel Reame. 366. Notizie di Francia e del Regno. Roma, 28 aprile 1503. Si hanno altre notizie contrarie alla pace tra Fran cia e Spagna, ed al componimento tra gli Svizzeri ed i Francesi. Questi abbandonarono intieramente la Ca labria. DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. 491 367. Notizie del Regno. Roma, 29 aprile 1503. Corre voce dell'entrata degli Spagnuoli in Na poli, che poi si riscontra esser falsa; il popolo di Na poli sta però sospeso. I Francesi armano. I soldati gua sconi, già licenziati dal Duca, tornano al suo soldo. 368. Colloquio dell'Oratore senese col veneto. Roma, 30 aprile 1503. L'ambasciatore di Siena ha un colloquio col ve neto; e prima si congratula con esso per la conclu sione della pace fra la Repubblica e il Turco, la quale lascerà maggior agio alla Signoria di Venezia di pensare alle cose d'Italia; gli dice poi che i Senesi stanno in sospetto per le milizie mandate dal Papa al confine del loro stato verso Corneto. - - DOCUMENTI. Documento I. 1502, giugno 25 luglio 20. – Brani di dispacci di Francesco Soderini, ve scovo di Volterra, inviato dai Dieci di Balia di Firenze oratore al duca Valentino in Urbino. * (25 giugno.) Circha le dua hore di nocte....º andammo in Palazzo, dove è alloggiato el Duca solo con pochi de' sua, et el più del tempo si tiene la porta serrata et ben guardata. Fumo con Sua Excellentia per spatio di dua hore, et proposto quanto havamo in commissione, et rallegratici del nuovo adduisto, secondo le lettere di Vostre Signorie, monstrò vederci vo lentieri et havere cara la venuta mostra, per lo amore, dice, portava alla città et il desiderio d'essere ben unito con quella. Rengratiò delle congratulationi, adgiugnendo che crederebbe che il suo augumento vi fussi ancora più grato, se voi sapessi haver facto verso di lui quello havate pro misso et si conveniva. Poi comenciò a dolersi di tutte le cose occorse da la venuta sua dello anno passato insino ad questo di: il che non si replicherà, perchè sappiamo più volte sono sute dette queste cose et risposto, come facemo anchora noi. Ma nulla pareva che si adpiccassi, tenendo fermo che fussi quelli º havessi manchato della fede, et dato causa ad tutti e disordini che feciono e soldati con molli havere dato la prestanza et le artiglierie, come havate promesso. Hora Archivio di Stato di Firenze Lettere ai Dieci di Balia, Cl. X, Dist. 4, n. 68, a c. 369; n. 69, a c. 53, 86, 118. º Dal dì 24 al 25. Il Soderini giunse in Urbino a avanti l'ora di vespro » del dì 24. º Sottindendi, che. 494 DISPACCI DI ANTONIo GIUSTINIAN. dice che, essendo venuto quella volta solo per havere la vostra amicitia et potersi in quella riposare; et benchè voi haviate manchato, volendo fare questa ultima prova; mandò ad chiedere huomini, per poter conferire la sua intentione, la quale era unirsi con voi, volendo; et non volendo, che voleva essere scusato con Dio et con li huomini, se cerchassi adsicurarsi dello stato vostro per qualunque modo e' pos sessi; perchè non giudicava poter stare securo nelli stati suoi, confinando con voi tanto paese quanto fa, se non fussi bene adsicurato; et più, quando vi disponessi ad que sto, ve ne conseguirebbe tanto benifitio, quanto di amicitia potessi tenere. Et in questa sententia si destese assai, mon strando che conobbe bene lo anno passato che fu in sua po testà non solo rimettere li usciti, ma darvi un bastone ad el governo et un cane, non che altro. Risposesi alle querele convenientemente, et che da voi non era manchato el ser vare le promesse; ma che quelli sinixtri modi che furono servati, significorono che si tenessi si poco conto della città, che la sua benevolentia anche non fussi molto stimata. Et quanto al desiderare l'amicitia vostra, voi non desiderate mancho la sua, per la stima faciavate di lui et dei suoi stati et della Santità di Nostro Signore. Et per questo ci havate mandato con tanta celerità, acciò che tanto più presto sati sfacessi al desiderio suo; et che ci facessi particularmente intendere quello voleva dire, adciò, Vostre Signorie sapen dolo, Sua Excellentia potessi conosciere quanto lo stima vate. Sua Signoria, sanza molto circuito di parole, dixe: – Io voglio intendere prima con chi io ho ad tractare la nostra compositione, di poi ne voglio havere da voi buona securtà. Et se questo si fa, mi harete sempre ad tucti e vostri propo siti; se non si fa, io sarò costrecto seguitare la 'mpresa et adsicurarmi ad ogni modo di voi, per non restare io in pe riculo: chè troppo bene conosco che la città vostra non ha buono animo verso di me, anzi mi lacera come uno assas sino, et hanno cerco di darmi grandissimi carichi et con el Papa etcon el Re di Francia. – Questa ultima parte si negò et confutò; l'altra ricercamo ci dichiarassi meglio. Dire: “ Cioè, potesse egli ottenere. DOCUMENTI. 495 – Io so bene, siate prudente et m'intendete; pure ve lo ridirò in breve parole. Questo governo non mi piace, et non mi posso fidare di lui. Bisogna lo mutiate, et mi facciate cauto della observantia de quello mi promettesti; altrimenti voi intenderete presto presto che io non voglio vivere ad questo modo, et se non mi vorrete amico, mi proverrete inimico. – Risposesi che la città haveva miglior governo che la potessi trovare; et satisfaciendosene lei, se ne pote vano satisfare etiam li amici suoi. Et quanto alla observantia della fede, non credeva lei che in Italia fussi chi ne potessi mostrare migliori documenti, anzi, che ne havessi tanto patito quanto lei; et che Sua Excellentia deliberassi una volta essere quello buono amico che diceva, et che trover rebbe buono riscontro. Tornò sempre in su le medesime cose, et che con lui non poteva essere altra forma di compo sitione nè altra fede; et per cosa li dicessimo, non si mosse mai da questo. Et dolendoci noi che questo non era quello per che stimavamo esser chiamati, nè era secondo la expe ctatione di cotesta città, ci dimandò ridendo: – Et che? Credevate voi, per vostra fe', che io volessi da voi altro che iustificarmi etc. ? – Dicemo che, attesa la grandeza dello animo suo, et giudicando noi che la amicitia et l'observantia vostra facessi per lui, aspectavamo volessi cominciare ad farvi qualche grande benifitio, quale conosciavamo essere in sua potestà, maaime essendo el signore Vitellozo suo homo. Rispose: – Questo non aspetate voi che io cominci ad farvi benifitio, perchè non solo non º lo havete meritato, ma lo havete demeritato. Egli è ben vero che Vitellozo è mio homo, ma io vi gioro” etc. che del trattato d'Arezo io non seppi mai nulla. Non sono già stato male contento di cosa haviate perduta, anzi ne ho hauto piacere; così harò, seguiterà più avanti. – Et dicendo noi: – Che cagione vi haviamo noi dato, ch'e' vostri condottieri et vostre genti ci abbino ad offendere? – dixe: – Vitellozo lo fa per vendi carsi, et altre mia genti non si sono mescolate: anzi delle vostre terre, che mi si sono volute dare, io non le ho acce º Questa parola manca nell'originale. º Così il testo. 496 DISPACCI DI ANTONIO GIUstINIAN. ptate. Ma risolvetevi presto, perchè qui non posso io tenere il mio exercito, sendo questo luogo di montagna, chè troppo sa rebbe danneggiato. Et tra voi et me non ha da esser mezo: o bisogna mi siate amici, o nimici. – Et questa fu l'ultima conclusione et quello che ci parve possere ritrarre di tutti i ragionamenti, i quali furono molto lunghi. Et nel discorso Sua Excellentia mostrò che, per le male vostre previsioni e le forze debole et la disunione con male governo, Vitellozo solo bastava ad sforzarvi, tanto più adgiugnendovi le forze sue; et che non pensava di torvi niente del vostro, come non voleva di quello di persona, non essendo lui per tiran neggiare, ma per spegnere e tiranni. Et replicando noi della provisione et apparati contrarii con quello che lui diceva, et le genti franzese, et il risentirsi che faceva el Re; lui sem pre dixe che intendeva le cose franzese a pari di huomo di Italia, et che sapeva non si gabbava, ma che ben voi reste resti gabbati. Onde visto non potere farli dire altro, nè muo verlo de questa opinione; giudicando che questi subiti e grandi successi lo possono havere mutato di quello per che ci havea chiamato etc., non ci parendo questo per nulla conrispon dere ad le sue lettere; et per dar tempo ad Vostre Signorie di pensare bene ad questa sua proposta, et per vedere se in questa notte volessi fare migliore conclusione; dicemo non volere pigliare questo per risposta, ma che ci volessi pensare su stanotte, et domani seremo seco, per possere dare adviso certo ad Vostre Signorie. Dixe, non era per mutarsi, chè ci aveva pensato adsai; pure, che dopo mangiare saremo seco domani, che anche noi pensassimo al bene nostro et al con tento suo. Et così ci licentiamo con poca satisfactione nostra, vedendo che fine havessi questa chiamata. Et parendoci che queste cose importino assai, et che il modo del procedere di costoro è di essere altrui prima in casa che se ne sia alcuno aveduto (com'è intervenuto ad questo signore passato, del quale si è prima sentito la morte che la malattia), º sanza mettere tempo in mezo, domani spaccieremo con questo, e se haremo ritratto più avanti.... . “ Il duca Guidubaldo d'Urbino, cui fu tolto lo stato per improvviso tradimento. DOCUMENTI. 497 ºl isl ste Siamo addi 25, ad hore 20, et anchora questo Si gnore non ci ha fatto chiamare, ma ci è stato ad vicitare li signori Iulio et Paulo Orsini, e quali, con mostrare affe ctione alla città, assai confortarono fare qualche bene con questo Signore. Et rispondendo essere qua per questo, et che per noi non mancherebbe, riandorono quasi le mede sime cose del mutare costi governo et assecurare el Duca. Fuli risposto come di sopra, et più gagliardamente. Ma loro mostromo havere assai notitia delle cose vostre, et vi fanno si deboli, che ad ogni modo habbiamo ad pigliare quelle leggi vi saranno date da loro, o vero sottometterci al Re di Francia.... - Questo Signore è molto splendido et magnifico, et nelle armi è tanto animoso, che non è sì gran cosa che non li paia piccola, et per gloria et per acquistare stato mai si riposa, nè conoscie fatica o periculo. Giugne prima in un luogo che se ne possa intendere la partita donde si lieva. Fassi ben volere a suoi soldati; ha cappati e migliori uo mini d'Italia; le quali cose lo fanno victorioso et formida bile, adgiunto, con una perpetua fortuna. Siamo ad hore tre, et il Duca ci ha facto chiamare et replicato quasi le medesime cose, concludendo che non può nè vuole stare in questa ambiguità, ma desidera essere vo stro amico, idest, che vuole le dua cose dette: et non havendo ad essere amico, vuole essere inimico aperto. Et, per assi curarsi et per havere risposta da Vostre Signorie, non ha voluto consentire più che quattro di, et, benchè strecto da noi, non li ha voluto prolungare per nulla. “ (9 luglio.) Circa hora una di nocte il Duca mi fece domandare, et sono stato seco più di dua hore a grandi ragionamenti et gran discorsi, e quali sarebbe molto lungo referire; ma la somma è, che Sua Excellentia, excusata la tardità della au dentia per il caso º et remedii si sono hauti a farli, mostra “ Questo dispaccio è scritto in più tempi; l'ultima data, con cui si chiude, è die 26 iunii ante lucem. º La caduta da cavallo del Duca: cfr. i dispacci 38 e 40 del Giusti GIUSTINIAN. – I. 32 498 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. venire a questa unione di tanta voglia buona, che ha caro possiate conosciere la sua buona mente per poterne essere più grati. Et tanto più amorevolmente dice farlo, quanto lui vede Vostre Signorie in maggior necessità, dicendo che conoscie quanto voi siate strecti dall'inimici, et che inimici e' sieno; le difficultà della città, per essere exausta per le varietà delle opinioni, pel modo del vivere, et ultimamente per essere tutti posati sopra li aiuti franzesi; e quali, se sieno piccoli, non vi basteranno; se sieno grandi, vi saranno molto più gravi che quello habbiate a dare a lui. Et per que sto li pareva che, volendosi coniungere con Vostre Signorie, voi vi levasti una grandissima molestia dell'inimici et amici, et assicurassivi per un tempo, et vi alleggerissi d'ogni altra spesa, et recuperassi le cose vostre perdute questo anno dal lato di sopra; per le quali voi doverreste pagare ad un tracto la somma di tutto el tempo della condocta sua, la quale non vi doverrebbe parere punto grave, portando seco tanto benefitio. Et arguiva con tante ragioni, che sa rebbe lungo replicare, perchè dello ingegno et della lingua si vale quanto vuole; et per replica che io li facessi, stava fermo alla compositione del passato, a capitoli vechi, et sicurtà di terre. Pur, dopo una lunga disputa, dixe che, come nel principio haveva protestato, deliberava cotesta città conoscessi il suo buono animo et la sua liberalità; et per questo era contento non si ragionassi del passato, ma che si tornassi in su li capitoli vechi, de quali non bisognava pen sare di levare un soldo; et per la richiesta mia, secondo l'ordine vostro, era contento, la metà delle gente della con docta alloggiassino ne' vostri confini, et darvi capi che non fussino vostri inimici, ma di casa sua et sua allievi, et dei quali vi troverresti bene contenti. Et faceva difficultà di nian. Anche il Soderini ne parla in un dispaccio del dì 8: « A dì vij hiar sera, circa hore una di notte, ci fu nuova come il Signore su la caccia haveva havuto qualche poco di sinistro alla persona; et benchè la cosa non fussi reputata di pericolo, non di meno e sua qui, come prudenti, fecion buone guardie. Et andòvi subito el medico suo, messer Raniero, et messer Alexandro di Francio, e quali, benchè non sieno tornati anchora, non dimeno hanno scripto il caso essere molto leggiero, et solo il Duca haver graffiato un Poco il viso, et non vi essere un minimo pericolo. » DOCUMENTI. 499 questo alloggiare in casa vostra, con dire: – E' non fa per voi, perchè io do tanta licentia a miei soldati, che so a voi parrà troppa. Di poi io voglio gente electa, et più presto dare loro soldo doppio, et questi mal volentieri alloggereb bono in dozina. Potrei torre gente collectitia, per fornire la condocta, come fanno li altri, ma non sarebbe lo honor mio, nè il bene vostro. Però li vostri Signori sieno contenti alla metà. – Et replicando io della guardia de' paesi vostri, delle gente italiane, et de capi confidenti, dixe: – Se noi saremo amici, io vi difenderò da ognuno, non solo con la condocta, ma con quanti soldati potrò fare et con la propria persona. Le compagnie io le fo di Italiani et Oltramontani, secondo truovo huomini da bene. E' capi non saranno vostri inimici, ma mia creati; et se vi fidate di me, vi potrete fidare di loro. Et crediate che io vengo ad questa amicitia per honore et securtà mia, et non mi ci scambiate parole; chè so molto bene in che termine si trovono e vostri, et che mi darebbono molto più per assicurarsi et ribavere le cose perdute, le quali con ogni possibile celerità vi farò resti tuire. – Circa la sicurtà, essendosili mancato l'anno pas sato, voleva pure terre in pegno; ove, con tutte le ragione che mi occorsono, li dissuasi tanto questa parte, che si con tentò che, per observanza della conducta, li havessimo a es sere obbligati tutte le persone et beni di Fiorentini, così ecclesiastici come secolari, che si trovassino nelle terre della Chiesa o stati sua o, fuori di quelli, in qualunque altro luo gho; et che li fusse lecito pigliarli et valersene, sanza iniuria di quel signore, nel cui dominio si facessi tale rappresaglia; la quale si intendesse essere facta di vostro consentimento, non obstante qualumche sicurtà o salvacondocto dato, o da darsi, così in particulare come in universale: et che era bene certo che alla Santità del Papa parrebbe che lui fosse troppo liberale, per la compositione del passato, di non ha vere pegni, et del Borgo etc.; ma che quello che lui fareb be, sarebbe facto: et tanto più voleva essere con Vostre Si gnorie grazioso, quanto più conosceva la necessità vostra, nella quale lui non voleva aggravare le condition, ma alleg gerirle, come è decto. Et ricercandolo io che facessi levare 500 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. le offese et ritirare e nemici, lui lo negò, dicendo: – In manzi che habbiamo accordato, non tenterei farli ritirare. Son ben contento si facci una suspensione d'armi, con di sdecta di tre di avanti: così scriverrò a Vitellozo, et li vo stri Signori scrivino a loro commissarii, et non lascino se guire disordini, per non dare occasione a chi la cercherebbe volentieri. Et risolvetevi presto, perchè così non posso nè voglio star più, nè potrei molto ritenere chi ha voglia di muocervi et lo può fare. – Et ricercando io infra che tempo farebbe fare la restitutione, dixe che, facto lo accordo, lo farebbe con tanta presteza, che voi potessi conoscere vuole º li siate obbligati da buon senno; ma che bisogna perdoniate a ognuno, et non facciate come fece messer Giovanni Ben tivoglio l'anno passato, che sotto la fede sua fece mal capi tare molti etc., perchè lui vi diventerebbe inimico capitale, dove pensa da havervi ad defendere sempre. Fecili inten dere quanto il Nostro Signore desiderava questa amicizia, et come haveva richiesto uno oratore; et che Vostre Signo rie, per satisfarli, mandarebbono messer Francesco Pepi. Dixe, piacerli; ma che era certo d'essere molto più liberale che non sarebbe Sua Santità; et che voi mandassi qua su bito el mandato altentico per concludere et fermare e di sordini º et le obbligationi et spese vostre, con ogni altro; et non facessi conto levare una sillaba di quanto è decto, perchè era tirato pe' capelli molto più che non pensò mai Venlre. Le Vostre Signorie, per la loro prudentia, examinato bene tucti li processi, poichè io son qua (chè non ho la sciato a dietro una iota per porre loro inanzi le cose, si come sono a me), piglieranno quel partito che parrà loro più salutifero. Questo dico bene che, se si può credere a parole, questo Signore ha mostro istasera parlare col cuore. Le Vostre Signorie, che sanno dove si truovono et quanta fede si può porre nelli huomini d'ogni sorte, con la gratia di Dio si risolveranno presto; et havendosi a tractare o intendi, che egli vuole. º Così i - - - - - tuire"º ma la crediamo lezione errata, e che vi si debba sosti DOCUMENTI. 504 concludere, mi daranno tale compagnia, ch'io possi sanza carico affaticarmi: altrimente significo a quelle ch'io non sono per travagliarmi, anzi le prego con ogni umiltà che mi dieno buona licentia per tornarmene costi o andare a Roma, dove per infirmità d'uno mio secretario le cose mie patiscono assai. (15 luglio) Hoggi sono stato col Signore per lungo spatio, et pa rendomi che la lettera vostra fussi molto buona, º gliela lessi tutta, dichiarando bene tucte le pratiche vi erano per con durre il desiderio di Vostre Signorie, mostrando la impossi bilità del tucto, et come bisognava o scemare della somma, o fare habilità di tempo; così si mostrò, la difficultà portava seco la natura di quella promessa. Et benchè a principio, innanzi si leggessi la lettera, et anche da poi, mi ingegnassi proporre queste cose in modo che non si havessi alterare, nondimeno io lo vidi tutto cambiare, et le prime parole dixe: – Tutto o nulla. Costoro non vogliono la amicitia mia, nè se ne curono; però sarà meglio rimettere questa praticha a Nostro Signore et al Re, e quali la sapranno con durre al proposito mio; perchè io non sono mercatante, et sono venuto con voi con quella libertà che si ricercha tra buoni fratelli et alla coniunctione quale io voglio fare ; della quale e' vostri non si curono, et voglionmi dare parole, le quali io conoscho, perchè e sanno bene che con mio honore io non posso scendere della condoctavechia; et il domandare tempo, è un cercare occasione a nuove lite; et non mi volere assicurare, dimostra mi vogliono ingannare. Al nome di * La lettera qui accennata è del 12, nella quale i Dieci commettevano al l'Oratore di chiedere al Duca che riducesse la somma della sua condotta (36 m. ducati), facendone pagare solo una parte al Comune di Firenze e l'altra al Papa; che accordasse una dilazione di tempo al primo pagamento; e che non esigesse troppo strette sicurtà, la forma delle quali (vedi pag. 499) a spaventa assai l'universale della città, pensando havere ad essere obbligati tucti et in ogni luogo. ” A questa lettera, da mostrarsi al Duca n'è allegata un'altra, segreta, dello stesso giorno, dove è commesso al Soderini di tirare in lungo la pratica; mettendovi anche delle difficoltà, finchè non venisse risposta alle lettere scritte su questo argomento dalla Repubblica alla Corte di Francia. (Arch. fior. Lettere dei Dieci, 1502, a c. 44-46.) 502 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. Dio, il Papa et il Re la acconceranno loro, et io son certo che quella Maestà ne vorrà più per me che per loro, chè così mi ha facto intendere largamente di farmi fare el do vere di tucto quello che io havessi havere da voi. Et facto che mi harete el dovere, vedremo poi chi vi farà la restitu tione; perchè, quanto a me, io casserò Vitellozo, ma son certo che lui giucherà del disperato. Et già me lo ha facto intendere, sentendo la richiesta mia della suspensione del l'arme, et dubitando non si habbi a venire a restitutione; dicendo che, essendo lui che vi ha alienato tanti sudditi, mentre che harà spirito, non è per abandonarli, perchè gli parrebbe mandarli al macello; et che, essendo lui solo quello che ha rilevato casa sua et messola nella reputatione che è (et vedesi proximo ad accrescerla molto più), quando lui bene harà perduto ogni cosa, non harà perduto se non quello che ha acquistato lui medesimo; et che non si può reputare maggiore ventura che trovarsi a fare una bella giornata o una gagliarda difesa. – Et per questo dice Sua Excellentia che voi non solo non stimate l'amicitia sua, ma non conoscete il benefitio che vi fa di rendervi tale terre et stato perduto, sanza spesa o pericolo vostro, il che solo può fare appresso di Vitellozo et delli Orsini il respecto della persona sua et l'interesse che vedessimo resultargliene o di honore o di stato; il quale respecto è da potere più ap presso di loro, che tutti li altri di qualunche sorte etc.: chè, quando mai e non volessi restituire di buona voglia, lui era disposto andarci in persona, acciò che voi havessi a co noscere con che animo lui venissi a beneficarvi. Et che co nosce bene essere semplice havere mosse le pratiche che ha con voi, et essersi tirato a dietro dalle prime petitioni; non pensando però trovare un tale riscontro di sì poca existima tione et poco amore, per non dire di animo non sincero. Et in molte repliche che furono fatte da ogni banda, lui stette sempre fermo a questa conclusione, dicendo che lo apparato che io dicevo venire in favore vostro, era per il Regno, et che sarebbe una mostra per farvi sborsare; et trovando º Cioè, avere operato inconsultamente, senza prudenza. DOCUMENTI. 503 quella dureza quale era necessaria in Arezo, Cortona et altre terre forte; delle quali, o per le dispositioni delli huo mini, o per havere assai errato, o per saperne trarre Vitel lozo e' sospecti, essendo lui della qualità che è, et essendo per havere una compagnia di qualche migliaro di buona gente, in chi sarebbe tanta resistentia, che, facto un poco di demonstratione, se ne anderebbono alla impresa loro, et vi rimetterebbono al ritorno, come fu facto altra volta. * Et che per certo, havendo voi a spendere sì in grosso, et ha vendo havere tanta difficultà, immo incertitudini di recu perare il vostro, il benefitio suo non si poteva pagare; per mezo del quale al certo havate a essere restituiti, assicurati di Vitellozo et Orsini et tutti li altri vostri inimici, º et non havate bisogno di spendere per la restitutione nè per la di fesa vostra un soldo, anzi da hora potavate cominciare a cassare e vostri soldati, maacime havendovi servito si male; et che potavate essere certi che con la persona, con lo stato et con le gente sua, haverete tanta sicurtà et tanta reputa tione, che presto tracteresti non solo di recuperare il vo stro, ma di guadagnare di quel d'altri; et che lui veniva ad questa unione tanto amorevolmente, che per questo gli duole tanto più el parergli essergli dato parole da Vostre Signorie. Tornando pure a dire: – Quando il Re vorrà co sì, io non m'impaccerò più avanti. Vedremo poi come fa rete voi; chè, oltre alla spesa, portate pericolo non riha vere queste cose mai più, et restare con tali inimici alle spalle che, non avendo sempre il Re a essere in Italia (come non ha da due mesi in là), et pure trovandosi nelle gelosie et bisogni che si truova, voi sarete un di trovati scoperti; et da quello che si è facto questo anno, penserete * La costruzione di questo lungo periodo non corre bene; ma il senso è questo: che, trovando i Francesi durezza e resistenza in Arezzo e nelle altre città nominate (resistenza certa e per le disposizioni degli animi e per gli aiuti che vi manderà Vitellozzo), faranno qualche dimostrazione, ma tosto abbandoneranno l'impresa e passeranno nel Regno. º E qui indubitatamente un accenno al futuro eccidio di Sinigaglia: cfr. le parole dette dal Valentino al Machiavelli dopo quel fatto, nel Diario del Bonaccorsi, pag. 39: « Questo è quello che io volsi dire a monsignore di Volterra, quando venne a Urbino, ma non mi fidai mai del segreto. » 504 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. quello si farà un'altra volta. Io per me non vi farò male, ma vorrò mi facciate il dovere, a che son certo il Re mi aiuterà; et voi vi recorderete anchora, che cosa è la bontà et semplicità del Duca in cercare l'amicitia vostra. Di che però io sarò excusato sempre nel conspecto di Dio et delli huomini, et a voi starà bene ogni male che vi succeda; chè harete di presente spesa et danno et pericolo di non riha vere el vostro, et a me harete a fare el dovere. Et chi vi consiglia altrimenti et favvi gagliardi, non vi vorrebbe se non abbattuti et mutilati; nè vedrebbono volentieri questa coniunctione, nella sicurtà della quale conoscono che si harà manco bisogno di ognuno che non si è usato d' have re. – Nè volle mai acceptare che per impossibilità non si potessi el tucto, mè sanza tempo, nè mutarsi delle sicurtà. Et erasi in questi ragionamenti riducto a termini, che più volte credecti havessi a rompere; ma perchè hebbi gran commodità di tempo nel parlare, instando sempre con dolci parole su la vostra deliberatione di unirvi seco, et il dubio di non potere rispondere alle promesse, et per la univer sale, circa l'obbligo di non fare difficultà; alle fine lo re dussi sanza alcuna roptura, ma bene con dispiacere di non li parere d'havere trovato libero riscontro, che si contentò vi scrivessi un'altra volta che, se eravate contenti a capitoli vechi et quanto si dixe per le mie de 9, lui di buona vo glia si unirebbe con voi et in brevi vi farebbe contenti, et vi sforzerebbe di non pensare se non a compiacerlo et bene ficarlo alli portamenti farebbe verso di voi: non vi piacendo questo, non bisognava più pratiche, ma che si rimetterebbe al Papa et al Re, co' quali vedresti come potessi fare. Et per havere la risposta presto, voleva mandare uno de'sua per la directa a fare la scorta al vostro cavallaro, parendoli che queste risposte indugino troppo, et che si dia tempo a chi vuole far male di sturbare questa amicitia; pure, promet tendoli io buona diligentia, restò satisfacto, stringendomi a l'usare ogni diligentia circha la presteza, acciochè el disor dine et le difficultà non crescessino, come havevan facto da a rº:..: - - - º, secondo i suoi portamenti verso di voi. DOCUMENTI. 505 xv di in qua. A me non parve entrarli nell'havere scripto alla Corte, havendo visto come disopra l'animo suo, et pa rendomi repugnassi alle difficultà della qualità et del tempo et dell'obbligatione, perchè quando il Re se me fussi con tentato, pareva che queste cose non vi dessino noia et le po tessi sopportare. Vostre Signorie veggono in brevi l'animo et li moti di questo Signore, il quale, se la taglia hora, non è per rappiccarla a questi di, e già se vede insospectito d'es sere aggirato, et, stimandosi quanto fa et li pare meritare, conosce quello può non solo di presente, ma potrà di qui a sei mesi o a uno anno; et conosce sì grande il benefitio del reintegrarvi et levarvi da spese et pericoli, che, se non lo acceptate, reputerà lo vogliate per inimico; et già pare che li dolga il tempo che ha perduto. Dio vi presti grazia a re solvervi bene; et in questo caso, parendomi havere facto quel si possi per un huomo con somma fede, vi prego in ogni evento mi diate buona licentia, perchè non sarei buono a menare questa cosa in lungo, nè solo la strigne rei; anchora che, pigliando exemplo dalle cose passate, et facendosi la restitutione, questo solo meriti appresso di me molto più grado che carico; pure havendo provato l'aqua calda, io ho paura della freda. Della suspensione dell'arme lui scripse, et per messer Antonio da Venafro vi dispose Vitellozo, benchè dica, non sanza difficultà, ma li mostrò che voleva così a suo propo sito; et reputa Sua Excellentia che adesso siate in tregua. Et dicendo io che la disdecta di sì breve tempo poteva por tare seco insidie, et che era bene si dichiarasse el tempo, et lui ricercandomi del quanto, me ne rimessi a Vostre Si gnorie. Et così restammo scrivessi, et ne potranno delibe rare a loro modo. - Dixemi anchora che La Tremoglia haveva decto a un suo huomo, che Sua Excellentia haveva facto male a non andare innanzi et mutare cotesto governo, perchè le cose facte sempre hanno molti rimedii. Et perchè dalla Corte qua pe metra ogni cosa, Vostre Signorie faccino advertire, perchè di simili advisi non risulti graveza publica nè privata.... Post scripta. Il Duca mi ha facto chiamare, et decto 506 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. ha lettere dalla Santità del Papa che lo strigne assai a ire subito subito a Camerino, per levarsi da spesa et rassicu rarsene; così li dice essere in tractato con voi di composi tione, et che Sua Santità domanda qualche cosa più non fa Sua Excellentia; et per questo non sapere qual fussi meglio, concludere qui o a Roma, o andare a Camerino prima o poi; ma che se credevo Vostre Signorie acceptassino, che lui differirebbe andare a Camerino...; ma quando credessi che voi fussi per mettere tempo in mezo, lui andrebbe in per sona a Camerino, el quale, benchè credessi havere subito, pure, se si volessi tenere, non potrebbe essere non vi si perdessi tempo uno xx di o uno mese: et questo voleva deliberassi voi, se volevate concludere subito, et havere la restitutione de presenti, o aspectare la victoria di Camerino. Et non potendo io mostrarli diffidentia, nè dare sicurtà, gli dixi, o rimettessi al Papa et andassi a Camerino sanza per dere tempo, o aspectassi risposta sanza ritirare le gente. Et questa ultima acceptò, dicendo vi strignessi a respondere per tucto mercoledi, che saremo a'di xx, et che per amore vostro voleva patire questo interesse. Et facendoli io pur dubio della impossibilità, dixe: – Horsù, facta la condocta, se mi daranno la metà della prestanza, subito cavalcherò alla restitutione. Nè fo questo per disagio di danari, ma acciò che chi non fussi tanto savio quanto bisogna, cono scessi il partito vi fo; et almeno vedendo cominciati e pa gamenti, creda dovermi servare la fede, se non per altro, per non perdere lo sborsato; et son contento dell'altra metà sopportare qualche tempo. Ma uscitene, non mi tenete in parole, et fate vi sia al tempo la risposta; et vedrete quel farò per voi, chè non lo può fare altro huomo del mondo, salvo Vitellozo proprio o una forte diversione etc. Et cre diatemi, questa gente franzese vengono per el Reame, et già La Tremoglia ha ricerco noi altri di favore etc. Et per certo e vostri non hanno causa di denegare le petitioni, se hanno buono animo. Et io sarò più liberale che non sia el Nostro Signore, perchè vi voglio godere più lungamente. - DOCUMENTI. 507 (20 luglio, da Bagno di Romagna.) Lunedì sera hebbi quelle di Vostre Signorie de' 16, le quali, parendomi respondessino in effecto resolutamente alle mie de 15, sanza aspectare a quelle altra risposta, hieri domandai licentia al Signore, facendogli intendere che, pa rendovi che la Santità del Papa desiderassi queste pratiche si finissimo a Roma, Vostre Signorie le havevono rimesse là tutte, et per questo mi richiamavono. Restomne poco sa tisfacto, et mostrommi lettere di Nostro Signore, et così dixe havere per uno huomo a boca, che la Sua Santità era molto contenta che con lui si facessi ciò che si haveva a fare. Et perbenchè io li mostrassi che, quando Sua Bea titudine chiamò lo oratore vostro, vi haveva facto intendere che con lui si haveva a concludere a Roma, et Vostre Si gnorie per non fare la cosa di più pezi la rimettevono là, poco se ne satisfece, et parve restasse molto sospeso, come vi farò intendere a bocca; chè, per fuggire questi confini suspecti, me ne sono venuto con ogni celerità questa sera a Bagno, et venerdì spero essere costi, se le bestie non mi danno impaccio, come hanno facto hoggi. Documento II. 1502, dicembre 1. - Lettera della Signoria di Venezia al suo Oratore in Ro ma, perchè annunzi al Pontefice le pratiche di pace iniziate dalla Re pubblica e dal Re d'Ungheria col Turco. t Tuto questo tempo superior sono sta facte al serenis simo Re de Hungaria et alla Signoria nostra dal Signor Turco per diverse vie molte propositione de pace, le qual da ambi . muy furono iudicate fraudolente; ma tandem le habiamo co gnoscute esser processe de ordine del dicto Signor Turco, non alieno, per quanto el demonstra, da voluntà de pace. Per el che el dicto serenissimo Re et muy inseme siamo con corsi in questa opinione, et habiamo unitamente deliberato º Arch. gen. di Venezia. Senato Secreti, Reg. 54, a c. 54. 508 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. de attender a tal practica per urgentissimi et necessarii re specti, concernenti la securtà nostra et del resto de'chri stiani, sì come sommariamente qui vetocheremo. Primo, non è dubbio che la causa ha mosso il Signor Turco ad proponer pace, è sta' la motione et progressi de quel signor Sophis. Hora se intende che sono in practica de concordarsi; il che seguendo, quod absit, non resta più re medio per iuditio nostro a la salute de la religion christiana; et molto anchor pezo et più pericoloso saria, se tal accordo tra loro seguisse, per far poi unitamente contra christiani. Ma quando etiam non seguisse fra loro concordio, se die dubitar, governandosi cum rasone, che la potentia del Turco sia per esser superior, sì per la grandezza sua incredibele, si per la copia grandissima de artigliarie che ha epso Signor Turco, non ne avendo alcuna all'incontro el signor Sophis, unde facilmente se poiudicar el fine; el qual seguito, non se parleria più de pace, ma el regno de Hungaria et el stato nostro inseme sariano prima absorti, cum immediata ruina de Italia, et postmodum de tuta la Christianità. Questo caso se fa anchor più pericoloso, intendendose de certo che per mezo de matrimonio è stato novamente contracta affinità tra el Signor Turco et el Signor Gran Tar taro, cossa da esser maxime estimata. Preterea, al presente li christiani principi, sic expo scentibus peccatis nostris, se ritrovano in molte dissensione, come tutto el mondo intende. Dal che non solum vien ad esser subtracta la speranza de presente union de'christiani, ma etiam de li presidii da esser conferidi al serenissimo Re de Hungaria, nè a nuy; sopra le spalle de quali vien a re star uno peso insupportabile, cum manifesto pericolo de ambi li stati nostri. Queste sono raxone et cause de extrema importan tia, per le qual se è iudicato necessarissimo l' attender a la practica dedicta pace. Molte altre insieme cum que ste hanno mosso el serenissimo Re de Hungaria; ma de º se riportamo a la notitia ch'el reverendissimo Re * Vedi la nota 1 a pag. 227. DOCUMENTI. 509 ginense, º legato de li, non dubitamo, haverà data a la Pontificia Beatitudine. Et utinam che l'habi loco et sortisca lo effetto suo tal pace, cum metter questo tempo de mezo! perchè, altramente, ne pareria veder in manifesto travaglio et pericolo la repubblica christiana. De tuto volemo che fazate participatione cum la Beatitudine del Pontefice, come se convien a l'officio vostro, la qual, siamo certissimi, per la sua sapientia et bontà lauderà tal necessaria deliberatione, come singular et unico remedio a li pericoli imminenti. Documento III. 1502, dicembre 27-31. – Brani di dispacci di Gianvittorio Soderini, ambascia tore fiorentino in Roma, ai Dieci di Balia di Firenze, intorno al ritorno improvviso in Lombardia delle milizie francesi ausiliarie del duca va lentino. 2 (27 dicembre) sere Enea Magnani, come in quel giorno erono passate da Bologna le lance franzese, che erono in Romagna, per alla volta di Lombardia; et così dicono la Excellentia del Duca dovere essere qui fra pochi giorni; il che, se fussi vero, mancherebbe tanta expectatione che si haveva di questo exer cito. Di che però le Signorie Vostre doverranno havere havuto migliore certeza et più presta. (28 dicembre.) Et perchè hieri ci fu lo adviso della partita delle lanze franzesi alla volta di Lombardia (come dixi per la mia di hieri, che sarà con questa), mi parve non fuora di proposito ricercare messer Hadriano quello havessi di questa cosa: ad che Sua Signoria non megò decte gente essere partite, subiungendo la cagione essere per rispecto che le cose di Milano restavono sfornite; così che ne erano restate col Duca CG lance, et le altre erano partite di suo consentimento; et º Pietro Isuaglies: vedi nota 1 a pag. 272. - º Archivio di Stato di Firenze. Lettere ai Dieci, Cl. X, Dist. 4, num. 70, a c. 334, 336, 344, 353. - 510 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. che la verità era che decte gente non potevano stare insieme rispecto alla difficultà delle victualie; et che Nostro Signore non haveva saputo queste lance partirsi, se non dopo il fa cto, perchè, in simili cose, il Duca pigliava partito da se me desimo ritrovandosi in sul facto; et la Santità del Papa per questo non se era alterata, ma era restata con lo animo quieto; et che per questo lo ordine, che se era dato di fare factione, non si ritarderebbe. Hora le Signorie Vostre sanno se è vero che decte CC lance sieno restate col Duca o no. (30 dicembre.) Hiersera di poi al tardi hebbi la loro de xxiiij.... Circa la parte concernente la partita di Romagna delle gente franzese, ritornatesene indrieto a la volta di Milano, inteso il desiderio delle Signorie Vostre (benchè per altra mia, avanti havessi questa da Vostre Signorie, habbi di già significato a quelle quanto ne haveva retracto da messer Hadriano), pure per me glio intendere et satisfare al debito, sono stato questa mattina con Sanseverino presente monsignor di Gramonte; et mi sono sforzato ritrarre da Loro Signorie, quale sia la opinione loro di questa cosa, stimata da chi intende potere essere di gran dissimo momento; et li pareri et iuditii che se ne fanno cer tamente sono molto disformi. Onde le Loro Signorie me ne hanno fatto un dischorso d'una medesima sententia, che non ci possa intervenire cagione di qualità da stimare che la Mae stà del Re sia mutata di animo verso la Excellentia del Duca, amandolo come fa, nè che habbi conceputa alcuna mala di spositione contro alla Santità del Papa. Ma perchè dal canto di Sua Maestà si è adempiuto quello il perchè haveva mandati questi favori, che fu la rebellione di Urbino et Ca merino et la intelligentia delli Orsini, Bentivogli, Vitelli, et loro seguaci; onde visto essere subcesso lo accordo con Orsini, Bolognesi et li altri prenominati, et ritornati alla divozione del Duca Urbino et Camerino, non era più neces sario el presidio delle lance franzese. Il perchè, nè il Papa nè il Duca si può dolere o meravigliare di questa partita, ºnzi debbono restare satisfacti del benifitio che hanno con seguito per la reputatione di questi favori; subiungendo non DOCUMENTI. 511 essere da presumere che instante bisogno o suspitione al cuna delle cose di Lombardia havessi necessitato el Re a tale revocatione; perchè dal canto dello Imperatore non si vedeva segno di commotione et mancho dalla parte del Re di Spagna; adiungendo la opinione che si haveva che intra a questi due principi dovessi seguire in ogni modo qualche buona compositione di accordo. Il perchè si poteva facilmente stimare non havere a bisognare spignere più gente franzese nel Reame ; et che, se bene da qualche giorno addrieto se era facto disegno che le gente, ch'erano in Romagna, doves sino andare alla volta del Reame, questo fu perchè si stava in qualche opinione che l'armata del Re di Spagna havesse ad portare nuovi adiuti et nuovi soldati; ma che hora non se ne stava più in sospecto; et che sino al presente non vi era venuto di nuovo oltre a 1000 fanti et 600 cavalli. Concludono el medesimo hanno decto altra volta che li Spagnuoli sono inferiori, et in effecto, che la stanzia di queste lance partite di Romagna era una volta in Lombardia, et si poteva dire essere ritornate alli loro alloggiamenti. Il che etiam denotava le cose de Franzesi nel Reame di Na poli essere in buono termine, et che sapevono quelli capi tani franciosi havevano scripto esservi tanta gente, che si dolevano che li Spagnuoli non fussino in tale ordine che pi gliassino animo ad affrontarsi con Franzesi. Et havendomi dato questo raguaglio, mi dissono che hoggi volevono essere con Nostro Signore per fare prova di intendere lo animo suo in qualche parte circha questa partita, et investigare più oltre qualche nuova, promettendomi che, ritrahendo cosa di momento, me la farebbono intendere. Et però ri trahendo altro avanti el serrare di questa da Loro Signorie, ne darò adviso. Et veramente, come ho detto di sopra, in su questa nuova si fanno varii commenti. Alcuni sono nel parere di Sanseverino et di Gramonte, come mi pare etiam fussi messer Hadriano. Alcuni dicono che alla Maestà del Re ra ragionevolmente non debbe piacere la tanta grandeza del Duca. Altri dicono che Sua Christianissima Maestà non vuole con le spalle sua si levi Sinigaglia al Prefecto, havendolo 512 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. preso in protectione, et essendoci il respecto di San Piero in Vincula. Nè mancha chi creda essere nata qualche mala con tenteza ne'Franzesi per diverse cagioni: chi per havere vo luto danari et non havere havuti; chi per essere stati maltra ctati da paesani, come ne intesono Vostre Signorie; chi per non essere voluto andare el Duca in favore de Franzesi nel Reame di Napoli, come era richiesto dalla Maestà del Re di Francia, et questa ultima mi è suta affirmata per vera da huomo di gran iudicio; il che, se fussi, peserebbe assai. (31 dicembre) Per l'alligata intenderanno le Signorie Vostre, chome ero stato hier mattina con monsignor reverendissimo di San severino et con monsignore di Gramonte, et come le Signo rie Loro dovevano andare ad Palazo per essere con Nostro Signore, et mi hanno promesso raguagliarmi di tucto quello fusse da communicarsi. Il perchè, sendo stati col Pontefice sino ad noctem, mandai stamani ad monsignore reveren dissimo prefato, per intendere se haveva da conferirmi cosa alcuna di momento, ser Alexandro; º al quale Sua Reveren dissima Signoria ha dicto questo in substantia: che li ragio namenti sua et di Gramonte col Papa furono solamente circa le cose franzese, et delle lance partite di Romagna; et che intesono dalla Santità Sua come, havendo richiesto licentia, per ritornarsene in Lombardia, alla Excellentia del Duca, Sua Signoria ricerchò quelli capitani della ragione, li quali monstrarono di havere ordine di così fare da monsignore di Ciamonte, per rispecto se intendeva qualche movimento di verso Lamagna; et che allora el Duca li domandò, se ha vevono questa medesima commissione dalla Maestà del Re; ad che fu risposto, che erano sotto la obedientia di monsi gnore Ciamonte, et a lui havevano a obedire. Il che inten dendo il signor Duca, fece instantia che dovessimo sopras sedere qualche giorno; ma visto erono deliberati partirsi, dixe loro che non solamente era contento lassarli andare, ma che, bisognando, cavalcharebbe insieme con loro con Alessandro Bracci, segretario dell'ambasciatore soderini. DOCUMENTI. 513 tucte le sue gente, per satisfare al debito suo et ad li obbli ghi che haveva con la Maestà del Re; et che el Papa con cluse, decte genti essersi partite con buona gratia et licen tia del Duca; et che trovarono Sua Santità più disposta che mai alla continuatione dell'amicitia et intelligentia con la prefata Maestà, et non punto alterata; et che usò loro le più amorevoli parole del mondo, confessando essere molto obligato a quella Maestà per molti benefitii haveva ricevuti da lei; et che sapeva molto bene, che con la reputatione del nome et dei favori suoi el Duca haveva recuperato Urbino et Camerino, et facto lo accordo con li Orsini, con messer Giovanni a suo vantaggio; et che non era per partirsi mai da questa amicitia. Et finalmente Sanseverino concluse, pa rerli che la Santità Sua non havessi niente mutato sententia, ma restare nella medesima volontà et dispositione, in che era stata sino al presente. Questo medesimo mi ha confer mato el veschovo di Renes, oratore anchora epso del Chri stianissimo et etiam della Regina, sendo stato questa mat tina con Sua Signoria; benchè aggiunga questo, che col Duca era restato monsignore di Libreth, suo cognato, con 100 lance et qualche Franzese. Documento IV. 1503, gennaio 29. – Lettera del duca Valentino ad Alessandro VI, relativa alla cattura della moglie di Bartolommeo d'Alviano. * Copia de una letera d'il ducha Valentino al Pontifice. Sanctissime Pater et clementissime Domine, post de vota pedum oscula beatorum. Retrovandomi ad questi di in Pientia, et in tractato con li ambasciatori de Siena sopra la partita di Pandolpho, me fo presentato per uno cavallaro venitiano el breve de la Santità Vostra, per el quale essa me significava la requisitione li erra stata facta da li amba sciatori de la Illustrissima Signoria de Venetia sopra la rela Dai Diarii di Marin Sanudo, Mss. nella Bibl. Marciana di Vene zia, vol. IV, a c. 318 t. GiUstiNiAn. – I. 33 514 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. xatione de la moglie del signor Bortolo de Alviano, come tendome Vostra Beatitudine la facesse relaxare. Et perchè de tal cossa io non haveva informatione, fici dire al prefato cavallaro soprasedesse un di o doi, tra li quali, expedite le cose de Siena, intenderia dove et perchè quella fosse presa, et provederia a la sua relaxatione, siccome per effecto ho exequito. Et adfinchè la Vostra Santità ne intenda tutto el progresso, come io ho inteso, sappia che li commissarii de putati da me ad ricercare li intrinseci ministri et cose di Ioan Paulo Baglione, intesero che una delle sorelle del ditto Ioan Paulo, chiamata Camilla, se fugiva con giogie et arzenti de Ioan Paulo prefato de gran valore; et che, seguitandola, essi la trovorono nel ponto che erra arrivata al loco ove era un'altra sua sorella, mogliere del sopradetto ser Bartholo meo; et che essi perhò che non descermiano quali de lhoro avesse le giogie et argenti predicti, ambedoi le redussero in la rocca de Tode et in migliore stantia ce fosse, in compa gnia d'una dell'altra et de tutte le lhoro donne, con tutto el debito riguardo alla conditione et honore d'esse. El pre decto cavallaro non è poi comparso; ma io, intese le sopra dicte cose, scrissi che la predicta fosse incontinente posta in sua piena libertà, et permessoli che vada et stia ad suo arbitrio; et cossì me rendo certo che la Vostra Beatitudine intenderà, a la receputa de questa, essere facto. A la qualle, basando soi sancti pedi, prego Dio conceda vita et stato quanto io desidero. Ea castris Vestre Sanctitatis ad Ca strum Abatiae, 29 ianuarii MDIII. Subscriptio: Vestre Sanctitatis humillimus servus et devotissima factura CAESAR. A tergo: Sanctissimo domino nostro Papae. DOCUMENTI. 515 Documento V. 1503, febbraio 10. – Lettera della Signoria di venezia al suo oratore in Ro. ma, circa i maltrattamenti subiti in Sinigaglia da alcuni mercanti veneti. 1 Ne havete, per molte vostre letere, dechiarite le amo revole parole dictevi da la Santità del Pontefice cum expres sion de la boma et paterna mente de Sua Santità verso de muy et el stato nostro: el che veramente ne è stato grato ad intendere, come quelli che ne par, per le opere nostre et observantia verso epsa Santità, ben meritar esser da quella amati, cum tegnir bon conto de la Signoria nostra. Vossamo ben che dalli reppresentanti Sua Beatitudine fusse, et in parolle et in effecti, facto el medesimo officio verso denuy, che dicie et dimostra far la Beatitudine Sua; la qual, poi chè cussì affectuosamente ne invita cum aprir l'animo suo, siamo contenti la intendi per letere nostre uno caso nova mente seguito. Et lasseremo molte cosse da canto, per fugir contentione, sì come siamo soliti far per natural costume et inclination nostra. Quando el signor ducha Valentinoes, ne li proximi zorni preteriti, intrò in Senegaglia, se li fecero da vanti alcuni cittadini et subditi nostri, che de lì se ritrova vano, cum marcadantie per molta valuta, et credendo esser ben veduti et tractati, se riccomandorno a la Signoria Sua, dicendo esser venetiani. Subito ch'el signor Duca intese chi ch'erano, proruppe in molte coleriche et stranie parole, qual per hora non volemo recitar; et eodem momento et in stanti, voltatose verso li soi, comandò che fossero messe a sacco tutte le marcadantie et beni de dicti poveri cittadini et subditi nostri, per molti et molti migliara de ducati; et cussi incontinenti fu exeguito. Questo acto volemo che la Santità del Pontefice per sua sapientia iudichi de che qualità et con venientia el sii, et però non ne diremo altro. Ma ben volemo, et cum Senatu nostro ve commettemo, che, narrato el caso a la Beatitudine antedicta, debiate reverentemente suppli º Arch. gen. di Venezia, Senato Secreti, Reg. 54, a c. 68 t. 516 DISPACCI DI ANTONIO GIUSTINIAN. carli che la se degni comandar et ordinar che cum effecto i dicti subditi nostri siano integramente resarciti et satisfa cti, come vuol ogni raxon et iustitia, et come speramo la farà; subiungendo questa conclusione a la Santità Sua, in responsion de quanto da lei vi è sta' proposto, che la di spositione et desiderio nostro è de esser boni figlioli et de votissimi de la Beatitudine Sua et de quella Santa Sede, si come in ogni tempo per avanti semo stati, purchè versa vice vediamo de la Signoria nostra esser facto quel capitale che ne par se convegni a le optime operatione et meriti nostri. - FINE DEL VOLUME PRIMO. **** \,\! |-|׺. · -)|-: ( ). i fra i - - - puchbimº er i Nas 2 - ti - ervorsi:

引用サイト

 Google Books

記載日

 2018年6月9日
アントーニオ・ジュスティニアーニ
外交官
歴史人物辞典
そこそこアレな感じで